‘Lavorare’ la vita. Strategie di conciliazione e tentazioni di infedeltà nel mondo del lavoro femminile

 

di GRAZIELLA DURANTE

Potevo essere me stessa – ma senza stupore
e ciò vorrebbe dire,
qualcuno di completamente diverso.
W. Szymborska

 

1 .‘Divenire donna’ nelle maglie del bio-lavoro.

In molte recenti indagini che si servono di narrazioni individuali e collettive, le donne si raccontano e descrivono il loro rapporto con il lavoro e la vita degli affetti, in maniera assai contraddittoria. Strette tra ‘strategie di libertà’ e ‘strategie di sopravvivenza’ abitano le pareti domestiche e quelle aziendali come vere e proprie acrobate del mondo globale, artefici di un complesso e quotidiano bricolage in cui si intrecciano responsabilità e desideri, abilità e sacrifici, pianificazioni e affetti. Che la donna sia sempre stata chiamata in prima persona a scegliere tra il piano produttivo e riproduttivo in cui la vita nel suo insieme si articola o a chiedere e ricercare forme di conciliazione tra la famiglia e il lavoro, tra le esigenze di cura familiare e le leggi di produzione del mercato, è un dato certo, come la stessa storia plurale e diversificata del femminismo testimonia. Tuttavia, a mutare radicalmente lo sguardo sul rapporto lavoro-famiglia, a riaccendere l’interesse per un tema ‘vecchio’ come quello della conciliazione, è il radicale cambiamento non solo del processo produttivo e dell’organizzazione del lavoro post-fordista, ma anche del tradizionale modello familiare, del modo stesso in cui si ‘fa esperienza’ della famiglia e della percezione e della pratica degli affetti, dei desideri, delle aspettative.

Se dunque non è più possibile fotografare la donna nel ruolo marginale di un settore del mercato secondario, come è accaduto per troppo tempo, se il modello emancipazionista, limitato al ristretto orizzonte della parità e dell’uguaglianza, deve riconoscere non poche difficoltà nell’individuare categorie di interpretazione della realtà attuale, così come la prospettiva del femminismo della differenza deve confrontasi con nuovi temi (biotecnologie, bioeconomia) e nuove soggettività (queer, trans-gender) è d’altra parte innegabile che la donna è al centro di un complicato processo di ricomposizione di valori, priorità e interessi e che ad essa è affidato il compito di esprimere una nuova cultura dell’organizzazione del lavoro come del privato.

Proprio nelle reti produttive-relazionali del postfordismo, dunque, il lavoro femminile diventa lavoro tout-court. La donna si libera del tradizionale profilo di soggetto discriminato, vittima dell’esclusione e della segregazione come degli abusi e delle violenze, per diventare la vera protagonista delle nuove strategie economiche e produttive del capitalismo globale e cognitivo. Nello stesso tempo, però, parlare di femminilizzazione del lavoro significa assumere uno sguardo critico e aprire dall’interno una categoria che troppo spesso assume il tono di uno slogan vuoto e privo di riferimenti concreti. Si tratta, infatti, di una tendenza assai complessa che nasconde molte ambiguità e parecchie ‘trappole di genere’ oltre ad una pervasiva logica di presa sulla vita. Con il ‘divenire donna del lavoro’ non ci si può riferire solo ad una disposizione del mercato a scardinare le barriere tra pubblico e privato, tra vita e produzione, ad appropriarsi di competenze e qualità connesse alla sfera femminile (creatività, relazionalità, etc.) e a riorganizzare tecniche di management, strategie di prodotto, schemi e stili di produzione sul modello di cura dell’organizzazione aziendale.

L’altra faccia di un processo economico-produttivo che sembra non poter più fare a meno del lavoro femminile riguarda le condizioni contrattuali attraverso cui tutto questo accade e si realizza nella vita di ognuno, il modo in cui le nuove linee che guidano il lavoro di ultima generazione plasmano e creano tempi di vita, modalità di relazioni, di affetti, luoghi dell’abitare. E’, infatti, sul terreno della flessibilità e del precariato che si gioca la trasformazione antropologica che riguarda le donne quanto gli uomini e che investe nel profondo l’universo psichico ed emotivo individuale e collettivo. Non si tratta solo di descrivere il mercato del lavoro ma un mondo del lavoro in cui sono rimessi in discussione le condizioni di esistenza, di condivisione e di esclusione. Ad essere cambiate, in altri termini, sono le relazioni di genere e di generazione, le forme di vita e di coppia, le passioni e i sentimenti della sfera individuale come di quella sociale in cui la saltuarietà e l’intermittenza lavorativa non riguardano una fase di passaggio o un momento transitorio prima di accedere ad una piena stabilità occupazionale, né tanto meno una modalità riferita ad uno specifico gruppo sociale, ma un modo d’essere che si è esteso a tutti e tutte e da cui non si può far ritorno.

Con questo non si vuole alludere ad un salto fuori dal ‘genere’. Nel mondo del lavoro le donne sono da molto tempo precarie e flessibili. Da molto prima che il modello della precarietà e della flessibilità si diffondesse in maniera così generale e capillare come oggi e per ragioni che chiamano direttamente in causa ruoli ‘naturali’ e ‘storici’: maternità, cura familiare. Da questo punto di vista è – com’è stato notato[1] – più appropriato parlare di ingresso degli uomini nel mondo del lavoro femminile, piuttosto che il contrario e registrare una sempre più diffusa tendenza della dimensione maschile a guardare sotto altra luce quelle pratiche di confronto e solidarietà considerate prevalentemente femminili. Ciò su cui si vuole, però, porre l’attenzione, e su cui una buona parte del pensiero e della pratica femminista si sta interrogando e riorganizzando attraverso modalità e slanci diversi, è la necessità di ripensare il modo di nominare il rapporto vita-lavoro, reimpostando su altri piani e parametri i vecchi legami che le donne storicamente hanno intrattenuto con la vita professionale e affettiva.

Nel contesto attuale il termine ‘conciliazione’, come cercheremo di dimostrare nel corso di questo intervento, non può essere pensato come lo strumento di mediazione tra lavoro e famiglia, né declinato prioritariamente al femminile secondo una sequenza che ci porta sul terreno delle pari opportunità e delle politiche delle donne. Questo significherebbe escludere, come di fatto accade con le attuali leggi comunitarie e nazionali, le nuove generazioni precarie dalla tutela e dalle garanzie minime che le generazioni precedenti hanno faticosamente raggiunto. Oggi è necessario trovare forme di conciliazione tra una flessibilità galoppante e deregolamentata, incarnata ma non riconosciuta, molto spesso imposta più che scelta, e la possibilità concreta di scegliere di essere madri senza essere necessariamente mogli, di disporre di un tempo liberato dal patchwork organizzativo di ogni giorno, di agire autonome scelte di vita.

Per tratteggiare un profilo, seppur parziale, della donna contemporanea, come soggettività politicamente attiva e consapevole, passeremo attraverso contesti diversi: dalle imprese dove la gestione delle risorse umane e l’organizzazione del lavoro determina in maniera privilegiata il rapporto tempi di vita-tempi di lavoro, al terreno giuslavorista in cui si fatica a predisporre nuovi criteri e norme capaci di proteggere e garantire le madri precarie nei periodi di inattività e di discontinuità di reddito condizionando non poco la concreta realizzazione delle aspirazioni professionali e personali, all’universo degli affetti, delle relazioni e delle pratiche rimesse in campo dalle donne che se da un lato raccontano di una complessiva riscrittura delle strutture familiari tradizionali, dall’altro rappresentano il primo concreto tentativo di delineare un’identità del lavoro post-fordista che mette in campo inedite alleanze di genere. Un percorso che, tra le maglie del biolavoro – per parafrasare Foucault – e delle nuove forme di ricomposizione del capitalismo, tenta di mettere a fuoco le modalità di soggettivazione femminile che si dispongono nei due ambiti storicamente interrelati della produzione e della riproduzione ma il cui legame è completamente ricomposto dall’attuale scenario del capitale cognitivo.

  

2. Policentrismo nella metamorfosi del lavoro femminile.

Nell’ampio mutamento del paradigma produttivo-organizzativo attuale, la presenza delle donne rappresenta un angolo non secondario di osservazione. Non si tratta più, o non solo, di prendere atto dell’aumento della presenza quantitativa delle donne nel mercato del lavoro anche in settori fino a non molto tempo fa considerati prevalentemente maschili, ma della centralità che gli aspetti che connotano in senso qualitativo la condizione del lavoro femminile assume all’interno di una riflessione generale sulle caratteristiche del lavoro post-fordista. In primo luogo, la tendenza ad una progressiva sovrapposizione tra tempi di vita e tempi di lavoro e la sempre più marcata necessità di introdurre nella cultura organizzativa della produzione post-fordista competenze, qualità, comportamenti connessi alla sfera femminile. Nel dibattito contemporaneo il concetto di ‘femminilizzazione del lavoro’ diventa centrale laddove si registra una progressiva tendenza al ‘divenire donna’ dei caratteri produttivi del mercato globale e cognitivo. Ma cosa si intende con questo termine e come si colloca nel lungo percorso che il pensiero femminista ha attraversato? In che misura e come le forme di conciliazione delle sfere produttive e riproduttive della vita sono cambiate?

Volendo ricomporre brevemente la memoria femminista sul tema del rapporto donna-lavoro è essenziale partire dalla fine degli anni settanta quando si registra un momento di radicale svolta rispetto ai paradigmi che la sociologia del lavoro aveva tradizionalmente adottato per analizzare l’esperienza lavorativa femminile. Tanto per il lavoro domestico quanto per quello salariato, il ruolo delle donne nell’ambito produttivo era descritto a partire da criteri, concetti, categorie e valori presentati come neutri ma che in realtà provenivano da esperienze di lavoro, stili di vita, organizzazioni produttive, tutte declinate al maschile e che, dunque, non riuscivano a cogliere la specificità, l’autonomia e la complessità del lavoro femminile. Non solo: la valutazione del lavoro delle donne, l’immagine e la percezione diffusa sul piano sociale, era caratterizzata da un profilo fortemente negativo. Basti pensare alle teorie delle scienze domestiche sviluppatesi negli Stati Uniti intorno agli anni venti che insistevano sul carattere irrazionale e improduttivo del lavoro femminile di cura e miravano ad una programmata applicazione del taylorismo allo spazio familiare o al “dibattito sul lavoro domestico” e alle teorie del mercato duale e della segmentazione sviluppatesi nell’ambito marxista che relegavano il lavoro salariato femminile, al pari del lavoro immigrato, nell’ambito del grande serbatoio di riserva di manodopera utilizzato in maniera funzionale ai cambiamenti dell’andamento e delle esigenze del capitale.

A cambiare, quindi, non è solo un modello euristico di valutazione del ruolo produttivo delle donne, inappropriato e regolato sulle implicite e tradizionali forme di dominio e di omologazione maschile, ma la percezione stessa delle esperienze femminili di relazione e produzione sottoposta finalmente ad un processo di riqualificazione e rivalutazione individuale e collettiva della soggettività femminile. Così, sul piano delle teorie di genere, dal tradizionale modello emancipazionista, teso ad una cultura organizzativa paritaria e al superamento della divisione sessuale del lavoro in vista di un modello neutro e astratto, si passa al femminismo della differenza[2] che considera il genere non come una variabile[3] ma come una chiave interpretativa dell’organizzazione sociale del lavoro e della vita. Dagli studi sociologici sul ‘doppio lavoro’[4] che mettono  in luce il carattere di sfruttamento e dominio esercitato sul lavoro femminile domestico e salariato, si passa alla categoria descrittiva della ‘doppia presenza’[5], che evidenzia, invece, la ricchezza e la complessità della trasversalità tipica dell’esperienza di vita femminile, costantemente impegnata a gestire ed equilibrare sfere apparentemente separate (privato/pubblico, famiglia/lavoro, produzione/riproduzione) e capace di configurare sul piano materiale e simbolico una percezione dello spazio e del tempo specificamente femminile.

Il dibattito sul rapporto tra uguaglianza e differenza viene, quindi, ripensato in maniera più complessa, innanzitutto attribuendo alle donne il ruolo di soggetti attivi e produttivi di modalità, culture, etiche del lavoro e della vita, autonome rispetto al modello maschile e capaci di incidere e modificare profondamente la stessa organizzazione e cultura del lavoro e del tempo. È, dunque, dalla fine degli anni settanta che si comincia a parlare di ‘modo di produzione femminile’ come ad un universo di “realtà e desiderio”[6] costruito a partire dal concetto di ambivalenza. Anche in questo caso non si tratta solo di una categoria euristica che orienta in maniera diversa le ricerche sociali ed economiche sull’identità femminile all’interno del processo produttivo, ma di un cambiamento di prospettiva radicalmente nuovo.

Sottraendosi al discorso vittimario di soggetto debole, incapace di decidere, irrazionale e costantemente in transito o al bivio dinanzi ai conflitti e alle scelte dell’esistenza, la donna esprime un’aspirazione profonda a vivere in modo diverso la famiglia come il lavoro, a non risolvere insoddisfazione e frustrazione attraverso una semplice inclusione – spesso circoscritta e limitata nelle stesse forme contrattuali – nel mondo di produzione maschile. Così come, dinanzi alla pressione a scegliere, a stabilire priorità tra lavoro e famiglia, le donne esprimono una resistenza a collocarsi all’interno di una dicotomia tanto netta e, rifiutando la scelta, mettono in campo comportamenti e pratiche che consentono continui passaggi da una sfera all’altra, contrattazioni e tattiche di transizioni che esprimono forme di resistenza e libertà radicate nella pratica.

È esattamente questo policentrismo dell’identità femminile, la forza di un’ambiguità incarnata e vissuta quotidianamente, l’inquietudine a restare chiuse in una vita piena di confini e sbarramenti, la tensione a trovare nuovi modi di articolare pubblico e privato, a diventare centrale nella ricomposizione del mercato globale. La questione che resta aperta è però quella di definire l’intreccio tra le spinte volitive e le imposizioni dettate dalle leggi del mercato nella ridefinizione di nuovi tempi di lavoro e nuove forme di vita. Se, in altri termini, non si può ridurre l’attuale crescita e centralità del lavoro femminile alla sola trasformazione dei circuiti produttivi, ma è necessario, invece, osservare e comprendere le dinamiche e le spinte di un rinnovato desiderio di indipendenza e autonomia delle donne, il problema diventa capire quali spazi di libertà si aprono all’interno della produzione di nuove forme di soggettività da parte delle attuali fasi del capitale globale.

 

3. Madri premurose o amanti passionali: la “femminilizzazione” del lavoro in questione.

Quando si parla di femminilizzazione del lavoro ci si riferisce innanzitutto alle nuove tecniche di management, alla cultura organizzativa delle aziende, alla produzione di nuovi modelli, stili di vita e servizi che puntano e necessitano di una completa fusione di psiche e corpo, di risorse intellettuali, linguistiche, comunicative, relazionali che rompono la soglia tra pubblico e privato, tra produzione e cura. Non stiamo tratteggiando una futuristica immagine del mondo che verrà. Parliamo invece del mondo in cui viviamo e a cui tutti accediamo attraverso una messa a lavoro di competenze cognitive e linguistiche[7]. Dalla traduttrice autonoma, ai ricercatori universitari, alle lavoratrici dei call center, alle free-lance: senza una spiccata capacità di comunicare, di persuadere e convincere con tecniche sempre più sofisticate e che richiedono un grande dispendio di risorse emotive, capacità di controllo, investimento affettivo si è esclusi irrimediabilmente dalla “grande catena di produzione parlante” del mercato globale.

Ma se il linguaggio, i processi comunicativi costituiscono la ‘materia prima’ del nuovo processo produttivo immateriale e cognitivo, il corpo con tutta la propria valenza simbolica non esce di scena. Anzi nell’estensione della cura delle persone alla cura delle organizzazioni, la donna assume sempre di più il ruolo di rendere visibile e corporea i contorni di una necessaria ricomposizione del dialogo tra identità dei singoli, esposti ai profondi condizionamenti della precarietà e della flessibilità e i  progetti professionali, i percorsi di sviluppo e di crescita delle singole carriere come delle aziende tout court.

Nell’epoca della società della conoscenza e della progressiva smaterializzazione dei processi produttivi sembra quasi anacronistico riflettere sul luogo materiale e simbolico del corpo. Eppure la lunga memoria del femminismo ci ricorda l’inestricabile circuito corpo-potere, produzione-riproduzione della vita che, invece di scomparire, è solo riproposto secondo altri schemi nella società globale. Come è stato sottolineato[8], alle donne il lavoro postfordista richieda l’uso sessualizzato della corporeità, non solo nelle forme dirette di lavoro sessuale[9], ma come permanente valorizzazione della propria immagine e della propria presenza, disposizione permanente all’ascolto e alla cura. Tra le competenze più richieste dal mercato, oltre all’adattabilità, la dedizione e la disponibilità illimitata del proprio tempo, figura la capacità di sedurre ed attrarre, come in un permanete set pubblicitario, di lasciar agire, usare e sfruttare tutte le capacità mimiche e gestuali del corpo. Non dimentichiamo che una ‘vera donna’ non può mai sottrarsi allo sguardo maschile, sulle pagine dei giornali, come dietro alla propria scrivania. E nel mercato globale la donna rassicura e seduce per quella inestirpabile valenza simbolica di madre premurosa e amante passionale.

In un clima in cui l’attività relazionale tende a prendere il sopravvento sembrano riproporsi, alcune delle sottili domande che erano state già poste dalle femministe degli anni settanta[10] sulla natura sessuata di gesti, modelli, stili, abbigliamenti richiesti dal mercato alle donne. Questo intreccio tra vecchi temi che risaltano fuori dal pensiero femminista in un contesto così radicalmente mutato rispetto a quello in cui si sono generati, lascia intravedere una continuità e una radicalizzazione di alcuni processi in atto nell’evoluzione del capitale e fanno anche emergere le prime insinuanti contraddizioni all’interno di un modello produttivo che sembra apparentemente liscio. In effetti, il postfordismo non propone una semplice virtualizzazione dei corpi né allude al comporsi di un contesto sociale smaterializzato à la Matrix. D’altra parte, però, è chiaro che la generale tendenza ad insistere sull’immaterialità delle forme del capitale attuale può generare l’equivoco di istituire una falsa equivalenza tra espressioni come lavoro cognitivo e immateriale e de-corporizzazione o post-gender. È utile quindi chiarire che nei processi produttivi, in diverse forme e attraverso diversi grandi di intrusività, il vissuto corporeo è investito di un ruolo nient’affatto secondario e per niente sciolto dai perimetri del genere.

 

4. Governamentalità soft.

Le grandi imprese globali tendono da un punto di vista del comando a privilegiare la cooperazione sinergica più che il controllo. Il nuovo profilo bioeconomico[11] dell’organizzazione aziendale emerge proprio nei suoi tratti governamentali, in dinamiche soft di coinvolgimento più che di disciplinamento. Una strategia che risulta essere più compatibile con la generale tendenza alla frammentazione e delocalizzazione dell’azienda stessa: si punta, dunque, a costruire consenso, appianare contrasti, a mettere in relazione, ricucire e ricomporre le molteplici performance, fluide e immateriali, dei singoli settori e a operare una permanente attività di manutenzione e gestione coordianata del capitale umano e delle risorse al fine di potenziare il benessere organizzativo dell’impresa. Se ci si sofferma per un momento su questi bisogni ci si rende conto perché, parlando di lavoro di cura, il baricentro si sposta dalla centralità della persona e dei servizi ad essa connessi, all’impresa.

Le imprese postfodiste hanno un enorme bisogno di cure come se si trattasse di macro-corpi-viventi a cui è necessario che tutti dedichino non solo le proprie competenze ma tutto ciò che attiene alla propria vita senza calcoli di tempo. Un tema tipico della sfera riproduttiva interroga, quindi, il piano produttivo. L’esercizio di alcune attitudini tradizionalmente ‘femminili’ sono complessivamente riproposte in un terreno nuovo rispetto a quello dell’ambiente domestico: l’attitudine a trovare soluzioni creative e in tempo reale, utilizzando l’incertezza e la velocità come risorse, l’abilità nel saper sempre affrontare positivamente difficoltà improvvise grazie all’ottimizzazione di ciò che si dispone, la dimestichezza a costruire e tenere salde piccole e grandi reti di relazioni che possono risultare decisive per la soluzione dei problemi.

Da un lato, dunque, i servizi di cura alle persone si sono progressivamente riversati dalla gestione familiare al mercato, ricorrendo all’esercito di donne lavoratrici immigrate a ‘basso costo’ e spesso organizzate da grandi agenzie del settore dei servizi, producendo una sempre più marcata gerarchizzazione del lavoro riproduttivo nella sua composizione interna[12], dall’altro la principale caratteristica del lavoro domestico – il suo essere lavoro vivo che “trova in se stesso il proprio compimento” e in cui prodotto e produttore sono inseparabili – si sta velocemente estendendo all’interno del nuovo regime del ‘capitale della conoscenza’[13], in cui diventa sempre più problematico distinguere e valutare il valore – almeno negli ormai superati termini vetero-marxisti dell’incorporazione del tempo di lavoro nel bene prodotto – delle prestazioni ‘messe al lavoro’[14]. Ma cosa accade in questo transito del lavoro femminile dall’originario ambiente domestico all’habitat aziendale?

Nelle priorità delle aziende globali il principale obiettivo strategico, sia in termini di sviluppo delle proprie risorse sia in termini di ‘fidelizzazione dei dipendenti’, è proprio quello di equilibrare le energie dedicate al lavoro e quelle dedicate alla sfera privata. Nel lessico manageriale si parla orami da tempo di work life balance[15] che potrebbe a tutti gli effetti sostituire l’usurato termine ‘conciliazione’ declinandolo in un’ottica aziendale. Si tratta di un piano che individua, studia e propone alle imprese soluzioni e strumenti gestionali capaci di favorire il benessere psicologico, fisico e sociale dei lavoratori, di rimuovere le idiosincrasie tra la vita d’azienda e ciò che connota la sfera personale e non solo familiare, dei dipendenti. La logica sottesa a questo programma è la consapevolezza che un’impresa moderna deve mirare ad un utilizzo sempre più ampio del potenziale delle persone coinvolte nei processi decisionali e produttivi. La separazione tra vita-lavoro – in perfetta linea con quanto abbiamo fin qui detto del modello produttivo del capitale contemporaneo – sembra, dunque, appartenere al tradizionale patto tra impresa e lavoratore tipico delle società industriali, ormai superato e desueto, in cui il dipendete è coinvolto, attraverso la formazione e la comunicazione, esclusivamente sulle competenze lavorative richieste. Di contro si mira a stimolare le cosiddette ‘intelligenze multiple’, ad utilizzare e mettere in produzione, in modo complessivo, il potenziale delle persone, far leva sulla loro dimensione emotiva, affettiva, creativa. Secondo i rapporti di diverse esperienze già in atto da tempo presso numerose aziende internazionali, l’esigenza è quella di liberare tutte quelle energie intellettuali ed emotive dei lavoratori (empowerment[16]), fino ad ora inespresse o ignorate nella tradizionale cultura industriale, e nel contempo di rendere l’ambiente aziendale attento ai quotidiani problemi di conciliazione con cui i lavoratori, uomini e donne, si misurano.

Sul piano pratico questo comporta una riprogettazione degli stessi spazi fisici dell’azienda come della percezione sociale del tempo. L’azienda globale ‘allestisce’, quindi, i propri spazi dedicati ai servizi e al ‘tempo libero’ dei propri dipendenti, (aree time saving o family services, asili e palestre aziendali), coordina corsi di sviluppo del personale, organizza banche del tempo e gite ricreative. Questo quadro deve poi essere inserito all’interno di quel fenomeno che a partire dagli anni novanta è noto come diversity management e che rappresenta un piano complessivo di valorizzazione e gestione delle diversità di genere, di razza e di età da parte delle aziende con lo scopo di trasformarle in un importante vantaggio competitivo. Le concrete forme di applicazione di questa orami consolidata filosofia aziendale sono da ricercare in politiche che vanno dall’adozione di forme di lavoro flessibile, a corsi di formazione speciali per chi dimostra valore e produttività, a incarichi su misura progettati per rispondere alle diverse domande del mercato.

Descritto in questo modo sembrerebbe che il mondo aziendale sia una sorta di paradiso in cui ognuno può trovare la propria dimensione, relazionarsi agli altri su un terreno paritario ed empatico, in un generale clima di partecipazione e coinvolgimento dal basso. In effetti, basta sfogliare un qualsiasi magazine dedicato alla vita d’impresa o esplorare il sito web di una qualunque multinazionale per accorgersi delle ammiccanti promesse di un sodalizio perfetto tra lavoro e aspettative di vita, non solo nei termini di opportunità per una veloce e brillante carriera o scalata al successo, ma di un generale e felice invito ad affidare la propria vita all’azienda a metterla totalemte a disposizione del lavoro. Obiettivo dell’impresa è, infatti, la vita del lavoratore, le sue energie, le sue differenze, i suoi desideri in una dimensione in cui l’adesione deve avvenire senza compromessi, senza che nulla ne resti fuori e le cui dinamiche vere si dispongono su un livello nient’affatto orizzontale ma gerarchicamente burocratico e inamovibile. Il lavoro deve sovradeterminare i desideri, incapsularli all’interno di una logica senza uscite, assumere la vita dei lavoratori flessibili e precari a ‘tempo pieno’. Il carattere principale del lavoro immateriale è esattamente quello di fare appello alle capacità e alle disposizioni personali delle attività libere che si svolgono al di fuori del contesto lavorativo. In questo senso si parla ormai da tempo di “mobilitazione totale”[17], una dimensione in cui “non è il soggetto che aderisce al lavoro” ma il “lavoro che aderisce al soggetto”.

La presa totale da parte del mercato del processo continuo di produzione di sé può trovare delle resistenze solo fino a quando è possibile ancora misurare una qualche differenza e distanza tra impresa e individuo. Da questo punto di vista le strategie messe in campo dalle imprese del capitale nelle sue fasi attuali di sviluppo tendono perentoriamente di ridurre al minimo questo spazio, di incitare un permanente processo che tende a fare di ogni vita un’impresa in sé. Il profilo così diffuso della donna-manager rispecchia a pieno questa tendenza: una donna dinamica e capace di prodursi e riprodursi attraverso un costante lavoro di ampliamento delle risorse da portare al mercato.

È proprio nel pensiero femminista che è maturata – a dispetto del trionfale messaggio mass-mediale di una completa rivalsa e vittoria delle donne nel mondo produttivo – una perentoria critica dinanzi alla capacità del mercato di recuperare e volgere a proprio favore alcune capacità femminili sul piano commerciale. Non si tratta semplicemente di evidenziare come all’interno di questo complessivo cambiamento del modello produttivo le donne si trovino ancora una volta catturate dalla millenaria gabbia della cura allargata ora allo spazio complessivo del mercato, intrappolate e pervasivamente assimilate al desiderio altrui, prima che al proprio, alla necessità di ‘mettersi sempre nei panni dell’altro’, del cliente, come del marito, con la stessa identica dedizione e fedeltà che da sempre è loro richiesta[18]. Si può certo assumere che il processo di femminilizzaizone del lavoro porti con sé una tendenza segregante che ricade sul genere femminile, ma crediamo invece più efficace l’idea di una generale ‘de-generizzazione’ dell’attività lavorativa in cui i processi di precarizzazione contribuiscono a riorganizzare la stessa costruzione sociale dell’identità. La vera questione è che la riorganizzazione del  lavoro è un processo in grado di assorbire le differenze e di agire in maniera fortemente performativa sui soggetti rimettendo completamente in discussione i confini spazio-temporali, dunque, affettivi-emotivi-relazionali di ognuno. Se si considerano in questo contesto due pratiche-concetti centrali della riflessione di genere,  tempo e relazione, si può forse trovare la misura per cogliere la portata biopolitica del cambiamento in atto e il terreno su cui il pensiero femminista si sta mobilitando secondo prospettive e dinamiche diverse.

Nel momento in cui la vita intera, e non solo una specifica prestazione lavorativa, diventa produttrice di valore, la relazione con sé e con gli altri è concepita a partire dal calcolo economico, nessuna frontiera o soglia, seppur mobile, separa lavoro e vita, anzi la vita è esattamente il capitale più prezioso, cosa resta di quello sguardo eccedente sul tempo e sulle relazioni della lunga storia del pensiero di genere? Se il lavoro diventa invisibile tanto da assediare ogni spazio vitale senza che se ne abbia percezione, se il processo di reificazione dell’umano, del corpo femminile, della natura, è prodotto in modo tanto capillare e stratificato, dagli attuali meccanismi economici, quali parole, quali pratiche e quali corpi possono sfuggire alle ragioni per cui – per dirla con la Haraway – “il soggetto pieno di vita si muta in un morto vivente?”[19].

Qualcuno guarda con entusiasmo al rifiorire di una pratica politica simbolica, tipica del femminismo degli anni settanta, attraverso cui si pensa al lavoro ‘a partire da sé’, dalla propria personale esperienza vissuta e grazie ad una narrazione soggettiva, auto-cosciente e nello stesso tempo relazionale, non solo da un punto di vista materiale, ma immediatamente esistenziale. Da questa prospettiva – che nell’epoca attuale sceglie gli strumenti dell’info-sfera, dai blog alle chat, e che tende a sfuggire ai saperi oggettivizzanti riorganizzando lessici e mobilitando inedite capacità di nominare il lavoro ‘con altre parole’ – si evidenzia la possibilità che nei luoghi del web si consolidi un’identità dei lavoratori precari e cognitivi capace di porsi oltre le barriere generazionali e di genere.[20]

Dai racconti delle donne emergono, inoltre, strategie  di ghosting, di sottrazione e protezione dalla dedizione affettiva e di tempo rivolta alle ragioni le mercato, che attingono alle pratiche di esodo, intese in senso vitale e affermativo, tradizionalmente presente nell’armamentario di genere. Si parla di ‘identità di riserva’, di scollamenti e fughe che consentono di sfuggire ad un adattamento docile e reticente alle leggi della produzione. In altri termini, il tema  dell’infedeltà all’azienda, della capacità di ‘farsi mancare’ diventa un punto di forza centrale su cui far leva per opporsi ad un modello produttivo che assorbe interamente la vita nella morsa della produttività e al dilagare di una diffusa malinconia sociale che ne rappresenta il sintomino-effetto più visibile[21].

Al di là delle posizioni teoriche che discutono sulle pratiche concrete di questi esodi al femminile – che si muovono fuori e contro la potenza simbolica dell’immagine omologante della donna-manager che è riuscita a raggiungere i vertici delle direzioni aziendali e che riguarda in realtà un’esigua ‘élite rosa’ a fronte di un esercito di donne precarie e flessibili – è dal mondo editoriale dei best-seller che arrivano le provocazioni più forti in tal senso. Nato nel Regno Unito e velocemente diffusosi dai sistemi di distribuzione internazionale, il fenomeno editoriale e commerciale delle mummy-lit lascia sicuramente riflettere non tanto per il valore letterario, quanto per la capacità di fotografare un aspetto sociologico non trascurabile. Titoli come I love shopping per il baby (di Sophie Kinsella, Mondadori),  The secret life of a slummy mummy (di Fiona Neill) o Ma come fanno a fare tutto? (di Allison Pearson, Mondadori) che popolano gli scaffali di supermarket e grandi librerie hanno per protagoniste e spesso narratrici donne sulla trentina che, dopo lunghe peripezie e impegnative autocritiche, scelgono di abbandonare la carriera per dedicarsi ai figli. Nel tentativo di andare ‘oltre’ il lavoro, di liberarsi di carriere caotiche e totalizzanti, queste ammiccanti eroine di carta scelgono di ritornare alla vita delle loro madri e di rilanciare il valore simbolico dell’identità offerta dal ruolo di madre. Dal numero delle vendite registrato nel nostro paese si potrebbe affermare che queste inconsuete istantanee sul mondo femminile, stanno diventando per molte una sorta di oasi virtuale in cui si rispecchiano, senza necessariamente fornire concrete soluzioni, le frustrazioni delle giovani donne lavoratrici.

A differenza, forse, delle avvincenti movenze degli avatar di Second life che per lo meno promettono di esplorare le potenzialità inespresse nella vita ‘ordinaria’, l’immaginario simbolico che Kisella e le altre mummy-lit contribuiscono a diffondere, ci pone dinanzi a troppo evidenti rinunce. Queste giovani donne che si muovono tra lavori domestici, parchi giochi e doposcuola e che si concedono qualche seducente evasione extra-coniugale, danno voce ad un mondo illusionistico quanto illusorio, quello della famiglia come il luogo a cui far ritorno per trovare protezione e identità, che oltre a rappresentare un desidero utopico difficilmente realizzabile dal punto di vista pratico se non a costo di grandi compromessi e molte rinunce per la maggior parte delle donne precarie, rappresenta anche una chiara mossa regressiva sul terreno emancipativo delle donne ripiombando di peso nella dinamica dell’inevitabilità della scelta, del bivio della maternità come al momento di una ‘chiamata’ a cui non ci si può sottrarre e che chiede di ristabilire vecchi e tradizionali ruoli.

Eppure, è da questa piccola provocazione che intendiamo ripartire per interrogare in maniera sempre più precisa il tema che stiamo discutendo: in che modo l’esperienza della maternità s’intreccia con il piano produttivo della vita? Come si può concretamente trovare modelli di maternità e di coppia che sfuggano alla violenza antinomia dell’aut-aut nel contesto attuale? Su quali garanzie e tutele possono contare le lavoratrici di ultima generazione che decidono di avere un figlio?

 

5. L’“occasio” nel mondo precario.

Il dibattuto tema della flessibilità scelta e flessibilità imposta ci porterebbe molto lontano anche solo per la pluralità di posizioni che su questo terreno si confrontano da tempo. Che una diversa gestione e offerta dei modi contrattuali di lavoro sia il frutto non solo di un’imposizione delle leggi del mercato ma anche di una diffusa tendenza proveniente dal movimento del ‘77 che rifiuta il lavoro normato, da un desiderio di affermare una nuova autonomia del tempo e della vita, non ci sembra essere una forzatura[22]. D’altra parte la storia delle donne testimonia in maniera molto significativa l’ambivalenza della flessibilizzazione del lavoro alla luce del legame che si è andato sempre più rafforzando all’interno dell’esperienza lavorativa femminile tra flessibilità e conciliazione in cui il rapporto di strumentalità e funzionalità dell’una rispetto all’altra costituisce una sorta di indistricabile double bind. Sta di fatto che la logica che ha sorretto il processo di trasformazione del mercato del lavoro è stata completamente, fino ad oggi, decisa dalle forze economiche e produttive mentre ai lavoratori che quotidianamente incarnano le leggi del nuovo modello di produzione non è rimasto che piegarsi docilmente ad esse.

A partire dalla legge Treu del 1997 che introduce il lavoro interinale e a seguire, con la legge n. 30 nota come legge Biagi che definisce le linee generali di un riordino dei lavori cosiddetti atipici, la flessibilità è diventata una condizione generale e stabile. Occasionalità e intermittenza sono le sole parole d’ordine di ogni esistenza precaria. Se a questo si aggiunge una riduzione e una frammentarietà del reddito immediato e un’assoluta incertezza di quello differito e il fatto che non esiste alcuna camera di incubazione in cui le nuove generazioni sostano in attesa di una più stabile garanzia contrattuale, ma che si tratta di una precarietà che ingabbia tutto il corso della propria esistenza e che ristruttura complessivamente il modo di pensarsi e pensare al futuro, si può senza grossi sforzi comprendere da dove derivi il senso di incertezza e di smarrimento che continuamente è registrato nei sondaggi e percepito nel paesaggio urbano delle grandi metropoli globali.

La stretta relazione tra la propria situazione lavorativa e la difficoltà a compiere scelte di lungo periodo che riguardano la propria vita affettiva e riproduttiva è al centro di ogni narrazione sul lavoro nel mondo del precariato. Contrariamente a quanto si può a prima vista pensare anche gli uomini dichiarano di sentirsi molto condizionati dal lavoro rispetto alla scelta di avere un figlio e, anzi, come emerge da una recente indagine[23], sembrano più sensibili al problema rispetto alle donne. Da questa prospettiva si potrebbe forse leggere una più forte e pervasiva colonizzazione dell’immaginario femminile, sempre più dirottato dalla ‘voce’ del mercato verso il mondo produttivo e sollecitato a lasciare ad altre, innanzitutto alle donne immigrate, il ‘compito’ della riproduzione. Una sorta di erosione, spesso mascherata e ipocrita, o a volte un vero e proprio attentato alla libertà riproduttiva delle donne. Ma ciò che più colpisce è il singolare intreccio di tendenze contraddittorie: da un lato la precarietà uniforma la vita, la rende complessivamente docile superando gli stessi confini di genere e di status professionale, dall’altro agisce trasversalmente, determinando la fine dei grandi contratti collettivi e quindi della vita sindacale così come si è tradizionalmente articolata, attraverso un’insidiosa ‘diseguaglianza personalizzata’ fatta di rapporti individualizzati che producono storie di vita inconfrontabili, traettorie esistenziali spesso difficilmente ricostruibili. D’altra parte è su nessi del tutto ‘inconciliabili’ ma interdipendenti – sfruttamento del comune ed espropriazione privata, workfare e commonfare, salario e reddito[24] – che nel mondo precario si afferma il gioco funambolico della sopravvivenza e si riconfigurano le tradizionali forme di alienazione e sfruttamento nel nuovo rapporto capitale-lavoro.

La vera sfida del mondo precario diventa quindi non tanto quella di guardare nostalgicamente al passato, a forme di garanzie e di tutela che si applicavano ad altri modelli produttivi in cui resta inserita una piccola sfera del mondo dei lavoratori, ma piuttosto quella di fare ‘comunità’[25] di tendere, cioè, ad una organizzazione della rappresentanza del frammentato mondo delle soggettività precarie, dei conflitti che lo attraversano, che possa farsi portavoce di una necessaria sovrapposizione di salario e reddito a fronte di una completa coincidenza di lavoro e vita. Nel pluriuniverso del lavoro atipico in cui è sempre più difficile districarsi la costante è, infatti, l’alternarsi imprevedibile tra tempi di attività e tempi di inattività che connota una presenza instabile e senza garanzie sul terreno della produzione tanto per le donne quanto per gli uomini pur restando che, fuori o dentro il lavoro, i corpi sono sempre intrinsecamente parte del mercato.

Il dibattito contemporaneo più realistico in materia di conciliazione guarda, e non potrebbe non farlo, alle diverse proposte di sganciare definitivamente e universalmente il reddito dalle prestazioni e i tempi di lavoro in qualunque forma contrattuale siano formalizzate. Dal reddito di esistenza (basic income) al modello danese della flexycurity e del workfare, al reddito di cittadinanza sono molte le proposte di intervento che potrebbero affiancarsi ad una più generale politica di sicurezza sociale e di gestione dei beni comuni. Al di là delle notevoli differenze che queste proposte esprimono e dei contesti in cui sono oggi concretamente sperimentati su cui non è possibile soffermarci[26], la richiesta che le sorregge è quella di scomporre il binomio, orami diffuso, tra flessibilità e precarietà per mettere invece in luce la contraddittorietà di questo legame.  Se essere flessibili può rappresentare un’occasione concreta di articolare con maggiore autonomia e libertà i propri tempi di vita, costruire la propria esistenza sulla mobilità permanente di forme affettive, luoghi e occasioni senza che questo rappresenti necessariamente una minaccia, essere precari significa subire passivamente le proprie condizione di vita e di lavoro, non avere alcuno strumento di negoziazione, né di tutela.

Ma se guardiamo al contesto europeo, salvo qualche caso isolato che non riguarda il nostro paese, ci accorgiamo di avere a disposizione, sul piano normativo, ben pochi strumenti di garanzie e soprattutto incapaci di rispondere alle esigenze del contesto che abbiamo fin qui tratteggiato. La conciliazione, pensata ancora nei ristretti termini di equilibrio tra lavoro e famiglia, resta saldamente ancorata a due principi: la tutela temporale della prestazione e del contratto di lavoro e la dimensione dell’uguaglianza uomo-donna. Cerchiamo di capirne da vicino i limiti e le carenze.

 

6. L’arabesco dei lavori atipici. 

Le politiche comunitarie tendono ad associare l’obbiettivo delle pari opportunità e, più recentemente la strategia del mainstream di genere, alle politiche di crescita occupazionale. La logica che le sorregge è che la divisione sessuale del lavoro può essere corretta grazie all’utilizzo di politiche e interventi tesi a garantire la presenza e la continuità delle donne nel mercato del lavoro e una più equa distribuzione del lavoro familiare tra uomini e donne. Per realizzare, dunque, una maggiore uguaglianza di genere la maggior parte dei paesi si servono di tre principali strumenti di politica sociale: i congedi genitoriali e familiari; le politiche del tempo applicate tanto nell’organizzazione aziendale (flexitime, jobsharing, banche del tempo) che nella città (attenzione agli orari dei servizi in rapporto a quelli del lavoro); i servizi di cura per l’infanzia collettivi o individuali e per gli anziani.

Il modello del ‘congedo parentale’ è introdotto in Italia dalla legge n. 53 del 2000, confluito in seguito in un complesso di norme contenute nel d.lgs. n. 51 del 2001. In sintesi si attribuisce titolarità individuale ad entrambi i genitori del diritto di congedo, associato alla sua intrasferibilità e alla possibilità di un utilizzo congiunto da parte dei genitori. Inoltre, estende tale diritto, anche se con regole diverse, alla categoria di lavoratrici autonome, prolunga la durata del congedo (fino a otto anni e fino a 13 in caso di adozione e di affido) e stabilisce un budget temporale di dieci-undici mesi da gestire nell’ambito della coppia, di cui solo sei retribuiti nella misura del 30% della retribuzione persa. Se confrontata con quanto disposto dalle precedenti leggi (n. 1204 del 1971 e n. 903 del 1977), il contenuto della nuova legge si può notare che la funzione materna è intesa in maniera più complessa e moderna, passando da un concetto di assistenza e cura confinato nelle mere esigenze fisiologiche del bambino ad uno esteso alle sue necessità relazionali e affettive. Ci si svincola, in altri termini, da un concetto puramente fisico di maternità che tutelava in maniera prioritaria la relazione puramente naturale tra madre e bambino e si guarda con maggiore attenzione ai diritti relativi ai casi di adozione e affidamento. Questa nuova prospettiva, inoltre, porta ad una rivalutazione del ruolo paterno a cui è finalmente riconosciuto un diritto proprio ed intrasferibile di astenersi dal lavoro per occuparsi della cura del figlio e ad una valorizzazione più complessa dei legami genitori-figli a cui si riconosce, grazie ad alla garanzia di una maggiore continuità, di esprimersi ed estrinsecarsi. Si potrebbe evidenziare nella legge n.53 una sorta di ‘congedo dal genere’ che dovrebbe garantire il presupposto necessario affinché le donne possano conseguire una reale uguaglianza nella politica, nel lavoro e in tutte le altre sfere, senza per questo rinunciare al diritto alla maternità. Tuttavia, è proprio nel concetto di ‘famiglia senza genere’[27] che, tra l’altro trova la propria origine su tendenze di lungo periodo dell’ordinamento lavoristico[28], che si evidenziano i primi limiti della normativa vigente.

Il passaggio, registrato anche sul piano giuridico, da un modello di conciliazione al femminile ad una più ampia idea di condivisione[29] delle responsabilità tra uomini e donne si è tradotto nella ricercare di strumenti giuridici capaci di agire in maniera efficace contro le discriminazioni responsabilizzando in maniera attiva la parte maschile rispetto alle necessità di cura familiare. Anche sul piano comunitario la questione della conciliazione risorge in questa nuova forma a partire dalla Carta comunitaria dei diritti dei lavoratori del 1989 che dispone di sviluppare misure conciliative riguardanti la vita professionale e familiare non solo delle donne. L’obiettivo dell’uguaglianza e, nell’ambito delle politiche del lavoro, della promozione dell’inserimento delle donne nel settore produttivo diventa complementare al principio della conciliazione in una prospettiva che guarda al ‘contratto sociale di genere’ come all’unica possibilità per rendere equilibrata la partecipazione di entrambi i sessi nelle diverse sfere della vita. La conciliazione diventa allora una sorta di ‘varco giuridico’ attraverso cui l’Unione europea porta la questione della famiglia all’interno del diritto comunitario insieme al principio di uguaglianza.[30]

Ma come può la conciliazione rendere davvero egualitaria la politica familiare ed effettiva l’uguaglianza? Se la logica della ‘famiglia senza genere’ permette di superare il modello welfaristico tradizionale basato sull’immagine di una famiglia composta dal male breadwinner e dalla moglie-madre chiamata ad assolvere innanzitutto al compito ‘naturale’ di assistenza e cura, il rischio persistente è che ad esso si sostituisca un soggetto neutro ma mai veramente ‘generale’, cioè capace di mantenere vive e produttive le differenze di genere. D’altra parte la ‘tentazione del neutro’ è esattamente la logica che anima, non solo le misure ‘promozionali’ delle cosiddette ‘azioni positive’, ma anche le misure antidiscriminatorie e le esenzioni condizionate dal lavoro (i congedi) lasciando emergere non pochi attriti concettuali e teorici[31] che dovrebbero trovare risposta semplicemente nei programmi di monitoraggio degli effetti prodotti da tali interventi. Se, quindi, da un lato si ripropone lo scarto tra la ‘finzione giuridica’ dell’uguaglianza e la realtà concreta delle differenze che si ripresentano proprio là dove si pensavano superate, dall’altro l’accesso ai servizi e alle tutele legate alla maternità restano confinate alla famiglia tradizionale, senza che si trovi traccia di aperture ad altre forme di relazioni affettive. D’altro canto la legge n. 53 si dimostra essere palesemente desueta se si considera che non si applica ai cosiddetti atipici e che di contro le misure di conciliazione adottate dal nostro paese segnalano un progressivo spostamento dalla modulazione temporale della prestazione del lavoro alla diversificazione delle tipologie contrattuali[32]. Una condizione che ha portato, in questi anni, ad un uso selvaggio e deregolamentato dei contratti atipici gestito esclusivamente dalle aziende. È chiaro che fino a che non si decide di guardare nell’ambito del dibattito giuslavorista oltre il modello di contratto a tempo indeterminato e di indicare un profilo unitario per l’arabesco di lavori a-tipici, questi continueranno ad essere considerati un’eccezione che sfugge alla normazione giuslavorista. Il vero problema della conciliazione tocca oggi il lavoro en géneral e deve essere quindi affrontata come un problema che investe, foucaultianamente, la “maniera di vivere” delle donne in tutta la sua molteplicità ed articolazioni.

 

* in “La doppia vita delle donne. Aspirazioni, etica e sviluppo”, a cura di M. R. Garofano e M. Marra, Donzelli, Roma, 2008, pp. 1149-166.


[1] Cfr., U. Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, Einaudi, Torino, 2000.

[2] Della vasta letteratura si rimanda a L. Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano, 1985; A. Cavarero, Per una teoria della differenza sessuale, in “Diotima”, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano, 1987, pp. 41-79; L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 1991. Rispetto al ruolo svolto dalla teoria della differenza negli studi sul lavoro cfr. E. Guerra e A. Pesce, Lavoro e differenza sessuale, in “Inchiesta”, nr. 94, ottobre-dicembre 1991, pp. 21-32.

[3] Cfr. Letizia Bianchi, L’appartenenza di sesso come variabile?, in “Memoria”, nr., 22, 1988.

[4] Sul passaggio descritto si rimanda a M. Bianchi, Oltre il doppio lavoro, in “Inchiesta”, VIII, nr. 32, 1978.

[5] Della vasta letteratura si rimanda a Lorenza Zanuso, Gli studi sulla doppia presenza, in M. C. Marcuzzo e A. Rossi Doria (a cura di) La ricerca delle donne. Studi femministi in Italia, Rosenberg & Sellier, Torino, 1987.

[6] Il riferimento è a Realtà e desiderio. L’ambivalenza femminile, Feltrinelli, Milano, 1978 di Urike Prokop che può essere considerato il primo intervento che cambia profondamente il modo d’interpretare il concetto di ambivalenza/ambiguità e di ripensare alla costruzione dell’identità femminile a partire dai diversi modi di produzione che le donne incarnano. Nel dibattito più recente tale categorie è criticamente interrogata da C. Borderias, Identità femminile e ricomposizione del lavoro, in Strategie della libertà, a cura di C. Jourdan, Manifestolibri, Roma, 2000, pp. 57-81 e ID., La forza dell’ambiguità, in “Inchiesta”, ottobre-dicembre 1988.

[7] P. Virno, Lavoro e linguaggio e General Intellect, in Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione, a cura di A. Zanini e U. Ladini, Feltrinelli, Milano, 2001, pp. 181-185 e pp. 146-152.

[8] Cfr. B. Busi, Il lavoro sessuale nell’economia della (ri)produzione globale, in Altri femminismi, cit., pp. 69-81; M.-R. Cutrufelli, Economia e politiche dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma, 1980; R. Tatafiore, Sesso al lavoro, Il Saggiatore, Milano, 1994.

[9] Sul lavoro sessuale e in particolare sui sexworkers si rimanda al Sexworkers’ Manifesto redatto in occasione della prima conferenza nazionali dei sexworkers dell’India che si è svolta a Calcutta nel 1997 (http://www.walnet.org/csis/groups/nswp/conferences/manifesto.html). Si cfr., inoltre, M. Staderini, Pornografie. Movimento femminista e immaginario sessuale, Manifestolibri, Roma, 1998; Ovidie, Porno Manifesto, Baldini&Castoldi, Milano, 2002.

[10] Cfr. C. Morini, Sarei una giornalista non una giornalaia, in “Posse”, Manifestolibri, Roma, aprile 2003, p. 45.

[11] L. Bazzicalupo, Il Governo delle vite. Biopolitica e bioeconomia, Laterza, Roma-Bari, 2006. Cfr. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci, Roma, 2007. Su un’altra linea interpretativa del concetto di bioeconomia si muove il lavoro di N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia, a cura di M. Bonaiuti, Bollati Boringhieri, 2003. Si rinvia, inoltre, a R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino, 2004. Su un’altra linea interpretativa del concetto di bioeconomia si muove il lavoro di N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia, a cura di M. Bonaiuti, Bollati Boringhieri, 2003.

[12] Cfr. C. Morini,  La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico, DeriveApprodi, Roma, 2001.

[13] Sulle somiglianze tra lavoro domestico e lavoro post-fordista cfr. C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri, Rorino, 1999, pp. 60-70 e S. Ongaro, Le donne e la globalizzazione. Domande di genere all’economia globale della ri-produzione, Rubbettino, Soneria Mannelli, 2001.

[14] Cfr. A. Groz, L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, in part. pp. 25-34.

[15] C. Fagan, Working-time preferences and work-life bilance in the EU: some policy considerations for enhancing the qualità of life, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, Dublin, 2003.

[16] Sul tema si rimanda a C. Marzocco, Empowerment, in AA. VV., Lessico di Biopolitica, ManifestoLibri, Roma, 2006, pp. 75-79 e, sul concetto di ‘capitale umano’ cfr. Id., Capitale umano, ivi, pp. 132-137.

[17] Cfr. M. Combes e B. Aspe, Revenu garanti et biopolitique, in “Alice”, nr. 1, 1998, pp. 49-53.

[18] Per un approfondimento di questa posizione che punta a mettere in luce i limiti della valorizzazione economica delle capacità relazionali femminili che ripropone su un piano più esteso le tradizionali logiche patriarcali cfr. A. Nannicini, Sguardi di donne sul lavoro che cambia, in Altri femminismi. Corpi culture lavoro, a cura di T. Bertilotti, C. Galasso, F. Lagorio,  Manifestolibri, Roma, 2006, pp. 55- 66 e anche Sottosopra rosso, Libreria delle donne di Milano, Milano, gennaio 1996.

[19] D. Haraway,Testimone_modesta@FemaleMan_incontra_OncoTopo, Feltrinelli, Milano,2000, p. 190.

[20] Vi insiste S. Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti e appunti u lavoro e altro, DeriveApprodi, Roma, 2007, pp. 32-34. Cfr. anche L. Cigarini, Un’altra narrazione del lavoro, in “Critica Marxista”, nr. 6, Novembre-dicembre 2006; C. Borderias, L. Cigarini, A. Nannicini, S. Bologna, C. Marazzi, Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia, Quaderni di via Dogana, Milano, 2006 e Parole che le donne usano nel mondo del lavoro oggi, a cura di S. Motta, Quaderni di via Dogana, Milano, 2005. Sul dialogo che la nuova configurazione di questa pratica femminista intrattiene con la sfera maschile, A. Touraine, Le monde des femmes, Fayard, Paris, 2006.

[21] Cfr. C. Morini, Antidoti contro la malinconia sociale, in “Posse”,  novembre 2007, consultabile sul sito: www.sofronia.net/posse/index.php

[22] Così S. Bologna, Ceti medi senza futuro? cit., in part. pp. 27-30

[23] Ci riferiamo all’inchiesta del 2006 svolta tra i free lance dell’Rcs perodici (Free lance, tra assenze di diritti e desiderio di autonomia, il caso della Rcs Periodici), consultabile sul sito: http./www.Isdi.it/dossier/precariato/index.html

[24] Cfr. A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, cit., pp. 202-207.

[25] Ci riferisce anche alla concreta possibilità di trasformare radicalmente il paradigma utilitaristico del contratto di mutua indifferenza  che sembra prevalere nella frammentazione politica e sociale del precariato, con un contratto di reciproca solidarietà che possa dar vita a nuove forme di cooperazione e sviluppo delle intelligenze precarie. Cfr, C. Orsi, The Value of Reciprocità, Federico Caffè Center-Roskilde University, Roskilde, 2006 e Id., La società giusta: utopia o realtà? Il paradigma alternativo dell’economia solidale, in AA. VV. La società giusta: utopia o realtà?, Punto Rosso, Milano, 2004.

[26] Per una panoramica generale sulle diversi modelli di reddito di cittadinanza e sulle diverse giustificazioni teoriche cfr. C. del Bò, Un reddito per tutti un’introduzione al Basic incombe, Ibis, Como, 2004 e AA. VV., La democrazia del reddito universale, ManifestoLibri, Roma, 1997. Si cfr. inoltre, A. Gorz, Metamorfosi del lavoro salariato, Bollati Boringhieri, Torino, 1992 e Id. Dépasser la société salariale, in “Transversales”, nr. 32, pp. 5-22 e Van Parijs, Basic incombe: a simple and powerful idea for the twenty-first century, in “Politics and Society”, 32, nr.1, 2004, pp. 7-39.

[27] Sulla questione dell’affermazione della ‘famiglia senza genere’ in rapporto alla realizzazione di una giustizia familiare e sociale più salda cfr. S. Moller Okin, Le donne e la giustizia. La famiglia come problema politico, Dedalo, Bari, 1999, p. 239.

[28] Cfr. R. Del Punta, L. Lazzeroni, M.-L. Vallauri, I congedi parentali. Commento alla legge 8 marzo 2000 nr.53, 2000, p. 157. Da questo punto di vista il congedo parentale introdotto dalla legge 53 rappresenta un perfezionamento e un completamento delle tendenze in atto nel giuslavorismo, che porta alle estreme conseguenze le logiche paritarie sulle base anche del diritto comunitario, colmando una serie di lacune ancora presenti.

[29] Le due tappe principali di questo cambiamento di rotta sono la Conferenza internazionale del Lavoro tenutasi in Messico nel 1975 in cui si ribadisce che “ogni cambiamento di ruolo tradizionale delle donne dovrebbe accompagnarsi ad un mutamento di quello degli uomini, cioè ad una loro maggiore partecipazione allo stato matrimoniale e di famiglia”. Lo scopo principale da perseguire è quello di agire in vista di un effettivo superamento delle diseguaglianze tra sessi causato principalmente dalla ‘doppia presenza’ delle donne nell’ambito del mercato e della famiglia.

[30] Cfr. J.-L. Tobler, La conciliazione tra lavoro domestico e di cura e lavoro retribuito nella legislazione internazionale, nelle politiche sociali e nel discorso scientifico, in “Ragion Pratica”, nr. 6, 1996, pp. 145-176.

[31] Ivi, p. 158.

[32]Cfr.  M.-L. Ballestrero, Eguaglianza e nuove differenze nel diritto del lavoro. Una riflessione sui lavori flessibili, in “Lavoro e Diritto”, Il Mulino, nn. 3-4, estate-autunno 2004, pp. 501-526 e G. De Simone, Eguaglianza e nuove differenze nei lavori flessibili, tra diritto comunitario e diritto interno, in Ivi, pp. 527-556.

 

 

 

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