Composizione di classe e frammentazione nella crisi: per una lettura materialista di razza e genere

 

Presentazione del seminario di Uninomade, Napoli, 23 e 24 giugno 2012.


1. Un seminario per discutere di razza e genere nel capitalismo contemporaneo

Nell’assumere razza e genere come dispositivi che definiscono la composizione di classe (dispositivi politici e non sociologici) vogliamo da una parte di ripensare la cassetta degli attrezzi dell’operaismo nel capitalismo globale e postcoloniale e dall’altra (e soprattutto) provare a dipanare l’intricata matassa del rapporto tra classe, comando e strutture di mediazione (soprattutto welfare e famiglia) su cui si è focalizzata nell’ultimo anno la riflessione di Uninomade.

Come un ampio dibatto ha evidenziato, le trasformazioni produttive avviate negli ultimi decenni del Novecento, la globalizzazione e l’inarrestabile mobilità del lavoro vivo ma anche l’esperienza delle lotte femministe e anticoloniali hanno posto il capitale di fronte la necessità di una sua ristrutturazione. L’ingresso in massa nel mercato del lavoro di nuove figure, appunto le donne e i migranti, è stato accompagnato da nuovi processi di frammentazione e disciplinamento della forza lavoro (che si sono vistosamente intensificati nella crisi). Tali processi che sono sintetizzati nel concetto di “inclusione differenziale” hanno di volta in volta “valorizzato” e incluso nel mercato del lavoro diverse figure produttive ridisegnando la mappa del lavoro contemporaneo e contribuendo a ridefinire l’immagine tradizionale dell’”incluso” o del povero. Basti pensare che, nella Silycon valley statunitense, gli ingegneri informatici indiani (a tutti gli effetti migranti razzializzati) hanno più possibilità di un ingengnere americano, giapponese o europeo di trovare lavoro, perché le condizioni e il costo del loro lavoro risultano più vantagiose. Analogamente in Italia anche a fronte di una crescente offerta di lavoro di cura autoctono (con la crisi un numero crescente di donne che ha perso il posto di lavoro sta cercando nuova occupazione nel settore della cura) si continua a preferire le donne migranti (donne soprattutto e non uomini, mostrando come il genere funzioni anche come elemento di inclusione e non solo di inferorizzazione) che, sottoposte a molteplici meccanismi di ricattabilità,  sono costrette ad accontentarsi di salari più bassi e maggiormente disposte ad attenersi alle indicazioni dei datori o delle datrici di lavoro. Per altri versi, nei call center o tra gli addetti alle public relation,  le donne sono invece tendezialmente preferite agli uomini per quelle attitudidini alla cura e alla relazionalità che sono loro normativamente attribuite. E, ancora negli Stati uniti, le nannies sono prevalentemente latine quando i bambini sono piccoli, poiché alle donne latine sono riconosciute tutta una seri di attitudini quali la dedizione, la pazienza e la premura, mentre saranno poi afromerciane quando in età scolare i bambini avranno anche bisogno dell’aiuto per i compiti dunque servirà qualla conoscenza dell’inglese che le donne latine non hanno. Ed allora, senza arrivare alla costruzione tassonomica di mansioni e costi del lavoro che a cavallo tra Ottocento e Novecento ha preso forma in Europa, Stati uniti e nelle colonie, è chiaro che i meccanismi di inclusione differenziale, più che darsi come rapporto causa effetto (ovvero sei donna o migrante dunque sei messo ai margini e subordinato), seguono oggi l’andamento di domanda e offerta di lavoro, come mostra, peraltro, la santaoria per colf e bandanti del 2009 che ha provato a raddrizzare il sistema delle quote a fronte della protesta delle famiglie italane che vedevano profondamente messa in discussione la possbilità di ricorrere al lavoro migrante di cura.

Nello stesso tempo, tuttavia, nelle società occidentali i livelli più bassi delle gerarchie occupazionali, sia quelle regolari che non, vengono oggi prevalentemente occupati dalla forza lavoro migrante. Questa destinazione prescinde dalle attitudini, dalle competenze, dalle abilità specifiche e perfino dalla nazionalità del lavoratore o della lavoratrice migrante. Secondo un “luogo comune” molto diffuso, nelle società europee più avanzate i migranti svolgono il lavoro che gli autoctoni non sono più disposti a fare. In realtà, come ha mostrato molto efficacemente Bridget Anderson (2004) nel suo studio sull’impiego di COLF  e badanti nel Regno Unito, si tratta di tipologie di lavori creati – attraverso l’intreccio di dispositivi giuridici e storico-culturali e coloniali piuttosto particolari – specificamente per un certo tipo (e non altro) di lavoratore o forza lavoro che hanno come conseguenza la naturalizzazione di discriminazioni e diseguaglianza sociali.

Occorre poi precisare che nella gerarchizzazione del “lavoro migrante” un ruolo di fondamentale importanza viene svolto dal controllo della mobilità dei migranti e dalle restrizioni riguardanti lo stesso istituto della cittadinanza. È dunque a partire dalla combinazione di tutti questi aspetti che avviene ciò che chiamiamo la razzializzazione del mercato del lavoro, ovvero l’identificazione stretta tra un certo tipo di occupazioni/retribuzioni e la forza lavoro migrante e, all’interno di questo stesso meccanismo, tra certe attività lavorative specifiche e un determinato gruppo culturale (: le COLF sono filippine, sudamericane o africane, i muratori dell’Est Europa, le badanti ucraine, i venditori ambulanti senegalesi, le sex workers vengono dai paesi caraibici, i mungitori sono sikh, i pizzaioli egiziani, gli operai tessili cinesi, e cosi’ via). Si tratta di un meccanismo di razzializzazione che agisce sulla struttura di classe e che si iscrive negli spazi e sui corpi anche attraverso potenti gerarchie patriarcali di genere. In questo senso si rivela particolarmente efficace l’idea di un’”articolazione” di classe, razza e genere – che al contempo salvaguarda le specificità e  insiste sulla loro convergenza – nella determinazione e organizzazione del mercato del lavoro e delle relazioni sociali che evidenzia il funzionamento congiunto di dispositivi di segmentazione e gerarchizzazione quali il razzismo, il sessismo, la subordinazione lavorativa e l’alienazione dei diritti, che sono spesso considerati tra loro slegati.

In questo quadro, allora, razza e genere, come dispositivi dell’inclusione differenziale, si sono fatte (con intensità e sfumature differenti) strumento dell’organizzazione del mercato del lavoro, delle relazioni sociali e dello spazio della cittadinanza. Dunque, quando si parla di processi razzializzazione e, con un neologismo poco attraente, di genderizzazione o gendering si fa riferimento alla frammentazione e costruzione di gerarchie sociali e del lavoro che richiamano veri e proprio processi di management della razza e del genere che hanno come presupposto il disciplinamento delle relazioni materiali intersoggettive o, come dice Fanon, lo sfruttamento di un gruppo sociale da parte di un altro. Se infatti è vero che essere donna o migrante razzializzato non vuol dire automaticamente esssere subordinato è altrettanto vero che nel capitalismo postcoloniale le forme della valorizzazione passano indiscutibilmente per le differenze di razza e genere, come peraltro mostra il crescere di razzismo e sessismo, che della valorizzazione capitalistica delle differenze sono la conseguenza estrema.

 

2. Razzializzazione e genderizzazione in una dimensione storica

Razzializzazione e gendering, che assumono oggi coordinate specifiche, vanno tuttavia assunti come processi storicamente determinati che intrecciano la storia del capitalismo. Non sono dunque mera espressione del capitalismo contemporaneo, della gloablizzazione, delle migrazioni di massa e della crisi – benché oggi è dentro queste coordinate che li indaghiamo – ma richiamano necessariamente  pratiche antiche di dequalificazione e devalorizzazione del lavoro delle donne, così come rimandano indiscutibilmente all’esperienza coloniale e ai processi di costruzione della narrazione e dell’identità nazionale che hanno accompagnato la modernità occidentale e intrecciato la transizione capitalista. Si pensi in particolare al ruolo della razza e del genere nella costruzione della cittadinanza europea e rispetto ai diritti civili, politici e sociali. O alla costruzione della “razza maledetta” nel Sud Italia all’indomani dell’unificazione. Ma anche al fatto che –  come ben messo in luce dal femminismo postcoloniale – la costruzione moderna dei generi è avvenuta anche a partire dal suo intreccio con il discorso della razza e che, viceversa, i discorso della razza si è potuto iscrivere nei corpi anche partire dal suo intreccio con il discorso dei generi.

In questo quandro, allora, la produzione delle differenze anche attraverso il ricorso a immagini, discorsi e  rappresentazioni va assunta come dispositivo di potere che agisce sulla produzione di soggettività (che è sempre assoggettamento e insieme soggettivazione resistente ) e sui corpi che tali soggettività incarnano. Detto altrimenti, la valorizzazione capitalista passa o meglio si incarna dentro corpi che sono governati in quanto forza lavoro e si riproduce attraverso sistemi o modelli culturali che sono sempre attraversati da rapporti di potere e dunque immediatamente materiali (non mera sovrastruttura). Oltre dunque la distinzione mente/corpo al fondo della tradizione occidentale, la soggettività va assunta nella molteplice e complementare veste di corpo, pensiero, pratiche ed emozioni, portando dunque allo scoperto come le forme del dominio e dello sfruttamento possano arrivare fin dentro l’intimità dei soggetti, occupandone i sogni, le rappresentazioni di sé e dell’altro/a e le patologie mentali, così come è stato per le popolazioni soggette al dominio coloniale.

Tale costruzione delle differenze che attraversa il mercato del lavoro e delle relazioni sociali riguarda, occorre precisarlo, tanto le soggettività razzializzate e genderizzate che quelle razziste e sessiste, perché la produzione capitalistica e i suoi processi di valorizzazione sono pervasivi e i soggetti, in qualunque posizione si trovini, introiettano i dispositivi di disciplinamento messi in atto dal potere. Alla luce di ciò razza, genere e i processi di gerarchizzazione che sottendono, non sono una questione che riguarda solo gli “altri”, ma sono parte integrante della reltà in cui viviamo e delle strutture sociali che abitiamo. La famiglia, l’impresa, il sistema di welfare e la stessa idea di nazione sono storicamente segnate dall’esperienza della razza e del genere, e dai processi di inferiorizzazione, subordinazione e sfruttamento che organizzano e si sono, in questo senso, costituite come forme nocive di comune. In sintesi, è la stessa costituzione materiale  dello spazio sociale (del capitale postcoloniale contemporaneo) ad essere attraversata da linee di frattura costruite sul terreno della razza e del genere e quindi a interpellare incessantemente sia l’istituzione delle diverse forme della soggettività sia i diversi processi di soggettivazione.

 

3. Frammentazione e gerarchizzazione del lavoro vivo contemporaneo. Quale composizione possibile?

Nella loro attualità, che è dunque fatta anche di una dimensione storica, razza e genere concorrono entrambe alla definizione della composizione del lavoro ma non necessariamente sono tra loro assimilabili. Se la figura della badante, e più in generale i processi di razzializzazione del lavoro di riproduzione, portano in primo piano il reciproco funzionamento dei due dispositivi, i processi di frammentazione e gerarchizzazione del lavoro che riguardano e hanno riguardato le donne e i migranti non sono sempre e necessariamente equiparabili. In questo senso, il seminario intende riprendere un ampio dibattito che si è sviluppato soprattutto nel mondo anglosassone e che ha insistito sull’”intersezione” di razza e genere, per riportarlo dentro le coordinate specifiche della materialità del discorso sulla composizione di classe.

In termini più generali, il seminario intende insistere sulle linee di separazione e gerarchizzazione costruite sul terreno della razza e del genere per indagare la moltiplicazione di figure, attività, rapporti contrattuali e luoghi del lavoro e della produzione e, nello setsso tempo, interrogarsi sulle forme di possibile ricomposizione. Come ampiamente discusso nel seminario di uninomade sulla composizione di classe, nessun automatismo tra composizione tecnica e composizione politica del lavoro è più possibile, al contrario composizione tecnica e composizione poltica oggi si sovrappongono e si distanziano allo stesso tempo.

Indagare le forme della frammentazione e la “scomposizione” del lavoro lungo le linee di razza e di genere permette dunque di mettere a fuoco lo spazio di volta in volta specifico di questa ricomposizione, dove la dimensione politica della razza e del genere – ovvero intese come spazio di costruzione di percorsi che intendono rovesciare frammentazione e gerarchie – rappresenta o può rappresentare un’opzione politica. Detto altrimenti, i corpi razzializzati e genderizzati segnano al contempo lo spazio della resistenza, della lotta e della produzione del comune. Insistere oggi, sulle differenze di razza e genere che tagliano trasversalmente la composizione del lavoro vivo, vuol dire, dunque, rompere o ripensare un’idea monolitica della classe per portare allo scoperto la complessità delle soggettivtià contemporanee e il sistema di gerarchizziazione e diseguaglianze che altrimente  rimarrebbe taciuto e, a partire da qui immaginare la produzione del comune.

In questo senso, razza e genere diventano uno spazio di trasformazione radicale dell’esistente. Lo spazio in cui mettere in discussione le gerarchie sociali e del lavoro e ripensare i rapporti produttivi e le dinamiche sociali. Lo hanno mostrato nei decenni passati le lotte femministe o le lotte degli operai meridionali nelle fabbriche fordiste, fattesi straordinario spazio di soggettivazione e politicizzazione capace di aprire processi radicale di trasformazione. Lo mostrano oggi le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che stanno sfidando il sistema italiano ed europeo di controllo delle migrazioni, lo sfruttamento e la subordinazione lavorativa e (uniche in questo) l’accumulazione capitalista delle mafie. Così assunte, le lotte sul terreno della razza e del genere non sono lotte identitarie ma assumono un respiro più complessivo.

Tuttavia, portare la razza e il genere oltre la rivendicazione identitaria e la dialettica del riconoscimento non è un percorso dato e lineare ma piuttosto la posta in palio delle lotte: ovvero come portare le lotte sul terreno della razza e del genere oltre la rivendicazione di una migliore collocazione nelle gerarchie sociali e lavorative o, sul versante opposto, al di là di quell’orizzonte dell’uguaglianza universale che “rende ciechi” rispetto alle differenti opportunità materiali che i soggetti esperiscono a partire della propria differenza di razza e/o genere. In questo senso, si tratterà di volta in volta di trovare quella precisa declinazione di parzialità e molteplicità oltre la produzione di identità omogenee e la neutralizzazione delle differenze.

 

4. Questioni aperte

A partire da queste considerazioni di carattere generale, si tratterà allora di capire

- perché oggi, e soprattutto nella crisi, i processi di frammentazione passano per la razzializzazione e in misura senz’altro diversa ma ugualmente centrale per il gendering?

- come i dispositivi di disciplinamento messi in atto dal potere sono introiettati dai soggetti (tanto dai soggetti razzializzati e genderizzati tanto dagli altri, quelli che Fanon avrebbe chiamato i colonizzatori)?

- come tali processi di frammentazione e gerarchizzazione si sono trasformati nel tempo (in particolare a partire dalla costruzione della cittadinanza europea)?

- come funziona oggi la valorizzazione e gerarchizzazione del lavoro costruita sul terreno di razza e genere e in connessione con la precarietà e gli attuali processi di produzione?

- razza e genere come terreno di valorizzazione hanno oggi una medesima forma di funzionamento?

- che soggettività produce questa frammentazione?

- come la produzione di soggettività dentro dispositivi di frammentazione e gerarchizzazione costruiti sul terreno di razza e genere contribuisce – se contribuisce – a ridefinire o mettere in discussione istituzioni tradizionali come la famiglia e il welfare e a ripensarle nell’orizzonte del comune?

- come soggettività razzializzate e genderizzate riarticolano – se lo fanno – le forme della riproduzione sociale?

- che terreni di lotta apre la valorizzazione capitalista di razza e genere e la produzione di soggettività razzializzate e gendered ?

- in che forme si dà – se si dà – la produzione del comune a partire dalle differenze di razza e genere?

- come una lotta costruita a partire da una differenza affronta il nodo della riduzione ad omogeneità da una parte e della chiusura identitaria dall’altra?

- Su di un piano più teorico, il nodo da indagare sarà il ruolo del genere (e dunque della relazione trai i sessi dentro e fuori la famiglia) e della razza (e dunque del colonialismo e della schiavitù) in rapporto ad alcune questioni classiche della teoria marxiana come l’accumulazione originaria (e dunque dentro la transizione capitalistice e la crisi) e la divisione del lavoro.

Infine, un seminario che riprendere il tema della composizione di classe per complicarlo alla luce dei processi di razzializzazione e gendering può offrire importanti spunti politici sul crescente razzismo e sessismo in Italia, provando anche a mettere a critica attraverso un’opzione materialista le letture oggi dominati.

 

 

 

 

 

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