Il discrimine del conflitto precario, oggi, in Italia, verso un processo costituente sociale ed economico

 

di ANDREA FUMAGALLI

L’impasse politico-istituzionale della formazione del nuovo governo, in seguito a tentativi presidenziali (golpisti?) di imposizione di pseudo-coalizioni di larghe intese o di saggi, non riesce comunque a nascondere l’altrettanto grave e più importante impasse socio-economica. Ogni giorno telegiornali e media riportano dati e analisi sullo stato comatoso dell’economia italiana, ieri da parte della Confcommercio, oggi dall’Ocse e dal Fmi, domani dalla Banca d’Italia. L’Italia ha la maglia nera nella crescita del Pil nel 2012, nelle aspettative per il 2013, nel più alto calo a livello europeo del potere d’acquisto del lavoro e, quindi, dei consumi, nella qualità e nei livelli occupazionali, nella dinamica della produttività, nella concentrazione dei redditi, nella minor spesa di welfare per istruzione, nella minor dinamica delle spese in R&S, nella minor apertura internazionale del sistema bancario e nella sua maggior onerosità, nelle politiche a sostegno del reddito, nella maggior iniquità del sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Contemporaneamente, gli stessi telegiornali e media non fanno altro che ricordarci e ribadire come sia fondamentale e prioritario il risanamento dei conti pubblici, l’imprescindibile necessità di adottare politiche d’austerity. Non ci soffermiamo su questa schizofrenia che la dice lunga sull’altrettanto stato comatoso dell’informazione italiana, soprattutto se economica.

Ci soffermiamo piuttosto sul fatto che tale situazione giocoforza non può proseguire. Qualche mese fa avevamo parlato di stato di crisi permanente. Oggi anche la gestione politica (più che economico-finanziaria)  di questa crisi permanente è in difficoltà, perché le premesse su cui si è basata (che possiamo definire la governance dei due tempi) è a sua volta in crisi.

La politica dei due tempi

È a partire dagli anni Ottanta (dopo la sconfitta delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta, che tanto avevano contribuito al processo di modernizzazione dell’Italia) e soprattutto dagli anni Novanta che si mette a fuoco una  nuova governance economica, che si manifesterà concretamente nei decenni a venire (perché, checché se ne creda, in Italia si fa politica economica): una politica economica che possiamo definire dei “due tempi”. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità) e la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva prendere sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai beni comuni immateriali (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività (se non teniamo comunque conto di tutta quella produttività sociale immateriale che oggi sfugge a qualsiasi statistica e che viene direttamente espropriata dai profitti e dai diversi tipi di rendite, da quelle legate allo sfruttamento del territorio a quelle di natura finanziaria-speculativa, a quelle garantite da posizioni dominante di mercato con l’appoggio di istituzioni statali (ad esempio, telecomunicazioni, energia, trasporto)). L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che sia l’eccessiva rigidità del lavoro a essere la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà la prima responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

Il fallimento della governance economica e la crisi del welfare italiano

La forte crisi economica e recessiva cominciata nel 2007 e ancora in corso non solo ha ridotto l’espropriazione di quella produttività sociale che in Italia è comunque inferiore al resto dei paesi capitalistici ma ha anche evidenziato la totale inefficacia della governance dei due tempi a guida sindacale e dei partiti del centro sinistra   (ricordiamo, infatti,  che tale politica dei due tempi – sotto il nome accattivante di flexsecurity – è stato il perno programmatico delle varie coalizioni di centro-sinistra degli ultimi 20 anni):   oggi è miseramente naufragata anche dal punto di vista della sostenibilità economica. La possibilità infatti di continuare a giocare solo e esclusivamente il “primo tempo” è stata possibile grazie a due fattori principali che hanno favorito entrambi un’indiretta distribuzione del reddito: l’evasione e l’elusione fiscale da un lato, il controllo sindacale degli ammortizzator sociali dall’altro.

L’evasione e l’elusione fiscale (e ci riferiamo soprattutto al di lavoro nero, all’evasione contributiva e dell’Iva, agli straordinari in nero, e non solo alla non dichiarazione di redditi, a pratiche di micro-insolvenza, cresciute esponenzialmente nell’ultima decina d’anni) svolge da questo punto di vista un ruolo indiretto e non riconosciuto di ammortizzatore sociale sulla falsariga di quanto, a livello territoriale, viene svolto dalle associazioni criminale: distribuzione di reddito e servizi essenziali in cambio di fedeltà, coesione sociale e controllo dell’eccedenza.

Sul piano della legalità (ma i confini con l’illegalità sono spesso labili, mobili e strumentali alle esigenze della governance economico-finanziaria), lo strumento che è in grado di attutire gli effetti sociali della crisi è rappresentato dall’insieme degli ammortizzatori sociali. Ci riferiamo in particolare alle varie forme di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga), all’indennità di mobilità e al sussidio di disoccupazione. E’ necessario prendere atto che, oggi come oggi, essi sono del tutto inadeguati e iniqui. Uno studio della Cgil (http://www.cgil.it/Archivio/politiche-lavoro/AmmortizzatoriSociali/Riforma%20Ammortizzatori_DATI. pdf) ci mostra che il 46% dei lavoratori a tempo indeterminato, il 44% dei lavoratori a termine e solo il 17% dei lavoratori atipici di chi perde il lavoro riesce ad accedere a qualche ammortizzatore sociale. Sono escluse tutte le forme di lavoro parasubordinato, partite Iva e falso lavoro autonomo, che non hanno alcuna protezione sociale. Distinguendo tra ammortizzatori sociali, solo circa il 35% di chi è realmente disoccupato possiede i requisiti per accedere al sussidio di disoccupazione: ovvero, avere lavorato 52 settimane negli ultimi due anni e aver pagato i relativi contributi oltre che a presentare una lettera di licenziamento (che, ad esempio, non è possibile per chi è diventato disoccupato causa mancato rinnovo del contratto). Tali parametri sono diventati un lusso per la maggior parte dei lavoratori precari. L’indennità di mobilità viene invece applicata solo ai lavoratori che escono da una situazione di cassa integrazione. Quest’ultima e il sussidio di disoccupazione, in seguito alla riforma Fornero, verranno inglobati nell’ASpI e nella MiniASpI. L’ASpI (Assicurazione Sociale per l’Impiego) è di fatto un’estensione del sussidio di disoccupazione (sempre comunque solo ai lavoratori dipendenti), con parametri di accesso inalterati (a parte la MiniASpI che richiede che i contributi versati nell’anno precedente siano solo di 13 settimane), al fine di includere anche alcune figure atipiche (come gli apprendisti e i dipendenti delle cooperative). Entrata formalmente in vigore il 1 gennaio 2013 l’ASpI diventerà operativa solo nel 2017. Nel frattempo regna la totale confusione.

Secondo una proiezione della Banca d’Italia, mentre oggi meno del 40% dei lavoratori è coperto dal sussidio di disoccupazione, con la riforma Fornero questa percentuale potrebbe aumentare del 16%. Resterà comunque fuori più di un terzo dei lavoratori italiani, i più deboli, visto che Aspi e MiniAspi non includono chi ha un contratto di lavoro atipico e parasubordinato. Né la nuova indennità una tantum per i collaboratori coordinati continuativi potrà colmare questa lacuna, dato che i parametri sono talmente stringenti da interessare potenzialmente meno del 10% dei parasubordinati, peraltro con importi pro capite bassissimi – compresi tra 750 e 4.500 euro l’anno. A sua volta, le diverse forme di cassa integrazione esistenti (ordinaria, straordinaria e in deroga) sono applicate in modo diverso a seconda del settore e della dimensione d’impresa, delle qualifiche, con l’effetto di creare pesanti discriminazioni sul suo utilizzo.

Alla crisi permanente si aggiunge la crisi della sua gestione. La governance dell’elusione fiscale e dell’insolvenza non può durare a lungo. L’attuale struttura degli ammortizzatori sociali non è più sostenibile. Gli stessi sindacati, della cui gestione hanno fatto il principale strumento della legittimazione della loro esistenza nei luoghi di lavoro, sono in difficoltà. Non a caso, aumenta il ricorso ai contratti di solidarietà, ultimo strumento esigibile per distribuire i costi della crisi a danno degli stessi lavoratori, a fianco della strenua difesa della cassa integrazione, modus operandi per socializzare i costi della crisi e grimaldello di ristrutturazione a vantaggio delle imprese. Non stupisce, di conseguenza, che nella difesa degli attuali ammortizzatori sociali sono in prima linea anche le associazioni imprenditoriali.

Spulciando i dati di bilancio dell’Inps e analizzando i dati di un’elaborazione della Uil (http://www.uil.it/documents/STUDIO_COMPLETO_AMMORTIZZATORI.pdf), nel 2011 (ultimi dati disponibili) la spesa per gli ammortizzatori sociali ammonta a quasi 17,9 miliardi di euro, di cui 11,4 miliardi di euro per gli assegni di sussidio e 6,3 miliardi di euro per la contribuzione figurativa e assegni familiari e 294 milioni per politiche attive (con effetti praticamente nulli). Complessivamente, nei 6 anni che vanno dal 2006 al 2011, a fronte di una spesa di quasi 80 mld di euro, lo Stato ha integrato circa 30 miliardi euro. Si va, infatti, dai 514 mln di euro integrati dalla collettività nel 2006 ai 9,3 mld del 2011. I contributi sociali a tal fine, versati dai lavoratori e dalle imprese, ammontano, nel 2011, a più di 8 miliardi.

La conclusione è che lo Stato italiano spende circa 18 miliardi per garantire sicurezza di reddito a circa un terzo di coloro che ne avrebbero bisogno. Giusto per fare un minimo di comparazione internazionale, con riferimento alla Francia, una relazione del dicembre 2011 sui risultati e sui costi della Revenu de solidarité active (Rsa) consente di esaminare i costi sostenuti da un Paese considerato simile al nostro per popolazione, tasso di disoccupazione, struttura sociale e tradizioni giuridiche. Il Rsa è stato introdotto dal 2009 per sostituire il Revenu minimum d’insertion (Rmi), una forma di reddito minimo che esisteva dal 1988, il sussidio per i genitori soli e i diversi meccanismi di incentivo alla ripresa dell’attività lavorativa. Il Rsa spetta a tutti i residenti in Francia da almeno cinque anni, il cui reddito sia inferiore a una certa soglia (per un single è il salario minimo mensile, per una coppia senza figli circa 1,4 volte tanto) e la cui età sia compresa tra i 25 anni e l’età pensionabile. Il sussidio è pari a 483 euro per un single senza altri redditi, a 724 per una coppia, a 868 euro per una coppia con un figlio ecc. Nel 2010 i beneficiari del Rsa sono stati 1,8 milioni (intesi come nuclei familiari, quindi circa 4 milioni di individui), di cui il 64% risultava del tutto privo di reddito, mentre il restante 36% ha richiesto il sussidio “integrativo”. Ebbene, la spesa complessiva per il finanziamento del Rsa nel 2010 è stata di 9,8 miliardi di euro, comprensiva delle erogazioni dei sussidi (84,4%), delle spese per i percorsi di attivazione e di inserimento (14,1%) e delle spese amministrative per la messa in opera della misura (1,5%); è una cifra molto simile a quella che l’erario italiano spende attualmente per i suoi ammortizzatori sociali. Ciò significa che abbiamo speso per un sistema iniquo di welfare che tutela poco più di lavoratore in sofferenza la stessa cifra che Oltralpe ha garantito a tutti i cittadini per un programma di protezione universalistico e più equo, seppur condizionato all’inserimento lavorativo.

L’inutilità delle politiche di austerity

Il costo di un sistema universale di protezionale sociale in grado di garantire a tutti un reddito pari alla soglia di povertà relativa in Italia (ovvero 600 euro mensili, per 7200 euro l’anno) da garantire interamente a chi è ne è totalmente sprovvisto o integrando chi ha redditi inferiori, è di circa, nel 2011, pari a 23 miliardi di euro (http://quaderni.sanprecario.info/wp-content/uploads/2013/03/Q1-La-proposta-di-welfare-metropolitano.pdf). Considerando che circa 15 miliardi dei 18 miliardi spesi direttamente dallo Stato o tramite Inps garantiscono sussidi sino a 600 euro mensili, ne consegue che la cifra netta da aggiungere è di circa 8 miliardi o poco meno: una cifra del tutto abbordabile anche in tempo di fiscal compact e patti di stabilità.

Nel corso degli ultimi 18 mesi, sono state adottate manovre di  rientro dal debito pubblico (politiche d’austerity) per un totale di 99 miliardi di lire. Ciò ha permesso che il bilancio pubblico potesse ottenere a fine 2012 un avanzo primario (la differenza tra il totale delle entrate e uscite dello Stato al netto della spesa per interessi) di oltre il 3% del Pil. Sarebbe questo il frutto dei sacrifici imposti all’Italia soprattutto dal governo Monti. Un sacrificio tuttavia del tutto inutile, dal momento che gli effetti recessivi sul Pil (-2,7%) e l’elevata spesa per interessi (oltre il 7% del Pil) hanno fatto aumentare ulteriormente (invece di ridurlo) il rapporto debito/pil, cresciuto oltre il 127%. Si tratta di un risultato del tutto scontato e probabilmente voluto, in quanto in linea con le dinamiche speculative internazionali, soprattutto dopo che è stato testato nella piccola isola di Cipro lo strumento del prelievo forzoso sui depositi.

Cionondimeno, i piani di spesa pubblica militare (acquisto F35) e in gradi opere (Tav Torino – Lione e altre) continuano e sul piano delle entrate fiscali, lungi dal proporre un piano complessivo di riforma, si procede ancora con l’estensione di imposizioni regressive (aumento Iva) a scapito della progressività e danno delle fasce meno abbienti della popolazione. Eppure non sarebbe difficile delineare alcune linee tendenziali di riforma fiscale in grado di meglio distribuire il carico fiscale, eliminare sperequazioni di trattamento e sprechi, in grado di garantire le risorse per favorire una crescita dell’economia: intendiamo qui per crescita economica non quella fondata su un’ulteriore espansione di una capacità produttiva oramai al limite della saturazione ambientale e sociale, ma quella che fa perno sulla fruizione e diffusione dei beni comuni immateriali,  sullo sviluppo delle economie di rete e di apprendimento, sull’effetto ricchezza di una garanzia di reddito incondizionato.

Una nuova politica fiscale

E’ necessario procedere al riguardo ad una riforma del sistema fiscale, per renderlo adeguato alle nuove forme di produzione. I criteri sono due:

•                  Progressività forte delle aliquote

•                  Tassazione omogenea di tutti i redditi (fattori produttivi e nuove fonti di valorizzazione capitalistica), a prescindere dal cespite di provenienza.

Si rende necessario così un sistema fiscale, compatibile con lo spazio pubblico e sociale europeo, capace di cogliere i nuovi cespiti di ricchezza e tassarli in modo progressivo. Nelle principali aree metropolitane, ovvero quelle che costituiscono il centro nevralgico del processo di accumulazione europeo, una quota che varia dal 35% al 50% del valore aggiunto deriva dallo sfruttamento di quelle che sono le variabili centrali del capitalismo contemporaneo, ovvero conoscenza (proprietà intellettuale), territorio (rendita da localizzazione), informazioni, attività finanziarie e grande distribuzione commerciale. Nei principali paesi, e in particolare in Italia, le basi dell’imposizione fiscale fanno ancora riferimento al paradigma produttivo del capitalismo industriale-fordista: in altre parole, la proprietà dei mezzi di produzione della grande impresa e il lavoro salariato subordinato. Ne consegue che parte crescente della ricchezza generata da attività immateriale o ha un trattamento fiscale particolare (come nel caso delle attività finanziarie) e sfugge a qualsiasi criterio di progressività o riesce a eludere in buona parte qualsiasi obbligo fiscale (come la proprietà intellettuale) .

Ed è proprio coniugando principi equi di tassazione progressiva e relativa a tutte le forme di ricchezza a livello nazionale ed europea con interventi “sapienti” sul piano della specializzazione territoriale che si possono reperire le risorse necessarie per far sì che i frutti della cooperazione sociale e del comune possano essere socialmente ridistribuiti.

Al momento il nostro referente è contemporaneamente il livello nazionale e il livello regionale.

Riguardo la fiscalità generale (livello nazionale), si può ipotizzare:

•                  introduzione di nuovo scaglione Irpef (con aliquota al 45%) per i redditi superiore ai 70.000 euro l’anno e del 49% sui redditi oltre i 200.000 euro, aumentando la progressività delle imposte; si potrebbe recuperare così 1,2 miliardi di euro, per il 77%  a carico dei contribuenti con più di 200.000 euro l’anno lordi (fonte: Banca d’Italia  e Sbilanciamoci, 2011 ).

•                  introduzione di una tassa patrimoniale dello 0,5% sui patrimoni superiori ai 500.000 euro, con una stima di incassi pari a 10,5 miliardi di Euro (fonte: Sbilanciamoci, 2011)

•                  introduzione di una tassa indiretta (I.v.a.) sull’intermediazione di lavoro a carico della società interinale (5%) e dell’impresa committente (5%), calcolata sul valore lordo della prestazione lavorativa in oggetto (introito stimato pari a circa 700 milioni di lire). Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Centro Studi Ebitemp, il volume di affari per il 2011 è pari a circa 5,1 miliardi di euro, per un introito pari a circa 260 milioni di euro);

•                  riforma della tassazione delle rendite. Oggi gli interessi sui depositi vengono tassati al 27%, mentre gli interessi sulle obbligazioni, le plusvalenze e i rendimenti delle gestioni collettive e individuali subiscono un prelievo fiscale del solo 12,5%. E’ possibile portare la tassazione di tutte le rendite finanziarie agli stessi livelli dell’Europa (per evitare fughe di capitali), cioè al livello del 23%. Secondo Sbilanciamoci, tale misura porterebbe ad un incremento delle entrate di circa 2 miliardi di Euro.

•                  interventi contro l‘evasione fiscale. Non è sufficiente introdurre il limite di 1000 euro per i pagamenti in contanti, è necessario intervenire con misure appropriate, quali: a. il ripristino dell’elenco clienti-fornitori per le imprese; b. l’aumento delle detrazioni tramite lo sviluppo dei controlli incrociati (oggi limitati alle sole spese farmaceutiche e alla ristrutturazione di immobili); la reintroduzione del reato di falso in bilancio; d. il ripristino dell’Alto Commissario per la lotta alla Corruzione (abolito due anni fa). Sicuramente si verificherà un aumento delle entrate fiscali, ma difficile da quantificare.

Sommando gli effetti fiscali di queste proposte (al netto della lotta all’evasione fiscale) si ottiene un introito fiscale complessivo pari a poco meno di 14 miliardi di euro. A tale cifra si dovrebbero aggiungere gli introiti reperibili a livello locale, stimabile per una cifra tra i 2 e i 5 miliardi di euro a livello nazionale (a seconda delle regioni).

Più in particolare, a livello locale, si potrebbe ragionare sui seguenti punti specifici:

•                  introduzione di progressività nell’IMU a seconda della destinazione d’uso dell’immobile, e non solo per la seconda casa;

•                  addizionali Ire/Irpef basata su due scaglioni, il primo dello 0,7% per i redditi annui tra 30.000 e 70.000 annui e dell’1,3% per quelli superiori. Si tratta di una misura in parte prevista nella manovra varata dal governo Monti, ma non in modo progressivo (incasso previsto 2,5 miliardi di euro)

•                  introduzione e riforma di una tassa di localizzazione per le attività produttive (modello Irap) che sfruttano posizione territoriali vantaggiose, destinate all’attività di consumo, magazzinaggio, turismo e svago

Il totale delle entrate è così di circa poco inferiore a 20 miliardi. Tale cifra potrebbe essere ridotta se si volesse procedere a ridurre l’imposizione fiscale per i redditi più bassi, accentuando la progressività delle aliquote in seguito alla riduzione di quelle minori o tramite l’estensione della cd. “no-tax area”. Già di per sé, simili manovre, riducendo la concentrazione dei redditi e migliorandone la distribuzione, avrebbero l’effetto di incrementare il valore della propensione marginale media al consumo della collettività con effetti positivi sulla domanda , quindi sul Pil, quindi sulle stesse entrate fiscali.

La vera grande opera necessaria: l’introduzione di un reddito di base incondizionato

Ma la vera grande opera che dovrebbe essere finanziata è quella dell’introduzione di elementi di “commonfare” (welfare del comune), tramite l’istituzione di un reddito minimo incondizionato e l’accesso libero e il più possibile gratuito ai beni comuni immateriali (conoscenza, istruzione, mobilità, casa, socialità, ecc.) . Riguardo al primo punto, la stima del costo per un intervento di 600 euro mensili è – come abbiamo visto – di circa 8 miliardi di lire. Cifra che potrebbe aumentare di altri due miliardi se il parametro dell’incondizionatezza produce (come auspichiamo) la possibilità di rifiutarsi di fare lavori nocivi, malpagati, intermittenti. E’ infatti l’attributo “incondizionato” che qualifica questa proposta di reddito minimo di base e la distingue da altre in campo, tese comunque a condizionare il beneficiaio a qualche forma di inserimento lavorativo. Tra queste, sicuramente la più interessante è la proposta di legge popolare lanciata nell’estate scorsa da un comitato composto da molti movimenti e associazioni sociali anche del terzo settore (circa170): www.redditogarantito.it, che introduce il concetto di “congruità” come parametro per valutare la possibilità di accettare obbligatoriamente un’eventuale offerta di lavoro. In questo senso, la congruità viene definita dal luogo di lavoro, da una remunerazione non inferiore a quella precedente o ai tariffari sindacali e dal titolo di studio posseduto. Tale definizione, la più avanzata in Italia e in Europa, rischia però di escludere coloro che non sono in grado di provare la non “congruità” di un’offerta lavorativa o perché non in possesso dei dati richieste o perché il loro titolo di studio non validità legale nel territorio italiano (situazione alquanto diffusa per i migranti).

Tale reddito di base incondizionato dovrebbe diventare l’unico ammortizzatore sociale, uguale per tutte e tutti, che vada progressivamente a sostituire quelli attuali (una bestemmia oggi per le cd. “parti sociali”) . E’ importante al riguardo che la sua introduzione venga accompagnata  dalla netta separazione tra previdenza e assistenza e che quindi il suo costo sia a carico al 100% della fiscalità generale e non dei contributi sociali (come in buona parte succede oggi).  Ciò – detto per inciso -, consentirebbe di ridurre quel cuneo fiscale sul lavoro rappresentato proprio dai contributi sociali, a favore di un maggiore salario in busta paga.

In secondo luogo, è auspicabile che venga introdotto un unico bilancio di welfare, in grado di tagliare qualunque intervento svolto o da ministeri o da assessorati, così da rendere più trasparente il suo finanziamento e la sua distribuzione, evitare che ci possano essere doppioni negli interventi e quindi razionalizzare anche le procedure di erogazione.

L’attuale attualità del reddito di cittadinanza

Il tema del reddito di cittadinanza è entrato nell’agenda del dibattito politico in Italia. Su tale termine regna tuttavia una grande confusione. In linea di massima esistono tre interpretazioni principali, a cui si fa normalmente riferimento.

La prima (reddito di cittadinanza vero e proprio), scarsamente presente nel dibattito italiano e inesistente nelle varie piattaforme politiche (nonostante il termine “reddito di cittadinanza” venga usato in modo estensivo, ma inappropriato), è quella che ha natura più etico-filosofica in quando definisce il diritto al reddito come un diritto inalienabile dell’essere umano, al pari del diritto al lavoro, alla libertà religiosa, alla libertà di parola e espressione politica, di stampa di non discriminazione per genere, razza (ammesso che esistano) e orientamento sessuale. La giustificazione primaria del reddito del cittadinanza universale sta nel considerare che il diritto, inalienabile e valido sin dalla nascita, a un reddito come porzione della ricchezza sociale è una sorta di risarcimento dell’esistenza di una qualche forma di proprietà escludente (più privata che pubblica). Di conseguenza, in quanto diritto fondamentale dell’essere umano, esso è necessariamente universale e incondizionato, ovvero nessuno, giovane o vecchio, uomo o donna, ricco o povero, ne può essere escluso. La determinazione del suo livello è quindi dettata dal rapporto tra l’ammontare di risorse che si decide di utilizzare a tale fine e la popolazione nel suo complesso (con il risultato che l’ammontare erogato può essere molto ma molto piccola). Tale proposta è già operativa, ad esempio, in Alaska (Usa) , dove si è deciso che i proventi dell’estrazione del petrolio, una volta pagati i costi, costituisca un fondo sociale che diviso per gli abitanti nel 2012 ha distribuito in modo paritario a tutte/i un sorta di rendita pari a circa 900 dollari/anno. Una simile prospettiva fa parte anche di una proposta di raccolta di firme in Europa, consentita dal Trattato di Lisbona  (Ice sul reddito, iniziativa dei cittadini europei). In Italia, essendo il dibattito e il welfare più arretrato,  tale proposta è di difficile comprensione, in quanto richiederebbe una riforma del sistema fiscale fortemente più progressivo, in modo che anche il ricco che percepisce la sua somma di reddito (mettiamo 50 euro l’anno, in quanto le risorse sono limitate) si trova a pagare come imposizione fiscale una cifra dieci o più volte superiore. Il principio di base è lo stesso che sta alla base dell’erogazione del servizio sanitario o dell’istruzione gratuita per tutte/i a prescindere dal reddito.

La seconda proposta, quella più gettonata in questo periodo, è quella di un reddito minimo condizionato allo stato professionale e a livello di reddito percepito, finalizzato all’inserimento lavorativo. Tale proposta assume diversa valenza a seconda dell’obbligo dell’accettazione di una proposta di lavoro. Negli 8 punti che Bersani ha presentato al M5S al fine della presentazione di un possibile governo, si parla espressamente di “avvio della universalizzazione delle indennità di disoccupazione e introduzione di un reddito minimo d’inserimento”, oltre che dell’introduzione di un “salario o compenso minimo per chi non ha copertura contrattuale”. E’ però sufficiente il rifiuto di una qualsiasi proposta di lavoro, perché il beneficio decada. Inoltre, poiché tale reddito minimo di inserimento è collegato alle indennità di disoccupazione, sembra di capire (il punto non è molto chiaro) che la platea dei possibili beneficiari è composta esclusivamente dai disoccupati. Quest’ultima posizione è in sintonia con la proposta di “reddito di cittadinanza” del M5S (che compare al primo posto dei 20 punti programmatici). Nei suoi numerosi interventi Grillo ha chiarito che tale proposta si traduce in un reddito di 1000 euro al mese, per un massimo di tre anni, ai soli disoccupati. A differenza del PD, tuttavia, Grillo ha ribadito che il beneficiario può permettersi al massimo il rifiuto di tre opportunità di lavoro, se ritenute non congrue agli studi e alla sua professionalità.  Secondo le stime di Tito Boeri, una misura di reddito minimo condizionato ai soli disoccupati di 600 euro al mese  avrebbe un costo lordo tra gli 8 e i 10 miliardi di euro all’anno (da cui bisognerebbe sottrarre quanto già lo Stato spende per forme esistenti di sussidio al reddito).

La terza proposta parla invece di reddito di base incondizionato (e non di cittadinanza, in quanto aperta anche ai residenti che vivono stabilmente – in quanto domiciliati -  nel nostro paese senza esserne formalmente cittadini) ma non completamente universale, in quanto verrebbe erogato solo a coloro che si trovano al di sotto di una certa soglia di reddito. E’ quindi rivolta non solo ai disoccupati ma anche a coloro che, pur lavorando, spesso in modo precario, sottopagato, intermittente o in nero, non riescono a fuoriuscire dal girone della povertà e del ricatto, a prescindere dalla loro condizione professionale. E’ evidente che la determinazione del livello di reddito gioca qui una questione fondamentale. Si fa qui riferimento alla proposta di reddito di base incondizionato che è in linea con ciò che abbiamo trattato nelle pagine precedenti. Ed è su questo proposta, che appare praticabile economicamente, ma che assume i connotati dell’eccedenza sovversiva, che si deve – è necessario definire il discrimine del conflitto precario, oggi, in Italia. E’ questo il crinale su cui si può pensare un processo costituente sociale e economico.

 

 

 

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