“Caso” Battisti: ecco perché stiamo con Lula

 

Siamo un certo numero di italiani residenti all’estero, dove lavoriamo nell’insegnamento e nella ricerca, a stupirci dell’atteggiamento dei media e dell’“opinione pubblica” del nostro paese di fronte al “caso” Cesare Battisti. Anais Ginori su Repubblica del 2 gennaio sembra ad esempio stigmatizzare l’“esultanza degli intellettuali francesi” (arbitrariamente identificati con Bernard-Henri Lévy et Fred Vargas) di fronte al rifiuto di estradare Battisti, deciso dal presidente brasiliano Lula da Silva. Quanto alle forze d’opposizione all’attuale governo Berlusconi, siamo particolarmente sorpresi nell’apprendere di come alcuni parlamentari del PD si ricordino all’improvviso della loro matrice ideologica, appellandosi inopinatamente al presidente Lula in quanto “uomo di sinistra”, beninteso al solo scopo di chiedergli ragione del suo gesto di cautela nei confronti dei diritti di un detenuto.

Contrariamente a quanto scritto e detto, noi crediamo che la decisione del presidente brasiliano uscente non sia l’effetto d’un giudizio superficiale e frettoloso sul nostro paese, bensì il risultato d’una valutazione approfondita e pertinente della situazione politica e giudiziaria italiana. Il Brasile è l’ultimo di una lunga lista di Paesi, dopo Grecia, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Canada, Argentina, Nicaragua, che rifiutano di collaborare con la giustizia italiana. Sarà un caso? In effetti, l’accanimento del governo italiano nel chiedere l’estradizione di Cesare Battisti si configura oggi più come la volontà d’esorcizzare un nemico vinto (quasi si trattasse di un’ossessione da rimuovere), che come una sobria, autentica esigenza di giustizia. Stupisce, in particolare, una tale perseveranza “giustizialista” da parte di un esecutivo tragicamente incapace di far luce sulle stragi degli anni sessanta e settanta, unanimemente considerate dagli storici come le « madri » di tutti i terrorismi. Ricordiamo come le sentenze assolutorie “zero responsabili” sulle stragi di piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia siano state definitivamente sancite, rispettivamente dalla Suprema Corte di Cassazione il 3 maggio 2005 e, più recentemente, dalla Corte d’Assise il 16 novembre 2010. Altro che magistratura arcigna garante dell’imparzialità dello stato, come suggerito recentemente da Alberto Asor Rosa in uno dei suoi frequenti interventi sulle colonne del Manifesto! Una tale differenza di trattamento nell’accertamento delle responsabilità, che non può non saltare agli occhi dell’opinione internazionale, non è solo l’effetto della permanenza endemica, in Italia, di una classe di governo corrotta o addirittura parafascista (dall’ex squadrista Alemanno, sindaco di Roma, al tracotante ex missino La Russa, ministro della Difesa). No, questa tara originaria è innanzi tutto il frutto della politica d’emergenza che ha rappresentato il leitmotiv della politica italiana del dopoguerra e in cui la sinistra stessa si è lasciata irretire, fino a morirne per una consolidata incapacità di proporre un’alternativa globale ad un assetto tardo-capitalistico subito come una fatalità, quando non compiacentemente assecondato.

Questa prolungata “emergenza” è all’origine del coinvolgimento di interi settori dello stato negli atroci nodi criminali che hanno insanguinato il passato recente della storia nazionale, frenandone l’emancipazione sociale e inficiandone antropologicamente, molecolarmente la quotidianità. Fatto altamente significativo, la classe politica attualmente al comando in Italia è l’erede diretta di questi poteri un tempo occulti (« Piano solo », « Gladio », « P2 »), ma ormai definitivamente sdoganati e ben decisi a occupare il terreno politico e mediatico, per difendere i propri interessi vitali minacciati : quelli di una vita ridotta ad una pura, assurda assiomatica imprenditoriale. L’ « anomalia italiana » non è altro che il risultato di questa sistematica subordinazione degli organi garanti del diritto all’« eccezione » del comando politico e al suo diktat selvaggio sulle coscienze. Basti pensare che una delle più alte magistrature della repubblica, seconda solo a quella del Presidente Giorgio Napolitano, è oggi affidata ad un « tycoon » mediatico la cui « accumulazione primitiva », nel corso degli anni sessanta e settanta, è stata caratterizzata da quelli che definiremo eufemisticamente « illeciti comprovati ».

Pensiamo quindi che il pesante coinvolgimento dello stato italiano nella guerra civile « guerreggiata » che ha avuto luogo in Italia negli anni settanta, parallelamente al conflitto (non solo, non sempre « freddo ») inscenato da due blocchi internazionali opposti quanto parzialmente speculari, renda impossibile lo scioglimento del nodo storico emerso col « caso » Battisti nel quadro delle istituzioni e delle leggi attualmente vigenti in Italia. Solo un provvedimento che riconosca le enormi responsabilità dello stato nella degenerazione dello scontro politico fra gli anni sessanta e ottanta, e non la grottesca esibizione dell’orgoglio nazionale a cui stiamo assistendo in questi giorni, può permettere all’Italia di uscire dal « deficit » di credibilità internazionale che ne intacca fatalmente l’immagine. Fintantoché tale provvedimento non avrà avuto luogo, giustizia non potrà esser fatta e le domande d’estradizione per gli ex terroristi appariranno fatalmente come scorciatoie vessatorie, quando non come tentativi menzogneri di riscrivere la storia.

Saverio ANSALDI – Università di Montpellier III

Carlo ARCURI – Università di Amiens

Giorgio PASSERONE – Università di Lille III

Luca SALZA – Università di Lille III.

 

 

 

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