Biopolitiche, territori e segnali di crisi nelle imprese multinazionali del lavoro in rete

 

di GIORGIO GRIZIOTTI

Perimetri e contesto di un lavoro “normalizzato”. La dinamica d’espansione del lavoro in rete nelle grandi imprese impone di verificarne i perimetri attuali prima di tentare un’analisi.

Pur restando  centrale nel settore delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (NTIC) esso ha  invaso un’area molto più vasta che s’è allargata a tutti gli spezzoni della produzione sotto il comando delle Corporations. A partire dagli anni settanta  e ottanta  queste ultime hanno introdotto le applicazioni informatiche aziendali (packages) dell’ERP (Enterprise Resource Planning) sviluppate dai grandi editori quali il tedesco SAP o l’americano Oracle, per ristrutturare ed automatizzare la loro organizzazione finalizzandola alla  ricerca di profitto. Una volta messa a punto la macchina interna, a partire dagli anni novanta, si sono proiettati verso l’esterno tramite i packages del CRM (Customer Relationship Management). Il CRM è la prima istanza d’interattività con la moltitudine vista come “cliente consumatore”  ed inizializza l’epoca del “cliente produttore” (crowdsourcing) contribuendo  cosi’ all’era della rendita.

In  seguito nel corso dell’ultimo decennio si passa ad un potenziamento di queste  capacità d’influenza, cattura e controllo  integrando all’ERP ed al CRM le procedure “collaborative” del Web 2.0 e la pervasività dei dispositivi mobili “always connected”. Concepiti, sviluppati e sperimentati inizialmente nell’ambito delle imprese legate alle NTIC, come le società di servizi in ingegneria informatica, i grandi editori informatici ed  i giganti del Web 2.0, i metodi e le procedure che integrano la gestione progetto con i dispositivi del lavoro in rete  si sono propagati in proporzione all’espandersi delle NTIC all’interno di tutti gli altri settori e non solo nelle Direzioni informatiche, ma anche nel quotidiano di tutte le produzioni che vanno dai media  alla finanza, dall’industria al commercio.

Di conseguenza la presunta dicotomia fra il capitalismo digitale e quello tradizionale cade coll’emergere d’un numero crescente d’attività pilotate usando queste applicazioni ed infrastrutture anche nelle imprese le più  rappresentative del  “vecchio” capitalismo industriale.  Nella costellazione del capitalismo cognitivo le Imprese Multinazionali (IM) sono le stelle giganti  e nello stesso i tempo buchi neri che inghiottono  il lavoro vivo e la produzione comune. La rete è l’attrattore ed il dispositivo centrale di questa riorganizzazione.

Per riconfigurarsi  al meglio di fronte alle dinamiche politiche finanziarie o sociali questo sistema complesso di captazione e controloo dev’essere anch’esso continuamente regolato, gerarchizzato, messo a punto. Le   IM   dispongono di grandi mezzi finanziari, organizzativi e tecnologici per generalizzare  la normalizzazione; esamineremo in dettaglio certi modi d’esercizio del biopotere e di corruzione del  comune tramite l’offshore, la finanziarizzazione indotta dal Cloud Computing,  l’aggiramento dei diritti nazionali del lavoro, la costrizione degli Open Space e le tecniche di persuasione Marketing. Si vedrà poi come il sindacato sia più d’un semplice ingranaggio della macchina e come esso sia sfruttato a fondo dalla Governance d’Impresa a rischio di renderlo completamente inoperante accellerando  la fine d’una delle forme più discreditate d’una  rappresentatività sempre più contestata dalle moltitudini.

Certamente questa Governance attraversa zone di grande turbolenza,  nate con l’emergere in forza  dei nuovi movimenti, ma per il momento riesce, anche se  con difficoltà crescenti,  a mantenere le sue traiettorie di distruzione e privatizzazione dei servizi collettivi. Riesce anche a darsi un’immagine contemporanea grazie alle ambiguità che circondano il Capitalismo 2.0[i] dei vari Google, Apple ou Facebook. Si esporranno infine le linee di rottura e le forme di antagonismo che si manifestano ed anche l’esodo come alternativa per passare ad una  produzione basata sul comune.

Tecniche di esercizio del biopotere

offshore: Massimizzare lo sfruttamento
cloud Computing: il comune corrotto si traspone in rete

Negli ultimi cinque anni la pratica dell’offshore si è molto affinata nel settore dei servizi informatici e del lavoro in rete. L’imposizione volontarista d’operai informatici  di paesi emergenti in ogni progetto tramite forti incentivi nelle buste paga dei manager è stata abbandonata a causa di risultati catastrofici. Finite per le stesse ragioni i tentativi d’imbricazione stretta all’interno del singolo progetto dei lavoratori onshore e offshore.

Al contrario del famoso slogan cinese “un paese due sistemi”  la metodologia “un progetto due culture” non ha funzionato: quale incentivo proporre all’informatico indiano, pagato qualche centinaia di dollari al mese e facilmente licenziabile, per arrivare ad un livello di formazione e di produttività europeo? Quale dispositivo di controllo puo’ essere efficace per misurare la produttività di singoli integrati in un unico progetto ma separati da continenti, fusi orari, lingua e cultura?

Imparando da questa lezione le IM sono passate dal modo gerarchico al modo contrattuale: i teams offshore diventano delle entità di subappalto interno a cui vengono affidate, tramite contratti ad hoc, dei compiti ben definiti di cui sono interamente responsabili. Per esempio all’interno di un grande progetto europeo ad un team indiano viene affidato l’incarico di eseguire “manualmente” i noiosi e ripetitivi tests di validazione di un’applicazione bancaria. L’operaio informatico indiano svolge il lavoro a più basso “valore aggiunto”, mentre, a monte e a valle, le mansioni  più “nobili” di concezione, sviluppo ed integrazione finale restano affidate a teams europei.

Oggi assistiamo ad un altro grande passaggio: il capitalismo si trova davanti al declino dell’architettura tecnologica Client-Server che cosi’ bene  rappresenta il suo  modello gerachico di controllo e privilegio, come evocato da Dmitri Kleiner nel “Telecommunist Manifest”[ii], ed all’affermarsi  delle produzioni comuni del freeware e dell’open source costruite invece su una forma collaborativa del comune definita “peer production” da Yochai Benkler[iii]. Certo il freeware è sfruttato nella produzione capitalistica come un’esternalità, ma evidentemente questo non è sufficiente alla Governance Digitale per riprendere l’iniziativa.

L’invenzione più recente del Cloud Computing[iv] pare un tentativo che va in questo senso. Il Cloud Computing consiste nell’affidare  ad un’impresa privata, detta Fornitore di servizi,  le proprie applicazioni, i propri dati per farli “girare”  su una  nuvola, un’infrastruttura (servers, reti etc.) virtuale, opaca e poco controllabile. Molti la denunciano come un’operazione marketing, ma si tratta innanzitutto d’un gigantesco filone di “affari” che implica l’espulsione di manodopera dei servizi IT delle imprese per accellerare  i processi d’esternalizzazione (Outsoursing) e l’eliminazione fisisca di  milioni di servers e centri informatici  pubblici o privati  per trasferirne la potenza di calcolo nelle immense,  nascoste  ed antiecologiche “servers farms” di Google, Amazon o Microsoft etc. Oltre alla perdita di controllo delle proprie informazioni, giustamente  denunciata da Stallmann, il fondatore della Free Software Foundation, l’operazione pare configurarsi come una specie di comunismo informazionale del capitale cognitivo, un modo di trasporre in rete il comune corrotto dell’impresa.

Nel corto e medio periodo, il Cloud Computing risponde all’imposizione delle direzioni finanziarie d’impresa di ridurre drasticamente  gli investimenti fissi (Capex)[v] nei sistemi di produzione, di cui l’informatica é parte essenziale per diluirli in un  più flessibile e controllabile  costo di gestione (Opex)  di un servizio esterno, magari offshorizzato. Esso é un altro elemento centrale che evidenzia in modo macroscopico ed in termini strategici la “presa di potere” all’interno della governance d’impresa del modello finanziario e, conseguentemente, degli strumenti organizzativi e dei metodi di comando (management) destinati a rendere operativo questo modello.

agire a livello globale : aggirare  le legislazioni  locali per massimizzare profitto e rendita…

Le Corporations affinano il loro dispositivi d’estrazione di ricchezza tanto dalla produzione  comune che dallo sfruttamento diretto del lavoro cognitivo in rete. I nuovi parametri consistono ormai nel modulare l’attività in funzione di ogni contesto nazionale prendendo in conto le dinamiche economiche, culturali e giuridiche  con particolare riguardo alle legislazioni del lavoro.

Il fondatore e presidente d’una di queste entità ha affermato recentemente in un’intervista  che : E’ più facile assumere un Indiano che un Francese. Innanzitutto perché parla bene l’inglese e non conta le sue ore (di lavoro). E se un giorno si accorge che non c’è più lavoro per lui, allora, prammaticamente, va a cercare fortuna altrove. In Francia quando si assume qualcuno è per la vita….[vi]
Quello che traspare da questa dichiarazione non è l’intenzione d’abbandonare l’Europa, dove decine di migliaia di salariati procurano confortevoli profitti alla sua azienda,  ma quello di trasformarne la maggior parte in  altrettanti precari proprio come i loro omologhi indiani. Per realizzarlo si è dotato di un’organizzazione capace d’aggiustare il tiro con estrema precisione fra il locale ed il globale.

In Francia ad esempio dove le protezioni sociali e giuridiche sono ancora consistenti, lavora di finezza: massificando e rivendendo con alti margini il lavoro degli stagisti, e dei numerosi apprendisti, sovvenzionati dallo Stato che vuole contenere la disoccupazione giovanile. Oppure trasferendo a carico della collettività qualche anno di salario dei senior: appena il senior non garantisce più una sufficiente redditività viene licenziato, e, nonostante il sussidio disoccupazione, si troverà in difficoltà per arrivare fino ad un’éta pensionable sempre più avanzata…

Nei paesi Europei dove il lavoro è già stato flessibilizzato,  ci sono altre opportunità che nascono dallo smantellamento del pubblico: per esempio nel partecipare e vincere  una gara d’appalto che consiste nell’esternalizzare i servizi informatici fiscali. In cambio di un contratto pluridecennale e plurimiliardario le diverse migliaia d’impiegati statali informatici appartenenti ai servizi fiscali vengono “privatizzati”.  In un secondo tempo, in nome dell’efficacia e del profitto, buona parte non sarà sostituita o sarà licenziata con più grande facilità di quanto si sarebbe potuto fare precedentemente ed i servizi  “offshorizzati” opportunamente in India od altrove.

nuovi  meccanismi di prescrizione delle soggettività :  marketing e etica d’impresa

“Lavorare in un’impresa contemporanea significa appartenere, aderire la suo mondo, ai suoi desideri alle sue credenze” scriveva Maurizio Lazzarato[vii]  nel 2004.  In pochi anni l’assoggettamento dettato dalla governance finanziaria ha  talmente invaso il lavoro d’impresa nei minimi interstizi che i mondi delle Corporations technologiche sono diventati spesso da incubo.

Per i giovani neodiplomati in discipline scientifiche o tecnologiche,  che affrontavano fino a pochi anni con un certo interesse la loro prima esperienza lavorativa, ci sono  sorprese sgradevoli. A parte una ristretta  minoranza di missioni interessanti la maggior parte di loro si troverà ad effettuare quotidianamente  lavori noiosi o costrittivi  come passare i primi due anni di lavoro  in correzioni ripetitive su vecchi programmi o a dover venire alle 7 di mattina per assicurare la copertura oraria di una hot-line cliente. La demotivazione è una delle ragioni dell’esplosione del turn-over. Questa situazione è completamente capovolta rispetto all’epoca terminata con lo scoppio della bolla Internet quando, nonostante  il paradigma del profitto, ancora esisteva una necessità d’integrazione dei collaboratori in un progetto d’impresa a lungo periodo.

Messi di fronte allo sfascio dell’attrattività, delle motivazioni e d’una immagine talmente degradata da rendere difficile l’arruolamento di stagisti e neo-diplomati, la Governance delle Corporations decide di ricorrere al marketing per truccare l’aspetto  spesso ributtante del contesto lavorativo. Si investe allora nei dipartimenti del personale ribattezzati all’occasione “Direzioni Risorse Umane” (DRU) per farne dei centri di profitto del reclutamento. Non a caso, spesso le persone incaricate del recrutamento sono chiamati “business resources partners” e la loro remunerazione (o bonus) puo’ essere legata alla quantità e qualità delle “risorse” assunte.

Nell’epoca” industriale” questi uffici, oltre al reclutamento,  avevano una  funzione quasi esclusivamente  di controllo e repressione, una specie di Ministero degli Interni della grande impresa.  Oggi cumulano alle precedenti le nuove funzioni di comunicazione e  di raccolta in rete d’informazioni che trattano e  consolidano tramite gli algoritmi, le tecnologie e le applicazioni,  della  “Business Intelligence” e del “Data Mining” per perfezionare i “profili” dei candidati.

Questi ultimi sono ormai  dei “clienti” di cui la DRU  vuole disporre un profilo completo.  Oltre ai dati  classici d’étà, sesso e formazione,  la scheda celerà un’infinità d’indicazioni importanti su: razza, salute, ambiente familiale, affetti, manie, orientamenti tecnologici (P. Es.  Geeks), hobbies… ed anche il famigerato criterio della “capacità di resistenza allo stress”.

L’obiettivo principale della loro  propaganda è d’occultare  la durezza del mondo-impresa attuale alle nuove generazioni e di limitare il turn-over che in certi settori informatici è passato dal 5% al 15% od addirittura 20% all’anno. Quest’ultimo punto, che sarà trattato in seguito analizzando il fenomeno dell’esodo, pare essere stato ormai acquisito tanto dalle direzioni,  quanto dai giovani  neo-diplomati e specialmente quelli d’origine extra-europea, duramenti colpiti da misure xenofobe dei governi soft-fascisti  europei. Coscienti  di avere scarse possibilità di carriera, quando riescono ad evitare di essere espulsi dopo studi pagati a caro prezzo,  si limitano a passare 1 o 2 anni nella grande impresa solo per acquisire un minimo d’esperienza ed aggiungere un “brand riconosciuto” nel loro CV.  Le  campagne di reclutamento sono condotte con tecniche raffinate e grandi mezzi: i saloni dove in enormi spazi le IM cercano di mettere in mostra le loro presunte attrattive; le campagne di comunicazione anche tramite  i social networks, come per esempio quella marcata dallo slogan ” Il mio lavoro, la mia vita”   che evoca irresistibilmente il confondersi di vita e lavoro per sottolineare come la frontiera fra i due sia tenue e porosa e l’attrattività tecnologica faccia funzione di specchietto per le allodole “geeks”; i messaggi  forzano quest’ipotesi tramite  una fantomatica esistenza di legami fra attività professionale ed interessi personali; come per esempio quello: “partecipo ad un progetto per sviluppare software imbarcati sui satelliti  e sono membro attivo di un’associazione che fa volare  gli handicappati  sugli aerei ultraleggeri (ULM)…” (no comment NDR)

Un altro aspetto della prescrizione di soggettività sta nel tentativo di ristabilire artificialmente e  forzatamente un’etica del lavoro. Nella rottura consumata  fra management e le “truppe” (il termine è quello utilizzato in pratica)  emergono cinismo, aggressività e competitività con frequenti episodi di  mobbing, di molestie e di discriminazione. Nei rapporti quotidiani fra Direzioni Commerciali e clienti lobbying, pratiche di connivenza e d’influenza sono all’ordine del giorno senza parlare dei casi di corruzione che vengono alla luce anche in grandi progetti internazionali.
Per cercare di controbilanciare le apparenze, non certo la realtà, le Corporations promulgano Carte Etiche dell’Impresa che descrivono i valori “morali” , le regole di comportamento (l’audacia…, la modestia…, il rispetto degli altri)  ed addirittura gli aspetti di responsabilità “sociale” dell’impresa. Questi “comandamenti” martellati con insistenza nell’intranet sono all’immagine del  greenwashing ,  la  tecnica di marketing, anch’essa largamente utilizzata,  con cui un’azienda ostenta un falso interesse per la responsabilità ambientale.

Competitività,  open spaces, Profiling ed altri agenti patogeni del lavoro cognitivo

Le matrici della  competitività interna trovano le loro origini nei mantra aziendali quali l’ “UP or OUT” inventato da una delle prime multinazionali (USA) dei servizi di consulenza ed ormai sempre più adottato: se in un numero determinato di anni non si è stati promossi a Vice Presidenti (VP)  allora si è licenziati. Poichè è evidente che in un’impresa di diverse centinaia di migliaia di persone solo un’infima minoranza può diventare VP, tutti gli altri sono a rischio.

La pulsione competitiva è scaricata su livelli multipli: quello collettivo, dove dirigenti di Business Units  di uno stesso gruppo lottano ferocemente fra di loro per accaparrarsi clienti e gare d’appalto, quello individuale per fare emergere e addestrare, tramite un unico stampo, la ristretta minoranza dei giovani “managers gendarmi-catturatori”,  addetti all’estrazione di profitto dal lavoro diretto svolto dai teams dei progetti e di rendita, tramite la captazione di valore sulla rete.  Fra le caratteristiche comuni  ci sono l’arroganza, il disprezzo e l’utilizzo dell’umiliazione. In questo humus prosperano gli atteggiamenti xenofobi e discriminatori verso le donne, i senior ed i sindacalisti di base.

Un gradino più in basso i project managers,  sempre più carichi di lavoro fatturabile al cliente, che devono accettare per restare in corsa, non hanno più il tempo materiale di pilotare i progetti contribuendo positivamente al lavoro d’équipe. Oberati da pesanti compiti di reporting, nel terrore continuo di diventare i capri espiatori di eventuali perdite finanziarie, alla mercé di clienti spesso dispotici in quanto sottomessi allo stesso trattamento, perdono ogni contatto umano col quotidiano delle loro équipes. Cosi’ si dissolve il ruolo di mediazione tradizionalmente ricoperto dal management intermediario

In  Francia, uno dei paesi a più alto stress, questi dispositivi patogeni integrati al lavoro vivo sono stati rivelati pubblicamente e mediaticamente  dai numerosi suicidi, che altro non sono che la parte emersa di un iceberg di sofferenze. Per completare il quadro si aggiungono continue campagne di ristrutturazione come il famigerato “Time to move” di France Telecom, un mutamento di posto, e/o sede e/o di città sistematico ogni tre anni  per costringere un massimo di dipendenti, non direttamente licenziabili in quanto impiegati statali, a dimettersi. Oggi questa sofferenza invade in pieno i luoghi delle privatizzazioni: i suicidi si moltiplicano nei servizi della Posta o nelle agenzie di gestione della disoccupazione (Pole Emploi).

Continuando la rassegna degli agenti patogeni in buona posizione vengono gli  “Open Spaces”, i grandi uffici senza pareti in cui i lavoratori in rete sono stipati con un minimo di spazio vitale e nessuna privacy possibile che fanno parte della panoplia dei dispositivi di costrizione fisica. In  un recente pamphlet e bestseller edito in Francia essi vengono presentati   come il panottico del lavoro moderno[viii] , al condizionamento dello spazio si aggiunge quello indotto dagli usi pervasivi in questi ambiti degli strumenti di lavoro quali i PC, gli Smartphones, i Tablets e l’insieme dei dispositivi mobili connessi in rete e  delle applicazioni che interagiscono tramite i notri sensi: un complesso che avevamo definito come Bio-ipermedia[ix]

Quest’ultimo aspetto ci porta ad una breve diversione sul paradosso fra Open Space e Telelavoro. Per tutti coloro, che  per diverse ragioni non passano tutto il loro tempo negli Open Spaces, le costrizioni fisiche del panottico vengono sostituite da quelle d’un utilizzo oppressivo del Bio-ipermedia che tende  a rompere definitivamente le barriere spazio-temporali di vita e lavoro, come apertamente rivendicato nella campagna marketing precedentemente citata.

Il clima di paura e di tensione è ravvivato periodicamente nelle fasi di valutazione individuale. La vecchia, artigianale e patriarcale gestione delle valutazioni subisce una trasformazione decisiva con l’introduzione delle tecniche del profiling applicate all’individualizzazione del trattamento di ogni singolo lavoratore. Come visto in un precedente articolo l’utilizzo robotizzato di applicazioni specifiche e l’indecente obbligo  dell’autovalutazione  riducono il lavoratore cognitivo ad un “pacchetto di competenze”, “un ingranaggio intercambiabile dell’industrializzazione  del lavoro in rete. E non più una persona”[x]. Questa disumanizzazione del principale momento di relazione all’interno della gerarchia è aggravata dalla rottura fra management e softwaristi. Nelle sociétà che vendono prestazioni e “giorni-uomo”, queste informazioni personali vengono  opportunamente utilizzate  secondo le congiunture ed il contesto,  ma sempre con l’obiettivo finale di rendere i dipendenti ossessivamente responsabili del fatto di essere redditizi ed occupati e, se necessario, di  spingerli alle dimissioni volontarie, che in certi paesi restano molto meno costose e complesse dei licenziamenti. Occorre quindi colpevolizzare al massimo tutti coloro che si trovano in “intercontratto”, il  tempo che intercorre fra una missione o progetto ed un altro. Quanto più è lungo questo periodo tanto più il collaboratore deve sentire il peso di un salario non meritato. Ovviamente per i senior, coloro che hanno più di 45 anni,  questa prescrizione diventa il dogma “dell’ imprenditore di se stesso”. Anche in  Imprese di decine o centinaia  di migliaia di dipendenti, il salariato è responsabile della sua redditività, non deve aspettare che la società gli fornisca un lavoro, ma deve darsi da fare per trovarlo, sebbene non disponga dei mezzi adeguati per farlo.

Un ultimo punto che conferma la volontà delle IM di riappropriarsi  di certi strumenti dell’autocommunicazione orizzontale delle moltitudini è la gran moda dei Social Networks d’Impresa, quasi a sottolineare l’esistenza di un comune d’impresa.

Il Social Network d’Impresa  ormai sostituisce progressivamente un Knowledge management (KM), declinante per due principali ragioni: la crescente reticenza delle direzioni a divulgare, anche al proprio interno, le  tecniche e procedure che possano essere sfruttate dalla concorrenza ed il taglio dei tempi e la corsa alla produttività; i consulenti o i capi progetto non hanno più il tempo materiale d’inserire i contenuti e le informazioni nel KM aziendale, compiti  che di solito non sono né incentivati né riconosciuti. In alcune aziende, la partecipazione degli impiegati ai social network interni comincia a diventare un elemento di valutazione e quindi ad influenzare evoluzioni di carriera e valore del bonus (parte variable della remunerazione che ha ormai una grossa importanza potendo arrivare anche al 20% del globale).

 

Declino sindacale e lavoro Precario in rete:  l’esempio Francese

In Francia, forse più che  altrove,  i sindacati sono sempre più deboli  ed il basso livello d’adesione, attorno al 6 o 7%  ne è testimonianza.  Le centrali sindacali portano pesanti responsabilità nell’aver permesso ed avvallato  il  degradarsi delle  condizioni del lavoro salariato in generale e di quello cognitivo. Il colpo fatale alla lunga agonia della  rappresentatività sindacale viene dato dalle due principali centrali,  CGT e CFDT,  firmando nel 2008 un accordo suicida con il governo di destra più neoliberale della storia francese. In cambio del consolidamento d’una presunta egemonia esse accettano una legge che riduce sostanzialmente la presenza sindacale nelle grandi imprese, eliminando le organizzazioni minoritarie tramite regole elettorali drastiche.

Fatte salve le non rare eccezioni ed i periodi iniziali, farsi sindacalista e restarlo a lungo  è spesso, sopratutto per gli uomini,  una  pseudo-professione clientelare per salariati con vocazione burocratica o con bisogno di protezione. Il loro ruolo spesso si riduce a gestire in forma opaca e sempre più corrotta i grandi budget estratti  dalla massa salariale e devoluti alle attività “turistico-ricreative” gestite dai “Comités d’entreprise”, vere imprese nell’impresa. Ne siano testimonianza gli scandali a ripetizione di malversazioni in gruppi pubblici o privati  come nel caso d’EDF (Electricité de France), RATP (trasporti pubblici di Parigi), Airfrance etc.   Resta un minimo di vitalità nell’azione femminile che almeno è giustificata dalla  battaglia contro la discriminazione delle donne sul lavoro.

Il ruolo  sindacale in quanto ingranaggio di contenimento dell’antagonismo, è ormai ridotto a poca cosa, in particolar modo nelle imprese del lavoro in rete e dei servizi informatici: l’iniziativa politica è sempre nelle mani delle Direzioni, assecondate, nei rari casi di disaccordo, dalle istanze d’un ministero del lavoro allineato con le organizzazioni padronali. Spesso i sindacati si contentano di battersi par vantaggi minori o marginali  o per evitare di scomparire definitivamente, sopratutto quando  si tratta di accordi che riducono i benefici acquisiti:  riduzione del numero dei delegati, o delle  garanzie o prerogative sindacali.

Nello stesso tempo anche in Francia si assiste  all’avanzare d’una precarizzazione che colpisce i giovani laureandi o neodiplomati tramite l’aumento dei contratti a tempo determinato e l’allungamento dei periodi d’apprendistato e di prova. Questi percorsi si riempiono d’ulteriori ostacoli, in caso di candidati d’origine extracomunitaria. D’altro canto il sistema educativo  di organizza  in sintonia con questa precarizzazione. Convenzioni di formazioni in alternanza di lunga durata permettono d’imporre rapidamente allo studente uno statuto di lavoratore a  basso salario ma con tutti i doveri corrispondenti. I corsi d’ingegneria e le formazioni ai diplomi universitari o equivalenti sono sempre più organizzati in funzione delle “esigenze” finanziarie e di redditività  delle grandi imprese e il funzionamento stesso delle “ecoles d’ingénierie”  è completamente aziendalizzato.   Nonostante ciò  il sindacato privilegia  i salariati stabili con contratti a tempo indeterminato, si batte per rendere asettiche ed impermeabili le frontiere fra l’impresa ed il mondo esterno e con il pretesto che precari ed apprendisti non votano alle elezioni interne ignora i loro problemi.

Nonostante la sconfitta sindacale dell’autunno 2010 contro la riforma delle pensioni, restano in Francia  degli ammortizzatori sociali ancora consistenti se paragonati per esempio a quelli  di altri paesi Europei, ma la pressione per la produttività oraria, una delle più alte del mondo, è terribile e marchia indelebilmente generazioni di lavoratori cognitivi digitali. L’attacco contro quel che resta del welfare è portato sotto forma di stillicidio  puntuato da periodici colpi di ariete a rischio di esplosioni sociali in cui il sindacato , nel migliore dei casi, assiste impotente.

Le linee  di rottura nelle Imprese multinazionali dell’informatica e della comunicazione (IMTIC) :  esodo fisico e contropotere in rete ?

La focalizzazione sulle IMTIC è sopratutto motivata  dal  loro ruolo di roccaforti di produzione degli  strumenti di controllo e di cattura del  comune,  sia che si tratti di creazione e gestione  diretta dei “walled gardens” come nel caso di Facebook, Google, Apple ed altri da cui nasce il famigerato acronimo  B2C (Business to Consumer), sia par fornire questi strumenti ad altre grandi imprese, da cui  il cosidetto B2B (Business to Business),  tipico del settore dei servizi informatici e di consulting di cui IBM è uno dei capostipiti.

La schizofrenia anima questo settore: se da un lato qui si concepiscono gli  strumenti di recinzione  e controllo, dall’altro  le Corporations devono mantenere aperti tutti i boccaporti  per aspirare il massimo di produzione comune. Un solo esempio per tutti  l’enorme diffusione di Android, il sistema operativo di Google  per smartphones, derivato, come molti altri,  da quella che Yochai Benkler definisce come la nave ammiraglia della produzione comune del Freeware: GNU Linux.

Questa schizofrenia si ripercuote nel clima lavorativo:   per mantenere i livelli di profitto e rendita le IMTIC devono proteggere la fortezza occupando il più possibile gli interstizi di vita dei salariati, creando indistinzione fra vita e lavoro, mantenendo un clima continuo ed oppressivo di stress e di competitività in spazi appositamente creati a questo fine e tramite gli stessi tools usati per influenzare e recintare  le moltitudini. Sfruttando la connivenza coi sindacati  devono imporre le forme di prescrizione di soggettività  evocate precedentemente … ma nello stesso tempo devono attrarre il massimo numero possibile di singolarità con il profilo tecnologico adeguato : i geek insomma…

E’ altresi’ importante notare che questa razionalità delle  IMTIC diventa il  modello che il capitalismo finanziarizzato impone al settore pubblico per attuare la trasformazione dei servizi collettivi del welfare in Impresa privata creando la nuova grande frontiera da conquistare. Il sistema tenta in questo modo d’autoalimentarsi: la distruzione del welfare genera  il clima sociale di paura propizio all’accettazione delle disposizioni patogene della grande impresa privata, e queste disposizioni  vengono applicate nelle privatizzazioni dei servizi collettivi. Il cerchio si chiude.

Nel dissolversi dello spazio-tempo lavoro in una metropoli fabbrica cognitiva generalizzata del precariato, del telelavoro, dell’offshore, dei subappalti, nelle lisce superfici degli alienanti quartieri d’affari denunciati dai movimenti occupy dove trovare gli intersizi da cui emergano nuove creazione del comune, dove individuare  i grumi che nascondono i punti di rottura?  quali forme di lotta?

Difficile immaginare il crearsi ex-nihilo nelle IMTIC  d’episodi di organizzazione collettiva  che si ispirino  per esempio degli esperimenti d’autogestione di ospedali in Grecia o in Ispagna, né è certo lo sciopero la  forma di lotta efficace quando lo spazio-tempo lavoro è completamente destrutturato. D’altro canto la schizofrenia, si sa, non è sinonimo di stabilità ed è generatice di crisi: i segnali che preludono ad esse cominciano ad apparire.

Il primo è quello dell’esodo. Al di là dei “Manager Gendarmi-Catturatori” evocati precedentemente, la grande maggioranza dei salariati è spinta nei  primi quindici anni di lavoro a cambiare frequentemente di posto, incoraggiata dal management tramite la stagnazione degli stipendi e poi, superata la quarantina,  ad aggrapparsi nella vana speranza di non essere espulsa prima di un’éta pensionabile che va ormai verso  i settanta!  Il passaggio  più o meno compulsivo fra un datore di lavoro ed un altro è inoltre  indispensabile per ottenere un minimo di progressione del reddito ma non risolve i nodi ed i rischi di fondo. Nella nuova impresa ritroverà le stesse disposizioni e costrizioni. Obbligati e rassegnati ad un  turn-over all’interno di un sistema unificato di management costrittivo i lavoratori salariati della rete  sognano la start-up come una liberazione  e certe volte la realizzano.

Al di là del mito capitalistico, alla Steve Jobs, dell’arricchimento rapido e smisurato, essi cercano una via d’uscita da  un sistema in cui non credono e che non concede speranza ed avvenire. Partecipando al freeware molti di loro ne hanno conosciuto ed  apprezzato i valori ed i dispositivi d’organizzazione e di cooperazione. L’attrattiva esercitata dalla “peer production”, che puo’ liberare dai modi compulsivi e patogeni dell’impresa, è il vero motore dell’esodo, anche se la start-up quando esiste puo’ ritrovarsi presa in trappola dal sistema.  Conformandosi al principio che la rete è all’origine non solo delle minacce esposte ma anche delle opportunità dalle moltitudini, esiste nell’esodo una tensione, una ricerca di altri modi di produzione che corrispondano alle relazioni sociali apparse nei nuovi  movimenti  sia sul territorio (Occupy e Democracia real ya…) ed in rete (Anonymous…). La formidabile affermazione del freeware e dell’open source si estende alla scienza, all’arte, all’autocomunicazione orizzontale e ad innumerevoli altre forme di creazione.

Un secondo indizio viene dal fatto che un numero crescente di consulenti tecnologici delle IMTIC sono sempre più presenti in rete al di là del loro lavoro. All’inizio si tratta spesso di blog tecnici specialistici, ma ora gli autori prendono posizione sui temi della libertà del net e contro le politiche, le leggi  ed i trattati (SOPA, PIPA, ACTA) d’estensione della rendita tramite il copyright e  talvolta essi si spingono a denunciare, magari sotto forma umoristica o caricaturale, le loro condizioni di lavoro.  Il pericolo potenziale non è sottovalutato dalle Governance pronte a licenziare e denunciare quanto di non gradito  i loro dipendenti possano pubblicare  in rete e sui social networks[xi].

Un terzo indizio è dato dall’ascesa del movimento Anonymous che, come evocato in numerosi articoli[xii],  diventa sempre più una porta d’entrata in politica dei geeks e hackers che vogliono passare all’azione. Anonymous offre nuove  possibilità di dibattito e d’azione molto più semplici, fluide e confidenziali. Alcuni articoli apparsi su siti non schierati politicamente[xiii] evocano la nascita di un Hacktivismo di massa e di  nuove forme di protesta e di antagonismo delle moltitudini in rete. Per il momento gli obiettivi sono stati spesso legati alla grande politica ed alla difesa della libertà in rete. Nel caso clamoroso della Sony, le IMTIC entrano nel mirino, per ora in quanto luogo di cattura della rendita più che come luogo d’oppressione di lavoratori ma  al di là delle grandi operazioni, c’è una  crescita delle microproteste non mediatizzate che diventano endemiche e preludono a grandi epidemie.

Gli indizi convergono  ed entrano a far parte della crescita e della confluenza dei movimenti: nel gran ballo che le moltitudini organizzano nelle piazze e sulla rete l’impresa è uno dei prossimi invitati…  

 

English version courtesy of Opendemocracy.net

 


[i] Giorgio Griziotti[1] Capitalismo digitale e bioproduzione cognitiva: l’esile linea fra controllo, captazione ed opportunita’ d’autonomia, in Uninomade, 2011,  :
http://uninomade.org/capitalismo-digitale-e-bioproduzione-cognitiva-lesile-linea-fra-controllo-captazione-ed-oppotunita-dautonomia/

[ii] Dmitri Kleiner The TeleKommunist Manifest.  http://media.telekommunisten.net/manifesto.pdf

[v] Da wikipedia La spesa operativa od OpEx (dal termine inglese OPerating EXpenditure, ovvero spesa operativa) è il costo necessario per gestire un prodotto, un business od un sistema ovvero costi operativi e di gestione.
La sua controparte, la spesa di capitale o CapEx (dall’inglese CAPital EXpenditure, ovvero spese per capitale), è il costo per sviluppare o fornire asset durevoli per il prodotto od il sistema.

[vi] Patrick Bonazza, Article : « Si l’on dort on est mort » Le Point  - Publié le 03/06/2010  - Nostra traduzione.

[vii] Maurizio Lazzarato, Les révolutions du Capitalisme, Ed. « Les empêcheurs de penser en rond, Paris  2004 pag 108

[viii] Alexandre  Des Isnards, T.Zuber « L’open Space m’a tuer » Livre de Poche  Paris 2011

[x] Articolo Citato: Giorgio Griziotti[1]

[xii] Biella  Coleman : Anonymous: From the Lulz to Collective Action,
http://mediacommons.futureofthebook.org/tne/pieces/anonymous-lulz-collective-action

G. Griziotti, D. Lovaglio, T. Terranova , Netwar 2.0: Verso una convergenza della “calle” e della rete
http://uninomade.org/verso-una-convergenza-della-calle-e-della-rete/

 

 

 

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