Dentro l’ingovernabilità, verso la rottura

 

di COLLETTIVO UNINOMADE

1. L’approssimarsi delle elezioni, lungi dal mobilitare le nostre passioni, impone una riflessione da situare nella fragilità degli “inneschi” soggettivi che potrebbero fare della crisi un campo di pratiche contro-costituenti. Se la scena è occupata dai populismi che si contendono la rappresentanza di un paese declassato nella competizione capitalistica internazionale, occorre infatti assumere come dato di partenza la non sufficienza, nello spazio aperto dalla crisi globale, delle pratiche di resistenza e di affermazione degli impoveriti e dei poveri.

Da tempo ci chiediamo per quali ragioni in Italia non vi siano state piazze Tahrir, Puerta del Sol, Syntagma o Zuccotti Park. Le fiammate che pure si levano non hanno trovato ad oggi uno spazio “compositivo” e di generalizzazione. L’11 per cento di disoccupati (secondo i criteri ufficiali dell’ILO, in realtà sopra il 20 per cento considerando gli inattivi disponibili a lavorare) e il 37 per cento tra gli under 25, il 28 per cento di persone a rischio povertà, lo smottamento dei redditi al livello del 1986, in sé non producono ricomposizione. E la riflessione sulla crisi non può omettere di assumere la tenuta, in Italia, delle pur esauste istituzioni societarie – a partire dalla famiglia, le agenzie locali del welfare, le associazioni, ecc. – nell’arginare i disastri prodotti dai mercati. Ciò che fa da argine, tuttavia, è anche struttura corruttiva del comune, disorientamento dei percorsi di soggettivazione, forza disciplinante.

La campagna elettorale è interamente votata a tranquillizzare o incanalare il risentimento delle classi medie e di parte dei ceti popolari cui vengono quotidianamente offerti fantasmagorici bersagli: il corrotto, lo scroccone, il fannullone, l’evasore, il pregiudicato, ovviamente il migrante. Se obiettivo dell’analisi è produrre soggettività e non immagini sociologiche, vanno però approfonditi alcuni temi. L’impoverimento di ampi settori di “ceto medio”, primo dato, non produce sentimenti comuni. Il ceto medio è una costruzione politico-sociale, esito i) della divisione sociale del lavoro e della necessità capitalistica di funzioni di consenso, ma anche di monitoraggio e gestione dei subalterni e ii) di politiche: i ceti medi, assai più del proletariato industriale, sono stati i beneficiari dei sistemi di welfare, delle svalutazioni competitive, del benign neglect fiscale. E poi degli interessi sui BOT, della finanziarizzazione del risparmio e della speculazione immobiliare. Parlare d’impoverimento generalizzato, tuttavia, non ha molto senso. La crisi ha tagliato le gambe ai ceti medi dell’economia diffusa nel centro-nord, già indeboliti dal venire meno dei presupposti che ne avevano favorito l’ascesa; ha stroncato, poi, le promesse di mobilità e valorizzazione della composizione metropolitana legata ai servizi collettivi, alle produzioni culturali e creative, ai nuovi media, alle professioni del terziario. Questi processi sono alla base di due populismi, il primo basato su una nuova retorica nazionale (o “macro-regionale”), il secondo su giustizialismo, meritocrazia, legittimazione su basi tecniche del nuovo autoritarismo.

Quest’ultimo ha presa anche nei movimenti e costituisce per certi versi il lato oscuro del lavoro cognitivo. Categoria che non andrebbe ridotta a variabile socio-professionale (al punto da identificarla in “poche decine di migliaia di nerd”), confondendo capitalismo cognitivo e knowledge based economy. Lavoro cognitivo è tendenziale capacità di autodirezione e potenza della cooperazione sociale, e certamente individua una composizione scolarizzata; tuttavia, gli operai della logistica e gli studenti dei tecnici industriali non sono meno cognitivi dei designer. Laddove proprio la tesi della crescita lineare dei posti di lavoro intellettuale trova oggi secca smentita (in Italia) in una redistribuzione dell’occupazione a favore delle professioni non specialistiche. Entro queste discontinuità va letto il cleavage politico tra precariato di prima e di seconda generazione, da assumere come traccia politica, che distingue la trasfigurazione del precario-sfiga nel precario-rancore – secondo i casi grillino, arancione, ma anche renziano e finanche montiano – dalla generazione emergente per cui la stessa parola (precario) appare svuotata di appigli, che abbiamo visto all’opera nelle piazze nell’ultimo anno.

2. In queste parzialità s’inserisce l’offerta elettorale dei partiti (tutti). Chiariamo. La rottura dei patti novecenteschi tra economia e società, perseguita negli anni Sessanta e Settanta dai movimenti contro il lavoro e per l’affermazione delle soggettività subalterne, e rovesciata dal capitalismo finanziario e globalizzato contro le popolazioni del Nord e del Sud del mondo, è base materiale di una crisi irreversibile della rappresentanza politica e sociale. Crisi non significa tuttavia fine delle istituzioni rappresentative; implica perdita della loro efficacia normativa, non necessariamente della partecipazione (elettorale) e della loro “autorità”. Non è per estremismo infantile però che non vediamo quali usi e attraversamenti delle istituzioni siano agibili nel quadro dato. Mentre il ritorno di Berlusconi resuscita la più esiziale delle patologie, l’antiberlusconismo, possiamo affermare che, qualunque sarà l’esito della consultazione, la granitica certezza è la continuità dell’“agenda Monti”: i) ristrutturazione autoritaria e antipopolare degli assetti regolativi interni, ii) strategia di rientro dal debito incentrata sull’austerity e la distruzione di capitale – sociale, intellettuale – forse corretta da più robuste iniezioni di liquidità, iii) dispositivo di assoggettamento. Non è così rilevante, dal punto di vista delle élite europee e del capitale finanziario, che il fiscal compact e il rientro del debito entro il 60% del Pil siano perseguiti alla lettera. Che l’obiettivo sia raggiunto è assai meno importante dei mezzi per perseguirlo. La “salita” di Monti esprime la volontà dell’establishment di proseguire sulla strada tracciata dal suo governo. Il ritorno del lessico emergenziale, delle inchieste sulla povertà, degli scandali sulla corruzione della classe politica locale, sono precisi segnali di continuità. Una nuova riforma del mercato del lavoro, la resa dei conti con il decentramento, la definitiva chiusura dei vincoli concertativi e localisti, sono alcune delle linee guida della legislatura che si profila, con o senza Monti. Il quale sale in cattedra a fianco di Marchionne, presenta la sua lista al Kilometro Rosso di Bombassei, candida alcuni leader del capitalismo industriale intermedio e – a maggior chiarezza – il professor Ichino. Segnali non simbolici degli interessi aggregatisi intorno all’uomo di Goldman Sachs.

Non sono però da trascurare i segnali di debolezza di uno schema di governo raccogliticcio. La parziale disaffezione del partito di Repubblica nei confronti del Monti politico e l’insistenza sul “keynesismo obamiano”, che reclama nuove configurazioni del rapporto tra finanza ed “economia reale”, indicano la prospettiva di un riposizionamento nello scacchiere internazionale che, cessata la tregua delle elezioni americane, prevede un riacutizzarsi della currency war. Il mix tra keynesismo finanziario e austerity selettiva con cui è stata gestita la crisi, non ha posto le basi dell’attesa “crescita”. L’imprigionamento della liquidità nel circuito finanziario costituisce un problema sia per il capitalismo industriale sia per gli speculatori. Il mainstream del capitalismo italiano tifa apertamente, oggi, per allentare la gabbia della stabilità dei prezzi e per una banca centrale finanziatrice diretta del debito degli stati, senza con ciò mollare la stretta su welfare e servizi collettivi (è questo il binomio rigore/crescita). La prospettiva di un ulteriore ribasso dei salari è condizione auspicata per una parziale ripresa dell’occupazione (anche “industriale”). In questa navigazione a vista, la partita prevede una collaborazione tra il centro-sinistra e il centro-destra montiano.

É possibile e forse probabile che si tratterà di un “giro a vuoto”: le contraddizioni interne alle frazioni che articolano il capitalismo italiano rendono problematica la formazione di una governance e testimoniano come l’operazione verticale di un governo diretta espressione delle élite sia tutt’altro che riuscita. Lasciamo il piagnisteo sull’assenza di una “classe dirigente” capace di direzione sulla vita economica al partito di Repubblica e agli eredi del “patto dei produttori”. La sconfitta del progetto e del populismo tecnocratico di cui si nutre costituirebbe motivo di soddisfazione, sebbene gli altri populismi in campo non siano meno pericolosi.  La verve dei berluscones contro il “complotto tedesco” – ergo, dei ceti produttivi che avrebbero trovato in Monti il killer al servizio dalla trojka – ne è testimonianza. L’affermarsi di un terzo populismo, giustizialista e meritocratico, che trova espressioni a destra come a sinistra non è meno distruttivo. L’uscita da questa crisi – che è anche crisi della governamentalità neoliberale – è perseguita attraverso una verticalizzazione autoritaria che non trova tuttavia ancora uno schema condiviso.

3. É in questa prospettiva che va letto anche il cosiddetto “grillismo”, sottraendolo cioè a due rischi presenti nella sinistra e nel movimento in senso lato, tra loro speculari ed entrambi perniciosi. Il primo è quello dell’inseguimento, figlio dei frustrati desideri elettorali che, di alleanza fallita in alleanza fallita, smettono i panni dell’alternativa e puntano a un più schietto tornaconto individuale o di gruppetto. Si rivolgono così a Grillo per proporre fantasiose coalizioni o comunque per condividerne il campo linguistico. Il secondo (e non stupisca che non di rado si tratta delle stesse persone, frustrate al quadrato) hanno eletto il Movimento 5 stelle (M5s) a principale nemico, attaccandolo con argomenti che ripetono le preoccupazioni del Partito di Repubblica e del PD: dimentichi di un presidente del consiglio Goldman Sachs i “poteri forti” si incarnano nella figura di tal Casaleggio, l’assenza di democrazia nel M5s scandalizza noti e meno noti epuratori di professione. Del resto la maggior parte degli uni e degli altri, vestiti i panni arancioni, sono confluiti – tutt’al più con un po’ di imbarazzo – nell’ennesimo e speriamo ultimo fallimento, dal nome involontariamente ironico “cambiare si può”.

Ora, sgombriamo subito il campo da ogni equivoco. Ci vuole poco a parlare male di Grillo, dalla vuota demagogia alle esternazioni razziste, fino allo scambio di complimenti con Casa Pound. Lo diamo per scontato e proviamo invece a rovesciare il punto di vista. Guardiamo non a Grillo ma ai “grillini”, o meglio alla composizione allargata del M5s: è questo il solo motivo per cui ci interessa discuterne. É ormai assodato che una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). Insomma, se non vogliamo entrare in dettagli sociologici, il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. Ecco il problema che ci riguarda. Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. Il welfare smantellato si ripresenta come welfare della corruzione, cioè come redistribuzione pubblica-privata della rendita per mantenere il comando sulla forza lavoro. Dentro il M5s e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5s si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta.

Tra coloro che in qualche modo si avvedono di questa composizione, prevale la rassegnata constatazione dell’inevitabilità storica del processo. C’è chi vi arriva attraverso una lettura deterministica della composizione di classe: la sua struttura tecnica si traduce linearmente nella sua espressione politica, dunque il ceto medio declassato italiano non può che essere atomizzato, rancoroso e calamitato dal potere carismatico dei predicatori della rete. Oppure si può giungere a un trito parallelismo con la nascita del fascismo: le masse sbandate – allora dalla prima guerra mondiale, oggi da crisi e impoverimento – finiscono così inevitabilmente per intrupparsi dietro al capo. Queste letture condividono implicitamente l’assunto di base del peggiore anti-brelusconismo, dei populismi viola e, in fin dei conti, dello stesso Grillo: la completa passività delle figure concrete, magari per ataviche connotazioni culturali e nazionali. La soggettività sparisce, come da ogni impostazione deterministica. Resta solo l’impotenza, e su questo terreno vinceranno sempre nuovi e vecchi buffoni.

4. Se così è, però, non si capisce perché in situazioni specifiche la direzione del processo possa mutare o addirittura ribaltarsi. Così è certamente in Val di Susa, dove è nota è la composizione del movimento No Tav, la sua capacità di costruire un processo di generalizzazione e l’internità degli attivisti del M5s. Qui la lotta contro la corruzione diviene lotta contro la rendita e il capitalismo, il rancoroso desiderio di giudici e manette non trova posto, l’opinione pubblica scompare nella condivisione della potenza comune del movimento. Ma se facciamo un passo indietro, non è difficile mostrare come vi sia la parziale sconfitta del movimento dell’Onda all’origine del populismo viola e dell’affermazione del M5s. Vi è, per essere più precisi, l’incapacità di sconfiggere i dispositivi meritocratici su un terreno avanzato, quello del comune, e l’arretramento sulla difesa del pubblico, i cui poteri costituiti vengono identificati esattamente con la fonte della corruzione. La stretta di mano con Napolitano per dimenticare in fretta i fuochi del 14 dicembre è il suggello simbolico di questa sconfitta. Allora, non è certo sul terreno del pubblico e della costituzione, cioè della sinistra dei magistrati e dei giornalisti, che si possono verificare i livelli di rapida reversibilità di questa composizione. Soprattutto, è la rinuncia a una prospettiva europea il campo in cui le opzioni populiste germogliano: impotenza dell’opinione pubblica ed esaltazione della chiusura nazionale sono le coordinate del rancore reazionario del ceto medio declassato. Tanto più chi vede un qualche parallelismo con la composizione che diede vita ai fasci di combattimento, dovrebbe saperlo bene e non ripetere i tragici errori che allora furono dei socialisti. La mistificazione dell’“opinione pubblica al potere” si dissolve solo attraverso la sperimentazione sovversiva e autonoma della comunicazione: non è pazzesco abbandonare a Grillo la critica radicale dei media e riempire i talk show di compagni? È sul piano della radicalità, imposto dal livello dei conflitti e della crisi, che dobbiamo porci quella che oggi è la questione principale, cioè come combinare le forme di espressione dei precari di prima e di seconda generazione, per i quali merito, speranza e futuro diventano parole prive di senso.

Per cogliere e agire dentro queste ambivalenze, dobbiamo rovesciare il discorso sulla passività, dominante a sinistra e in buona parte del movimento: è questa la base su cui si stagliano i vari tentativi di uscita autoritaria dalla crisi della rappresentanza, da Grillo agli arancioni, dal meno peggio alle alleanze opportuniste. Il problema è, in altri termini, individuare dentro quella che viene chiamata passività i nuovi comportamenti di rifiuto e microresistenza che sfuggono alle lenti politiche tradizionali e su cui le nuove forme di organizzazione delle lotte devono scommettere, costruendo progetto e programma collettivi. E – come faremo nel prossimo editoriale – provare a identificare nelle lotte esistenti,  il profilarsi di caratteristiche e tendenze dei movimenti a venire, e soprattutto dei possibili punti di rottura. Nulla di inedito, per carità, è l’abc della conricerca; ma certo peculiari sono questi comportamenti e i compiti che, a partire da qui, ci dobbiamo porre.

 

 

 

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