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Il bene comune, la comunità e De Magistris

Posted By Matteo On February 7, 2012 @ 10:11 am In Articoli,Italiano | Comments Disabled

di FRANCO PIPERNO

C’era di tutto o quasi, quel pomeriggio  di sabato 28 gennaio a Napoli, nella sala del cinema-teatro Politeama, per l’appuntamento con De Magistris.

I) La composizione sociale.

Intanto, all’ingresso, fuori dalla porta, come d’abitudine, tenuti a bada dalle guardie municipali, i disoccupati organizzati — reincarnazione degli antichi lazzari — che narravano, con la nuda e rituale presenza, l’impresa a loro riuscita : come rendere la ricerca del lavoro un mestiere malpagato ma certo tra più stabili che offra il mercato globale a Napoli.

Dentro, in platea e nei loggioni, l’osservatore attento poteva distinguere ad occhio, dall’abbigliamento, la borghesia delle professioni, le elite operaie senza classe operaia, le femministe di seconda generazione, gli intellettuali modernizzatori – i “begriffi” napoletani, curiosità locale come i nodini di bufala-  ancora accecati dai Lumi francesi e acciaccati dal naufragio della rivoluzione partenopea del ’99.Nè mancavano i reduci  del ’68, attempati e melanconici, con quei loro occhi carichi di una fiducia senza speranza;  i militanti tenebrosi dei centri sociali, in particolare veneti ,romani e campani; gli effervescenti studenti  dell’Onda; qualche urbanista smarrito. Era anche presente, come ormai è d’uso, un team, dirò così, di tecnici,accademici del diritto, intenti  a delineare un quadro giuridico che faccia posto alla “democrazia partecipata o deliberativa”;andando, in questo modo, inevitabilmente oltre, non senza qualche reverenziale timore, la costituzione della repubblica italiana; in modo che la democrazia partecipata, imbottita di plebisciti — pudicamente chiamati referendum — diventi un corroborante della esangue democrazia rappresentativa.

Ma, soprattutto, v’era  tanto ceto politico intento a fare il suo mestiere, in cerca di migliore occupazione, alla caccia spasmodica di consenso per l’alternativa di governo,per i posti di rappresentanza del popolo di centro-sinistra nei prossimi comizi elettorali. Si può ben dire che, malgrado la presenza dei sindaci sul palcoscenico stesse lì a ricordare la città piuttosto che la nazione, era questa la componente politicamente egemone, quella che conferiva una aura salvifica all’appuntamento;  e questa aura, va da sé, si specchiava nel volto e nelle parole di Niki Vendola,  Stupor Apouliae, candidato “alternativo autentico” a Palazzo Chigi.  La sua oratoria quasi colta, modulata da climax ascendenti e discendenti, in un teatro con una acustica perfetta, fluttuava tra le volte qualche pò conventuali della sala come un canto ammaliante di sirena.

Non c’era, per la verità, Luxuria; e mancavano pure i dirigenti del PD nazionale, campano e napoletano; inoltre i sindaci delle città settentrionali avevano prudentemente evitato quel pubblico appuntamento.  E tuttavia queste assenze  apparivano leggere rispetto al vuoto prodotto dall’assenza, questa sì  ben più ingombrante, dei luoghi propri di Napoli, i suoi  antichi Quartieri.

II). Beni comuni e comunità.

Questa assenza privava di fondamento materiale tutta la verbosa discussione sui beni comuni; risolta, infatti, con la riproposizione, negli interventi finali, della legittimità, per il municipio, di possedere aziende pubbliche —che è ben difficile far rientrare tra i beni comuni. Insomma si avvertiva una sproporzione materiale tra temi e soggetti che li trattavano, quasi si fosse davanti ad una imperizia dei corpi.

Il punto è che il concetto di bene comune, perché riaffiori nella memoria comune, nel senso comune, deve incarnarsi in forme riconoscibili; in altri termini bisogna mostrare di quale comunità quel bene è il legame. Infatti, i beni comuni esistono solo dentro la relazione comunitaria: non v’è bene comune senza una comunità che lo definisca e lo viva in quanto tale— altrimenti si corre il rischio dell’astrazione indeterminata, la cattiva astrazione, l’uso mistico della parola”comune”; e ,come è avvenuto quel sabato  a Napoli,  scambiare il demanio pubblico per bene comune.

Potremmo quindi dire che la questione de beni comuni comporta la focalizzazione della discussione sulle comunità, massimamente su quelle urbane, relegando in secondo piano la questione dello stato nazionale e delle sue magnifiche sorti e progressive. Insomma, perseguire il bene comune comporta un ritorno alla politica nel significato etimologico del termine, la politica come autogoverno delle città, esercizio di sovranità, di virtù civili, di buona vita. Riandare all’origine non vuol dire tornare indietro..

 

III). Quartieri e democrazia diretta.

Tutto questo con ragione giacché esistono forme distinte del legame comunitario. Vi sono le comunità naturali come la famiglia, quelle coatte come la fabbrica, quelle elettive come Ciroma,  quelle di destino come la città. Ora la città come luogo comune, la città dell’abitare, della passione dell’abitare, si manifesta nella sua intima e complessa natura di sistema auto-organizzato solo se la si ricostruisce attraverso i suoi Quartieri, che sono le comunità destinali di base. La città è quindi, in primis, una comunità di comunità.

Dunque, nel risarcimento della politica, nel suo tornare all’origine, v’è, come precondizione, l’autorganizzazione dei quartieri, in particolare di quelli storici, di lunga persistenza. Qui la cittadinanza attiva, l’azione diretta può liberarsi dal vincolo mortifero del consenso elettorale proprio perché la democrazia diretta diviene l’agenzia naturale della vita civile e morale del Quartiere. Qui, sia detto per i militanti dei centri sociali come per i giovani del volontariato cattolico, la pratica leninista di radicalizzare il senso comune ha una possibilità di successo.

In ogni Quartiere storico esiste in latenza la memoria comune della dignità del cittadino e della solidarietà tra i cittadini, ovvero della capacità collettiva di far da sé; esiste  perché altre volte, in una storia plurisecolare, è venuta allo scoperto e si è fatta valere. Si tratta di trovare le parole giuste per rievocarla e attualizzarla.  E’ una sorta di energia libera allo stato potenziale, che aspetta sorniona d’essere chiamata, l’innesco insomma, perché dispieghi intera la sua potenza trasformativa dell’immaginario collettivo.

E la democrazia diretta non abbisogna di inventori di costituzioni che la disciplinino e la regolamentino; perché le sue istituzioni sono  già qui dall’inizio, coeve alla fondazione della città. Queste istituzioni, che sarebbe più proprio chiamare agenzie, sono la sovranità ed unità dei poteri nell’Assemblea di Quartiere,  cariche gratuite di durata breve, sottoposte a rotazione ed a sorteggio; la cooperazione con gli altri Quartieri  assicurata tramite delegati con mandati imperativi e revocabili.

IV). Il vento del Sud..

In questo quadro vorremmo suggerire agli amministratori che hanno partecipato all’incontro di Napoli, piuttosto che elaborare regolamenti per la democrazia partecipata, di investire fin da subito le Assemblee di Quartiere di un potere deliberativo su questioni come il traffico, la mobilità, l’architettura,il patrimonio edilizio…

Così la città diviene federale a partire dal suo stesso interno mentre, in filigrana, s’intravede un orizzonte federale e consiliare per le mille e più di mille città italiane.

Per Napoli poi, per la sua storia, risulta evidente che non avverrà alcuna  significativa trasformazione urbana senza la partecipazione attiva dei Quartieri storici. Infatti, si tratta di riannodare quel filo tra intellettuali e moltitudini  che si è spezzato da tempo : la ferita inferta alla “città gentile” dalla rivoluzione partenopea del 1799, quando i giacobini napoletani strinsero un patto scellerato con gli invasori francesi, e così facendo impedirono la metamorfosi dei lazzari in sanculotti – il che ha poi ostruito  il cammino che avrebbe potuto menare la città a divenire moderna.

E, sia detto qui per inciso, questa è la via maestra per porre il problema della criminalità organizzata—meglio sarebbe dire socialmente radicata –.come questione della metropoli napoletana, da affrontare e risolvere in loco, da parte dei napoletani stessi. Si badi, non si tratta tanto della camorra — la cui vera potenza risiede nel suo  un ruolo di supplenza di una imprenditorialità  che non c’è o più precisamente di  borghesia allo stato nascente, nella fase di accumulazione originaria; quanto, piuttosto, di una etica, o, se si vuole, di una sub cultura, un senso comune premoderno  che privilegia l rapporti parentali o amicali rispetto allo scambio mercantile. In altri termini a Napoli vi sono, dirò così, comunità criminali il cui radicamento sociale attesta una appartenenza moltitudinaria a quei luoghi che certo non sarà lacerata a colpi di stato d’assedio, legislazione speciale e carcere duro. Si tratta, piuttosto, di recuperare ad un livello comunitario più complesso la forma premoderna di quel legame e la sua preziosa energia cooperativa, sottraendovi l’aspetto d devianza criminale e offrendo  una possibilità di riscatto. Del resto, non è forse così, riscattando la malavita, che hanno avuto luogo le trasformazioni dell’immaginario collettivo nelle città del Mediterraneo? Valga un solo esempio: il rapporto tra Kasbah e movimento di liberazione ad Algeri all’epoca della insurrezione contro l’occupazione francese. .

Certo, quell’ultimo sabato di  gennaio al Politeama di Napoli non faceva difetto la confusone. E tuttavia va riconosciuto che, per la prima volta nella storia repubblicana, qualche centinaia di sindaci erano lì a discutere sul modo di superare i limiti della democrazia parlamentare.

E se Niki Vendola, già governatore di una regione, si riproponeva come leader nazionale di una alleanza elettorale per la crescita economica dell’Italia, è anche vero che nelle parole di molti sindaci — in particolare di quelli di Cagliari, Bari e Napoli — si sentiva l’eco nostalgica della perduta sovranità urbana; e qualche disponibilità a recuperarla.

C’era confusione, di lingue e di propositi, quel sabato pomeriggio al Politeama di Napoli. Molto giacobinismo e pochi giacobini. Eppure, può darsi che si tratti di un segnale precursore, un annunzio; forse sta per alzarsi il vento, il vento del Sud. La situazione è ottima.

* da ciroma.info

 

 

 

 

 


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