I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

 

di ANDREA FUMAGALLI

In una conferenza nel 1989, il premio Nobel Ilya Prigogine, tra i più noti fisici e chimici contemporanei, affermava che solo due discipline accademiche pretendevano, contro ogni evidenza epistemologica, di mantenere un approccio «metafisico»: la psicologia e l’economia politica. Riguardo la prima, non sono in grado di pronunciarmi. Riguardo la seconda, non si può che dar ragione a Prigogine. Sarà perché disciplina relativamente giovane, sarà perché i suoi maggior esponenti sono affetti da sindrome di inferiorità, ma solo l’Economia Politica ritiene, nella sua componente mainstream, di essere depositaria della «verità» in materia di regolazione economica e sociale dei mercati.
Ed è contro questa presunzione (che, non a caso, è assai funzionale al mantenimento delle forme attuali di governance) che il pensiero economico critico deve continuamente battersi nei rari spazi che l’accademia, in Italia meno che altrove, concede. Ne è testimonianza il pamphlet scritto da Emiliano Brancaccio e Marco Passarella dal titolo L’austerity è di destra (Il saggiatore, Milano, pp. 152, euro 13), pensato anche come possibile risposta ad un altro pamphlet di Giavazzi e Alesina: Il liberismo è di sinistra, pubblicato sempre da Il Saggiatore nel 2007.

La retorica della scarsità
L’affermazione del titolo dovrebbe essere ovvia, di questi tempi. L’austerity implica infatti l’adozione di politiche recessive. Al fine di ridurre il debito pubblico, occorre ridurre le spese (traduzione: smantellamento del welfare), aumentare le tasse (soprattutto quelle che colpiscono la maggioranza degli individui) per far ritornare l’economia a quel livello di equilibrio «naturale», condizione senza la quale non è possibile una efficiente allocazione delle risorse. Il tutto con l’obiettivo di perseguire, in una fase successiva, un percorso di crescita, grazie all’eliminazione tutto ciò che aveva posto «lacci e lacciuoli» al libero scambio. Tale impostazione è la conseguenza teorica di quello che i due autori definiscono il «paradigma della scarsità». La presunzione «metafisica» del pensiero economico dominante sta in buona parte tutta qui. Viviamo in un mondo «naturale», finito, le cui risorse, esogenamente date (probabilmente da Dio), sono limitate e di cui l’uomo può far uso solo con la dovuta parsimonia sulla base delle sue preferenze liberamente definite in modo perfettamente razionale. Se c’è crisi, è perché o viviamo al di sopra dei vincoli naturali oppure ci comportiamo in modo irrazionale (leggasi conflittuale). Ecco allora che l’austerity diventa la nostra unica salvezza: non vi sono alternative.
Partendo dalla critica a questi fondamenti «religiosi», Brancaccio e Passarella discutono criticamente i diversi sensi comuni che ne scaturiscono. La storia umana è storia di relazioni di potere. Le stesse variabili economiche, dalla moneta alla tecnologia, non sono variabili immanenti, ma derivano dall’esito di tali rapporti sociali. Con il passaggio al sistema capitalistico di produzione, il paradigma della scarsità perde di importanza a favore di quello della riproducibilità, comunque vincolata dalla sostenibilità ambientale (che è cosa ben diversa della scarsità). A maggior ragione, se, nel nuovo paradigma di accumulazione che si è sviluppato dopo la crisi del fordismo con l’introduzione del linguaggio nella sfera della produzione (aspetto che gli autori non sottolineano adeguatamente), la conoscenza è centrale nel processo di valorizzazione, poiché essa non è un bene scarso ma, come bene immateriale, cumulativamente riproducibile all’infinito, è evidente che il concetto di scarsità come base per la definizione del libero scambio diventa del tutto obsoleto.
Ed è partendo da queste considerazione che la litania «abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità» che porta a giustificare «la necessità di fare sacrifici» diventa esclusivamente funzionale al mantenimento degli attuali assetti di potere, senza nessuna giustificazione economica. A questa litania se ne potrebbe aggiungere un’altra, cara soprattutto ai «liberascambisti di sinistra»: «ogni debito deve essere onorato, soprattutto per il bene delle nuove generazioni». È un peccato che un capitolo del libro non venga dedicato anche alle varie proposte che nell’ultimo anno sono state avanzate in merito alla necessità di una rinegoziazione/congelamento del debito via l’esercizio di un default controllato.
La parte construens, invece, si focalizza su tre proposte: «Uno standard del lavoro europeo, una repressione finanziaria, un motore pubblico dello sviluppo europeo fondato su un recupero e un aggiornamento del tema del piano». La prima proposta è fondamentale e più che condivisibile. Si tratta di recuperare la proposta keynesiana di una politica di alti salari che garantisca una convergenza verso l’alto delle retribuzioni europee sulla base della dinamica delle produttività con un duplice obiettivo: eliminare il dumping salariale, messo in atto soprattutto dalla Germania (che presenta il gap produttività – salari più elevato) con lo scopo di colonizzare la produzione europea e favorire la «mezzogiornificazione» dei paesi europei periferici; agganciare «la dinamica dei salari nominali all’andamento dei conti esteri di ciascun paese, in modo di favorire il riequilibrio» commerciale intra-europeo.
Le altre due proposte, repressione finanziaria e politica di pianificazione, richiedono il ripristino del ruolo dello Stato come guida e stabilizzatore del sistema economico di fronte al fallimento del libero mercato e alla sua strutturale instabilità. «Lo Stato e la Banca Centrale dovrebbero … ripristinare e ampliare quelli che Reinhart e Rogoff hanno definito una repressione dei mercati finanziari e un pesante uso dei controlli dei capitali, che caratterizzarono l’economia mondiale del secondo dopoguerra e che per circa un trentennio favorirono una stabilità macroeconomica senza precedenti». Tale proposta – di buon senso – si accompagna alla necessità di riprendere quello che è oggi un vero tabù: l’idea di una pianificazione pubblica finalizzata non alla «mera assistenza», ma alla «produzione di quelle basic commodities, e quei beni collettivi, che maggiormente incidono sulle condizioni del progresso materiale e civile della società».

Il nuovo sfruttamento
Sono tutte proposte che rimandano ad un conflitto sociale di tipo fordista. Ma oggi, il processo di accumulazione e di valorizzazione si è profondamente modificato e la lotta di classe si deve spostare anche su nuove frontiere. Ad esempio, oggi non è possibile parlare di salario senza parlare di welfare, in un contesto in cui politiche del lavoro e politiche sociale sono imprescindibili l’una dall’altra così come non è più separabile il tempo di lavoro remunerato e il tempo di vita produttiva non remunerata. Oggi, non si può prescindere dal fatto che il nuovo conflitto di classe, agito dal capitale, tenda sempre più a prescindere dalla dicotomia pubblico-privato per arrivare all’espropriazione non dei beni comuni ma del «comune» (tale distinzione non sembra essere stata pienamente compresa dagli autori), ovvero di quella cooperazione sociale o general intellect che sta alla base dello viluppo delle economie di rete e di apprendimento come fonte della produttività e che sulla condizione di precarietà basa il nuovo sfruttamento (il termine precarietà non compare mai nel libro). Oggi, non basta parlare della necessità – condivisibile – di introdurre controlli ai movimenti di capitale se non si analizza in profondità il ruolo cardine dei mercati finanziari come fonte della valorizzazione capitalistica contemporanea.

* Pubblicato su “il manifesto”.

 

 

 

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