Il baratro dell’economia liquida – Intervista a Christian Marazzi

 

di RADIO UNINOMADE

Iniziamo dagli Stati Uniti. Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, le cronache sono state dominate dal terrore del fiscal cliff e poi dall’accordo in extremis raggiunto da democratici e repubblicani, ancora una volta spaccati. Il debito pubblico americano è però sempre più grande e il baratro della recessione resta all’ordine del giorno. Cosa ci dice questa situazione sul prossimo futuro degli Stati Uniti e sull’amministrazione Obama, e quali conseguenze ha dal punto di vista globale?

Io sono abbastanza d’accordo con Nouriel Roubini che recentemente ha scritto un articolo sul Financial Times in cui sostiene che quella di Obama è una vittoria di Pirro. Ha certamente evitato il famoso baratro nell’immediato, fate conto che se non avessero trovato un accordo l’aumento delle tasse e il taglio automatico della spesa pubblica avrebbero avuto un impatto pari al 5% del Pil. Con questo accordo, la riduzione è stata attorno all’1,4 o 1,2%, effettivamente il rischio più immediato è stato evitato. Però quello che sosteneva Roubini, come sostengono tutti, è che questa cosa rimanda il baratro; oltretutto tra due mesi bisognerà trovare un accordo sull’aumento del tetto fiscale, il fiscal ceiling, per poter continuare a finanziare la spesa sociale e i tagli che comunque i repubblicani questa volta vogliono assolutamente strappare, pari a 110 miliardi di dollari.

É un serio problema che non sembra risolvibile e che ci porta a fare delle considerazioni più generali. Innanzitutto si conferma ciò che sosteniamo da tempo: nel capitalismo finanziario c’è poco spazio per le manovre che non siano di tipo finanziario e che siano invece di tipo keynesiano classico. Il keynesismo finanziario è il modo nel quale si cerca di governare un capitalismo che non sembra politicamente governabile. Da una parte contiene delle grosse contraddizioni: si tenga conto che entro la fine dello scorso anno praticamente tutte le grandi banche centrali del mondo – la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e anche la BCE – hanno deciso di iniettare liquidità a più non posso. É impressionante la quantità di liquidità che queste banche stanno iniettando e continuano a iniettare per contenere o gestire queste contraddizioni, che sono quelle di un capitalismo nel quale la creazione di liquidità di moneta resta all’interno del circuito finanziario e non ricade sull’economia cosiddetta reale, non genera quella domanda necessaria per contenere la recessione che è comunque strisciante o reale come in Europa. Negli Stati Uniti non c’è recessione ma il tasso di crescita è tutto sommato contenuto per quanto riguarda, per esempio, la creazione di posti di lavoro. Abbiamo visto che sono stati creati in dicembre 155.000 posti di lavoro, però in realtà, secondo i calcoli degli analisti, ce ne vorrebbero il doppio mensilmente per poter ridurre il tasso di disoccupazione in modo significativo, forse anche di un punto e mezzo percentuale.

Quindi,questo è un capitalismo finanziario che cerca di risolvere finanziariamente le contraddizioni, che sono esattamente le contraddizioni generate dallo stesso capitalismo finanziario. La possiamo chiamare un’economia liquida, riprendendo l’espressione di Zygmunt Bauman, un’economia cioè dove si cerca non dico di uscire dalla recessione o da questa stagnazione, ma perlomeno di contenere quelle che sono le piaghe della povertà e della disoccupazione.

Potremmo dire che cercano di navigare a vista dentro la recessione, insomma…

Si naviga dentro la recessione e senza sapere dove si sta andando, perché questo è il vero problema. Cosa può succedere con questa andazzo, quali sono gli scenari? Vi è per prima cosa una grossa bolla che sta prendendo forma, nel senso che è una bolla non solo dei titoli obbligazionari, ma anche dei titoli azionari. Abbiamo visto una forte ripresa delle borse, ma basterà questo a ristabilire tassi di margine di profitto tali da rilanciare degli investimenti? A me per il momento non sembra, mi sembra solo che si stia assistendo ad un’inflazione di tipo borsistico-finanziario e quindi a delle bolle che sono il modo nel quale nel capitalismo finanziario si realizzano i profitti. Però, ripeto, sono dei profitti che non si traducono in termini di crescita, innovazione, creazione di posti di lavoro. Il problema è che qui la liquidità non si trasforma in capitale, resta rendita, con tutte le conseguenze del caso: per esempio, il capitalismo finanziario è fortemente impregnato di corruzione, proprio perché i rapporti sono quelli della rendita e non sono i rapporti tra capitale e lavoro. Quindi, come abbiamo già detto, la corruzione è consustanziale e strutturale, perciò la governance è impossibile secondo i canoni classici del capitalismo.

Un altro scenario possibile, ma anche questo da verificare, è quello dell’iperinflazione: non tanto nel senso di un aumento dei prezzi trasversale, l’inflazione l’abbiamo ed è di tipo borsistico e quindi limitata a una serie di titoli e obbligazioni; parlo di iperinflazione perché questa creazione di liquidità può ingenerare una crisi di fiducia nelle monete, pensiamo alla sterlina, che quindi può indurre a una fuga di capitali da questo paese e quindi a un’ulteriore iniezione di liquidità. É una situazione da anni Venti, non è uno scenario che si prospetta a breve periodo ma è un’ipotesi. Quindi, c’è una forte opacità riguardo alle conseguenze di questo tipo di gestione liquida della crisi del capitalismo finanziario.

Io non so come interpretare questa non trasformazione in capitale della liquidità creata, questa creazione di denaro come denaro e non di denaro come capitale. Può essere il sintomo di una crisi del controllo sulla forza lavoro che indicherebbe più una sfiducia del capitale nella sua capacità di comandare il lavoro vivo. Però andiamoci piano, perché qui stiamo assistendo a una crisi da anni Trenta al rallentatore, i tempi sono dilazionati, non si vede una benché minima ipotesi di rilancio del welfare state, anzi semmai un continuo suo smantellamento. Anche rispetto ai salari per esempio, a proposito del fiscal cliff, tra due mesi aumenteranno gli oneri sociali sulla busta paga della classe operaia americana e quindi ci sarà un’ulteriore compressione del salario reale, si picchia duro anche su quello. Si cercherà di sostenere profitti attraverso le bolle mobiliari e immobiliari: negli Stati Uniti c’è un tentativo di rilancio del settore delle costruzioni per creare posti di lavoro, però non mi sembra che si stiano delineando all’orizzonte degli scenari dentro i quali si possa avere una qualche certezza in un senso o nell’altro.

Siamo partiti dagli Stati Uniti, adesso attraversiamo l’Atlantico e torniamo all’Europa. Più volte hai sostenuto l’ipotesi di un’incipiente spaccatura dell’Europa, anticipando scenari e tendenze: che sviluppi vedi nella crisi europea e, in ultima analisi, cosa ciò significa per l’Italia, anche in vista dell’imminente scadenza elettorale in cui sembra confermarsi quel dato di ingovernabilità che hai sottolineato rispetto alla crisi nel suo complesso?

Intanto, direi che l’euro è sicuramente il grande sopravvissuto del 2012. Non solo io ma tantissimi altri (per fortuna, visto come sono andate le cose) sostenevamo la spaccatura; in realtà mi sembra che l’euro fino ad ora sia stato salvato perché nel confronto tra gli americanisti e soprattutto Draghi (asse europeo fondamentale con gli Stati Uniti) da una parte e tedeschi dall’altra, l’hanno spuntata Draghi e quindi gli americani che hanno scommesso su un rilancio della politica monetaria della BCE, che Draghi ha brillantemente assecondato. Si badi che il calo dello spread di cui tutti si riempiono la bocca è fortemente debitore della politica monetaria della BCE, non è il risultato di chissà quali riprese di fiducia nei confronti di paesi come l’Italia o la Spagna.

É indubbio che da questo punto di vista, per il momento, gli americani e il loro uomini in Europa hanno dato forte ossigeno all’euro. Si noti poi che questo sistema sta in effetti ri-nazionalizzando la gestione del debito pubblico: i soldi che arrivano alle banche, per esempio italiane, attraverso la politica dei bassi tassi di interesse della BCE servono a comprare i buoni del tesoro italiani di nuova emissione, però anche ad acquistare da parte delle banche italiane i buoni del tesoro italiani detenuti dalle altre banche. Non so se era Tremonti che diceva che l’Italia sta fungendo da bancomat per le banche tedesche, mi sembra che abbia colto nel segno da questo punto di vista. Quindi si sta assistendo da una parte ad una nazionalizzazione del finanziamento del debito pubblico; dall’altra, si noti una cosa importantissima, cioè che questo tipo di politica monetaria è implicitamente un’ammissione del fatto che la crisi continua imperterrita. Non dobbiamo dimenticare questo aspetto, perché ciò vuol dire che le politiche di austerità e le politiche monetarie non hanno dato i frutti sperati. Una cosa che va nella stessa direzione è l’abbassamento dei requisiti da parte di Basilea 3 per quanto riguarda l’accumulo delle riserve, dei capitali propri delle banche: con questa mossa, in realtà, si permette alle banche di non dover accumulare 500 miliardi di euro sotto forma di riserve. Questo la dice lunga sulla situazione piuttosto disperata nella quale ci si trova e nella quale si trovano le stesse autorità monetarie.

Quindi, mi sembra che in Europa (lo si è detto lo scorso week-end, anche lo stesso Economist) si riproduce la situazione di crisi di governabilità statunitense. Quello che succede in Italia, almeno visto da fuori, sembrerebbe confermare questa impossibilità di formare un governo che sia all’altezza della situazione. Anche questa strutturalità della crisi della governamentalità è uno degli aspetti di questa fase che stiamo attraversando, con tutti i problemi che restano sul tappeto, perché comunque il reddito reale sta diminuendo, la disoccupazione – sempre parlando dell’Europa – sta aumentando, si sta cronicizzando in un modo spaventoso. C’è distruzione di capitale, proprio nel senso classico della crisi, di know-how, di capacità di innovazione.

Dunque, l’ipotesi della spaccatura dell’euro sulla quale io ero ritornato più volte, sempre che abbia ancora un fondamento, di sicuro è posticipata. Resta il fatto che, andando avanti di questo passo, benché con l’abbassamento dello spread ci sia stato un abbassamento del servizio del costo del debito e quindi del suo rifinanziamento, comunque i paesi del nord saranno chiamati ancora a finanziare i paesi più deboli dell’area europea. Con la prospettiva delle elezioni tedesche alla fine dell’estate prossima, io non so come si svolgerà questa campagna, non vedo bene un’apertura su questo fronte del finanziamento. I tedeschi hanno bisogno di trattenere risparmio, non vedo bene come sia possibile da una parte soddisfare l’elettorato tedesco, dall’altra tenere in piedi i debiti pubblici dei paesi più deboli o cosiddetti periferici.

* L’intervista è andata in onda nel diario della crisi di Radio UniNomade di lunedì 7 gennaio 2013.

 

 

 

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