“If I can’t dance, I don’t want to be part of your revolution”. One billion rising e la conflittualità femminista.

 

di GIOVANNA ZAPPERI

“Se non posso ballare, non voglio partecipare alla vostra rivoluzione”, così recita una famosa citazione attribuita ad Emma Goldmann, femminista anarchica di origine russa ma attiva soprattutto negli Stati Uniti a cavallo tra otto e novecento.
La frase rimanda ad un episodio dell’autobiografia, in cui un amico la avrebbe redarguita per il suo modo, giudicato spericolato ed eccessivo, di ballare alle feste, un comportamento poco consono, secondo lui, alla serietà della lotta politica. La risposta di Goldmann cristallizza il rifiuto femminista di identificare la lotta con l’abnegazione e il sacrificio di sé, nella convinzione che gli ideali anarco-femministi per cui ci si batteva all’inizio del novecento portassero necessariamente con sé l’euforia della liberazione: una giusta causa non poteva richiedere alle donne di diventare delle suore, né al movimento di trasformarsi in un convento. La citazione di Emma Goldmann – che è in realtà una rielaborazione di alcune sue dichiarazioni – condensa forse in modo paradigmatico il modo in cui alcune istanze del femminismo radicale dell’inizio del ventesimo secolo sono state appropriate dai femminismi degli anni ’70, arrivando fino a noi: la rivoluzione femminista come una rivoluzione che coinvolge i corpi e i desideri in una forma che invade ogni aspetto della vita nel rifiuto di ogni tentazione normalizzante, mortifera, o sacrificale.

Questa frase mi torna in mente da qualche settimana mentre sullo schermo del mio computer scorrono le immagini di gruppi di donne che danzano all’unisono al ritmo di una canzone pop. Una folla femminile esegue una stessa coreografia attraverso le piazze di centinaia di città: è questa l’immagine della lotta contro la violenza sulle donne che ci hanno consegnato i media in queste ultime settimane. One Billion Rising, l’iniziativa contro la violenza lanciata da un’organizzazione con sede negli Stati Uniti, ha mobilitato migliaia di donne ponendosi come il primo evento mediatico globale di questo genere. Secondo le dichiarazioni delle organizzatrici, la danza collettiva è intesa come modalità di empowerment femminile, come un agire collettivo legato all’espressione di una corporeità liberata che si dà in modo del tutto trasversale, accomunando così l’insieme delle donne del globo e perché no anche tutti quegli uomini che non si identificano con i violenti.

Sul carattere problematico di questa festa nel contesto del discorso pubblico sulla violenza contro le donne in Italia hanno già scritto le femministe del Laboratorio Sguardi sui Generis (http://sguardisuigeneris.blogspot.it/2013/02/danzare-contro-la-violenza.html) mettendo in evidenza una serie di punti critici: la costruzione della violenza come fatto indistinto in quanto colpisce tutte le donne e la conseguente rimozione delle dinamiche relazionali che sottendono la violenza stessa; il rischio che l’istituzione di una giornata contro la violenza sulle donne produca l’effetto di depotenziare le istanze più politiche della protesta, che risultano così contenute e normalizzate all’interno di un calendario  stabilito. Il punto è proprio quello, ancora una volta, dei risvolti di una strategia che punta tutto sull’ipervisibilità delle donne – vittime chiamate a “rompere le catene” come recita la canzone del One billion rising – cui si contrappone una invisibilizzazione del maschile, per cui la violenza risulta avvolta da una coltre di opacità, e il carnefice viene designato soltanto in forma di devianza o di sottrazione (“noi no” è il titolo di una recente campagna contro la violenza sulle donne in Italia).

Il V-day, questo il nome della ricorrenza dentro cui si colloca il One billion rising (niente a che vedere con l’omonima iniziativa grillina), cade quest’anno significativamente nel giorno di San Valentino, associando in modo ambivalente la festa degli innamorati alla violenza sulle donne. Sul sito del V-day non sono riuscita a capire se V stia per “violenza“, “valentine’s day“, oppure “victory”, o magari “vendetta”, ma anche, inevitabilmente, “vagina“, visto che Eve Ensler, autrice dei celebri Monologhi della vagina, è all’origine dell’iniziativa. Le parole evocate costruiscono un sottotesto che associa una festività semi-laica, globalizzata e fortemente commercializzata (San Valentino) alla violenza e all’anatomia femminile, dunque allo stupro. Qui lo slittamento di significati appare particolarmente sorprendente soprattutto in quanto la donna viene costruita non soltanto come soggetto-vittima omogeneo, ma proprio in quanto emanazione pura e semplice di un dato anatomico. Questa strategia si colloca in realtà all’interno di una tendenza che è sempre stata presente nel femminismo. I tentativi di riappropriarsi della donna come corpo che sono stati fatti nell’arco del ventesimo secolo, e segnatamente negli anni del neo-femminismo, per quanto mossi da una volontà di decolonizzare il corpo femminile, hanno il più delle volte prodotto l’effetto di consolidarne il significato invece di destrutturarlo. Ricondurre l’esperienza femminile ad un’esperienza puramente corporea, che trasversalmente unisce tutte le donne del pianeta, produce l’effetto paradossale di rafforzare l’idea patriarcale di un’identità femminile che si definisce principalmente in quanto corpo.

Se torniamo alle immagini che hanno invaso la rete in concomitanza con il V-day di quest’anno, questa corporeità femminile appare in realtà tutt’altro che indistinta, ma al contrario si configura attraverso una serie di codici ben riconoscibili che attaversano i gesti e i passi di danza, la musica, il tipo di abbigliamento. L’evento, nella sua dimensione spettacolare, riprende un’estetica commerciale e televisiva, che può far pensare a MTV o, nel caso italiano, agli onnipresenti balletti delle televisioni nostrane. Il ricorso ad una coreografia predefinita stabilisce una modalità standardizzata, in cui tutte si muovono all’unisono e in ordine, svolgendo una serie di semplici passi che si potevano studiare nelle settimane precendenti grazie ad appositi tutorials in rete. Non sono previste improvvisazioni in questa coreografia in cui tutto è già predisposto e reso accessibile. La disposizione dei corpi nello spazio è inoltre organizzata attorno alla presenza (reale o virtuale) di spettatori e/o telecamere secondo una modalità che ricorda quella delle palestre in cui ci si guarda mentre si svolgono gli esercizi: le donne danzano guardando nella stessa direzione, sono disposte in modo ordinato, in fila le une dietro alle altre, ed è proprio verso chi guarda che puntano il dito accusatore alla fine della coreografia. In fondo non c’è niente di sorprendente in questo spettacolo, che replica una situazione già vista e che produce l’effetto di fornire una cornice rassicurante sia per chi partecipa che per chi guarda. L’effetto straniante forse sta proprio nella temporanea trasformazione dello spazio pubblico in una sorta di palestra a cielo aperto, luogo per eccellenza della costruzione dei corpi, visto che l’evento in fondo riproduce la situazione di una lezione di ginnastica o corso di ballo collettivo, come se lo spazio della città fosse diventato un enorme villaggio vacanze.

Da questo punto di vista, è ragionevole pensare che il successo mediatico dell’iniziativa sia debitore di almeno due recenti episodi di ribellione femminile molto diversi tra di loro ma entrambi portatori di un alto grado di conflittualità sociale. Lo scorso dicembre migliaia di donne hanno manifestato in India, sfidando la repressione poliziesca e l’indifferenza, se non l’aperta ostilità, della classe dirigente, per chiedere un mutamento radicale nei rapporti tra i sessi. L’ondata femminista che si è riversata per le strade di New Delhi e di altre città indiane in seguito all’ennesimo episodio di efferata violenza contro una donna è stata una risposta eccezionale ad un fatto del tutto ordinario, le cui conseguenze sono ancora difficili da misurare.

Forse perché quella conflittualità sembra essere stata neutralizzata nei balli in fila per quattro del giorno di San Valentino, mi viene in mente un’altra danza femminista che ha recentemente occupato la scena mediatica: quella delle Pussy Riot nella cattedrale del Cristo Re di Mosca. Qui la scena ci restituisce una danza punk dai connotati carnevaleschi che rimanda al ribaltamento dell’ordine patriarcale simbolizzato dalla sacralità del luogo: le quattro donne incappucciate scalciano, saltano e imitano enfaticamente i gesti di una preghiera. In seguito al loro arresto e condanna, l’immagine delle giovani incapucciate si è disseminata attraverso i media come una sorta di immagine virale che ha contaminato la rete e gli immaginari della protesta su scala globale, diventando in breve tempo un simbolo di rivolta.

Come è ovvio, questi due esempi si inscrivono in modalità della protesta e contesti geopolitici del tutto diversi tra di loro e attestano forse più di ogni altra cosa dell’eterogeneità delle espressioni di conflittualità femminista. Tuttavia quello che colpisce è il modo in cui un’iniziativa come il One billion rising riesca a condensarne alcuni aspetti cruciali – la dimensione globale della violenza sulle donne e la danza come manifestazione di protesta e di libertà – rendendoli inoffensivi. La domanda che sorge è proprio quella dell’articolazione tra la forma e il contenuto, tra la richiesta di un cambiamento strutturale nei rapporti tra i sessi e un linguaggio visivo e corporeo che rende questa richiesta immediatamente recuperabile come evento e spettacolo mediatico, con il rischio di neutralizzarla dentro una cornice in cui non c’è più alcuno spazio per esprimere alcuna conflittualità, soprattutto nelle sue forme più gioiose e irriverenti.

 

 

 

 

 

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