Colombia: bilancio di una guerra civile, sperando nella pace

 

di ANTONIO NEGRI

Seicentomila morti, quattro milioni di rifugiati, cioè di popolazioni violentemente e disperatamente rimosse dalle loro terre, dalle loro case: ecco alcuni indici della guerra civile in Colombia. Metà del territorio è occupato dai ribelli “insorgenti”, così li chiama la parte dei colombiani che condivide la loro battaglia; l’altra metà del territorio e le metropoli sono nelle mani del potere legale, prodotto di una oligarchia feudale e di una politica stabilizzatrice anticomunista diretta dal Pentagono. Man mano la guerra è diventata sempre più sporca, gruppi di mercenari si sono accompagnati alle truppe della repressione statale. Il Ministero della guerra e quello della polizia sono uno solo, altrettanto vale per il mercato dei meloni e quello della droga. Da anni, il narcotraffico ha cominciato infatti ad attraversare i confini fra le parti in lotta ed ha avuto effetti distruttivi per tutti: per le truppe ufficiali e le bande mercenarie, che lo Stato impiegava o foraggiava, e per la Cia che aveva infiltrato i narcotrafficanti per finalità tattiche, mascherate come patriottiche – ma che ora doveva denunciare come criminali questi suoi agenti perché i loro commerci da Bogotá erano arrivati a Miami; quanto ai ribelli (a causa della droga, inizialmente infamati e politicamente indeboliti), ne sono stati paradossalmente i beneficiari, avendo potuto tassare e ricattare i narcotrafficanti (ma a quale prezzo morale e politico!).

Ora le Farc hanno imposto la trattativa per la pace. Questo processo va seguito con molta attenzione. Qui si gioca infatti una delle ultime rivoluzioni che l’America latina ci ha appreso dagli anni novanta. La “violenza” aveva infatti fin qui compresso (se non schiacciato) la potenza costituente che per lungo periodo ha attraversato e si è imposta nel resto dell’America latina; poiché la Colombia era, una trentina di anni fa, quando questa tragedia cominciò, per molti versi, un paese più moderno degli altri latinoamericani, la repressione è stata qui particolarmente forte. I processi rivoluzionari latinoamericani avevano tuttavia già messo radice in Colombia, nelle metropoli e nelle selve (questa è la terra di Camillo Torres!) prima che la repressione cominciasse ed oggi il suo riflesso è comunque e ovunque visibile.

Bisogna seguire ed appoggiare il processo di pace. È un processo contradditorio per infinite ragioni e le forze che si confrontano, troppe volte sono state spinte attorno al tavolo della pace senza riuscire a concordare: troppa la distanza ideologica, troppo l’odio che anni di guerra hanno prodotto. D’altra parte è chiaro che non ci potrà essere pace se questa sarà solo espressione di una congiuntura favorevole e non un processo che si radica e coinvolge le popolazioni. Le comunità, gli “insorgenti”, lo Stato, i poteri economici, le chiese e la comunità internazionale questa volta sembrano spingere per la pace: sembrano… ma qui sono in ballo problemi fondamentali di vita, di cultura, di riproduzione, di avvenire per le popolazioni e le comunità, in termini sociali, politici, economici e giuridici.

La distribuzione della terra e la costruzione del comune rappresentano i problemi centrali che la pace deve risolvere. Il problema della terra è infatti al primo posto all’ordine del giorno delle trattative di pace. Ma come risolverlo? La terra è proprietà dell’oligarchia colombiana: lo 0,4% della popolazione. L’oligarchia sembra resistere anche all’insistenza delle multinazionali dell’agro-business e del neo-estrattivismo petroliero e minerario (che indubbiamente hanno oggi interesse ad una pace nella quale i contratti siano garantiti e quindi hanno spinto per imporre la trattativa). Per l’oligarchia anche una lieve modificazione dello “status quo” sembra tuttavia rivoluzionaria. D’altra parte, una riforma agraria oggi può aver senso solo se accompagnata da un forte processo di “comunalizzazione” della terra. Si tratta dunque di far progredire la rivoluzione agraria e di far regredire la rivoluzione liberale che, poggiando sugli antichi privilegi dell’oligarchia, si era stabilizzata. Questo, dunque, della terra è il primo e fondamentale problema: su di esso è nata la guerra, solo su di esso potrà impiantarsi la pace. Una pace consolidata da forme comunitarie di produzione agricola.

Ma il processo di pace deve affrontare altri problemi. In particolare il problema dei “rifugiati” e quello del loro risarcimento, oltre che il risarcimento a tutte le popolazioni colpite dalla “violenza”. Qui si pone naturalmente il tema degli oltraggi ai “diritti dell’uomo” che durante questa guerra sono stati ampiamente e generalmente commessi. Questo problema complica terribilmente la situazione. Inoltre, la dimensione del narcotraffico è ormai divenuta tale da indebolire ogni ottimistica speranza di facile ed immediata soluzione del conflitto. Come spesso accade, infatti, chi ha suscitato questo problema in funzione della difesa del proprio interesse, alla fine rischia di subirne un feroce contraccolpo: è ciò che Stato e Cia soprattutto temono. Per questo procrastinano, timorosi, la soluzione del conflitto.

A questo proposito, va ricordato il ritardo di efficienza e di legalità che caratterizza lo Stato colombiano. Come molte altre strutture statali in America latina, lo Stato si è difficilmente modernizzato; ma qui, a differenza di altri paesi, il ritardo è, man mano, divenuto pesantissimo, appesantito appunto dalle vicende belliche; paradossalmente qui non si possono neppure misurare effetti positivi (per quanto equivoci) del populismo di sinistra, mentre invece si può verificare la totalità degli effetti negativi del populismo di destra. Una classe dirigente ed un’amministrazione oneste ed indipendenti fanno ancora molta fatica ad emergere ed a farsi le ossa. Da questo punto di vista, il violentissimo impatto che il neo-estrattivismo oggi esercita (e che per alcuni versi abbiamo visto spingere nella direzione di appoggio alla pace) rischia d’altra parte di approfondire la crisi e la corruzione delle strutture statali e di impedire un ulteriore consolidamento e la definitiva modernizzazione di queste.

Ma i problemi non finiscono qui. C’è innanzitutto, sempre nell’agenda di pace, il tema degli spostamenti interni delle popolazioni, una massa ingente, costretta alla miseria metropolitana dopo aver vissuto nella povertà indigena e contadina. Questo tema si confonde e si complica con quello della vita comune delle moltitudini proletarie – la disoccupazione è sempre forte ed i salari risibili. Come risolvere questi problemi? Il neoliberalismo, ancora al governo, non ha dubbi in proposito. I sindacati vivono da sempre in una situazione di terrore, le minacce di morte e le esecuzioni di sindacalisti non si contano più. Gli studenti resistono (ma con quale difficoltà) alle privatizzazioni continue delle scuole medie e universitarie ed alla mercantilizzazione del sapere. Nei territori indigeni (laddove non sia egemone l’insorgenza), le multinazionali estrattiviste fanno il bello e il brutto tempo. Quanto alle comunità più miserabili (afrocolombiani e indigeni andini ed amazzonici), esse vivono apartheid e il loro sfruttamento è implacabile.

Di contro, alcune grosse avanguardie della popolazione (studenti, insegnanti, un forte movimento di donne, di indigeni e di afrocolombiani, di sindacati di base, ecc.) resistono: si è forse ormai costituito in Colombia un nuovo asse sociale di mobilitazione, che si organizza e si sviluppa orizzontalmente, che si riconosce come moltitudine metropolitana e che combina il tema della pace con quello della rivoluzione sociale. La nuova amministrazione metropolitana di Bogotá ha rotto il monopolio reazionario del potere della destra e dell’oligarchia. Questo è il nuovo che si respira in Colombia, ed è un movimento particolarmente forte, un tamtam che risuona con molta vivacità. Le parole d’ordine: nei territori, “i cittadini devono essere sovrani”; nelle campagne, “la terra non è una merce” ed un valore di scambio, la terra non può essere sottratta ai contadini; ovunque, il “buon vivere” non è in vendita; ma l’animo della resistenza consiste soprattutto nella rivendicazione e nella organizzazione perché nuove forme istituzionali del comune siano costruite, combinando la tradizione della comunità indigena con le nuove associazioni della cooperazione produttiva metropolitana. C’è qui la speranza che “il sociale si sia finalmente unito” nella lotta contro l’oligarchia. Se il grande periodo costituente che negli ultimi vent’anni ha attraversato l’intera America latina, qui in Colombia è stato compresso, mistificato, corrotto e spesso schiacciato nella “violenza” della guerra civile – ora esso riappare con la forza che questa sua lunga clandestinità gli ha conservato e che la lotta contro l’oligarchia, per la terra e per il “buon vivere”, ha rafforzato.

È impressionante verificare questa crescita della “moltitudine” in Colombia. La moltitudine è qui considerata come l’insieme delle forze che resistono alla dittatura ed alla violenza dell’oligarchia – nella moltitudine è stata riconquistata la composizione plurale delle classi lavoratrici. Il lavoro, la vita, la terra: il biopotere del neoliberalismo li sfrutta interamente, si tratta quindi di rovesciare l’unità dello sfruttamento per mettere in risalto la pluralità dei modi di produzione del comune, l’insieme delle forme di vita che lo costituiscono. Qui si capisce fino in fondo l’intensità del rapporto fra moltitudine e comune. Adesso si tratta di costruire, attraverso la conquista della pace, un Principe che conduca alla realizzazione della rivoluzione americano-latina, anche in Colombia.

 

Aggiungiamo qui due testi (che illustrano il tema fin qui svolto) entrambi di Carlos Salgado Araméndez.

–      Procesos de desvalorización del campesinado y antidemocracia en el campo colombiano

–      Proyecto planeta paz. Lineamentos para una propuesta de política pública para el mundo rural

 

 

 

Comments are closed.