I cani del potere

 

di SANDRO MEZZADRA

Recensione di Grégoire Chamayou, Cacce all’uomo. Storia e filosofia del potere cinegetico, Manifestolibri, 2010.


1. Ricordate i cani neri del romanzo di Ian McEwan, le due bestie «gigantesche e inspiegabili» che all’improvviso sbarrano la strada alla mite June, in un tranquillo pomeriggio di vacanza sulle colline della Provenza? Era il 1992, e sembrò naturale leggere in quella repentina comparsa dei cani neri, abbandonati da una pattuglia nazista in ritirata dalla Francia, un monito sul possibile riemergere dei fantasmi del passato in un’Europa che aveva appena vissuto la sbornia dell’’89. I cani del romanzo diventavano così potenti e inquietanti metafore, fino a far perdere di vista al lettore la funzione specifica, niente affatto metaforica, che le due bestie «depravate» avevano senz’altro svolto al servizio dei loro affettuosi padroni (è noto quanto i nazisti amassero gli animali).

Eppure, seguire questa traccia non metaforica sarebbe stato tutt’altro che fuori luogo, e avrebbe portato alla luce non meno agghiaccianti fantasmi. Impiegati nella caccia agli ebrei, agli zingari e ai partigiani, i cani neri dei nazisti ripercorrevano infatti le gesta di altri quadrupedi: ad esempio i «cani da sangue» addestrati alla caccia degli schiavi fuggiaschi nei Caraibi e nelle Americhe o utilizzati per imporre disciplina e terrore nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti da quella «polizia rurale» da cui nacque, dopo la guerra civile, il Ku Klux Klan. Altre battute di caccia si potrebbero ricordare, in cui il “migliore amico dell’uomo” è stato impiegato per stanare singolari prede, bipedi dall’incerto statuto: le cacce agli indigeni, ancora nelle Americhe, o quelle ai “pelle nera” propedeutiche alla tratta atlantica degli schiavi. Sappiamo del resto che Hermann Goering andava fiero del titolo di «gran cacciatore del Reich»: non è escluso che si sentisse erede di Nimrod, fondatore di Babele e primo re sulla terra, di cui leggiamo nel Genesi che fu «gran cacciatore nel cospetto del Signore».

Un libro davero avvincente di Grégoire Chamayou, Cacce all’uomo. Storia e filosofia del potere cinegetico (Manifestolibri, pp. 174, € 24), propone ora una ricostruzione complessiva delle diverse figure che, nella storia dell’Occidente, hanno stretto insieme il potere e la caccia. La scrittura di Chamayou è straordinariamente limpida, asciutta ed efficace. La sua analisi muove con piglio genealogico dall’antichità ebraica e greca, attraversa il medioevo europeo e si diffonde poi sulle modalità con cui il «potere cinegetico» (il potere cioè che ha nella caccia con i cani il proprio modello) si razionalizza nella modernità e accompagna l’espansione su scala globale del modo di produzione capitalistico, la sua continuamente ripetuta «accumulazione originaria».

V’è molta violenza nelle storie raccontate in questo libro: ma essa non è qui considerata una sorta di invariante delle società umane, ad esempio secondo la logica del capro espiatorio di Girard, da cui Chamayou prende esplicitamente le distanze (ma si potrebbe anche ricordare il lavoro di Robert Ardrey, che sviluppando la tesi della «scimmia assassina» alle origini evolutive della nostra specie scrisse un libro dal titolo L’ipotesi del cacciatore, uscito in italiano da Giuffrè, nella collana Arcana Imperii diretta da Gianfranco Miglio, nel 1986). I diversi regimi storici del potere «cinegetico» sono piuttosto qui analizzati mettendone di volta in volta in luce la peculiarità quanto a moventi e funzioni. E soprattutto senza mai dimenticare che «la storia di un potere è anche quella delle lotte per rovesciarlo».

2. Cacce all’uomo, dunque. Ma a quali uomini? Fin dalle cacce al «bue bipede» nella Grecia antica, la caccia all’uomo viene svolgendosi in un campo epistemicamente incerto. Ricostruirne la storia, scrive Chamayou, significa seguire le mutevoli (e tuttavia implacabili) linee di «demarcazione tracciate in seno alla comunità umana al fine di determinare gli uomini cacciabili». Michel Foucault ci ha abituati a considerare la politica, a partire dal rilievo assunto dal «potere pastorale» nelle scritture ebraiche e cristiane, in termini di pastorizia. La genealogia «parallela e opposta» del potere «cinegetico» porta alla luce un insieme eterogeneo di tecnologie di dominazione che sono intervenute storicamente (e continuano a intervenire) là dove in questione sono i confini del gregge (modernamente: dei cittadini) su cui si esercita il potere del pastore (dello Stato).

Gli «uomini cacciabili» abitano precisamente quei confini: sono ad esempio gli «schiavi per natura» di cui parla Aristotele (per cui l’«arte di acquisire schiavi è come una forma dell’arte di guerra o di caccia»), gli eretici medievali che rifiutano di sottostare al potere pastorale cristiano (le «pecore nere»), i banditi e i proscritti, gli «uomini lupo» dell’antico diritto nordico e germanico. Saranno poi gli indigeni che le potenze europee incontreranno sui limiti della loro espansione coloniale, uomini cacciabili vuoi per assoggettarli come schiavi vuoi per respingerli al di fuori degli spazi conquistati alla «civiltà» (sono d’altronde queste, secondo l’autore, le due modalità essenziali del «potere cinegetico»: «vi è la caccia di inseguimento e quella di espulsione; la caccia che cattura e quella che esclude»). Ma saranno anche poveri e vagabondi nelle nascenti metropoli europee, zingari ed ebrei, «uomini illegali» e «indesiderabili». Per arrivare ai migranti di Rosarno, a cui Chamayou dedica il poscritto che chiude il libro, tanto laconico quanto eloquente nel ricordarci come le cacce all’uomo siano tutt’altro che un ricordo del passato.

Conviene dissipare un possibile equivoco: il pastore e il cacciatore, per quanto diverso sia il potere che esercitano, operano di concerto. Sarebbe limitativo porre il primo come figura dell’«inclusione», il secondo come figura dell’«esclusione». E questo non solo perché una delle due modalità fondamentali della caccia, lo si è appena visto, è quella della cattura – e dunque della violenta inclusione degli «uomini cacciabili» all’interno dell’ordine presidiato dal cacciatore. Il punto è, più in generale, che il potere cinegetico accompagna il potere pastorale nelle sue metamorfosi, ne segna continuamente il territorio e ne conferma le condizioni di possibilità, mutando anch’esso forma, tecniche, dispositivi retorici di legittimazione. La violenza costitutiva della caccia, la minaccia della cattura o della “cacciata” incombe così – sia pure con diverse modalità – sull’insieme di quell’ordine politico che la modernità vorrebbe istituito da un contratto sociale e fondato sul consenso.

Per dirla più prosaicamente: sappiamo che le «scienze di polizia», nei primi secoli della modernità, ricoprivano una serie di campi della politica e dell’amministrazione, riferiti in senso lato al «benessere» della popolazione, che ben si prestano a essere definiti «pastorali» nel senso attribuito a questo termine da Foucault. Nel momento in cui, tuttavia, questi campi si separano dalla «polizia», e quest’ultima viene a riferirsi all’«ordine pubblico», essa iscrive la logica delle cacce all’uomo all’interno dello Stato: la polizia, scrive Chamayou, costituisce «l’istituzione venatoria, il braccio cacciatore dello Stato, incaricato per suo conto di braccare, arrestare e imprigionare». Corpi in movimento, elusivi e sfuggenti, piuttosto che soggetti di diritto: questi sono i “bersagli” della polizia. E non stupirà allora leggere in Balzac che «l’uomo della polizia prova tutte le emozioni del cacciatore».

3. In molti degli scenari descritti da Chamayou incontriamo uomini alla ricerca di queste emozioni. La caccia all’uomo va fatta per necessità politica o economica, ma può anche rivelarsi un piacevole «passatempo» e uno «svago», come ad esempio gli spagnoli e i portoghesi scoprirono subito dopo la Conquista. Analoghe «emozioni» devono aver provato quei borghesi che a Rouen, nel 1848, entrarono in città «con il carniere e la doppietta» dopo che l’esercito aveva schiacciato l’insurrezione, per «concedersi il piacere della caccia agli operai». E non dubito che uomini e donne della polizia (e dell’esercito) continuino a provare quelle «emozioni» nell’esercizio del loro lavoro quotidiano. La «violenza dei dominanti», di cui Cacce all’uomo ricostruisce alcuni capitoli particolarmente efferati, ha bisogno dei suoi manovali, a cui offre remunerazioni materiali, simboliche ed emotive.

Ben più interessante, nel libro di Chamayou, è l’interrogativo sulle forme specifiche di soggettività che il «rapporto di caccia» (ovvero l’esposizione e la sottomissione al potere cinegetico) concorre a produrre: la «coscienza braccata» ha conosciuto e conosce molte incarnazioni, e le sue avventure – lungi dall’essere riducibili al flebile lamento della «vittima» – hanno spesso nutrito lotte e movimenti di liberazione, non di rado giungendo a fare del cacciatore la preda. Uno straordinario corpus di fonti, a questo proposito, è offerto dalle autobiografie degli schiavi americani, e Chamayou lo utilizza ampiamente nel capitolo intitolato «La dialettica del cacciatore e del cacciato». Nessuna mediazione e nessun riconoscimento, contrariamente a quanto accade nella dialettica hegeliana di servo e signore, sembrano essere qui possibili – né nell’azione che precede la cattura né all’interno dei sistemi di dominazione che su quest’ultima si fondano. E tuttavia gli «uomini cacciabili» sono stati protagonisti di formidabili rivolte e di un’incessante resistenza. Nel proporne una prima fenomenologia, l’autore si sofferma in particolare sulle pratiche di fuga ed evasione che, in particolare nel caso degli schiavi, hanno spesso preceduto lo «scontro frontale», e hanno poi determinato la natura stessa di quest’ultimo: «la libertà impossibile qui assumeva i tratti di un altrove».

A me pare che questo libro di straordinario fascino ci consegni così un problema politico essenziale, che va ben al di là dell’analisi e della stessa categoria di «potere cinegetico»: una volta riconosciuta l’esistenza (e l’intreccio) di rapporti di potere eterogenei, la nostra attenzione non può che rivolgersi all’eterogeneità dei processi di produzione di soggettività e delle forme di resistenza e di lotta che a essi corrispondono. Solo così, del resto, possiamo porre oggi il problema di una comune convergenza nella lotta contro lo sfruttamento e il dominio di diversi soggetti e di diverse lotte. Racconta Chamayou che nel 1848, tra le due rivoluzioni, vi furono a Parigi delle «cacce allo straniero» (anticipazioni di quelle «cacce di concorrenza salariale» di cui dà molti esempi nel libro, a cominciare dalla caccia agli operai migranti italiani di Aigue-Mortes del 1893 per finire con i fatti di Rosarno). Furono gruppi di lavoratori francesi e tedeschi a battersi efficacemente contro quelle cacce, inventando un nuovo significato della parola «fraternità» e inaugurando un nuovo registro del discorso politico, quello dell’internazionalismo proletario. Commenta Chamayou: «lotta di classe o cacce xenofobe, l’alternativa era ormai posta». Quell’alternativa continua a riguardarci, al di là dell’esaurimento storico dei linguaggi in cui è stata tradotta per un secolo e mezzo.

* da “Alias”, 20 novembre 2010

 

 

 

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