L’ultimo credito al moderato Obama – Intervista a Raffaella Baritono

 

di RADIO UNINOMADE

Ci sono due modi per guardare alle presidenziali americane. Uno fissa lo sguardo sulla figura di Obama, dal supposto grande leader del 2008 alla grande delusione degli anni successivi, per quello che ha fatto e non ha fatto, rischiando però di isolarlo dai processi sociali. Un altro modo è rovesciare la prospettiva: guardare non a quello che Obama è o alla sua retorica, ma invece a come i soggetti sociali hanno provato a utilizzare il “significante Obama”, oltre e contro quello che il leader democratico è ed è sempre stato. Potremmo dire: un voto di ricatto e non di rappresentanza, non per affidarsi a Obama ma per fargli contrarre un debito. Oggi assistiamo al passaggio dal “Yes We Can” al “meno peggio”: votare non più per Obama, ma contro i repubblicani, per scongiurare il rischio di Romney. Potremmo dire: il passaggio dalla speranza alla paura. In questa parabola è secondo te possibile vedere l’esaurimento delle possibilità di cambiamento all’interno delle coordinate esistenti? Lo stesso movimento Occupy da un certo punto di vista nasce e si sviluppa dal definitivo consumarsi del “we can” obamiano.

Credo che anche l’analisi della campagna del 2008 dovrebbe essere rivista, nel senso che da una parte non c’è dubbio che quella campagna aveva suscitato molte speranze, molto desiderio di cambiamento, ma già allora ci si poteva rendere conto che Obama non era certo espressione di un liberalismo radicale, per usare un’espressione di John Dewey, che aveva segnato anche la grande stagione dei movimenti degli anni ’60: era più vicino alle posizioni centriste, a un certo tipo di moderatismo espresso in precedenza da Bill Clinton. Stiamo parlando di un politico che è dentro la macchina di partito, a tutto il travaglio del partito democratico. Certo, veniva dopo il disastro della presidenza di George W. Bush e quindi la sua capacità evocativa e retorica si consumava dentro un quadro politico estremamente lacerato dal punto di vista della radicalizzazione del discorso politico portato avanti dalla destra religiosa e dai neo-con che avevano avuto un ruolo rivelante nella presidenza di Bush. Ma non c’è dubbio che nei quattro anni dal 2008 a oggi si è consumato il passaggio dal sogno a una realtà, in cui si è dimostrato che Obama, certo retoricamente, può essere un referente per un certo tipo di attivismo, ma rispetto ad esempio alla parabola di Occupy non può essere un riferimento politico: la sua figura politica, la sua esperienza politica, la sua visione politica appartengono a un centrismo moderato. Può cogliere alcune cose, come ha fatto: ad esempio la questione della diseguaglianza e della tutela dei diritti civili, inquadrandole sul piano culturale, rendendole leggibili in un dibattito politico come quello del liberalismo americano degli ultimi anni, che ha privilegiato la dimensione culturale perché il tema della classe e delle disuguaglianze sociali le aveva già espulse da tempo, prima dentro il quadro della guerra fredda poi nella visione di un modello neo-liberale che vedeva la classe come un elemento del passato, riproponendo l’eccezionalismo della società americana. Da questo punto di vista è significativo il rimando alla classe media e la visione eccezionalista che è stata riproposta nel discorso della scorsa notte, la riproposta della promessa del sogno americano, cioè una promessa basata sull’idea di una società fatta fondamentalmente da un’enorme classe media.

Un sogno americano che viene retoricamente riproposto nel momento in cui il ceto medio è definitivamente declassato e precarizzato. É questo ceto medio immaginario e dunque rappresentabile che Obama nel suo discorso ha contrapposto ai poteri finanziari che sostengono Romney. Ovviamente anche qui in modo solo retorico, perché in questi quattro anni contro il potere finanziario Obama non ha fatto nulla…

Non ha fatto nulla, anzi ha fatto delle scelte molto precise. Ad esempio una delle nuove senatrici, Elizabeth Warren, era stata nominata da Obama a capo di una commissione che doveva controllare le pratiche finanziarie ed è stata mandata via dopo poco tempo proprio perché le sue posizioni erano invise al mondo di Wall Street. D’altra parte la campagna elettorale di Obama del 2008 era stata finanziata anche dalle grandi corporation, da una parte del mondo finanziario, cosa che, per la verità, non è successa questa volta perché la finanza ha sostenuto Romney. Comunque non c’è dubbio che Obama non sia il politico che si mette contro Wall Street, su questo proprio non c’è dubbio.

Come dicevi Obama ha nominato una serie di questioni nella misura in cui le edulcorava, le immunizzava, le rendeva compatibili a un quadro di sostanziale continuità con le politiche dei democratici americani. Tra queste c’è sicuramente la questione della razza: nel 2008 ci fu una forte mobilitazione elettorale delle differenze, ricordiamo la competizione alle primarie tra Obama e Hillary Clinton giocata principalmente sulle differenze di razza e di genere, trasformate in identità private del conflitto e rappresentabili elettoralmente. Qual è stato il peso delle differenze nell’ultima campagna elettorale?

In questa campagna elettorale credo che abbia giocato più il tema dell’etnia che della razza, nel senso che la mobilitazione dell’elettorato latinos si è rivelata decisiva. Le questioni di genere, dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche, della difesa dei diritti riproduttivi delle donne hanno avuto un ruolo centrale nella mobilitazione dell’elettorato femminile e soprattutto di quello appartenente alle minoranze, perché le politiche di tagli al welfare potevano mettere in discussione pesantemente l’accesso ai servizi primari delle donne latinos e delle donne afro-americane, la cui unica possibilità di avere un minimo di assistenza medica è grazie a istituzioni come la “planned parenthood”. Questo elemento si è sommato alle gaffe e alle dichiarazioni di esponenti della destra religiosa fondamentalista sul tema dello stupro. Ho l’impressione che sia stato l’elemento che ha convinto una parte dell’elettorato deluso femminile e anche giovanile a pensare che di fronte alla possibilità, concreta, di vittoria della coppia Romney-Ryan bisognasse provare a dare una seconda chance a Obama, quantomeno per non tornare indietro rispetto a diritti che si ritengono acquisiti, a partire dal diritto alla contraccezione.

Possiamo allora dire che questa mobilitazione è avvenuta come risposta all’aggressività dei repubblicani, più che per una capacità dei democratici…

Credo che il problema sia esattamente il partito repubblicano: se avesse scelto di non appiattirsi sulle tematiche e sulle parole d’ordine della destra religiosa e fondamentalista, probabilmente adesso ci troveremmo di fronte a un quadro differente. Romney poteva sembrare il politico repubblicano centrista e moderato, che riusciva a intercettare l’elettorato indipendente scontento delle politiche obamiane, ma la scelta di Paul Ryan si è rivelata un boomerang.

Possiamo quindi ridimensionare il tea party, la cui capacità di mobilitazione simbolica e mediatica è stata più forte della sua reale consistenza. Queste elezioni dicono anche questo…

Ci dicono che da una parte c’è un problema di leadership nel partito repubblicano, di ridefinizione della sua visione e della sua cultura politica; dall’altra, è un partito che per questa mancanza di leadership è fortemente ricattabile da parte di minoranze come quella del tea party, minoranze che probabilmente non hanno l’appoggio dei vertici del partito, ma hanno una grande capacità di mobilitazione della base, delle associazioni grassroot, e questo è un elemento che per il momento ha giocato dentro le dinamiche proprie del partito repubblicano.

Per concludere, proviamo a guardare in prospettiva: cosa cambia o cosa non cambia dopo queste elezioni? Il quadro è di continuità: Obama è di nuovo presidente, il congresso è spaccato, con il senato ai democratici e la camera ai repubblicani. Ma forse questa continuità è solo apparente. Insomma, cosa c’è adesso da aspettarsi dal punto di vista della politica interna e dal punto di vista della politica estera (tema rimasto sotto traccia nella campagna elettorale, perché tutto sommato nessuno dei due candidati sapeva esattamente cosa dire)?

Dal punto di vista della politica estera probabilmente ci sarà una maggiore continuità, dipenderà molto dalla scelta del nuovo Segretario di Stato: pare che Hillary Clinton non sia più disposta a un secondo mandato probabilmente in vista di una corsa alle presidenziali nel 2016, però non cambierà più di tanto la politica estera.

Diversa invece è la situazione dentro il quadro della politica interna: conterà la capacità di Obama di capire che gli è stato dato un mandato e, certo dentro dei confini che non potrà sovvertire più di tanto, potrebbe però essere più incisivo rispetto a politiche di carattere redistributivo, per far diminuire quel divario sociale che esiste e che è forte in America, e su cui si può giocare la capacità del partito democratico di continuare a mantenere il controllo sulla presidenza. La scorsa notte Obama ha sottolineato di essersi posto in ascolto rispetto a tutte le istanze emerse durante la campagna elettorale, bisognerà vedere quanto sia capace di tradurre questa sua dichiarata volontà di ascolto in politiche pubbliche che siano in qualche modo in grado di dare qualche risposta alle rivendicazioni dei gruppi sociali più svantaggiati, e quanto sia capace di portare avanti una leadership che sia effettivamente in grado non tanto di politiche trasformative, ma di individuare una via d’uscita per un liberalismo che vive una situazione di impasse tanto quanto il partito repubblicano.

* L’intervista è andata in onda nella trasmissione di Radio UniNomade di mercoledì 7 novembre 2012.

 

 

 

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