Il buon governo del comune. Prime riflessioni

 

di UGO MATTEI

La nozione di governo del comune é di per sé discutibile e controversa.

In effetti, nella tradizione giuridica e politica della modernità l’ idea fondamentale di governante è quella di un soggetto dotato di potere che lo colloca in posizione sovraordinata rispetto ad un’ organizzazione che in qualche modo da lui dipende. Un soggetto sopra un oggetto;. un decisore al di sopra di un decidendo; un governante sopra un governato. Chi governa concentra potere, in modo più o meno compiuto o più o meno limitato sopra chi è governato. Nel nostro caso sopra il comune o sopra le moltitudini che lo compongono. Il paradosso di questa ricostruzione è che il costituito (governo) esercita potere sul costituente (popolo, moltitudine).

Se dalla tradizione del governo politico (Machiavelli) si passa a quella, più recente, della c.d. governance economica, ossia se si travalica il confine fra pubblico e privato, non ci troviamo in un mondo molto diverso. Nella tradizione giuridica occidentale, le organizzazioni private condividono con quelle pubbliche l’ idea di un’ istituzione di governo (il consiglio di amministrazione, l’ amministratore delegato, il presidente) che esercita poteri su un’ organizzazione sottostante. Certo, anche qui esiste la finzione della sovranità, che vuole l’ appartenenza del potere al costituente sul costituito (governante), ma anche qui la struttura del potere costituito marginalizza quello costituente che non è strutturato. Che all’ origine della personalità giuridica privata ci sia il contratto, come nell’ organizzazione giuridica continentale, o l’ atto del sovrano politico che “incorpora”, come nella tradizione anglo-americana, le cose non cambiano nella sostanza. Il manager (gestore nella terminologia del governo privato) concentra il potere nelle sue mani. A partire dagli anni trenta del secolo scorso, il lavoro di Berle e Means ha dimostrato come nel moderno soggetto azionario, i gestori siano incomparabilmente più forti degli stessi proprietari, i costituenti della corporation.

Questo processo di concentrazione del potere dal costituente al costituito è particolarmente rilevante sul piano politico perché, nell’ attuale conformnazione del capitalismo azionario, in cui la corporation è più potente dello stesso stato sovrano, determinandone i processi decisionali in modo assolutamente rilevante, la classe manageriale è depositaria ultima del potere concentrato. Ne consegue che, come sempre accade, il processo di concentrazione non puo’ limitarsi a costituire un mero fatto ma, proprio a causa dei dispositivi ideologici prodotti dal potere, esso diviene un valore. Di conseguenza, nel sentire comune, i managers-governanti, devono concentrare il potere per essere efficienti, ossia per perseguire il valore fondamentale dell’ organizzazione capitalistica pubblica o privata che sia. Le strutture della governance devono perciò garantire il più ampio potere decisionale possibile in capo al manager, ed il ruolo della corporate governance altro non è che monitorare i problemi di asimmetria informativa fra principale e agente (rappresentato e rappresentante nella teoria politica) che derivano dalla concentrazione del potere nelle mani dell’ agente, di per sé è un aspetto assolutamente desiderabile per qualsiasi organizzazione.

Come noto, la cosiddetta “corporate governance”, una disciplina accademica che coinvolge giuristi ed economisti soprattutto negli Stati Uniti , si è affermata negli ultimi vent’ anni come modello di governance tout court, coinvolgendo ogni apparato costituito e determinandone i valori di fondo in chiave di efficienza economica. La stessa governance è divenuta così una nozione profondamente imbibita nell’ ideologia egemonica della “fine della storia” ed è perciò parte fondativa di quell’ ideologia dell’ assenza di ideologia che caratterizza i c.d. governi tecnici, quelli delle c.d. grandi coalizioni o in ogni caso la convergenza al centro che caratterizza la strutturazione politica del dopo Guerra Fredda. I valori della governance, soprattutto un’ efficienza organizzativa tecnologica e neutrale, hanno così finito per divenire quelli piùà generali, profondi e naturalizzati della società opulenta fondata sul consumo di merci.

La metafora dello Stato Azienda che deve essere retto in modo efficiente ed economicamente sostenibile si è diffusa pervasivamente nel dibattito politico soprattutto nella fase attuale di crisi, in cui il “debito sovrano” è divenuto il chiavistello per imporre nuove concentrazioni di potere in capo alle istituzioni rappresentative degli interessi del capitale oligopolistico. Un modello di governance (le lingue diverse dall’ inglese non hanno neppure un termine che consenta di opporre governance e government) è tecnico e non politico. Esso impone, nell’ interesse dell’ efficienza promossa a valore fondamentale della società tecnologica complessa, la concentrazione del potere nelle mani del capo dell’ esecutivo (il CEO o AD dell’ azienda stato). Esso promuove altresì un insieme di controlli “checks and balances” condotti ex post da Corti di giustizia, al solo fine di monitorare il rapporto fra principale ed agente senza inibire l’ azione efficiente di quest’ ultimo.

Questo modello, imposto come strutturazione fondamentale dell’ entità statuale, agevola il controllo ultimo di ciò che fa l’ agente (governo) in capo al vero principal, che non è più il popolo sovrano (che scompare una volta esaurita la fase costituente) ma diviene il capitale stesso costituitosi nei dispositivi giuridici ed economici della globalizzazione . Solo così è spiegabile la concentrazione di potere “legibus solutus” nelle mabi dell Banche Centrali. La fase costituente d nuova ristrutturazione del capitalismo , che in Europa passa attraverso la costituzionalizzazione (nazionale) della regola aurea del pareggio di bilancio e la modifica dei trattati (sovranazionali), costituisce in questa luce un tentativo di istituzionalizzare un controllo ex ante capace di garantire contro l’ eventuale utilizzo politico e non tecnico della discrezionalità dell’ agente nazionale. La concentrazione di un potere (limitato) nelle sue mani è evidentemente funzionale alla facilitazione del controllo, da parte dei poteri globali, proprio come già avveniva con la strutturazione coloniale del potere.

Nell’ ultimo quarto di secolo ogni passo nella direzione di questa concentrazione di potere nelle mani di un numero sempre più ridotto di attori globali, i cui rapporti riproducono quelli del corporate governance (e cioè quelli di una struttura gerarchica ed autoritaria per antonomasia, fondata sulla sacralizzazione dell’ efficienza) viene considerato desiderabile. Il il termine elogiativo di “riforma strutturale” accompagna questa trasformazione autoritaria. Tipici esempi di riforme informate a questa logica sono i pachetti di privatizzazione, liberalizzazione, riduzione del settore pubblico, smantellamento dei servizi sociali e concessione di attività di governo (prigioni, apparati militari ecc.).

L’ intierezza di questa costruzione intellettuale e la sua stessa “naturalizzazione” come “realtà” non può che essere radicalmente sconvolta da una riflessione che metta al centro il comune. Innanzitutto, il comune è incompatibile con la nozione della concentrazione del potere . Il comune critica la concentrazione del potere. Lo diffonde in un processo costituente continuo che non può essere né completato a favore di un un “costituito”, né formalizzato in alcun modo. Il potere, sempre nemico in qualsivoglia forma costituito, viene diffuso dalla pratica del comune fino alla sua ideale scomparsa. Il processo decisionale nel comune è sempre dialettico e condiviso. In questo senso non può essere governo. In effetti il comune è incompatibile con la separzione positivistica fra soggetto ed oggetto, di quella soggettività che esercita potere su una entità oggettiva che costituisce il presupposto per la traduzione in termini di di giuridicità all’ occidentale del suo governo. Oltre lo Stato ed oltre la proprietà privata non può che esprimersi nel superamento della grammatica fondamentale della modernità e nel rifiuto radicale della sua costituzione. Il comune non è un oggetto ed in quanto tale non può essere né trasformato in merce né dominato (dominium). Il comune è una relazione di natura qualitativa fra l’ individualità e l’ ambiente in cui essa è immersa, fra il tutto e le sue parti. Al centro c’è il tutto, entità resistente nel lungo periodo se capace di distribuire quanto prodotto dalle diverse parti che lo compongono in modo legittimo. Il comune dunque condivide il modello di l’ immortalità della corporation. A differenza della persona fisica, comune e corporation possono vivere in eterno. Solo la seconda pone in essere il modello insostenibile dell’ accumulo infinito in un mondo finito, crescendo dunque come un cancro che distrugge il suo contesto fino a distruggere se stesso. A differenza della corporation il comune non cresce senza fine perché il suo scopo è distribuire. Comune e corporation sono entrambe entità collettive ma mentre la seconda è meccanismo di estrazione e di sfruttamento gerarchico, il primo è dispositivo di relazione fra le componenti nella cura del contesto. In questo senso al centro di un ordine giuridico sostenibile non può che esserci il comune e al centro del comune, dormiente o conclamato il conflitto dinamico e permanente per la giusta distribuzione.

In quanto esperienza interamente e radicalmente contestualizzata (in un certo senso il comune è necessariamente un reale inventato da ciascun suo interprete) esso richiede una comprensione fenomenologica oggi ancora del tutto assente nel diritto e nelle scienze sociali. La concezione del comune richiede un rifiuto della disciplina, il dispositivo di controllo sociale in cui sia articola la grammatica naturalizzata dalla modernità: arte, diritto, politica, natura, cultura, scienza e tecnologia si declinano simultaneamente e simbioticamente nel comune. Il positivismo scientifico, soprattutto la separazione far essere e dover essere sono letti di procuste, trappole, falsa coscienza, strategie riduzioniste che possono travolgere il potenziale rivoluzionario del comune.

Se il comune non è un oggetto esso non può neppure essere “governato” e certamente non può esserlo in nome dell’ efficienza, della crescita e dell’ accumulo che sono categorie intimamente legate all’ ordine borghese alle radici della modernità. L’ efficienza non è un valore compatibile con il mondo del comune. I valori del comune sono la resistenza rispetto all’ accrescersi infinito della corporation, suo nemico mortale; la radicale uguaglianza cui mira la sua pratica di emancipazione anche conflittuale; l’ adattabilità di lunga durata al suo contesto. Il comune è esso stesso un ecosistema vivo che riceve senso nel bios che si articola dentro di esso e per esso nelle forme più varie, ma sempre fisiche, siano di conflitto o di coesistenza. Il comune è perciò, come ogni ecosistema, il prodotto dell’ aggregarsi di infiniti ecosistemi, di isole d’ ordine in un mare di disordine che a sua volta viene ordinato in un processo trasformativo continuo. Le categorie del giuridico, in quanto costituite, non possono cogliere il comune, se non trasformandosi esse stesse in forme costituenti. Un rapporto di qualità variabile fra le parti e diversi tutti, che non le ingabbiano ma che le coinvolgono. In questo senso il comune non è comunità statica né il rapporto fra il tutto e le parti può essere gerarchico. La gerarchia è infatti ordine statico costituito ed in questo senso anti-comune. La relazione nel comune è qualitativa: profumo, colore, odore, odio, amore, solidarietà, giustizia, conflitto, sono gli aspetti rilevanti, tutti non misurabili, nell’ esperienza del comune .

L’ efficienza, al contrario, fa parte del dispositivo ideologico che a partire dalla modernità ha strutturato una realtà misurabile che in tal modo viene costituita come oggettiva . Questa oggettività, fondata nell’ efficienza è chiave nella “valutazione” di un sistema di governance “misurabile”. La misurabilità diviene un sistema di controllo ,un sistema essa stessa di governance che restringe gli ambiti del possibile e al contempo quelli della fantasia. Essa trasforma la qualità in lavoro alienato. Non è un caso che nella trasformazione cognitiva del capitalismo si diffondano sempre più sistemi quantitativi di misurazione e di valutazione della ricerca. Nessun criterio di misurazione, né di valutazione, che inevitabilmente si trasformano in soft law é disponibile per il comune.Il fascio di relazioni che compone il comune può essere vissuto unicamente in una infinita varietà di forme soggettive, che basandosi su qualità diverse non sono riducibili in un sistema di misurazione.

Quest’ ultima osservazione costringe alla ricerca di differenti standards e modelli di conoscenza del comune da fondarsi presumibilmente su considerazioni estetiche e di attrattività del “tutto” sulle “parti” . Modelli di conoscenza fatti di pratiche “artistiche” e di interelazioni sociali idonee ad una diversa e nuova produzione di senso nell’ esperienza del vivere insieme, una “creolizzazione” complessa fra l’ essere e l’ avere. Nell’ assenza di qualsiasi criterio di oggettività, qualunque criterio di conoscenza del comune passa attraverso una pratica apertamente politica, intimamente contestualizzata e sperimentata in modo differente dalle diverse individualità partecipanti al conflitto per il riconoscimento e l’ accesso al comune. Questa natura profondamente politica del comune può soltanto essere compresa “dal sotto in su” ed è questa la principale ragione per cui il comune resiste alle pratiche di governamentalità, siano esse governo politico o governance economica. Il comune non sopporta il rapporto gerarchico. Il suo “governo” può soltanto essere la risulatante di una conflittualità o di una simbiosi diffuse, volte alla sua salvaguardia ecologica che ne preserva l’ accesso collettivo attuale o futuro. Questi conflitti e queste simbiosi, produttivi di un modello a rete, determinano in via incidentale l’estensione (si evita apposta la locuzione confine) del comune rendendolo perciò inclusivo e collegato, in modo del tutto antitetico rispetto alla comunità, statica e chiusa, determinata dalla logica del dentro e del fuori. Il comune prospera nella rete e può essere dunque colto soltanto tramite questa metafora biopolitica, sovversiva di quella del mondo macchina, tipica della modernità e della fede nella tecnologia, che ancora caratterizza gran parte del discorso dominante.

In questa prospettiva dunque, il comune é una categoria fortemente dinamica e pienamente relazionale e certo non é un oggetto né può essere merce. Nessuno riesce ad asserirvi potere, di qualsivoglia natura sul comune senza allo stesso tempo distruggerlo. Il comune esiste solo fra pari ed è esso stesso fatto di interpretazioni soggettive di un aggregato complesso di rapporti simbiotici o conflittuali. Il comune come ogni sistema ecologico non è mai ma diviene sempre. Può crescere prosperare e diffondersi, ma può anche essere distrutto dalla logica del potere che sostituisce la rete con la violenza, la disparità e lo sfruttamento. Ciò è avvenuto più volte nella storia, dall’ accumulazione originaria, alle enclosures, alla conquista, ma anche tramite involuzioni endogene di natura patriarcale o di comunità chiusa.

Proprio questa natura o struttura del comune, contestuale in ogni aspetto del suo esistere, rende difficile immaginare formule astratte per un suo “buon governo”. Certamente l’ uguaglianza materiale e la giustizia sono I valori fondamentali che permeano il comune . Tuttavia fra il primo ed il secondo valore esiste una differenza strutturale che ancora si presenta per il giurista come un ostacolo difficilmente sormontabile. L’ uguaglianza materiale è infatti categoria ed ideale nettamente quantitativa, mentre il senso di giustizia appare un concetto profondamente relazionale e qualitativo, diversamente interpretato dalle diverse soggettività e sensibilità che, proprio come i fiocchi di neve, non sono mai uguali. Di qui l’ osservazione per cui due anni di carcere inflitti a due individui che hanno commesso lo stesso reato possono considerarsi espressione di un principio di uguaglianza in un mondo fondato su un’ idea di legalità fondata sulla certezza della pena. Essi tuttavia producono un impatto nettamente diverso su due diversi detenuti, proprio come, in un mondo di diseguaglianza economica, trenta euro di multa hanno un impatto profondamente diverso sul ricco e sul povero. Poiché il comune è ambito qualitativo e non quantitativo la sua struttura risulta difficilmente compatibile con quella di istituzioni pensate per un mondo che considera l’ accumulo di ricchezza come il principale strumento della sua crescita. La visione dominante ancor oggi, al crepuscolo dell’ era liberale, è caratterizzata infatti dall’ idea hayekiana per cui la la conoscenza è prodotta dalla concorrenza e quest’ ultima è meccanismo di differenza non di uguaglianza. Tale visione, frutto maturo del riduzionismo e del meccanicismo positivistico tipico della modernità, si è tradotta in un ordine giuridico incentrato su individui portatori di diritti fondamentali che li rendono uguali nelle opportunità non negli esiti. Il mondo dei diritti protegge l’ idiosincrasia (quantomeno quella proprietaria) ma non sa declinarla in chiave qualitativa fondando il diritto sull’ accumulo proprietario protetto dallo Stato. L’ individuo portatore di diritti è solo, separato dall’ involucro dei diritti dalla complessa rete della vita. Egli non accede alla vita ma, tramite lo scambio contrattuale dei suoi diritti (rectius dei diritti sui suoi beni materiali o cognitivi) esso può accedere al più all’ accumulo capitalistico. Dopo aver trasformato, assegnandole diritti, la persona giuridica in persona fisica, il diritto completa il cerchio, giuridificando la persona fisica escludendo la rilevanza della sua più intima diversità.

Rimettere al centro il comune, è in questo senso rivoluzione copernicana perché all’ isolamento fondato su diritti si sostituisce la relazione fondata sulla reciprocità della solidarietà. Nella sua radicalità democratica il comune mette al centro un modello distributivo capace di farsi carico delle esigenze qualitative delle parti che compongono e danno vita al tutto, accettando un processo decisionale che in certi contesti può richiedere molto tempo. Questo è un altro anatema per la visione dominante fondata sulla produzione.

Non può perciò sorprendere che il diritto non sia stato né sia oggi un alleato del comune. Mentre l’ esito progressivamente più diseguale dell’ accumulo capitalistico, tanto originario quanto continuativo, é costantemente protetto dal diritto tramite I suoi apparati repressivi ed il costituzionalismo borghese, I diritti del comune sono sistematicamente violati e pretermessi. La grande mistificazione del rapporto a somma zero fra Stato e mercato cela questa dinamica squilibrata.

Come approfondito altrove, questa relazione è stata la principale responsabile di un processo di saccheggio e predazione del comune che ha prodotto una catastrofe globale perpetrata tanto da apparati del capitalismo proprietario (quale l’attuale strutturazione finanziaria) quanto da quelli di una statualità espansiva (quali le fasi precedenti del capitalismo di stato quali il fascismo e il socialismo realizzato).

Ad oggi il comune non ha alcuna protezione nel diritto costituzionale dell’ occidente ed emerge dalle lotte solamente nelle recenti costituzioni Boliviana, Ecuadoregna, Venezuelana e dell’ Uruguay. Questo squilibrio costituzionale non è curabile in occidente senza un nuovo processo costituente in cui il comune revochi la delega allo Stato così come lo conosciamo oggi.

L’ attuale squilibrio costituzionale che ha finito per produrre il dominio degli apparati economici e finanziari privati su ogni spazio pubblico può essere curato soltanto da una riconquista di centralità da parte del comune come principio costituente. Non solo la proprietà privata ma anche il comune deve essere protetto contro la pratica dell’ espropriazione legale. L’ interesse pubblico non è di per sé quello delle istituzioni pubbliche, sicché esso andrebbe dimostrato prima di ogni processo di privatizzazione. Ad ogni privatizzazione dovrà corrispondere un indennizzo capace di garantire alla collettività gli stessi o maggiora benefici di quanti ne godeva con l’ accesso alle utilità dell’ oggetto dell’ espropriazione. Una protezione costituzionale del comune determina un riequilibrio fra settore privato e settore pubblico che può essere un primo passo per ridurre la vulnerabilità di qust’ ultimo nei confronti di un settore privato progressivamente più potente ed irresponsabile. Naturalmente, la costruzione di un comune politico non può accontentarsi di misure difensive ma deve saper riconquistare forza costituente a tutto campo. Qui la questione del potere e dei mezzi per imbrigliarlo per poi procedere alla sua definitiva liquidazione diviene centrale e concreta.

Quanti politicamente credono nella potenzialità emancipatoria del comune detengono un potere sufficiente per produrre trasformazioni costituzionali ed istituzionali che possano non solo tutelarlo ma anche promuoverlo come un’ alternativa alla concentrazione del potere? Quali sono gli strumenti per cogliere e dispiegare una tale forza trasformatrice? Quale deve essere la natura di questo potere rivoluzionario? La nostra società si basa su un’ alleanza costituzionale profondamente radicata nelle costituzioni liberali fra i due più potenti strumenti di concentrazione del potere, esclusione e sfruttamento che siano stati “inventati” nella storia umana, ossia la proprietà privata e la sovranità statuale. La sua trasformazione in una società in cui il comune gode di riconoscimento e protezione costituzionale è perciò un “momento costituente” che richiede, nelle nostre mani, forza costituente. Una società fondata sul comune è infatti una società di uguali in cui ciascuno può rivendicare uguale accesso diretto a ciò che è in comune. Come Hardt e Negri hanno dimostrato, il comune richiede emancipazione delle moltitudini, proprio quel “comunismo” per evitare il quale è strutturata l’ attuale società, fondata sul regime di legalità e sulla tecnocrazia. Le condizioni di diseguaglianza del potere sono il nemico del comune . E’ per questo che creare condizioni di buon governo del comune “in quanto tale” richiede una lotta contro la diseguaglianza molto più effettiva e radicale di quanto, come specie umana, non abbiamo sperimentato fin qui nella storia. Conquistare percorribilità politica per un simile disegno sovversivo in questo momento in cui le vecchie idee (privatizzazione, liberalizzazione, flessibilità…) vengono riproposte con inaudita violenza non è impresa facile. Occorre infatti produrre, in ciascun singolo contesto, condizioni di mobilitazione delle moltitudini capaci di produrre un diritto antagonista dal basso divenendo così costituenti. La piattaforma politica è dettata dalle condizioni generali di insostenibilità ecologica prodotte dallo sviluppo capitalistico (le condizioni di insostenibilità sociale non sono mai venute meno). Essa si concreta nella necessaria produzione, che solo il comune può operare, di una giuridicità coerente con le leggi dell’ ecologia, che le leggi umane non possono continuare a violare ancora per molto tempo. Tutto ciò richiede di fondare il comune su una piattaforma minima di alfabetizzazione ecologica, raggiungibile solamente attraverso strumenti razionali finalmente liberi da gabbie disciplinari che precludono lo sviluppo di un intelletto generale adatto alla sopravvivenza della specie. Proprio come violare le leggi della gravità trasforma in tragedia una gita in montagna, altrettanto certamente violare le leggi ecologiche comporta distruzione e catastrofe. Gli effetti catastrofici di una lunga storia di sfruttamento e distruzione indiscriminata del comune sono finalmente visibili (dietro la poderosa coltre scientistica dell’ “ideologia della non ideologia”) e possono creare condizioni adatte a quella produzione diffusa di terrore ed emergenza necessarie oggi per una trasformazione costituente. Solo così crediamo si possa trovare la necessaria forza, prima di tutto ideologica, per reagire al capitalismo che, proprio come un tumore maligno distrugge l’ organismo che lo ospita finendo per ditruggere se stesso.

In effetti, le istituzioni fondamentali e gli apparati tanto coercitivi quanto ideologici che governano la modernità hanno prodotto un sistema di incentivi che forzano ciascun individuo, parte del comune globale, a comportamenti che violano profondamente le leggi ecologiche e che, aggregati fra loro rendono inevitabile la distruzione. La sovraproduzione di merci e la logica dello sviluppo quantitative che ad essa sottende ha trasformato il mondo in una discarica a cielo aperto, un immenso deposito di oggetti inutili, per produrre la necessità dei quali il capitalismo si è progressivamente trasformato in cognitivo, producendo così un profondo inquinamento delle menti che ci rende schiavi di modelli di consumo e di vita suicidi.

Mentre questa “tragedia del comune mondo” era imprevedibile all’ inizio della modernità e dello sviluppo capitalistico, essa é oggi asssolutamente chiara e perfettamente teorizzata. La sfida politica è tradurla immediatamente in terrore e contemporaneamente in consapevolezza critica diffusa. Per un affascinante percorso di eterogenesi dei fini, la cosiddetta scienza economica ha dedicato le sue energie più celebrate non già a far propria la lezione teorica ed analitica di Garrett Hardin per aprofondire la strutturazione istituzionale che oggi genera la tragedia. Al contrario essa in un primo tempo ne ha sposato le prescrizioni erronee: la tragedia si evita solo con proprietà privata o Stato, ma il primo modello è più efficiente. In un secondo momento, col lavoro di Ostrom, ne ha messo in discussione il modello cognitivo concentrandosi su una visione bucolica di un “comune-comunità di vllaggio” finendo, avvertitamente o inavvertitamente poco importa, per distogliere l’ attenzione dal fatto che il modello tragico dell’ homo oeconomicus funziona perfettamente nel prevedere il comportamento della corporation. Come perfettamente teorizzato da Hardin, il comune globale è oggi un mondo di “non diritto” prodotto dalla corporation al fine di legalizzare il tragico banchetto distruttivo del comune i cui è protragonista. Il mondo é un comune, attaccato forse irrimediabilmente dalle metastasi prodotte da comportamenti autodistruittivi dei soggetti economici pubblici e privati. Il premio Nobel per l’ economia, non a caso, é stato dato al lavoro che maggiormente mette in discussione, delegittimandoli, gli assunti teorici di questa osservazione assolutamente accurata di Hardin. D’ altra parte dovremmo oggi esserci vaccinati nei confronti della visione del mondo dominante fra gli economisti.

In pratica, il buon governo del comune e la strategia per rendere egemonico il solo pensiero che può salvare il mondo dalla catastrofe lo si può oggi vedere all’ opera, in modo strettamente contestuale, in alcune lotte. Esse vanno studiate con un grande sforzo intelletuale sapendo che molto possiamo imparare da chi mette in discusione la realtà e l’ immodificabilità dei rapporti di potere come essi li conosciamo oggi. In questo senso in Italia è la battaglia “No Tav bene comune” ad essere il fronte attivo dello scontro teorico e politico. Il processo di formalizzazione di alcune altre pratiche del comune è stato intrapreso, a volte lavorando sul diritto pubblico, reso malleabile dalla conquista di spazi di rappresentanza come nel caso di Acqua Bene Comune Napoli, altre volte modellando il diritto privato per dare veste ed acquis giuridico a un primo processo di occupazione costituente, come quello del Teatro Valle di Roma e della sua Fondazione partecipata per la cultura bene comune.

Questi primi esperimenti di buon governo del comune condividono alcuni tratti e soprattutto mostrano già una capacità di contaminazione e di conseguente contrasto culturale delle metastasi capitalistiche che ben lascia sperare. Esse pensano al comune globale ma fondano un comune strettamente contestuale. Esse sperimentano nuove forme di decisione democratica ponendo la partecipazione diretta in opposizione radicale alla concentrazione del potere e alla delega. Esse producono un processo genuino di autoformazione capace di trasformare il consumatore in persona fisica che condivide un’ esperienza. Esse focalizzano sull’innovazione, la creatività e la qualità dei rapporti (il buen vivir si direbbe in sudamerica). Soprattutto essse sono l’ ambito della passione e dell’ impegno politico disinteressato per un mondo in cui i corpi danno invece di pretendere astratta protezione dall’ alto. Questi primi processi producono uguaglianza sostanziale dando pieno riconoscimento al contributo di ciascun individuo secondo le sue possibilità.

Il comportamento che si produce preoccupandosi per il comune ed avendone cura nella lotta per il suo riconoscimento culturle e politico ha un ruolo sociale di importanza fondamentale. Il comportamento di queste persone che riconoscono il senso della nostra esistenza soltanto in una rete globale del comune può funzionare come antidoto alla catastrofe in corso e a quelle annunciate, rompendo le catene delle false necessità e vivendo da subito, in ciscun contesto, in un mondo più bello e dotato di maggior senso. Tale comportamento , è oggi, nella battaglia per il comune, un modello fondamentale che va sostenuto con tutte le armi politiche disponibili. Può il diritto borghese avere un ruolo nell’ incoraggiare e sostenere un tale comportamento il cui effetto ultimo non può che far saltare il suo stesso ordine costituito? Si può immaginare un riconoscimento legale per questi eroi anonimi che con il loro comportamento stanno producendo regole di diritto vivo che possono sconfiggere il cancro sociale ed ecologico che ci sta distruggendo?

 

 

 

 

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