La cosiddetta Italian Theory e la rivolta del sapere vivo

 

di MATTEO PASQUINELLI

Per una bizzarra nemesi non del tutto casuale, nel momento di massima crisi dell’impero universitario anglo-americano, da Londra alla California, è la filosofia politica italiana ad ‘egemonizzare’ i suoi dipartimenti. Da Toni Negri a Paolo Virno, da Christian Marazzi a Sandro Mezzadra, da Maurizio Lazzarato a Franco Berardi, basta guardare ai nomi che compaiono ai primi posti delle pubblicazioni accademiche australiane (scovati dagli impassibili algoritmi di Google Scholar) o nei cataloghi delle biennali tedesche (ad opera di più mondani critici d’arte) per capire come la repressione dell’anomalia italiana abbia prodotto per contrappasso una fertile diaspora teorica.

Sotto l’etichetta di Italian Theory si organizzano oggi conferenze, seminari e pubblicazioni su quei pensatori che nell’ultima decade hanno sdoganato l’operaismo italiano oltreoceano o segnato il ritorno delle categoria del biopolitico (con Agamben ed Esposito) in quegli ambienti universitari anglofoni narcotizzati dalla rivoluzione laica dei Cultural Studies, dalla filosofia postmoderna e dalla tradizione analitica. Solo nel 2010 si veda la conferenza dell’università di Pittsburgh per il decennale della pubblicazione di Empire di Hardt e Negri, o il simposio alla Cornell University di New York sul concetto di comune. Ad Amsterdam, il prossimo 19 maggio, si terrà la conferenza Post-Autonomia sulla disseminazione del pensiero post-operaista tra le nuove generazioni di scholars (finanziata da una generosa borsa pubblica).

Ma si tratta di ovviamente una nemesi a due facce, se la critica al capitalismo cognitivo e la storia della conricerca, la nozione di moltitudine e la figura del lavoratore precario, sono recuperati dai sistemi accademici nord-europei per cambiare casacca alla teoria senza mettere in discussione gerarchie e discipline, quando i suoi autori hanno sempre vissuto ai margini dell’accademia (per parodiare l’italietta dei valori si potrebbe lamentare che la fuga dei cervelli sia davvero cominciata con il processo 7 aprile 1979).

 

Genealogia del materialismo antagonista

Il nome Italian Theory indica da sè una ricezione anglofona e fa il calco alla precedente etichetta French Theory con la quale è stato assorbito e neutralizzato il post-strutturalismo francese (da autori d’ontologia come Foucault, Deleuze e Guattari ad aeroliti della specie Baudrillard). La prima breccia all’interno dell’accademica americana va però fatta risalire alla pubblicazione di Radical Thought in Italy da parte di Hardt e Virno nel 1996, preparata con anticipo dall’antologia Autonomia: Post Political Politics curata da Lotringer e Marazzi nel lontano 1980, quando ancora New York mescolava graffiti di Basquiat e teoria underground. Ma al di là degli equlibrismi accademici, il passaggio dalla French Theory alla Italian Theory ha sue motivazioni storiche.

Nel pamphlet La differenza italiana (2005) Negri ricorda come il pensiero postmoderno abbia fatto saltare le categorie hegeliane, borghesi e patriarcali, del moderno, ma lasciando un orizzonte di differenze ambivalenti e indecidibili. In questo scenario, spetta all’operaismo di Tronti e al femminismo della Muraro, scrive Negri, portare la polarizzazione delle lotte sociali nella ‘ontologia italiana’ del novecento: se differenza, quindi resistenza. Fatta propria l’intuizione separatista ed irriducibile dei maestri, Negri rivendica per il post-operaismo il progetto di una ontologia costituente riprendendo dove il pensiero francese lascia desiderio e micropolitica.

Il testo di Negri fornisce il titolo anche all’antologia The Italian Difference: Between Nihilism and Biopolitics (2009), una panoramica che affianca alla tradizione costituente quelle del nichilismo di Cacciari e della biopolitica di Agamben. Seguendo questa traccia, più recentemente Esposito nel suo Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (percepito come il breviario dell’Italian Theory prima ancora di essere tradotto in inglese) ha descritto la cifra della tradizione italiana nel suo essere antagonista al potere, coerenza pagata a caro prezzo da Bruno fino a Gramsci. Questo sinolo di tumulto e prassi istituente, questa immanenza dell’antagonismo, viene tracciata da Esposito in una storia ideale che da Tronti risale fino a Machiavelli. Materialismo antagonista che viene estetizzato nella Battaglia di Anghiari di Leonardo, figura della Lotta che fonde l’uomo e l’animale come nel centauro machiavelliano.

 

 

 

Il confronto con la crisi delle filosofie del linguaggio

Nel presente Esposito contestualizza l’emergere della ‘differenza italiana’ con la crisi di quelle scuole europee che si sono fondate sul primato del linguaggio: la filosofia analitica inglese, l’ermenutica tedesca e il decostruzionismo francese. Fuori dai recinti accademici, questa crisi viene forse meglio esercitata dalla pressione delle nuove forme del lavoro. Dal frammento sulle macchine di Marx al concetto di capitalismo cognitivo, infatti il pensiero post-operaista non ha mai considerato il linguaggio ‘casa dell’essere’, ma al contrario mezzo di produzione al centro del lavoro contemporaneo. Principale motivo per cui oltreoceano si adotta l’Italian Theory è proprio per essere una delle poche letture antagoniste e non logocentriche dei grandi apparati dell’economia della conoscenza, del lavoro immateriale e della network society (come già nel 1999 il canadese Nick Dyer-Witheford notava nel suo libro Cyber-Marx).

Alla svolta linguistica dell’economia politica (sia marxista e neoliberale), non ha mai corrisposto una svolta economico-politica della filosofia del linguaggio. In questo si può comprendere forse l’operazione filosofica di Virno negli ultimi anni: invece di forzare i bastioni della filosofia analitica dal di fuori, ne ha cercato le chiavi per aprirli alla politica dall’interno.

 

L’ideologia del Realismo Capitalista

Il mondo accademico nord-europeo si trova ancora dominato da un’altra scuola logocentrica dimenticata da Esposito, la psicanalisi lacaniana di rito sloveno, che vede appunto il capitalismo semplicemente come un effetto di realtà ideologicamene mediato. Il pendolino ipnotico di Zizek non lascia vie di scampo e recita più o meno così: l’ideologia non è qualcosa di conscio e astratto: per esempio, ogni qual volta crediamo che l’economia sia un fatto empirico e naturale, è proprio lì che interviene l’ideologia. Questa lettura viene applicata con la stessa generosità sia all’economista borghese che a quello marxista, anch’esso tacciato di eccessivo economicismo (come Badiou ama sottolineare). Per questa scuola di pensiero il problema si chiama quindi Realismo Capitalista (per citare il titolo di un recente libro di Mark Fisher) e l’impegno politico si risolve nell’esercizio psicoanalitico di sollevare il velo di maya dell’ideologia quotidiana.

Contro il peccato della ‘passione per il reale’ del pensiero italiano, Zizek descrive l’attivismo esattamente come il desiderio lacaniano: non legato all’hic et nunc, ma come segno che rimanda sempre altrove. Il comportamento economico si descrive quindi come un linguaggio, l’immaginario politico diventa una grammatica manipolabile, la militanza è sempre pre-derminata da un Ordine Simbolico in una griglia di ruoli. Come per Badiou, se Zizek viene presentato come marxista nei consessi di tutto il mondo, ebbene il suo è un “marxismo senza Marx” — una economia politica di cui rimane solo il simulacro dell’ideologia. In tutto questo non ci si stupisce che Zizek confonda la filosofia con la critica cinematografica. Il suo è non tanto un Comunismo Metafisico che non si sporcherebbe le mani con le lotte reali, come spesso si fa notare. Forse si tratta forse più semplicemente di un Comunismo Avatar. E non è casuale che la seconda edizione della conferenza Idea of Communism organizzata da Zizek e Badiou a Berlino nel 2010 fosse dedicata soprattutto alle produzioni teatrali sul tema.

Ma se il pensiero italiano è andato ‘a scuola’ nelle lotte degli anni ’60 e ’70, qual è stata la palestra storica di questa peculiare paradigma teorico? L’insistente lettura di Zizek sul neoliberalismo come apparato ideologico non si forma paradossalmente sotto il Washington consensus, bensì ai tempi del del Realismo Socialista. Come la Scuola di Francoforte adottò l’apparato di propaganda nazista come calco per descrivere l’industria culturale americana, in modo simile Zizek impiega contro il pensiero unico neoliberista gli strumenti concettuali sviluppati sotto l’ideologia della cortina di ferro e i suoi apparati. In fondo quella era la forma del conflitto percepita, vissuta e sofferta nel quotidiano della ex-Yugoslavia, ideologica appunto, ma probabilmente non adatta oggi a descrivere il capitalismo, biopolitico e non.

Questa interpretazione del politico come problema ideologico produce continue ricadute. Fiancheggiando la vulgata lacaniana, il recente convegno di Amsterdam The Populist Front dedicato all’analisi critica dei populismi contemporanei, dal Tea Party all’olandese Geert Wilders passando ovviamente per l’Italia, sembra pericolosamente suggerire ai movimenti e ai partiti di sinistra di cimentarsi nell’invenzione del nemico per uscire dalla propria crisi. Si rivendicano qui tecnologie mitopoietiche simili a quelle che i leader populisti europei usano nella costruzione delle fobie di massa, ma pare un po’ isterico il bisogno di dotarsi di un un ‘nemico immaginario’, proprio nel momento in cui il nord e il sud sono attraversati da nuovi movimenti sociali. Alla deriva ‘populista’ dell’intelligentsia olandese e a questo nodo irrisolto dell’immaginario politico nel dibattito filosofico, sembra rispondere a distanza la Scuola Europea di Immaginazione Sociale che Franco Berardi Bifo sta organizzando per il prossimo 21 maggio a San Marino (www.scepsi.eu).

 

Conricerca e crisi del capitalismo cognitivo

Non è sufficiente qui lo spazio per ricordare gli incontri, più prolifici, dell’Italian Theory con altre aree geofilosofiche: dagli studi postcoloniali alla teoria queer, dalla cultura della rete al dialogo con le discipline del diritto. L’innovazione teorica continua autonomamente nella rete delle ‘università nomadi’ tra Francia e Italia, Spagna e Brasile. Si vedano i seminari organizzati recentemente sul comune sia a Torino (www.uninomade.org) che a Parigi (www.dupublicaucommun.com).

La post-autonomia, come viene chiamata, non è un animale storico pronto per la taxidermia, ma un movimento di pensiero vivente che sposta le barricate fin dentro l’università: si incarna per esempio in quel Knowledge Liberation Front che ha organizzato le mobilitazioni degli studenti in Europa il 25 e 26 marzo. Per parafrasare il titolo di un libro di Gigi Roggero (che verrà tradotto presto in inglese dalla Temple University Press): qui sta La produzione del sapere vivo. Alle nuove generazioni di accademici che si apprestano a canonizzare il pensiero italiano andrebbe lasciato in mano il tizzone ardente della massima trontiana: la conoscenza è legata alla lotta, conosce veramente chi veramente odia.

E’ soprattutto nella definizione di conoscenza che l’Italia Theory mostra il suo nucleo innovativo e irriducibile: fare teoria significa ancora oggi il problema della conricerca, della filosofia del non-filosofico (ovvero del politico), significa il superamento delle discipline humboldtiane e degli Studies anglo-americani, la soppressione della gerarchia tra oggetto e soggetto dell’inchiesta, significa critica della ‘conoscenza procedurale’ e della peer-review, significa mostrare il ruolo del debito della vita studentesca e metter in questione, infine, quell’IKEA della formazione che è il Bologna Process. Conricerca significa oggi ripensare, fin dentro l’università, il nodo fra prassi e teoria nell’epoca della crisi finanziaria. Non è appunto un caso che sia la scuola di pensiero che ha studiato da vicino il capitalismo cognitivo ad emergere nel momento di crisi della edu-factory globale.

 

Matteo Pasquinelli, Berlino (matteopasquinelli.org)

 

Pubblicato su Il manifesto del 13 aprile 2011 con il titolo ”L’ascesa in cattedra di un pensiero critico”.

 

 

 

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