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Esperimenti di autoriforma

Posted By Matteo On November 15, 2011 @ 8:28 am In Articoli,Italiano | Comments Disabled

di LEONARDA ZANNINI (Bartleby)

La calma di uno sguardo su quel che l’Onda è stata, i sentieri che ha aperto e le sfide che questa esperienza di scoperta della politica hanno inaugurato sono i temi centrali attorno ai quali provare a scrivere, a partire da un luogo e da un percorso determinato. Bologna, l’Onda, Bartleby.

Riavvolgiamo il nastro quindi, nella consapevolezza che fare i conti con la propria esperienza costringe sempre a pensare che l’esercizio di inventare se stessi non possa mai essere separato dalle sfide nuove che ci troviamo davanti.

Perché l’ autoriforma come processo costituente?

Le inchieste che negli ultimi anni abbiamo portato avanti ci restituiscono un dato evidente:

la percezione piena di una dissimetria tra la volontà di sapere diffusa tra le figure che abitano

l’ università e la miseria dell’offerta formativa pubblica. Schematicamente possiamo dire che oggi la riqualificazione delle pratiche di sapere non può che passare attraverso gli esperimenti di autoriforma e di ricerca indipendente, e che, al rovescio, le riforme che negli ultimi quindici anni hanno provato a riplasmare dall’alto l’ esperienza formativa non solo sono fallite- incapaci di realizzare gli obiettivi che si erano poste- ma che questo fallimento ha preso in ostaggio l’ università pubblica. Tre “attenzioni” infatti possono provare a definire “il lavoro” dell’università pubblica italiana: la riproduzione di rapporti di potere feudali nella sua logica di funzionamento e di spartizione delle risorse, la dequalificazione dei saperi, il declassamento delle condizioni materiali della forza lavoro.

Ma approfondiamo in questa sede il secondo di questi aspetti

Le esperienze di inchiesta ci hanno indicato le tracce di resistenza che negli ultimi anni hanno attraversato l’ università del Bologna process: il rifiuto del disciplinamento dei tempi di studio, l’ assenteismo ai corsi, i tentativi di concordare con i docenti i testi dei programmi d’ esame. E ancora la richiesta di maggiore libertà nella scelta di corsi ed esami, l’ insofferenza nei confronti delle classiche lezioni frontali e di quei processi di parcellizzazione del sapere che limitano le possibilità di discussione e di approfondimento critico.

Si tratta di micro-resistenze, di un tessuto vivo che indica chiaramente che il desiderio di autonomia, di mobilità e di autodeterminazione eccede di continuo le gabbie della misurazione del sapere, che il desiderio di conoscere va ben al di là dell’ offerta formativa statale.

L’Onda è stato un momento di precipitazione collettiva, di emersione di tutte queste istanze. La consistenza politica dell’Onda passa anche da questa peculiarità: questo movimento ha saputo leggere il rapporto tra produzione di saperi e produzione di soggettività. E ha fatto del conflitto sui saperi un campo di battaglia. Come ha saputo leggere il rapporto tra produzione di conoscenza e critica dell’economia politica dei saperi. E non a caso ha visto nell’istanza del reddito garantito un punto strategico per creare connessioni, alleanze, punti di contatto con altre figure della produzione metropolitana nel tempo della crisi.

Ecco perché pensiamo che il nodo di una nuova istituzionalità, definibile solo a partire dalle intensità costituenti del processo di autoriforma, debba essere pensato e agito a partire da queste eccedenze, nella costruzione di nuove potenze cooperanti in grado di implementare, di rafforzare in forma organizzata questo desiderio di espressione. E ovviamente in grado di rideterminare un rapporto di forza, di affermare nuove norme dentro i dipartimenti.

Risulta evidente che a questo punto il problema della decisione collettiva, il nodo del potere, ci costringe a pensare a nuove modalità di sabotaggio della governance universitaria. Il problema è semplice: con quali armi riusciamo a imporre che sempre più crediti formativi vengano autogestiti dagli studenti, che i seminari di autoformazione non solo vengano riconosciuti ma siano in grado di essere finanziati, come gli esperimenti di ricerca indipendente riescono a procurarsi i fondi necessari ?

E ancora, nel momento in cui la retorica meritocratica-  oltre a mascherare la dismissione dell’università statale- proverà a investire una riforma della governance, come sapremo sfidarla sul terreno della valutazione della didattica e della ricerca. Tema per altro intrecciato a doppio filo con la distribuzione differenziale dei fondi pubblici.

Cioè come a partire dalle pratiche di autoriforma metteremo al centro dei dispositivi di valutazione la mobilità del sapere, la ricerca indipendente, la ricchezza dell’autogestione e dalla cooperazione autonoma.

Queste sono le sfide che ci troveremo presto ad affrontare. Punti di passaggio decisivi verso la costruzione di  nuove istituzioni  autonome.

Ultimo punto: la  continuità organizzativa- che è sempre  una sfida che ci parla fino in fondo di una alternativa di società- ecco, soprattutto di questo ci interessa parlare, perché su questo l’ Onda è stata per noi un grande laboratorio di con ricerca. A partire da un dato di fatto: l’ autoriforma non è   stata solo il programma  politico dell’Onda, è stata la sua modalità concreta di organizzazione.

 

Arriva il momento di chiedersi come dare nuova linfa vitale ai processi di autoriforma quando le piazze sono vuote, come costringere la governance universitaria a cedere spazi di autonomia quando il movimento non invade le strade e non occupa le università?

Partiamo dalla nostra esperienza. A Bologna l’Onda non è scomparsa da un giorno all’altro senza lasciare traccia ma si sono sedimentati percorsi autonomi di ricerca nelle facoltà ed è nato Bartleby: un laboratorio artistico e politico indipendente. Uno spazio concesso dall’università dopo tre occupazioni, una vittoria dell’Onda. Da qui, da questo spazio fisico e da questo laboratorio di conricerca vogliamo ripartire. Se da un lato i percorsi di autoformazione continuano nelle facoltà, dall’altro pensiamo che la sfida alla governance vada posta a più livelli. Pratiche di condivisione dei saperi sottratti ai meccanismi feudali, ma anche liberazione delle forze vive dei dipartimenti e delle facoltà. Ci immaginiamo Bartleby come luogo di raccordo, come spazio di liberazione e di incontro non solo di studenti, ma anche ricercatori e docenti che in quest’esperienza possono trovare lo stimolo per evadere dalle gabbie disciplinari, dalle burocrazie asfissianti, dai vincoli baronali che quotidianamente organizzano lo sfruttamento nel nostro ateneo. Bartleby come università autonoma  inserita nella metropoli, come luogo propulsivo di linee di ricerca indipendenti, come officina d’inchiesta e di proposta politica e culturale.

E ancora: Bartleby come centro propulsore di un’autoriforma che sappia eccedere i confini dell’università, che sappia potenziare quei meccanismi d’incontro nati durante il movimento dell’Onda. Basti un esempio: l’incontro con i musicisti del conservatorio e del teatro comunale. Due istituzioni che al pari dell’università subiscono i tagli al Fus di questo governo, l’Onda come momento d’incontro con realtà vive della città di Bologna ma mai entrate in contatto. Da questi incontri, dalle serate di “Inondarti” costruite nelle facoltà, a un progetto strutturato: musicisti del conservatorio e del teatro comunale che riflettono su cosa significhi fare musica a Bologna, sulle condizioni di vita degli artisti e degli studenti. Nasce l’associazione-ensemble “Concordanze” che porta la musica classica fuori dai luoghi consueti di esecuzione, nelle carceri, nelle scuole, nelle facoltà, nei CIE. Non solo una riflessione sulla propria arte ma sulla condizione dell’artista nel nostro Paese.

A partire da qui, con altri artisti della città nasce l’idea di un laboratorio che si interroghi sulle condizioni di possibilità di una produzione indipendente che non si isoli nella marginalità ma sappia creare percorsi di produzione  e distribuzione totalmente autonomi. Il tema del reddito diviene centrale, non solo soldi e crediti ai percorsi di autoformazione ma reddito garantito per gli artisti e per percorsi di ricerca autonomi.

Artisti e studenti, figure dallo statuto ibrido sottoposte allo stesso regime di sfruttamento. Chi decide chi è un artista e quanto vale la sua opera? Chi decide e in base a quali criteri quali sono gli studenti meritevoli? Da un lato o dall’altro la questione centrale diventa oggi quella della valutazione. Aggredire alla radice un sistema di valutazione calato dall’alto, metterlo in crisi, ridefinire in autonomia lo statuto dell’arte così come della ricerca indipendente. Imporre alla governance un sapere di qualità che nasce e prende forza solo dalla cooperazione e dalla trasmissione libera del sapere, in campo artistico così come nelle università: questa la sfida che ci sembra di poter raccogliere e di condividere. Una sfida che parla di contaminazione, di sperimentazione e che ci impone la creazione di nuovi linguaggi e nuove pratiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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