La vita e le donne, secondo Sacconi. Il Libro Bianco, dal concepimento alla morte naturale

 

di COLLETTIVO MEDEA (Torino)

Ci siamo dedicate, in questo periodo, alla lettura e all’analisi collettiva del Libro Bianco del ministro del Welfare e delle Politiche sociali, Maurizio Sacconi. Si tratta di uno scambio di idee e di ragionamenti sui quali stiamo, naturalmente, ancora lavorando. Gli spunti sono davvero molti. Quanto vi proponiamo non va inteso dunque come un arrivo finale, conclusivo. Rappresenta piuttosto il primo passaggio di un percorso di riflessione e approfondimento che intendiamo continuare.

Il Libro Bianco di Sacconi propone un modello sociale assolutamente inedito per l’Italia, connotandosi per la riscrittura non solo delle regole ma soprattutto dei diversi e sostanziali aspetti che informano le nostre vite: il lavoro, la famiglia, le relazioni tra generazioni, la maternità, l’istruzione e la formazione, la società e lo Stato. Sacconi ha alcune ossessioni ricorrenti: oltre a quella per la maternità e la famiglia, quella per la vecchiaia – improduttiva e lunga- per il lavoro – senza lavoratori ma con “collaboratori” – e per il merito. Abbiamo tentato di mantenere un duplice livello di riflessione e indagine, partendo dalle linee generali per esaminare poi casi o brani specifici del Libro. In particolare, quei punti in cui il discorso si fa più attinente alle donne, al loro ruolo e al loro “destino”: servizi, lavoro femminile e lavoro di cura ne sono i nodi cardine.

Alcuni elementi ci sembra che attraversino, nella sostanza, l’intero testo:

-       la costruzione dei diversi capitoli, che parte da assunti di principio posti come dati certi e insindacabili. Portiamo come esempio un passaggio che ha colpito subito la nostra attenzione, quello dedicato alla maternità, in cui essa viene presentata come aspetto fondamentale della “società attiva”: se la società attiva, secondo Sacconi, è anche la “società dinamica”, la “società delle opportunità” e “dell’azione” all’interno di un sistema più giusto e vitale, si deve allora supporre che chi non fa figli vada, automaticamente, tagliato fuori da questo modello ideale. La non maternità assume quindi una connotazione negativa, vi è una strisciante, pervasiva, colpevolizzazione nei confronti di chi non fa figli.

-       le continue antinomie “interne”, con cui il testo contraddice se stesso. Un primo esempio è l’insistente richiamo alla gioventù: essere giovani per fare tanti figli in tempo biologicamente utile, per lavorare prima possibile, per formarsi in modo continuativo e duraturo, che è però in contraddizione con tutto il discorso sulla terza e quarta età, vera ossessione di Sacconi, per le quali si prevede di continuare a vivere e a lavorare fino alla tomba. Un secondo esempio, forse ancora più clamoroso, è il continuo ricorrere del concetto di novità quando poi, contemporaneamente, si rappresentano modelli obsoleti, primo fra tutti quello di famiglia. La famiglia è basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, di buon reddito – visto che deve potersi permettere i servizi privati sussidiari al pubblico smantellato – italiana, quindi occidentale, in cui i ruoli sono rigidamente intesi (l’uomo lavora, la donna lavora a tempo parziale e per il resto del tempo svolge in casa il lavoro di cura), e basata sulla procreazione di almeno un figlio. Ma, d’altro lato, basta l’osservazione quotidiana della realtà in cui viviamo per rendersi conto che non è più così (a parte la mitizzazione della famiglia come luogo dello scambio del dono d’amore…). Si pensi alla riforma Gelmini che, tagliando tempo pieno, sostegno, laboratori, accesso all’istruzione, progetti di educativa territoriale, va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto Sacconi definisce una priorità, vale a dire la prevenzione del disagio sociale dei ragazzi. Un altro esempio di contraddizione, da noi definita “esterna”, riguarda la realtà, quella che conosciamo tutte bene, vale a dire quella del mercato del lavoro: proviamo a dichiarare in sede di colloquio di assunzione di avere un figlio piccolo o un genitore anziano da accudire e stiamo a vedere che cosa ne sarà della conciliazione dei tempi della cura con quelli del lavoro, tanto auspicata nel Libro Bianco.

-       il linguaggio, che davvero è interessante sia per le omissioni (in questo senso è emblematico, e di nostro interesse precipuo, il capitolo dedicato alla maternità, in cui ci si guarda bene dal legare il termine servizi all’aggettivo “pubblici”) sia per l’appropriazione di termini che sono fortemente connotati e appartengono, se si vuol usare questa accezione, a tutt’altro ambito di riferimento: differenza di genere è uno, valorizzazione del lavoro di cura un altro, e poi reti di relazione un altro ancora. L’elenco potrebbe continuare anche per come riecheggia e richiama, nei vocaboli usati, altri testi, e norme, che vanno necessariamente lette in parallelo al Libro Bianco: il lavoro come “missione, progetto, incarico”, sembra richiamare le forme contrattuali precarie delle leggi Treu e Biagi e il Collegato Lavoro. Il concetto di “presa in carico e sussidiarietà pubblico/privato”, i provvedimenti in materia di sanità per esempio delle regioni Lombardia e Piemonte. Il desiderio di un “figlio sano”, presentato come elemento negativo evoca il divieto della diagnosi pre-impianto della legge 40 sulla fecondazione assistita (e anche alcuni documenti del Movimento per la Vita); l’accento costante sul “volontariato”, in tema di erogazione di servizi, ricorda la delibera Ferrero che consente l’ingresso degli attivisti del Movimento per la Vita nei consultori pubblici piemontesi.

Ecco allora i due elementi fondanti che riteniamo costituiscano l’anima del Libro Bianco:

-       il dato, importantissimo sul piano simbolico, culturale, politico ed economico per cui per la prima volta si presenta un documento politico di tale portata che, puntando a riscrivere, nella sua completezza, un modello sociale circolare “famiglia – lavoro – comunità – servizi”, intende “l’intero ciclo di vita, dal concepimento alla morte naturale”.

-       il presentare come modello vincente l’alleanza tra pubblico e privato (e lo fa anche con attraverso il linguaggio, per cui al termine “pubblico” sono sempre associati aggettivi negativi, come “modello fallito, inefficace, assistenziale…”) nell’erogazione di servizi che riguardano la salute, l’istruzione, la cura, la previdenza, introducendo il concetto di “sussidiarietà”  tra pubblico, privato e di volontariato, che devono lavorare in sinergia nel campo socio sanitario e assistenziale. Questa sinergia l’ha già rappresentata il presidente della Regione, Roberto Cota, con il Patto per la vita e per la famiglia, stipulato in campagna elettorale proprio con i nuovi attori sociali di cui parla Sacconi. E lo ha poi concretizzato l’assessore regionale, Caterina Ferrero, con la sua delibera, permettendo ai volontari del Movimento per la Vita di svolgere attività socio sanitarie in regime di indifferenza rispetto agli operatori dei consultori: è indifferente che sia un medico o un volontario a fare il primo colloquio con una donna che richieda l’interruzione volontaria di gravidanza.

In Piemonte Roberto Cota e Caterina Ferrero hanno già messo in pratica il Libro Bianco.

La procreazione come destino

Ma entriamo nello specifico. Abbiamo iniziato sottolineando il tema della maternità: nel Libro Bianco è un paragrafo breve ma denso di significati, utile come spunto per un discorso più generale, in particolare riguardo ai valori, ossia quelli che il Libro Bianco considera tali, e alle tendenze generali che intende indicare.

Abbiamo messo in evidenza come l’intero brano tenda a rappresentare, e spiegare, l’ineluttabile e indissolubile legame tra maternità, donne e famiglia, quasi a sancire la procreazione come destino di libertà per le donne, soprattutto con l’obiettivo della produttività: durante il fascismo dovevamo far figli per la patria, con Sacconi per il mercato.

Non far figli è una colpa, anzi, un peso, economico e generazionale, in quanto causa di invecchiamento del Paese e fardello per le generazioni successive. Inoltre, dato generale, è singolare che le donne, in quanto donne e basta, compaiano solo a metà paragrafo (prima, sono sempre mamme), e l’uomo – con il quale, nell’immaginario di Sacconi, si fanno obbligatoriamente i figli, cioè il marito – solo alla fine, laddove se ne lamenta la scarsa “propensione” a contribuire con il proprio tempo al lavoro domestico.

Propensione o piuttosto una necessaria divisione dei ruoli ben codificata, che continua a essere indispensabile? Si torna alla divisione tra produzione e riproduzione come a due aspetti inscindibili del capitalismo. L’uomo produce e la donna riproduce, come già svelato da alcune teoriche femministe negli anni Settanta.

Questo paragrafo è percorso da una serie di consapevoli imprecisioni – meglio, errori – che il semplice esame dei dati emersi dalle indagini degli ultimi anni, italiane ed europee, in tema di natalità, servizi e lavoro femminile, avrebbe potuto evitare.

Ma riteniamo che, ancora una volta, a Sacconi non interessi la realtà quanto piuttosto la sua riscrittura, imprescindibile se si deve far piazza pulita di un intero ordine politico e sociale di riferimento per affermarne un altro. Il presupposto essenziale di questo nuovo modello è che il destino che si prefigura per le donne è, a livello sociale, la maternità, a livello lavorativo, il tempo parziale o la precarietà, a livello economico un salario insufficiente e, infine, a livello culturale, un tempo “libero” non per sé ma per sostituire il welfare pubblico smantellato e venduto al miglior offerente privato.

Per far questo, è ovvio, i dati di realtà vanno contraffatti. Per esempio, evitando accuratamente, ogni volta che si nominano i “servizi” – indispensabile sostegno per chi lavora, uomo o donna che sia, se si hanno figli o genitori anziani – l’aggettivo “pubblici”. Oppure, concentrandosi esclusivamente sul tema della cura dei figli piccoli, come se ciò di cui i cittadini e le cittadine avessero bisogno potesse essere esclusivamente limitato alla prima infanzia, e non, come ben sappiamo, come qualcosa di relativo ai tempi della città e del lavoro in senso più ampio, al sostegno alle disabilità, all’attenzione verso gli anziani, alla tutela della salute. Ovviamente, questi sono servizi che prescindono dall’essere coppia, o famiglia, interessano tutti e tutte, trasversalmente, quanto ad età, regione di residenza, genere, mentre nell’universo del Libro Bianco la famiglia è centrale, la procreazione indispensabile e la realtà cui si rimanda è quella del Nord benestante, solvente.

Un’altra contraffazione riguarda il legame tra lavoro fuori casa delle donne e tassi di natalità, vera ossessione di Sacconi: in questo paragrafo, infatti, non solo si mette in dubbio quanto ormai accertato da decenni, vale a dire che quando le donne lavorano in modo stabile ed economicamente sufficiente e quando in un paese si può contare su un welfare pubblico accessibile e di valore, le donne i figli li fanno, ma si cambiano addirittura i termini della questione forzando, ancora una volta, la realtà.

Sullo sfondo della strisciante, pervasiva, svalutazione del ruolo della donna lavoratrice non madre, il Libro Bianco muove un’acrobatica accusa: nelle regioni del Nord in cui i tassi di occupazione femminile sono a livello europeo e ci sono pure gli asili nido, le donne non fanno lo stesso i figli che dicono di desiderare, o che il Paese si aspetta da loro. Il sottinteso, quindi, è ci debbano essere altri, riprovevoli, motivi. Il non desiderare la maternità non è neppure preso in considerazione. Per lo meno non per chi fa della famiglia l’oggetto della dedica del Libro Bianco stesso.

Sacconi non ha fatto, o non ha voluto fare, una banale operazione di confronto a dati incrociati, indispensabile se non si vuole, appunto, r/aggirare la realtà. E’ vero quanto il ministro afferma, nel paragrafo sulla maternità, ma non precisa che in quelle regioni del Nord dove inspiegabilmente le donne non fanno figli esse non lavorano – tutte! – in settori in cui i contratti sono a tempo indeterminato e i diritti garantiti, non aggiunge che in quelle regioni vi è il più alto livello di sussidiarietà tra pubblico e privato per quanto riguarda i servizi, non spiega che in quelle regioni le rette dei nidi sono le più alte d’Italia.

Se poi, alla fine, deve ammettere a denti strettissimi, che il problema può essere anche l’insufficienza di alcuni servizi, non rinuncia alla consueta stoccata contro le donne: la medicalizzazione del parto avrebbe anch’essa un’influenza culturale sottilmente negativa sulla decrescita della natalità, accanto alla progressiva perdita di valore sociale della maternità e alla già citata scarsa propensione degli uomini italiani alla condivisione dell’impegno domestico. Evidente, qui, l’eco a quel punitivo “partorirai con dolore” di biblica memoria.

Ma vi è ancora una forzatura: se per medicalizzazione si intende, come fa per esempio l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il ricorso sovrabbondante al parto cesareo in alcune aree dei paesi occidentali, allora di nuovo il discorso del Libro Bianco non torna, infatti, in Italia, le regioni in cui il tasso di natalità è più alto sono proprio quelle in cui si praticano parti cesarei in percentuali altissime. Noi i grafici li abbiamo esaminati e abbiamo notato che, per la maggior parte, vengono effettuati in strutture privare, ossia presso quel privato convenzionato sussidiario ai presidi pubblici tanto caro a Sacconi, e a Cota qui in Piemonte.

In conclusione, lasciamo la parola proprio al ministro Sacconi, e riportiamo le frasi finali del Libro Verde, antesignano del Libro Bianco che è stato ampiamente utilizzato nella sua redazione. Si tratta di frasi che possiamo leggere anche con ironia. Ma che non dobbiamo assolutamente sottovalutare perché prefigurano non solo, chiaramente, cosa ci aspetta ma soprattutto quali sono i modelli contro i quali dobbiamo continuare a lottare.

“Un moderno welfare deve essere capace di fornire una risposta globale ai diversi bisogni della persona. Fondamentale, in questa prospettiva, è la capacità di “fare comunità”, a partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, il volontariato, l’associazionismo e l’ambiente di lavoro, sino a riscoprire luoghi relazionali e di servizio come le parrocchie, le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali, le stazioni dei carabinieri. E’ solo in questo modo che pare possibile costruire una rete diffusa e capillare di servizi e nuove sicurezze ad integrazione della azione dell’attore pubblico”.

Naturalmente restiamo in attesa di scoprire quale tipo di welfare possa garantirci la posta, oppure la stazione dei carabinieri.

Gennaio 2011

 

 

 

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