Illusioni perdute dell’altro mondo

 

di PIERRE MACHEREY

A differenza di quanto avveniva appena un secolo fa, oggi non si scrivono più grandi favole utopiche: le ultime, senza dubbio, sono state quelle di H. G. Wells le quali, però, si presentavano più come racconti d’anticipazione che come utopie in senso stretto.
Perché questo declino? Molto probabilmente perché si è consumata l’aspirazione che dava la forza di credere alla virtù delle utopie, quelle che si situavano all’incrocio dell’immaginario e del reale, in questo punto d’incertezza, ma anche di speranza, in cui sembra si prolunghino l’una nell’altra. È come se questa divisione tra immaginario e reale fosse divenuta insormontabile.
La forma di pensiero propria all’utopia è quella che si adatta meglio ai periodi di transizione, di passaggio, durante i quali non si sa più bene quale posizione si occupi, se si è nel vecchio o nel nuovo: l’utopia opera a fondo questo tipo di equivoco, per questo si può dire che essa sia l’espressione di una crisi. Ma cosa vuol dire «vivere in un periodo di crisi?» È una situazione oggettiva, che obbedisce a dei parametri riconoscibili, oppure, per usare una terminologia corrente, si tratta di un «sentito» soggettivo, della presa di coscienza di un qualcosa che potrebbe essere in procinto di passare, ma di cui non si riescono a definire con esattezza gli antecedenti e le conseguenze, i pro e i contro?
L’utopia prospera nell’intervallo tra i due, quando i due bordi soggettivo e oggettivo della crisi – e tutte le epoche sono, in un modo che non è mai lo stesso, delle epoche di crisi – entrano in comunicazione nonostante ciò che li oppone. Forse viviamo in un tempo in cui questa opposizione è così nettamente definita che non riusciamo più a vedere il nesso che, nonostante tutto, confusamente, ne lega i termini, un tempo nel quale non è più possibile, non è più autorizzata, una «follia» come quella di don Chisciotte che, senza scrupoli, passava incessantemente dall’immaginario al reale e dal reale all’immaginario senza tenere conto della loro separazione.

 

La misticazione svelata

A furia di renderci «positivi», e di perdere il senso del negativo, siamo diventati terribilmente lucidi, sarebbe a dire disincantati: potrebbe essere questo che caratterizza la nostra crisi, di cui un certo declino del pensiero utopico sarebbe il sintomo. Ciò che trovo interessante nella lettura dei testi utopici è che permettono di fare teoria diversamente, ma più in generale, di pensare diversamente, sotto forme più libere, meno rigide, le quali, allo stesso tempo, rivelano i limiti sui quali inciampa inevitabilmente ogni ragionamento astratto quando si nutre, illusoriamente, del sentimento della sua autosufficienza e della sua completezza.

Il pensiero utopico è fondamentalmente critico, corrosivo, ironico, sospensivo prima che conclusivo: i miti che esso costruisce hanno tutti una funzione demistificatrice, ed è per questo che bisogna conoscerli. Ma noi non sappiamo più giocare con i miti ed approfittare della funzione perturbatrice che essi sono capaci di assolvere quando rinunciamo ad assegnare loro un ruolo limitato di indottrinamento e di consolazione, quindi, di propaganda: e questo perché ci fa soffrire pensare efficacemente, adeguatamente, ossia in modo non conforme, irrispettoso, reso produttivo dal fatto di essersi liberato da ogni a priori.

Dal lato della letteratura e delle forme di narratività che essa elabora, le cose, forse, vanno meno male: ed è perché, a mio parere, la filosofia avrebbe molto da guadagnare se rinunciasse a procedere isolatamente, e farebbe bene a occuparsi principalmente di letteratura, a mescolarsi con la letteratura, invece di trattarla come una forma piuttosto vana di divertimento, autorizzandosi così a rifiutarla. La letteratura, di certo, da sola non trasforma il mondo; ma il mondo non si trasformerà senza la partecipazione della letteratura che introduce nel pensiero un fermento di inquietudine, una dose di lavoro del negativo di cui esso ha bisogno per sbarazzarsi delle forme esclusive di convinzione, fisse, tanto più vane quanto più perentorie.

L’utopia non è fatta per essere applicata. Si fraintende la sua natura quando si vede in essa un possibile destinato a essere realizzato, cioè un’anticipazione. Ed è perché, sia detto velocemente, ciò che si chiama letteratura d’anticipazione (o science-fiction) dopo la fine del XIX secolo, in particolare dopo Jules Verne, non coglie lo spirito dell’utopia, ma va ad occupare altre regioni dell’immaginario: risponde ad altri bisogni intellettuali, ed è interessante per altri aspetti.

Il miraggio di Timbuktu

Per farsi un’idea di cosa sia l’utopia bisogna pensare all’esploratore René Caillé il quale, alla fine del XIX secolo, ha attraversato parti ancora sconosciute o poco frequentate dell’Africa, con l’idea fissa di essere il primo ad entrare nella città santa di Timbuktu, allora completamente interdetta agli occidentali, un risultato ottenuto attraverso mille difficoltà e affrontando pericoli di ogni sorta; la narrazione del suo percorso è molto lunga e, da questo punto di vista, appassionante, si legge come un romanzo d’avventure, con i diversi ostacoli che il protagonista ha dovuto superare nel corso della sua pericolosa peripezia; e, quando alla fine raggiunge lo scopo al termine di una progressione sinuosa e contrastante nel corso della quale la tensione non ha mai smesso di crescere, sembra che non abbia più niente da dire: la fine agognata è come un luogo vuoto il cui contenuto è condannato a restare indeterminato.

Questa traiettoria, che si è sviluppata su di un territorio che non può essere più materiale della geografia, può servire da illustrazione per comprendere meglio ciò che Kant chiama, nella terminologia sofisticata della filosofia, un’idea regolatrice della ragione, distinta dalle categorie determinate dell’intelletto che si applicano all’esperienza: con queste idee regolatrici la ragione si impianta nell’ordine del puro «come se», ossia della finzione la quale, sebbene non corrisponda a nulla di reale, può tuttavia giocare un ruolo di incitazione e di guida per la conoscenza e l’azione, persuadendo, a titolo d’ipotesi, ma nulla più di un’ipotesi, che il mondo è comprensibile e trasformabile, in una prospettiva di miglioramento.

L’idea di comunismo ha giocato, ed ha ancora da giocare, un ruolo importante a titolo di idea regolatrice, così come lo è stata la visione quasi allucinatoria di Timbuktu per un René Caillé, visione i cui prestigi si sono sgonfiati in un colpo quando il suo contenuto è stato a portata di mano. L’errore – commesso da persone che erano allo stesso tempo dei criminali e degli imbecilli, e questo ha prodotto delle conseguenze spaventose (la Cambogia !) – è stato quello di installare l’idea di comunismo su di un altro terreno e di trattarla come un programma sperimentale la cui messa in opera non poteva che portare ad un disastro collettivo. Il comunismo, l’umanità probabilmente non lo vivrà mai, in fondo, tanto meglio: ma tutto ciò non impedisce che essa se ne serva come di un’idea regolatrice che ne stimola il progresso; a questo titolo sì, è e deve restare un’utopia.

Contro l’utopia comunista si formulano argomenti basati sul fatto che essa si è bloccata, sì è infranta contro il muro del reale: ma era fatta per realizzarsi? la sua finalità non si sottrae forse all’alternativa della riuscita o dello scacco? Continuo a pensare che l’utopia comunista non ha perso niente della sua attualità proprio in quanto idea, e che ha sempre un ruolo importante da giocare. Infatti, il pensiero liberale borghese è riuscito a rimodellare fin troppo alla perfezione il mondo a suo modo, e se ci è riuscito è perché non si è mai preso il lusso di installarsi sul terreno dell’utopia; ha preferito sviluppare e propagare le sue procedure, le sue «pratiche», tutto ciò che Michel Foucault chiama «tecnologie del potere », «bio-potere», etc., sul terreno della realtà, e questo con un pragmatismo perfetto; si è impadronito della società prendendola, non dall’alto, ma dal basso; è riuscito a investire i più infimi dettagli della vita quotidiana nei quali è pervenuto, gradualmente erodendo il terreno, ad insinuare i suoi rapporti di dominazione e di autorità.

Senza false aspettative

E allora, come resistere? Forse prendendo coscienza della vanità di opporre al programma di sperimentazione che il pensiero liberale borghese è riuscito, con un’astuzia infinita, a mettere in opera – spesso anche improvvisando, procedendo per prove ed errori, senza sapere chiaramente in anticipo dove stesse andando – un contro-programma dalle linee ben definite, coerente e consistente, ma che si rifà, in fin dei conti, a delle promesse senza domani e si accontenta di garantire che «domani, la barba è gratis», il che vuol dire, in ogni modo, non vincolarsi a nulla.

Piuttosto bisogna sfruttare i punti di resistenza isolati quando si presentano, abbandonando l’illusione che essi si inscrivano in un progetto finalizzato, globalmente difendibile, che condurrebbe l’umanità verso la sua fine. È auspicabile, soprattutto desacralizzare l’azione politica, non gravarla di false aspettative, destinate inevitabilmente ad essere deluse.
Da questo punto di vista, è preferibile rinunciare ad essere utopisti in primo grado, sarebbe a dire nel senso peggiore del termine: bisogna servirsi dell’utopia conservandone lo statuto di idea regolatrice che accompagna il pensiero e l’azione, ma che non è fatta per realizzarsi nei fatti.

La società nella quale viviamo è, più che mai, divisa, sottomessa a dei modelli di adattamento normalizzati, tagliata in settori autonomi piegati sulla difesa, cioè sulla conservazione dei loro pretesi valori; si crede di andare avanti anche quando non si va da nessuna parte, quando ci si ritira del tutto. È per questo che resto convinto che l’utopia, il cui spirito ci ha momentaneamente lasciato, ci manchi e che avremmo bisogno di nuove utopie la cui figura rimane interamente da disegnare.

* Pubblicato su “il manifesto”.

 

 

 

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