Invito per cominciare a organizzare le giornate sul “nuovo conflitto sociale”

 

di TALLER HACER CIUDAD (de la Cazona de Flores)

Nell’ultimo periodo siamo stati attraversati da una forma particolare di conflitto che, seppure contenga molti elementi che non hanno nulla di nuovo, crediamo rappresenti una novità proprio per il modo in cui quegli elementi si articolano tra loro. Ci riferiamo a una serie di episodi violenti che vanno dall’espulsione dei contadini dalle loro terre a partire dall’estensione degli agro-negocios, all’espulsione di comunità prodotto dall’avanzamento degli investimenti estrattivi della mega-minería e degli idrocarburi; ma anche alla proliferazione di episodi criminali legati alla generalizzazione dell’affare della droga nei quartieri, con la complicità di settori della polizia – che occupano una posizione sempre più centrale in relazione alla politica –, della giustizia e del potere politico[1].

Il nuovo conflitto sociale è il rovescio vergognoso e il volto oscuro del modo di accumulazione neo-sviluppista in almeno due aspetti fondamentali: è parte della costituzione materiale dei modi di vita e di sfruttamento della ricchezza comune con cui inevitabilmente si articolano le pratiche di governo e, allo stesso tempo, condivide l’enfasi sui valori che la retorica della crescita implica e l’ampliamento del consumo inteso in una prospettiva di generalizzazione delle pratiche mercantili.

Questo “volto oscuro” debilita la retorica dell’“inclusione” in due aspetti essenziali: rivela il regime di espropriazione spietata delle forze del comune (quelle che non appartenendo al mondo del privato, non fanno nemmeno parte del terreno del pubblico – o almeno non del pubblico come è stato pensato fino a pochi anni fa); e erode l’immaginario stesso di uno spazio sociale fondato sulla vigenza dell’equazione tra lavoro salariato e cittadinanza, al cui interno varrebbe la pena essere inclusi.

Il nuovo conflitto sociale non ricalca più in maniera precisa lo schema con cui abbiamo attraversato la crisi del 2001: Stato contro movimenti sociali. Come abbiamo visto, oggi, in buona misura, i movimenti sociali partecipano al governo, alterando la relazione tra governo e territorio. In questo contesto, il nuovo conflitto emerge dalle nuove condizioni di rilancio capitalistico e dei nuovi modi di produzione di statualità e di strumenti di governo.

Queste condizioni convergono in particolare intorno all’articolazione tra i grandi affari globali e un’innovativa imprenditorialità popolare: si tratta di formidabili generatori di profitto che si intrecciano con differenti tipi di valorizzazione della rendita (che ha poco o nulla a che vedere con la ideologia industrialista del modello nazionale e popolare). Però anche con modalità selvagge di espropriazione della ricchezza comune e con l’introduzione di una dimensione di violenza terrorista nella gestione del territorio.

Queste attività imprenditoriali, così differenti tra loro, condividono certamente altre importanti caratteristiche, come il ricorso all’illegalità, la potenza con cui riorganizzano/valorizzano i territori – molte volte periferici – e l’organizzazione reticolare riprodotta dall’alto ma anche dal basso.

Il nuovo conflitto sociale – che mostra, in prima istanza, la sua faccia più brutale nella disputa per il territorio – si estende anche al mondo del lavoro, nella misura in cui ci insegna a comprendere il legame tra super-sfruttamento/consumo/produzione di nuovi modi di vita, che si stanno sviluppando nel mondo dell’industria e dei servizi, dai laboratori tessili clandestini alla gestione dei sistemi di trasporto. In entrambi i casi, la crescente regolamentazione statale non porta a una loro trasformazione significativa, per radicarsi piuttosto in quello che potremmo chiamare un neoliberalismo popolare vincolato a nuovi modi di governare.

Si rende inoltre qui evidente uno sfasamento tra le dinamiche “urbane” e “rurali” che rende difficile la produzione d’immagini politiche che articolino la realtà comune dello sfruttamento.

Tuttavia, è lo stesso modo di operare del capitale finanziario che permette di pensare una realtà comune chiaramente “estrattivista”, data la relazione di esteriorità supposta dal capitale finanziario rispetto alle forme della cooperazione sociale. E va aggiunto che se da un lato, il capitale finanziario rappresenta oggi la forma dominante del potere economico dall’altro, le dinamiche dei mercati finanziari globali giocano un ruolo sempre più importante nella determinazione degli stessi prezzi delle risorse naturali (oggetto dell’attività estrattiva).

Quest’attività estrattiva – in un senso ampio, ovvero come insieme dell’attività economica sotto il comando del capitale finanziario – produce degli effetti sul tessuto della vita quotidiana. Fondamentalmente sul modello di consumo, dato che un modello di sviluppo fondato sull’estrattivismo produce un modello consumista estremo, nel senso che la ridistribuzione della ricchezza attraverso i piani e i sussidi sociali si orienta verso una modalità di consumo di breve periodo.

In cosa consiste dunque la relazione tra sfruttamento estrattivista e paradigma consumista che pensiamo sia alla base di quello che definiamo “nuovo conflitto sociale”? Ci sembra che l’esteriorità sempre maggiore del capitale rispetto alla cooperazione sociale – i processi del lavoro – finisce col risignificare il tessuto comune della vita quotidiana non tanto come un’istanza collettiva di valorizzazione ma piuttosto come un bene comune da spogliare in forme diverse (dall’agro-negocio al narcotraffico, ecc.). L’ipotesi che ci proponiamo di mettere al lavoro ha a che vedere con la possibilità di nominare tutte queste modalità di appropriazione di valore come “estrattive”.

Crediamo che non sia più possibile pensare la gestione politica di un territorio in termini monopolistici. Si tratta piuttosto di una gestione ad hoc della situazione. Non ci sono ragioni universali che governano l’insieme degli elementi ma intelligenze situate dispiegate per l’occasione. Tuttavia, l’attivazione di organizzazione sociale nei confronti di questa violenza espropriativa e terrorista non ha smesso di farsi presente, attualizzando la necessità di un’inchiesta militante e della produzione di conoscenze e iniziative organizzative all’altezza delle circostanze.

Da qui sorge la necessità di un incontro. Non cerchiamo in questo modo di scambiare esperienze di oppressione sofferte da ciascun collettivo nel suo specifico territorio, che sappiamo essere molte, e tanto differenti come minacciose. Non vogliamo neppure sederci a divagare interno alla questione se quello che stiamo vivendo sia un’assoluta novità prodotta dalle attuali forme di riproduzione del capitale e dei modi macro-politici di gestione sociale. Né certamente esaminare alternative globali alle attuali forme di produzione e riproduzione del valore. Quello che vogliamo è invece la produzione collettiva di enunciati che ci permettano di pensare a ciò che sta accadendo in luoghi distinti in una maniera tale da non ridurre la molteplicità di situazioni particolari a un unico codice ma articolandole piuttosto come parti dell’attuale cartografia del conflitto. Vogliamo anche provare ad attuare forme di solidarietà tra i collettivi e le persone che si trovano implicati nel conflitto nelle sue multiple facce, al fine di de-privatizzare le forme di resistenza quando questo bussa alle nostre porte. Infine, parlare della possibilità di produrre nuove istituzioni che sostengano forme di mutua protezione di fronte all’avanzamento di un conflitto che minaccia di espropriare le nostre vite.

Giornate

Dopo aver tematizzato l’incontro, ci chiediamo se non sia opportuno fare alcuni passi concreti nella prospettiva di ampliare la discussione, per andare verso lo sviluppo di un linguaggio comune a partire da questo tipo di istituzioni e per creare/rafforzare modi di azione legati a questa problematica (inchiesta politica, campagne pubbliche, ecc.).

L’idea che cominciamo a intravedere è di costruire alcune giornate, da realizzare nella prima parte del 2013 (aprile, maggio) dove poterci riunire, tra differenti organizzazioni sociali o traiettorie individuali e istituzionali, per pensare a uno spazio-tempo in cui elaborare questo tipo di conflitto. Elaborare concettualmente, scambiare esperienze, ma anche avanzare nei modi concreti d’intervento: nella capacità politica di intervenire, di sviluppare campagne, di creare esperienze (anche istituzionali) attraverso cui trattare quelle situazioni.

Ci sembra importante identificare uno spazio dove possiamo incontrarci tra organizzazioni sociali e istituzioni legate dalla comune preoccupazione per questi temi, dalla comune vocazione di dispiegare questi obiettivi fuori dai binarismi che tendono a fratturare improduttivamente (e a sterilizzare) le esperienze collettive.

La dinamica che abbiamo da poco cominciato a immaginare è la seguente:

  • Durante l’estate, ma soprattutto dall’inizio di marzo, aprire un processo collettivo di preparazione delle giornate. Assumere la dinamica preparatoria come parte essenziale dell’articolazione di questo processo.
  • Svolgere le giornate in vari momenti dell’anno. Iniziarle in aprile o maggio nella Cazona de Flores, ma pensare anche altri incontri durante l’anno a Rosario, ed eventualmente in altri luoghi del paese, come Santiago del Estero. Includere in modo centrale lo sviluppo delle funzioni che dobbiamo darci; funzioni di comunicazione, d’inchiesta, di creazione istituzionale.
  • Tenere in considerazione che ci sono molte esperienze su queste questioni in vari paesi dell’America latina. Sarebbe molto interessante avere, durante le giornate, la presenza di compagni di alcuni luoghi del Brasile, della Colombia, del Messico, ecc.

Buenos Aires, 10 dicembre 2012

Contatto: www.hacer.ciudad.blogspot.com



[1] Ci riferiamo specialmente a tre situazioni che ci hanno toccato molto da vicino. L’incendio, da parte di bande di narcotrafficanti con complicità della polizia, della casa di Alberto e Neka a Pico de Oro, Varela, di alcuni mesi fa; l’assassinio di tre ragazzi del Frente Popular Diego Santillán a Rosario, attribuito a una banda legata al narcotraffico e le reiterate aggressioni a militanti del MOCASE-Vía Campesina da parte di bande legate all’agro-negocio, che sono costate la vita ad almeno due contadini nell’ultimo anno.

 

 

 

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