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Bilancio di fine anno: verso lo stato di crisi permanente

Posted By Matteo On January 15, 2013 @ 11:00 pm In Articoli,Italiano | Comments Disabled

di ANDREA FUMAGALLI

Il 2012 si chiude per l’Italia con un bilancio economico disastroso. Come ampiamente prevedibile, le politiche di austerity si sono rilevate un’autentica “macelleria sociale”. Per quanto possa valere come indicatore, il Pil si contrarrà a fine anno di oltre il 2,5%. Ciò significa che per raggiungere i livelli di ricchezza pre-crisi, ovvero della metà 2007, bisognerà attendere come minimo una decina d’anni a patto che l’economia cresca ad un saggio dell’1,5% annuo (fatto assai improbabile, visto che le previsioni per il 2013 vedono ancora un segno negativo). A fronte di un tasso d’inflazione medio del 3% annuo (con punte del 4,3% per quanto riguarda i beni di prima necessità), le retribuzioni sono mediamente aumentate di solo la metà, con un ulteriore perdita del potere d’acquisto dei redditi da lavoro. Il tasso di disoccupazione “ufficiale” ha superato l’11%; quello reale (tenendo conto anche dei cd. lavoratori scoraggiati, dei cassa integrati e dei sottoccupati involontari) supera il 20% e va aumentando[1]. Il numero dei precari – secondo gli ultimi dati della CGIA di Mestre[2] – è arrivato ad oltre 3,5 milioni, nonostante che sia stato il non rinnovo dei contratti precari ad alimentare prevalentemente la disoccupazione (in particolar modo, quella giovanile). Nel frattempo, è stata varata la riforma Fornero del mercato del lavoro, che allenta le garanzie dell’art. 18 (garanzie comunque già del tutto insufficienti e facilmente eludibili) e istituzionalizza la precarietà come rapporto tipico di lavoro grazie alla liberalizzazione dei contratti a termine. A partire dal 1 gennaio diventa poi operativo l’allungamento dell’età pensionabile, con effetti deleteri sul turn-over generazionale in un contesto che vede il tasso di disoccupazione giovanile superare il 37% con punte del 50% nel Mezzogiorno. Persino gli arrivi dei migranti si sono ridotti per le minor opportunità di lavoro, anche se in nero e con paghe da fame.

Non può stupire, data questa situazione, che il consumo si sia ridotto ai minimi termini con un calo di quasi il 3% (peggior dato dal dopoguerra) e la propensione al risparmio si è ulteriormente ridotta con effetti negativi sul livello della domanda interna. Cinque leggi finanziarie negli ultimi 16 mesi – per una manovra complessiva di 100 miliardi di euro nel nome della “necessaria austerity”– hanno prodotto un calo della domanda interna senza precedenti. Il potere d’acquisto delle famiglie (dati Istat novembre 2012) è calato del 5,2%. L’export si è ridotto di quasi il 7% (sempre dati Istat, fine ottobre 2012) a causa della recessione europea. Nonostante l’introduzione di nuove tasse (Imu e aumento Iva), le entrate fiscali, pur in aumento, non sono state in grado di compensare la caduta del Pil e l’aumento della spesa per interessi. Pur in presenza di  un avanzo primario, il rapporto deficit/Pil non calerà sotto il 3% (stime Ocse di fine novembre 2012) e il rapporto debito/Pil ha superato la soglia del 125%, la più alta dall’inizio della crisi. Inoltre tale incremento della pressione fiscale ha avuto effetti regressivi, colpendo ulteriormente le fasce della popolazione con reddito minore e maggiore propensione al consumo. Nonostante che nell’ultimo mese, come effetto della discesa in campo di Monti,  dell’accordo del Congresso Usa sul “Fiscal Cliff” e dell’aumento dei tassi tedeschi, lo spread sia ritornato sotto i 300 punti e le borse abbiamo ripreso un minimo di fiato, i tassi d’interesse rimangono eccessivamente elevati (mediamente oltre il 6%), soprattutto se si considera che il tasso europeo di rifinanziamento (il cd. tasso refi) della BCE si attesta allo 0,75% e il tasso Euribor è intorno allo 0,54%. Il fatto che i tassi d’interessi sui debiti e sui crediti (finanziamenti al consumo, alle imprese, mutui, titoli) siano circa tra 8 e 10 volte superiori ci dice che la BCE non è più in grado di controllare gli stessi tassi d’interesse, evidenziando in tal modo la sua totale subordinazione alle logiche dominanti nei mercati finanziari (altro che autonomia e indipendenza delle Banche Centrali!).

Con il 2012 siamo arrivato al 5° anno di crisi. E il 2013 si prospetta molto simile. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo 4 anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china in seguito ai nuovi provvedimenti di sostegno alla domanda, messi a punto dalla nuova amministrazione Roosevelt, una volta approvato il “New Deal” e ripristinato il diritto di contrattazione collettiva teso ad aumentare i salari (National Industrial Recovery Act –NIRA, giugno 1933).  All’epoca, l’uscita della crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica, che prendeva atto, seppur parzialmente e spesso in modo contradditorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.

Oggi, non si intravvede nulla di ciò. E’ oramai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppur dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia del bio-capitalismo cognitivo. Il triplice ruolo assunto dai mercati finanziari – ridefinizione continua dell’unità di misura del valore e finanziamento dell’attività d’investimento, assicuratore sociale della vita individualizzata come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare, strumento di crescita economica  dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e moltiplicatore finanziario della domanda finale – non ha prodotto un sistema di governance politico-economica in grado di garantire un minimo di stabilità. Ne poteva farlo, dal momento che condizione perché tale stabilità potesse essere garantita era una continua illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda che la crescente concentrazione dei redditi e l’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal “comune” comportava.

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In tale contesto, la governance era data dall’emergenza. Negli anni 2000, l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa “norma”. Cerchiamo di vedere in che modo.

Lo stato di crisi permanente si dipana a più livelli: crisi economica, crisi dei mercati finanziarti, crisi politico-istituzionale. Occorre capire se ciò si traduce anche in crisi della valorizzazione capitalistica.

Della crisi economica in Italia abbiamo già detto. Ci resta di aggiungere che si tratta, anche e inevitabilmente, di crisi europea. Le scelte di politica economica sono strette tra due limiti imposti ancora da ciò che rimane del pensiero neo-liberista. Il primo ha a che fare con i vincoli istituzionali che impediscono alla BCE di operare come prestatore di ultima istanza nei confronti del debito pubblico. La sudditanza ai potentati finanziari impone alla BCE solo la possibilità di intervenire sul mercato interbancario e secondario al fine di garantire quella liquidità monetaria che è la principale linfa a sostegno della speculazione finanziaria. Anche laddove la BCE interviene a finanziare la ristrutturazione di un debito pubblico (come nel caso della Grecia), la sua prima preoccupazione è quella comunque di garantire in primo luogo la solvibilità del debito a vantaggio delle banche creditrici o tramite l’iniezione diretta di liquidità alle banche interessate o tramite l’obbligo di garantire (grazie a forme di commissariamento politico-fiscale), in spregio della situazione socio-economica del paese e di qualsiasi formalità di democrazia, il pagamento di interessi talmente elevati (intorno al 30% nel caso greco) che in 4-5 anni sono in grado di compensare più che abbondantemente le banche creditrici.

Il secondo ha che fare con la scelta politica di assecondare le manovre fiscali restrittive, come unico strumento in grado di fronteggiare la speculazione finanziaria via la riduzione degli stessi debiti pubblici. Questa politica economica, imposta in alcuni paesi anche con colpi di mano istituzionali (golpe), non ha alcuna possibilità di poter ottenere i risultati addotti come giustificazione.  Ciò che sta avvenendo – ed è sotto gli occhi di chi vuol vedere –  è l’avvio di un circolo vizioso, in cui anche i paesi economicamente più forti (come la Germania) rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Sembra che persino il FMI – per bocca del suo capo economista, O. Blanchard – se ne sia accorto. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti modificato le stime di crescita previste per 2012 e 2013: mentre ci sarà solo una lieve crescita del Pil tedesco dello 0,7% per il 2012, le previsioni per il 2013 sono ora più basse: si passa infatti dall’1,6% all’1%. A livello di Eurozona, la stessa Bce ha altresì ribassato le proprie stime di crescita 2012 (fra -0,6% e -0,4% contro una forbice tra -0,6% e -0,2%) e per il 2013 (fra -0,9 e +0,3%, contro una forchetta tra -0,4% e +1,4% precedentemente stimata) (dati dicembre 2012).

Tale situazione si riverbera anche sui mercati creditizi-finanziari, al cui interno tende a aumentare la segmentazione tra le grandi società di intermediazioni mobiliari (Sim) e le banche che operano prevalentemente a livello nazionale. Le prime non sembrano risentire più di tanto della crisi. Profitti trimestrali lusinghieri si registrano per Goldman Sachs, pari  1,51 miliardi di dollari di utile nel ramo d’affari (leggi speculazione finanziaria) nel III trimestre 2012: dato che ha di gran lunga superato le previsioni degli analisti, segnando un cambiamento di rotta rispetto allo scorso anno, quando – nello stesso periodo – si registrava una perdita pari a 393 milioni di dollari. Deutsche Bank, artefice della speculazione sui derivati futures sui titoli di stato italiani nel 2011, dopo un calo di utili nel primo semestre, ha aumentato nel terzo trimestre 2012 il suo utile netto del 3% a €747 milioni. Gli analisti avevano atteso €564 milioni. Ubs, la più grande banca svizzera, ha registrato un utile netto tra luglio e settembre del 2012 di 1,02 miliardi di franchi svizzeri, ma con prospettive negative, al punto di voler tagliare quasi  10 mila posti di lavoro a livello internazionale entro il 2015, dei quali 2.500 in Svizzera. Nonostante ciò, le incertezze rimangono elevate e i primi dati del 2013 relativi agli utili delle più grandi multinazionali  vedono, per quanto riguarda le società quotate nell’indice Standard&Poor 500, utili in crescita del 2,5%, un livello ritenuto, comunque, insufficiente a garantire stabilità.

Ben peggiore è la situazione delle banche di minor dimensione, che si trovano ad affrontare, nonostante le generose iniezioni di liquidità sia della Federal Reserve che della Bce, una situazione di forte contenimento degli attivi e quindi degli utili. In attesa dei dati di fine anno, i maggiori istituti di credito italiani hanno chiuso infatti i bilanci del primo semestre 2012 con profitti in netta flessione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pur mantenendo comunque valori positivi e di tutto rispetto. Quelle che reggono meglio sono le banche più internazionalizzate: Unicredit passa da 1,321 a 1,083 miliardi di euro, con un calo del -18% e Intesa Sanpaolo vede una riduzione da 1,40 a 1,27 miliardi di euro (-9,1%). Sono le banche minori che soffrono di più. Emblematico è il caso di Montepaschi, passata dai 261,4 milioni di utile registrati nei primi sei mesi del 2011 alla perdita netta di 1,617 miliardi archiviata quest’anno, con declassamento del titolo a spazzatura da parte di Moody’s. Banca Popolare passa da 189,5 a 28,9 milioni, (-84,7%) e Ubi Banca da 251,7 a 159,5 milioni, (-36,6%).

La crisi dei mercati finanziari e creditizi assume quindi forme diverse a seconda della dimensione della società finanziaria e del tipo di attività. Da questo punto di vista, la crisi accelera il processo di finanziarizzazione del mercato creditizio e il ruolo di creazione di rendite e bolla speculative a scapito degli investimenti e della creazione di posti di lavoro, tramite un continuo processo di concentrazione e la selezione e marginalizzazione degli operatori bancari che non riescono a superare una soglia minima di portafoglio finanziario in grado di incidere sulla dinamica delle convenzioni speculative. Siamo oramai pienamente non più in un’economia monetaria di riduzione, bensì in un’economia finanziaria di produzione, nella quale è centrale il divenire rendita (finanziaria) del profitto. Questo processo è assecondato dalla politica monetaria. Nel corso del 2012 si è di fatto concluso lo scontro tra le posizioni tedesche della Merkel (contraria ad un eccessiva iniezione di liquidità, paventando bolle speculative inflazionistiche, non ancora del tutto scongiurate) e quelle di Obama (con il supporto di Draghi). Il presidente americano ha perseguito una politica monetaria espansiva sino al momento elettorale (all’interno di una logica di ciclo politico-elettorale) per poi virare su una politica fiscale restrittiva (Fiscal Cliff) i cui effetti sono ancora tutti da verificare ma che avranno sicuramente impatto negativo sulla dinamica economica Usa (il governo Usa ha tempo due mesi per definire i tagli alla spesa pubblica concordati con i repubblicani nell’accordo sul Fiscal Cliff). Tecnicamente gli Usa non sono in recessione, ma la loro crescita viene ritenuta insufficiente per favorire una riduzione “strutturale” della disoccupazione. Anche la Bce ha di fatto sostenuto una politica monetaria espansiva, ma senza gli effetti tradizionali e auspicati. Infatti, tale politica non ha portato alla riduzione dei tassi d’interesse, sempre più dipendenti dalle dinamiche speculative dei mercati finanziari e – come già notato – sempre meno controllabili dalle stesse autorità monetarie. La liquidità offerta al mercato creditizio – a fronte di aspettative imprenditoriali negative e tassi d’interesse troppo alti – non ha aumentato l’offerta di credito, come volano per gli investimenti e la crescita ma, piuttosto, è stata utilizzata per comprare titoli di stato dei paesi in debito. Si sta così verificando una sorta di nazionalizzazione bancaria del finanziamento del debito pubblico, con un effetto sostituzione rispetto al risparmio delle famiglie, sempre più contratto a causa della riduzione dei redditi (si veda l’intervista a Marazzi: http://www.uninomade.org/il-baratro-della-economia-liquida/). Di fatto, la maggiore liquidità delle Banche Centrali è stata “tesaurizzata” dai mercati finanziari e utilizzata a meri scopi speculativi e/o cautelativi (per lucrare sugli elevati tassi d’interesse). Ciò dimostra il fallimento della politica monetaria e l’inutilità dell’autonomia delle Banche Centrali a riprova che la crisi, nonostante l’attuale ripresa dei mercati finanziari, sia tutt’altro che risolta, come molti – in primis Monti – si ostinano ad affermare.  Ne è la conferma il fallimento del primo tentativo di accordo di Basilea 3, finalizzato a ridurre il rapporto di leverage (indebitamento) e aumentare la quota di capitale proprio delle istituzioni finanziarie al fine di garantire maggior stabilità a danno della speculazione finanziaria. L’accordo che si è trovato è un accordo talmente al ribasso che le potenzialità speculative rimangono del tutto invariate. Ciò significa che, nel perdurare della crisi economica e creditizia, la strategia perseguita dalle maggiori multinazionali della finanza è quella di continuare ad alimentare bolle speculative come fonte unica di profitti sotto forma di rendita finanziaria.

Ne consegue che è in atto anche una crisi di valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del “comune” umano senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa “accumulazione originaria” ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. E’ questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.

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In un simile contesto, nessuna politica “riformista” è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un “New Deal” compatibile con l’attuare economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni ’30 del secolo scorso in un contesto di economia monetaria di produzione. Già si è potuto osservare come le istituzioni europee non sono state in grado di governare la crisi in modo adeguato, non tanto o solo perché la Germania ha imposto (riuscendoci) l’adozione di un’unica politica fiscale europea nel nome dell’austerity e del pareggio di bilancio, ma anche e soprattutto perché gli strumenti istituzionali a disposizione (ovvero gli strumenti della politica economica keynesiana) oggi non sono più utilizzabili: sono armi spuntate in balia dei processi di espropriazione finanziaria della cooperazione sociale e di bolle speculative incontrollabili.

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In Europa, il tentativo di governance della crisi a colpi di austerity e di golpe istituzionali sta mostrando tutto il suo fallimento. Nell’ambito del pensiero critico, si fanno strada due alternative. La prima, di carattere regressivo, è il ritorno alle monete nazionali, in seguito alla spaccatura dell’area dell’Euro. La seconda invece prevede un intervento radicale di ristrutturazione dei debiti in grado di limitare i condizionamenti della speculazione finanziaria, accompagnata da interventi di ridefinizione appropriata delle politiche di welfare, di distribuzione del reddito di riappropriazione della valorizzazione della cooperazione sociale, di riconoscimento di quella eccedenza valoriale che oggi sfugge all’accumulazione capitalistica.

La tesi dell’uscita dell’Euro come soluzione alla crisi è tutta interna alla logica capitalistica e si fonda su due assiomi. Il primo vede come causa principale dell’attuale situazione l’esistenza di squilibri nella bilancia dei pagamenti dei paesi europei, che hanno favorito il livello di competitività della Germania a scapito soprattutto dei paesi dell’area mediterranea (i Pigs), grazie al fatto che la presenza della moneta unica non consentiva in questi paesi svalutazioni competitive. In tal modo, le carenze del processo di valorizzazione in termini di produttività e qualità della produzione, unitamente all’aumento della concorrenza con i paesi emergenti, provocano una perdita di competitività che ha favorito la miglior capacità di accumulazione della Germania. Di conseguenza, l’unica possibilità per favorire la crescita economica è il ritorno alla sovranità monetaria che consente di avviare politiche anticicliche. Il secondo assioma parte dall’idea che nel capitalismo contemporaneo il ruolo dei mercati finanziari sia comunque marginale e non centrale come più volte sostenuto in queste pagine e che il ritorno alla sovranità monetaria, con interventi di limitazione della circolazione internazionale dei capitali, possa fungere da ombrello protettivo contro le turbolenze finanziarie. In questo quadro, l’esistenza dell’Euro e la politica della Bce vengono viste come la causa principale dell’attuale situazione di crisi, lo strumento in grado di definire le gerarchie attuali in campo europeo. Eliminando lo strumento, si eliminano alcune delle cause che hanno portato a questa situazione.  Al di là delle venature nostalgiche e passatiste implicite in queste analisi (ad esempio, l’enfasi sullo Stato-nazione), il problema sta nel confondere la causa con l’effetto.  Proprio perché la Bce e conseguentemente l’euro sono uno strumento, bisognerebbe domandarsi chi controlla e gestisce tale strumento. Ed è qui che l’analisi si fa carente. Proprio il non riconoscimento del nuovo ruolo dei mercati finanziari come core della governance e dell’accumulazione del moderno bio-capitalismo cognitivo e dei suoi strumenti di valorizzazione ed espropriazione della nuova composizione sociale e tecnica del lavoro porta alla semplificazione illusoria che basti eliminare lo strumento per venire a capo della matassa. E’ come prendersela con il manganello invece che con  il poliziotto.

La seconda posizione alternativa ha invece l’ardire di definire un contropotere al biopotere dei mercati finanziari per immaginare processi di valorizzazione adeguati a ciò che la cooperazione sociale (il “comune”) già oggi è in grado di realizzare. Essa si fonda su due assi portanti: uno difensivo, l’altro offensivo. L’aspetto difensivo ha a che fare con l’esercizio del diritto al default come contropotere monetario (http://www.uninomade.org/il-default-come-contropotere-alla-speculazione-finanziaria/). Si tratta di procedere alla ristrutturazione di quella parte del debito che, detenuto nei portafogli delle grandi multinazionali della finanza, è stato oggetto della speculazione finanziaria. Per quanto riguarda il caso Italia, si tratta circa di una quota di debito pubblico che oscilla tra il 20 e il 30% (dati Jp Morgan). Concretamente, si tratta di innescare un default controllato, come avviene nel diritto fallimentare quando si modificano in corso d’opera le condizioni di un contratto di debito e credito. A tal fine si può ipotizzare la possibilità di congelare tale quota di titoli di stato sino alla data di scadenza,  sottraendoli all’azione speculativa delle grandi società finanziarie e sostituirli con titoli di stato europei (tipo Eurobond) fuori dalla libera circolazione dei capitali, applicandoci un tasso di interesse ufficiale stabilito ad esempio al 2-3%. Operazione possibile dal punto di vista tecnico, ma complessa da quello politico: infatti, bisognerebbe introdurre delle restrizioni alla circolazione nel mercato dei capitali e  creare un’agenzia europea che detenga tali titoli come garanzia. E tale nuova agenzia europea non potrebbe né dovrebbe essere la BCE, ma piuttosto un tassello di una nuova architettura istituzionale europea, finalizzata alla costruzione di una politica fiscale comune europea in grado di  detronizzare la sovranità fiscale nazionale in tema di tasse e di spesa pubblica. La soluzione, dunque, non può essere nazionale, ma solo Europea. E’ una prospettiva completamente opposta a quella che vorrebbe il ritorno alla sovranità nazionale. Si noti che tale processo di ristrutturazione, con modalità differenti ma con finalità simili, è stato effettuato nel corso del 2012 in Grecia per ben due volte (http://www.uninomade.org/lezioni-di-default-dalla-crisi-greca/). Si è abbattuto il debito pubblico greco di oltre il 30% tramite la svalorizzazione (di oltre il 60%) dei titoli di stato detenuti dalle banche europee. Per compensare tali perdite in conto capitale, le banche creditrici hanno ottenuto garanzie di pagamento di interessi intorno al 30% e iniezione di liquidità da parte della BCE. E’ un default controllato “dall’alto”. Ciò che invece andrebbe fatto è un default controllato “dal basso”, dove la svalutazione dei titoli di stato non ha alcuna compensazione se non un pagamento di interessi in linea con quelli di mercato.

L’asse offensivo consiste nell’utilizzare la riduzione del debito pubblico per finanziare e imbastire un welfare del comune, in grado di valorizzare ciò che oggi viene svalorizzato. L’idea di commonfare parte dal presupposto che la cooperazione sociale è la produzione del comune: la politica di welfare oggi significa riconoscimento e valorizzazione del “comune” e non può quindi che partire dal “comune”. I beni comuni nell’evoluzione del capitalismo hanno più volte modificato la propria struttura. Ai beni comuni legati alla sopravvivenza terrena e al consumo primario (aria, acqua, cibo, vestiti, abitazione, socialità, ecc., ecc.), connaturati con lo stesso agire umano, si sono aggiunti dei nuovi beni comuni, che oggi stano alla base non tanto della sopravvivenza e del consumo di base, ma piuttosto della valorizzazione e dell’accumulazione. Essi riguardano in primo luogo il territorio, geografico e virtuale e conseguentemente l’ambiente, quindi il linguaggio e la conoscenza.

Ipotizzare un welfare del comune significa quindi imbastire una politica di superamento dell’attuale crisi in grado:

  • di rovesciare le gerarchie imposte dal libero scambio e di riappropriarsi  dei beni primari e di pubblica utilità, materiali e immateriali, che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione, di “enclosures” e di finanziarizzazione.
  • di garantire un reddito di base incondizionato come reddito primario, ovvero remunerazione della vita produttiva, strumento di distribuzione e non di redistribuzione.
  • di favorire la riappropriazione della circolazione dei saperi e la possibilità gratuita di accesso alla conoscenza e all’informazione.
  • di pensare circuiti finanziari e creditizi alternativi in cui la moneta diventa strumento del “comune”, a favore di pratiche di auto-gestione della ricchezza sociale oggi espropriata dai processi di indebitamento e dalla speculazione finanziaria.

Come si può notare, si tratta di proposte che presuppongono di fatto il superamento dei due fondamenti che stanno alla base dello sfruttamento del bio-capitalismo cognitivo, oggi certamente più pervasivo, seppur differente, di quello operante nel paradigma taylorista-fordista: la proprietà privata e il ricatto del bisogno come strumento di controllo e governance dell’odierno rapporto di lavoro, sempre più individualizzato e precario.

Si tratta di costruire l’alternativa qui e ora come possibile risposta allo stato di crisi permanente verso cui ci avviamo.


[1] Cfr. A.Fumagalli, “I veri dati del mercato del lavoro”, in Quaderni di San Precario, n. 4, 2012, pp. 209-227.

[2] Cfr. http://www.cgiamestre.com/2012/05/precari-ecoo-lidentikit-redatto-dalla-cgia/


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