Composizione di classe e organizzazione del comune

 

Seminario

Genova, sabato 18 e domenica 19 giugno 2011

Ripensare la conricerca dentro le lotte del precariato e del lavoro cognitivo

Il 18-19 giugno “ritorniamo” a Genova. Lo facciamo a dieci anni dalla Genova del movimento globale, certo, e a mezzo secolo dalla Genova delle magliette a strisce. Il luglio del 1960, infatti, non è affatto riducibile alla mobilitazione anti-fascista, né tantomeno alla difesa della costituzione nata dalla resistenza. In quelle giornate di battaglia si incarnava l’emergere di una nuova composizione di classe. Due anni dopo, com’è noto, ci sarebbe stata la rivolta di Piazza Statuto. Ma non sono gli eventi in sé che ci attraggono, né tantomeno la loro celebrazione: ci interessano, innanzitutto, i processi e le tendenze, al cui interno si formano le lotte e la soggettività, e si producono gli eventi. Perché non vi è autonomia della rivolta dai processi di organizzazione politica, ma non c’è neppure autonomia della politica che, arrivando dopo la rivolta, la mette in forma e rappresenta. L’organizzazione è immanente alla composizione di classe, oppure semplicemente non è.

Tanto è cambiato dal 2001, quasi tutto dai cicli di lotte operaie. Una cosa è certa: il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica è oggi irriproponibile nei termini in cui era stato pensato negli anni Sessanta. I processi – aperti, scanditi e incalzati dalle lotte degli ultimi decenni – di cognitivizzazione del lavoro e dello sfruttamento, la tendenziale sovrapposizione tra vita e lavoro, l’esplosione della forma-fabbrica, la rete e la metropoli come nuove coordinate spazio-temporali della produzione, il carattere compiutamente transnazionale ed eterogeneo del lavoro vivo, costitutivamente precario e mobile, confondono continuamente composizione tecnica e composizione politica, sovrapponendole e distanziandole allo stesso tempo. Insomma, nella misura in cui il comune diventa base e risorsa centrale della produzione, oggi la composizione politica va ripensata a partire dall’organizzazione del comune e dalla costruzioni di istituzioni autonome.

Ecco perché non si può semplicemente ritornare alla Genova delle magliette a strisce, e neppure a quella del movimento globale. In mezzo, nell’ultimo decennio, c’è l’emergenza di nuovi processi di conflitto e organizzazione dentro la composizione di classe, da parte di precari, studenti, migranti. E c’è l’irrompere violento della crisi economica globale, che mostra l’intima fragilità delle forme dell’accumulazione contemporanea fondate sulla finanziarizzazione e cattura della cooperazione sociale. Dire capitalismo cognitivo significa dire crisi come condizione permanente e orizzonte insuperabile del suo sviluppo.

Allora, è proprio a partire dalle lotte europee e transnazionali nella crisi (dal movimento di studenti e precari che ha infiammato l’autunno alla resistenza operaia, fino ad arrivare alla rivoluzione nel Nord Africa) che vogliamo ripensare l’inchiesta in quanto pratica costituente. La conricerca è, oggi, immediatamente organizzazione del comune. “Ritornare” al tema della composizione di classe, allora, significa costruire ciò che non c’è, mettere in fila i problemi, proporre nuovi percorsi e azzardare delle ipotesi in avanti.

Una decina di anni fa, alla domanda se loro, gli operaisti, si attendessero l’esplosione di piazza Statuto, Romano Alquati rispondeva: “Noi non ce l’aspettavamo, però l’abbiamo organizzata”. In fondo, la verità di ciò che oggi dobbiamo costruire e radicalmente ripensare è tutta qui dentro.

 

 

 

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