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La composizione politica delle differenze

Posted By Matteo On October 23, 2012 @ 9:57 am In Dossier,Italiano | Comments Disabled

In continuità con il seminario Composizione di classe e frammentazione nella crisi: per una lettura materialista di razza e genere del 23 e 24 giugno a Napoli, pubblichiamo l’editoriale al dossier che abbiamo curato per il numero di ottobre di Alfabeta2.

Contributi di Giso Amendola, Enrica Capussotti, Anna Curcio, Nicholas De Genova, Simona De Simoni (Laboratori Sguardi sui generis, Torino), Nina Ferrante, Francesco Festa, Alessandra Gribaldo, Cristina Morini, Vincenza Perilli, Roberta Pompili, Judith Revel, Laboratorio Smaschieramenti, Giovanna Zapperi.

[Scarica qui il pdf del dossier]


di COLLETTIVO UNINOMADE

1. Può la composizione di classe, nel capitalismo contemporaneo e nella sua crisi, essere uno strumento valido per l’analisi del presente e l’organizzazione del conflitto? E soprattutto: che cos’è la classe una volta criticamente assunta la sua impossibile omogeneità, dopo avere cioè messo profondamente in discussione un’idea monolitica della classe incapace di cogliere la complessità del lavoro vivo contemporaneo? È qui che si colloca l’esigenza di Uninomade di avviare una riflessione capace di portare al centro dell’analisi le differenze di razza e genere quali condizioni imprescindibili per la definizione della classe nel presente. Il seminario di Napoli (23-24 giugno), di cui presentiamo in queste pagine alcuni materiali, ha rappresentato un primo momento di lavoro in questo senso.

Da anni riflettiamo sulle trasformazioni produttive e sui nuovi dispositivi della cattura capitalistica che agiscono sui corpi, sulle emozioni, sui linguaggi e sulle relazioni. La ristrutturazione produttiva che ha seguito e accompagnato la globalizzazione e l’inarrestabile mobilità del lavoro così come le lotte anticoloniali e quelle delle donne tanto nel mondo “occidentale” quanto al di fuori di esso hanno imposto il colore della pelle, l’appartenenza geografica e nazionale, il sesso e la sessualità quali nuovi terreni della valorizzazione capitalistica. Ne sono esempio, tra altri, i processi di inclusione differenziale che segnano l’ingresso di donne e uomini migranti in questo come in altri paesi, al pari della sistematica dequalificazione e del persistente sfruttamento del lavoro di ri-produzione, storicamente attribuito alle donne. La salarizzazione del lavoro domestico e di cura, combinandosi con processi di etnicizzazione e segmentazione del mercato del lavoro, assume da questo punto di vista un valore per molti versi esemplare. La composizione di classe, allora, non può che essere segnata e scissa dalle differenze di razza e di genere che, con sfumature e intensità differenti descrivono, oggi con rinnovata attualità, lo spazio dell’organizzazione e della gestione del rapporto sociale capitalistico. Elementi di divisione e violenta gerarchizzazione del lavoro, razza e genere alludono anche a una nuova definizione del soggetto politico, capace di fare delle differenze elementi di forza dentro una composizione irriducibilmente molteplice ed eterogenea. È qui che il nostro lavoro di questi anni attorno alla categoria di “moltitudine” incontra le riflessioni delle componenti più radicali del movimento queer e LGBT.

 

2. Tutta la storia del capitalismo è impregnata della presunta superiorità di bianchezza e mascolinità. È la norma del maschile bianco eterosessuale posta a fondamento della narrazione moderna e del discorso coloniale di cui è intrisa la stessa identità nazionale ed europea. Detto altrimenti, non c’è capitalismo senza razzismo e sessismo. O meglio: non c’è capitalismo senza razzializzazione e genderizzazione, senza che la razza e il genere siano cioè assunti quale terreno per la costruzione di pratiche e discorsi che contribuiscono alla dequalificazione e alla svalutazione del lavoro di alcuni gruppi sociali: storicamente le donne, i migranti, le “minoranze” e le popolazioni colonizzate.

In questo senso il razzismo e il sessismo che la crisi economica globale ci mostra con particolare virulenza non sono da intendere come una deviazione ideologica o una patologia sociale – come per gran parte del dibattito scientifico e perfino di movimento in Italia e in Europa. Nella loro indiscutibile ricaduta materiale, cioè nei termini di opportunità, aspettative e forme di vita dei soggetti che li subiscono, sono piuttosto uno strumento di controllo e frammentazione sociale: lo spazio imprescindibile dello sfruttamento del lavoro che la crisi economica globale si è limitata a esacerbare. Lo stillicidio della violenza sulle donne e le ripetute aggressioni a razziste e omofobe che riempiono le cronache di questo paese o i pogrom contro i migranti che segnano in Grecia il violento incedere della crisi, non sono altro che la declinazione più aberrante di un processo più complessivo e sistematico che ha storicamente fatto della razza e del genere lo spazio per la costruzione gerarchizzata di relazioni sociali e del lavoro, senza le quali, la storia ci insegna, lo stesso modello di sviluppo capitalistico non sarebbe neanche immaginabile.

Razza e genere sono dispositivi di frammentazione e gerarchizzazione che mostrano una profonda adattabilità e la capacità di rideclinarsi dentro mutate condizioni storico-sociali. Si pensi alla continua ricomposizione dei dispositivi di subordinazione patriarcale (tanto nella famiglia quanto nella società) a fronte delle lotte delle donne e del loro tumultuoso ingresso nel mondo del lavoro. Ma si pensi anche alla “mobilità” dei significanti razziali, spesso sganciati dal colore della pelle come mostrano tanto i complessi percorsi che hanno portato immigrati irlandesi e italiani a divenire “bianchi” negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il New Deal (dopo avere subito per decenni la violenza dello stigma di razza) quanto la storia italiana del secondo dopoguerra – con la razzializzazione prima dei lavoratori “meridionali” emigrati nel triangolo industriale e poi dei migranti “extracomunitari” (neri, arabi, albanesi, romeni, secondo successivi slittamenti cromatici e “culturali”).

 

3. Le differenze di razza e genere ci permettono dunque di leggere la composizione di classe, proprio in quanto indiscutibili dispositivi di frammentazione e gerarchizzazione della forza lavoro. Come costruire, su questo terreno, processi di composizione politica diventa la posta in palio, tutt’altro che data, delle lotte e della produzione del comune. Pensiamo allo straordinario movimento dei latinos, che nella primavera del 2006 ha attraversato gli Stati Uniti contro la criminalizzazione e per la regolarizzazione e dei migranti irregolari e che ha improntato di sé e delle proprie pratiche le mobilitazioni degli anni successivi a livello globale (da lì nasce, ad esempio, il primo marzo dei migranti in Italia). Quel movimento, nello stesso tempo, ci pone il problema della lotta ai processi di razzializzazione come semplice rovesciamento “identitario” del dispositivo, cioè come possibilità di capovolgere le gerarchie senza interrompere, anzi riproducendo in modo perverso, gli effetti della frammentazione. Potremmo dire che la posta in palio e insieme il principale elemento di potenza di quel movimento è il suo divenire Occupy, cioè la sua generalizzazione.

Pensiamo ancora alla difficile e mancata composizione tra la rivolta nelle banlieues parigine e il movimento degli studenti contro il Cpe, tra il 2005 e il 2006. Per quanto le figure del banlieuesard e dello studente spesso si sovrapponessero, i dispositivi di razzializzazione hanno agito per tenerle continuamente divise o addirittura contrapposte. Se la risposta non può essere l’universalismo repubblicano, e se anzi questo è parte del problema e non della soluzione, il nodo della ricomposizione delle lotte ci pone l’urgenza della rottura di questi dispositivi, non con l’obiettivo dell’omogeneizzazione bensì di quello che abbiamo definito il comune delle differenze, ovvero il comune allo stesso tempo come base e prodotto delle differenze. Da questo punto di vista, il femminismo postcoloniale (ad esempio nell’elaborazione di Chandra Talpade Mohanty) offre un’importante intuizione: per le donne, l’unica lotta di liberazione possibile è quella che incrocia la lotta antirazzista e si rivolge contro i dispositivi capitalistici di dominio e sfruttamento. Per dirla con altre parole, è impossibile pensare a un semplice ribaltamento dialettico dei dispositivi di razzializzazione e genderizzazione se non pagando il prezzo di un ripiegamento nella “politica dell’identità”, nella celebrazione narcisistica di “identità” cristallizzate e separate: è il processo della rottura dei dispositivi capitalistici che li determinano e dunque della segmentazione e frammentazione che innescano, a stabilire il campo della soggettivazione antagonista che apre lo spazio del comune.

 

4. È in questo senso dunque che insistiamo nel leggere l’intima relazione delle differenze di razza e genere con la classe. Senza classe, peraltro, razza e genere scadono facilmente non solo nella “politica dell’identità” e nella dialettica del riconoscimento ma anche nel biologismo: diventano dato di natura piuttosto che costruzioni sociali fabbricate e dismesse ad hoc per gestire e governare la complessità sociale e le trasformazioni produttive. Nello stesso tempo, l’articolazione delle differenze di razza e genere dentro la classe permette anche di rovesciare il falso mito dell’uguaglianza universale che “rende ciechi” rispetto alle differenze, rispetto cioè alle differenti opportunità materiali che i soggetti esperiscono a partire della propria differenza di razza e/o genere. Per dirla altrimenti, con un riferimento marxiano: se denaro e forza lavoro indicano i due poli attorno a cui si definisce l’antagonismo di classe, razza e genere sono criteri essenziali nel definire (e nel differenziare) le condizioni attraverso cui i soggetti “divengono classe” – si rapportano cioè a forza lavoro e denaro.

Sfuggire alla chiusura identitaria senza, sul lato opposto, negare le differenze vuol dire dunque praticare forme di antirazzismo e antisessismo che possano efficacemente interrompere i processi di frammentazione sociale al cuore dello sviluppo capitalistico, facendo delle differenze un terreno di lotta e di accumulo di forza. Si tratta, in questo senso di fare innanzitutto i conti con la dimensione strettamente materiale del razzismo e del sessismo ripercorrendo la lunga storia dello sfruttamento e della marginalizzazione sessista e razzista che rimanda alla narrazione “umanistico-borghese-coloniale” della nazione. Il punto è, in altri termini, assumere la razza e il genere come dispositivi di dominio radicati nella materialità dei rapporti capitalistici di produzione e articolare una critica serrata di quelle letture, ancora oggi prevalenti in Italia e in Europa, che fanno del genere e soprattutto della razza una mera credenza o un pregiudizio da combattere con un progetto illuministico di educazione universale. Antirazzismo e antisessimo non sono e non possono essere mera solidarietà. Sono piuttosto un programma radicale di cambiamento che deve investire la società tutta, donne e uomini, bianchi e non bianchi, cittadini e migranti. È questa la “composizione politica” che, attenta alla razza e al genere, sa cogliere le sfide del presente e praticare il comune delle differenze.


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