Giochi cartografici tra le pieghe di un sommovimento

 

di FEDERICA SOSSI

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Proviamo a partire da un fatto. “I tunisini di Lampedusa a Parigi”. C’erano. Hanno fatto sapere di esserci autonominandosi nei loro comunicati durante le occupazioni di maggio e hanno lasciato segni della loro presenza nel web: oltre ai comunicati, alcune foto degli striscioni sugli edifici occupati, qualche volantino per chiedere sostegno o chiamare a una manifestazione, alcune immagini ironiche rivolte all’Europa. La raffigurazione, dunque, di una presenza durante un’azione nello spazio, che lo inventa, lo occupa, lo prende, e che mentre dice “chi si è” decide di lasciare tracce di questo “è”. Ma che ne sarebbe, invece, di una raffigurazione cartografica di questo spazio?

Siamo abituate e abituati a mappe che raffigurano stati, città, confini, mari e continenti. E che danno un ordine di importanza politico a tale raffigurazione. L’occhio vede e inscrive nella sua memoria l’immagine di quella spazialità performata che gli viene offerta per essere interiorizzata e propagata. Siamo poi abituate e abituati a mappe che raccontano e performano eventi. Quelle sulle migrazioni, per esempio, da qualche anno, performano “rotte” con il contrassegno della freccia, a indicare un percorso che sui giornali o sui siti europei viene mostrato con molteplici frecce direzionate dal “resto” del mondo verso i paesi dell’Unione europea. Le “rotte”, così, oltre ad essere performate, lo sono in un’unica direzione: dall’“altrove” a “qui”, dove l’occhio che vede si trova probabilmente collocato. Ci sono poi, sempre nel caso delle migrazioni, contro-mappe, che decidono di raffigurare altro, cercando di rendere visibile quello che solitamente non viene detto o mostrato nelle narrazioni di parole o nelle narrazioni visive delle politiche di governo delle migrazioni, su cui si adagiano giornalisti e ricercatori, propagatori di racconti e visibilità. Al posto delle “rotte” e dei “flussi”, la soggettivazione dei migranti, pattugliamenti in mare, effettivi più o meno umani negli aeroporti, cifre delle morti. L’occhio, in questo caso, continua a vedere, ma per farlo ha bisogno di soffermarsi, di indugiare qualche minuto in più: il tempo di poter vedere quello che solitamente non si vede, di togliere dal proprio schema percettivo la memoria delle frecce che imbrigliano le migrazioni e in cui si trova a sua volta imbrigliato. Il tempo, inoltre, di capire quelle raffigurazioni complicate con cui il “contro” delle contro-mappe cerca di rendersi visibile. Una sfida alla visibilità egemonica, nel tentativo di proporre una contro-visibilità.

“Il collettivo dei tunisini di Lampedusa a Parigi” pone, però, infiniti problemi alla possibilità stessa della visibilità, nominando e agendo un’unificazione dello spazio anarchica rispetto ai confini percettivi e concettuali inscritti da secoli di raffigurazione nelle griglie dei nostri occhi e delle nostre menti. Trascinando con sé stati, continenti, città, isole, l’Europa, l’Africa, la Tunisia, l’Italia e la Francia, in un’anarchia nominale agita tra gli edifici delle sue occupazioni. E suggerisce, con tale nominazione, quello che in alcuni mesi è successo tra lo spazio di due continenti separati dalla distanza di secoli di storia, eventi, narrazioni di parole e figure, concettualizzazioni, così come da un breve tratto di mare. Un’improvvisa vicinanza e l’irruenta capacità da parte dei migranti tunisini di scrollarsi di dosso le frontiere inscritte nei corpi dalle politiche di governo delle migrazioni e della mobilità, bruciandone le spazialità e le temporalità, mettendo in crisi non solo ogni possibile cattura negli spazi e nei tempi previsti per loro da tali politiche, ma ogni figura o parola che, per quanto “contro”, cerchi di ri-dirli o rap-presentarli.

La mappa che qui presentiamo è una sfida o un gioco. Meglio ancora, il tentativo di seguire e immaginare nello spazio tutti i nodi intricati in quell’autonominazione, consapevoli che rimane un resto di irraffigurabile nella necessità di inseguire quell’improvvisa contestazione di ogni raffigurazione sinora esistente. Non più stati e confini, ma uno spazio di eventi: rivoluzioni, partenze, attraversamenti, catene popolari, lotte, resistenze, fughe, insistenze nello spazio, occupazioni e squat. Sommovimenti di corpi e esistenze, azioni e parole che irrompono negli spazi e nei tempi delle loro catture, tra piazze e acque, ritrovandosi nel giro di qualche giorno dal caffè “Relais” di Zarzis al metrò “Quatre chemins”, singolare modo di portare la Tunisia e la sua insurrezione tra le strade e i parchi di Francia e d’Europa. Poi, le politiche di confinamento, le attuazioni delle frontiere, le espulsioni, la prosa delirante per la creazione dal nulla di nuovi stati. Tentativi di ripristinare l’ordine, di mettere a tacere i corpi, di contro-agire il loro agire, di ritrovare le narrazioni abituali inventandosi non solo le prose della contro-insurrezione ma anche gli ostacoli spaziali al sommovimento. Un po’ di Frontex, infiniti vertici, nuovi luoghi di cattura, un andare e tornare da una sponda all’altra cercando di strappare accordi che riportassero la distanza tra quel breve tratto di mare e ridonassero la Francia alla Francia, l’Italia all’Italia, lasciando un po’ d’Europa tra le rovine di nuovi confini e qualche isola al suo destino extraterritoriale. In mezzo, il mare, con la sua inconsapevole complicità, poche parole di sopravvissuti e il grande silenzio di tanti altri. Tanti, tantissimi, migranti tunisini e profughi in fuga dalla guerra in Libia, mentre radar, satelliti, pattugliamenti Frontex ed elicotteri, aerei, navi Nato restavano a “contemplare”. Non un “naufragio con spettatore”, metafora di una certa tradizione del pensiero e dell’estetica europea, ma infiniti naufragi con troppi spettatori.

Quale cartografia di questo sommovimento? Il “gioco” che proponiamo è uno scambio che chiede all’occhio un duplice esercizio, guardare figure e leggere parole, trasformando lo spazio nel tempo del racconto, rimandando il tempo del racconto allo spazio. Provando a inseguire quel resto insubordinato rispetto alle spazialità e alle temporalità. Ogni icona nello spazio unificato, dove il mare è più solido della terra e la terra si rifiuta di riprodurre confini cercando di trasformarsi in quella “terra di tutte e di tutti” agita dagli sconfinamenti che hanno travolto città e stati, trasformandoli in giardini, parchi, squat, binari, rimanda alla “cartolina” di una narrazione, che prova a dire quello strano tempo che Ë stato il tempo insurrezionale del 2011. Ultimo gioco: quello di cercare di sommuovere anche il tempo cronologico, chiedendo all’occhio che vede di immaginare poi che sono prima, non ritrovandosi più nel qui per inseguire gli allora che premono con il loro presente di eventi che non si lasciano raffigurare, né dire, al passato.

* Estratto dal libro ”Spazi in migrazione. Cartoline di una rivoluzione” curato da F. Sossi (ombre corte, Verona 2012).

 

 

 

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