Le lezioni di C.L.R. James

 

di CYRIL LIONEL ROBERT JAMES

Il 19 maggio 1989 moriva a Londra, all’età di 88 anni, Cyril Lionel Robert James. La sua vita, però, non è stata affatto sepolta tra le macerie del muro di Berlino, perché del socialismo reale James fu fin dagli inizi della sua militanza politica feroce critico e avversario. Nato a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, James è stato giornalista e giocatore di cricket, scrittore e studioso di Melville, si è formato sui testi di storia e letteratura. Soprattutto, ha da subito respirato l’aria delle lotte anti-coloniali, che l’ha accompagnato negli anni Trenta in Inghilterra e ha permeato la sua intera biografia diasporica. In questo periodo matura la sua formazione marxista, che lo porterà nel 1938 a scrivere quello che è certamente il suo libro più conosciuto e probabilmente il più importante, I giacobini neri (si veda l’edizione del 2006 di DeriveAppodi, con la bella prefazione di Sandro Chignola). É un Marx, quello di James, al contempo globale e situato, capace di immergersi nelle rivolte degli schiavi e confrontarsi con Toussaint Louverture. É un Marx ripensato a partire dalle “periferie” che, rivoltandosi, si appropriano degli appelli all’uguaglianza e alla libertà della rivoluzione francese, per disvelarne la non neutralità e costruire un nuovo universalismo. Ed è un Marx che serve per coniugare e dunque riformulare lotta anti-coloniale e lotta anti-capitalista, linee del colore e dello sfruttamento, razza e composizione di classe.

L’incontro di C.L.R. James con il marxismo, dicevamo, è da subito segnato dall’anti-stalinismo: ciò lo ha condotto a una lunga militanza dentro alcune organizzazioni trotzkiste e alle loro battaglie di fazione (insieme a Raya Dunayevskaya ha formato la tendenza conosciuta – dai loro pseudonimi – come Johson-Forest, gruppo radicale del Workers’ Party americano). Rompendo però con Trotskij e i suoi seguaci della Quarta Internazionale, per James lo stato burocratico non era esclusivamente un perverso risultato prodotto dal diabolico Stalin, ma un paradigma delle nuove forme di potere politico e sociale definite come “capitalismo di Stato”. Il partito unico all’Est o il welfare-state all’Ovest non sono che diverse declinazioni della stessa tendenza, ovvero della risposta capitalistica alle lotte operaie (si veda in merito il pamphlet Facing Reality, pubblicato nel 1958 e scritto insieme a Grace Lee Boggs e a Cornelius Castoriadis, una delle figure centrali dell’esperienza di Socialisme ou Barbarie). E tuttavia, questo potere non è mai per James dominio totalitario: dall’insurrezione ungherese al Sessantotto globale, il “capitalismo di Stato” è stato sconfitto e si apre una nuova fase. Coerente con il metodo marxiano, il capitale è sempre un rapporto sociale. Non solo: è la lotta di classe operaia a dettare i tempi, a costringere il capitale alla reazione, a creare la realtà.

In questa cornice politica proponiamo la traduzione di una delle lezioni che C.L.R. James ha tenuto a Montreal, tra la fine del 1966 e il 1967, a un gruppo di militanti del Caribbean Conference Committe: il tema dell’incontro è “Il capitale di Marx, la giornata lavorativa e la produzione capitalistica”. (L’insieme delle lezioni e gli incontri pubblici sono stati pubblicati nel 2009 da AK Press nel prezioso volume, curato da David Austin, You Don’t Play With Revolution; cinque di queste lezioni verranno pubblicate da ombre corte alla fine del 2012). Per James, come chiaramente emerge da questi testi, il marxismo non è un modello astratto o una ricetta precostituita in grado di preventivare in ogni situazione le forme dell’azione. É, innanzitutto, un movimento di pensiero, da utilizzare e sviluppare, perciò irriducibile alle scuole e alle dottrine. Ecco perché le lezioni su Il capitale o Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, oppure sul dibattito sui sindacati dopo il ’17 sovietico, non hanno nulla a che fare con il “marxismo accademico” e non sono una semplice esposizione teorica. Colpisce infatti nella lettura di queste trascrizioni la scrupolosa attenzione formativa, la vera e propria pedagogia militante attraverso cui James costruisce il dibattito tra compagni. Così un nuovo concetto si incarna sempre in una materialità di pratiche e problemi, va piegato alla sua determinazione storica e utilizzato nelle lotte. Marx allora viene qui portato nei Caraibi, la misteriosa curva della retta di Lenin ripercorsa alla luce delle vittorie contro il colonialismo e delle contraddizioni o incipienti fallimenti degli stati postcoloniali. La pratica teorica di James è sempre situata dentro la lotta politica, impensabile senza di essa.

Su questa base James può affermare: “Il marxismo è essenzialmente la questione della lotta di classe”. Non solo: è l’irriducibile parzialità del punto di vista di classe, è l’affermazione che il principio non è lo sviluppo capitalistico ma la lotta operaia. Ecco cosa dice il militante originario di Trinidad e Tobago, negli stessi anni della “rivoluzione copernicana” dell’operaismo italiano: “Lo sviluppo del profitto attraverso le macchine era il diretto risultato – Marx non ne fa mistero e non è mai stato smentito – di quelle lotte che la classe operaia ha combattuto per salvare la civilizzazione, la salute e il generale sviluppo intellettuale e morale della classe operaia stessa”. É, sostiene James, la lotta operaia a costringere il capitale a sviluppare le macchine e affinare i meccanismi di estrazione del plusvalore relativo. É la rigidità del lavoro vivo che forza il nemico a ristrutturarsi. É il desiderio di liberare il proprio tempo dal lavoro a muovere lo sviluppo. Ecco come James riflette sulla nuova determinazione storica dell’antagonismo nell’approssimarsi della crisi del fordismo e dentro il farsi interamente mondo del rapporto sociale capitalistico.

Sono pagine e riflessioni la cui attualità è straordinaria, a dimostrazione della capacità di James di essere pensatore e militante globale: la sua biografia politica si è composta degli incontri e talora degli scontri con molte delle principali figure della storia rivoluzionaria del Novecento e delle lotte anti-coloniali (da Lev Trotzkij, appunto, a Kwame Nkrumah a Eric Williams), della costruzione di percorsi e connessioni, della capacità di comporre movimento operaio e black power movement. Oggi come rielaborare queste pagine, quando la lotta di classe ha non solo spinto il capitale a sviluppare ulteriormente il sistema automatico di macchine, ma ha cominciato a riappropriarsene, ha incorporato sapere e scienza, ha cioè soggettivato il general intellect? Come ripensare il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica quando questo sembra farsi confuso e sfuggente: per certi versi il secondo termine precede il primo, per altri all’autonomia della composizione tecnica non corrisponde l’autonomia della composizione politica? Come, a partire da qui, affrontare il nodo delle nuove forme di organizzazione rivoluzionaria? E qui, forse più ancora che nella definizione del “capitalismo di Stato”, si consuma la distanza tra James e le frazionate opzioni che, per quanto “eretiche”, si collocano nel campo del marxismo classico. Il suo Lenin, ad esempio, aveva ben poco a che fare con quello dell’ortodossia: era il dirigente che, contro la “deviazione sindacalista” e contro Bucharin e Trotzkij, sosteneva la politicità della lotta economica, ovvero la direzione operaia sull’estinzione dello Stato e la costruzione del comunismo (le lezioni di James dedicate al non troppo noto dibattito sui sindacati nel Partito bolscevico tra il 1920 e il 1921 sono di eccezionale valore). É proprio l’indipendenza dei comportamenti proletari, i processi di conflitto interni alla classe nel suo formarsi, l’impossibilità di pensare il tema dell’organizzazione al di fuori dell’autonomia operaia e della composizione storicamente determinata, a guidare tutto il percorso di James. E a condurlo – in rottura con le organizzazioni marxiste – a un pensiero e una pratica rivoluzionari contro l’idolatria socialista dello Stato e la rappresentanza: una nuova società, sostiene a più riprese, è ciò che inizia a formarsi nelle lotte e nelle forme di organizzazione autonoma del presente (si veda l’utile introduzione di Noel Ignatiev alla raccolta A New Notion, pubblicata da PM Press nel 2010).

Sono queste, del resto, alcune delle questioni centrali attorno a cui ci arrovelliamo, dentro UniNomade e nei movimenti. C.L.R. James non ci può forse fornire delle risposte, perché – ci insegna – queste vanno cercate nella loro determinazione storica. Certamente, però, continua a consentirci di porre quelle domande nel modo corretto. E chi per non voglia abbandonarsi alla nostalgia del passato o all’utopia di un futuro privato del tempo storico, ciò costituisce – come lo stesso James amava ripetere – il punto di partenza fondamentale.

Gigi Roggero

* Alla fine dell’anno la casa editrice ombre corte pubblicherà un volume contenente, oltre al presente testo, le lezioni di C.L.R. James “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte di Marx e i Caraibi” e tre lezioni su “Lenin e il dibattito sui sindacati in Russia”.

—-

Il capitale di Marx, la giornata lavorativa e la produzione capitalistica

Ho selezionato un capitolo de Il capitale e rinvio il resto a un’altra volta. Spero di tornare qui nel 1968, sarà l’occasione per un’analisi molto seria de Il capitale. Vi ho chiesto di prepararvi sul capitolo sulla giornata lavorativa perché possiamo trattarne solo uno. Un esame serio de Il capitale richiede sei sessioni, dovete prendere i libri e spenderci molto tempo.

Ora, a pagina 233[i] Marx insiste su quello che deve dire, ciò che ripete ogni volta: “Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile”[ii]. É difficile sapere quante persone leggono questo passaggio, lo leggeranno ogni dieci pagine de Il capitale, senza comprenderlo. “Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia”[iii]. É ciò che significa sostenere che la forza-lavoro è una merce. Ogni cosa è una merce: i miei occhiali sono una merce, le sigarette sono merci, il tè è una merce, il grammofono è una merce, il registratore è una merce – tutto è una merce. La cosa importante che voglio che ricordiate nel vostro studio de Il capitale è l’insistenza di Marx sul fatto che la merce centrale nello studio del capitale è la forza-lavoro dell’individuo. In tutte le società in qualche modo sviluppate vi è una produzione di merci. Ma ciò che l’uomo vende è il suo lavoro, la sua forza-lavoro – in quanto merce – al capitalista e, dice Marx, una volta che ciò avviene l’intera società capitalista cresce a partire da qui, dal fatto che la forza-lavoro dell’individuo umano è venduta come una merce. Perché se il capitale succhia, è da lui che succhia queste cose.

Marx è un uomo divertente, spassoso in un senso molto profondo. “Ma all’improvviso s’alza la voce dell’operaio, che era ammutolita nell’incalzare e nel tumulto del processo di produzione: La merce che ti ho venduto si distingue dal volgo delle altre merci per il fatto che il suo uso crea valore, e valore maggiore di quanto essa costi”[iv]. Marx dice: tu, capitalista, compri del cuoio per fare scarpe; metti il cuoio nella fabbrica, ma quello che ne tiri fuori è lo stesso cuoio che hai messo. Il cuoio non è diventato migliore. Il cuoio non è cresciuto di valore. Cresce di valore per i cambiamenti che avvengono quando un uomo ci lavora. (Se è stato lavorato da solo nella fabbrica, gli uomini sono stati necessari per fare la fabbrica.) Marx dice: senza lo sfruttamento di un essere umano, il capitale non è niente. Per questa ragione ha comprato la forza-lavoro.

 

Quel che dalla tua parte appare come valorizzazione del capitale, dalla mia parte è dispendio eccedente di forza-lavoro. Tu ed io, sul mercato, conosciamo soltanto una legge, quella dello scambio di merci [James: E appare che tu hai soldi e compri la mia merce, la forza-lavoro.]. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la aliena, ma al compratore che l’acquista. A te dunque appartiene l’uso della mia forza-lavoro quotidiana. Ma, col suo prezzo di vendita quotidiano, io debbo, quotidianamente, poterla riprodurre, per poterla tornare a vendere.[v]

 

In altre parole, quando la compri mi devi dare abbastanza per vivere e avere figli, cosicché quando vorrai più persone per lavorare allora, ovviamente, io posso produrle per te. Non so se lo vedete in Canada, forse sì, ma io conosco Detroit piuttosto bene.

Per diversi aspetti conosco la classe operaia americana meglio di quella inglese. L’America è un paese altamente organizzato. La moglie dell’operaio americano dice: “Lui lavora in fabbrica. Io non lavoro in fabbrica. Lui porta a casa i soldi il venerdì e me li dà”. L’operaio americano porta i soldi a casa (tiene un tot per le sigarette) e li dà alla moglie. Ma lei dice: “Tutta la mia vita, e la vita dei miei figli, è governata dal fatto che lui lavora in fabbrica e deve lavorare in certe condizioni. Quando esce la mattina, dobbiamo organizzarci, sistemare tutto e preparargli il cibo. I suoi vestiti vanno lavati. Quando torna a casa, deve mangiare e dobbiamo controllare questo, quello e quell’altra cosa ancora. Non andiamo in fabbrica a lavorare, ma quella fabbrica governa le nostre vite al pari della sua”. Questa è l’organizzazione della produzione negli Stati uniti. Questo è ciò che Marx sosteneva.

 

[...] io debbo essere in grado di lavorare domani nelle stesse condizioni normali di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi continuamente il vangelo della “parsimonia” e della “astinenza”. Ebbene: voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza-lavoro, come un ragionevole e parsimonioso economo e voglio astenermi da ogni folle sperpero di essa. Ne voglio render disponibile quotidianamente, mettendolo in moto e convertendolo in lavoro, soltanto quel tanto che è compatibile con la una durata normale e col suo sano sviluppo [James: Questo è ciò che l’operaio sta dicendo.]. Tu puoi mettere a tua disposizione, in un solo giorno, con uno smoderato prolungamento della giornata lavorativa, una quantità della mia forza-lavoro maggiore di quanto io ne possa ristabilire in tre giorni. Quel che tu guadagni così in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. [...] Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perché in questioni di denaro non si tratta più di sentimento.[vi]

 

Una delle più importanti battaglie sociali che sia stata combattuta nei secoli è quella su cui Marx si sta soffermando. Quando arriva alla fine, assesta un colpo che diventa chiaro a tutti quelli che hanno una normale istruzione secondaria. Marx dice che una delle più grandi battaglie combattute nella società è tra la capacità dell’operaio di affermare che la giornata lavorativa inizia e finisce a un certo punto, e quella del padrone di prolungarla oltre quel limite. Sostiene che per secoli si è lottato per questo ed entra nei dettagli. Ma voi andate all’università e non ne sentirete certo parlare. La lotta sulla lunghezza della giornata lavorativa è di straordinaria importanza.

Noi nelle Indie occidentali la riceviamo in eredità. In altre parole, quando arriveranno a scrivere la nostra costituzione, o a scrivere qualcosa sul lavoro, sanciranno che la giornata lavorativa sarà questo e quello. Ma non abbiamo lottato per essa. Non conosciamo nulla di ciò. Quello che stiamo facendo è di trasferire ai Caraibi qualcosa per cui si è lottato ed è stata fissata nei paesi avanzati, in Gran Bretagna, e il punto non è solo che l’operaio non ne conosce il retroterra, ma anche che quegli uomini che sono andati all’Università di Cambridge o alla McGill non sanno cosa significa la giornata lavorativa, non lo sanno per niente. Per loro, la giornata lavorativa è qualcosa che gli operai fanno. Ecco tutto. La storia della giornata lavorativa costituisce una delle più grandi battaglie che siano mai state combattute per i diritti democratici dei lavoratori. É durata secoli e bisogna esserne consapevoli, altrimenti non la si capisce assolutamente. É questo il significato del capitolo.

Marx continua:

 

Che cos’è una giornata lavorativa?” Qual è la quantità del tempo durante il quale il capitale può consumare la forza-lavoro della quale esso paga il valore d’una giornata? Fino a che punto la giornata lavorativa può essere prolungata al di là del tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro stessa? S’è visto che a queste domande il capitale risponde: la giornata lavorativa conta ventiquattro ore complete al giorno, detratte le poche ore di riposo senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di rinnovare il suo servizio.[vii]

 

Leggendo questi capitoli potete vedere come la questione della giornata lavorativa abbia rappresentato un grande stimolo nello sviluppo della stessa produzione. Gli inglesi hanno guidato la lotta. Lo sapete? Hanno anche primeggiato nei giochi: erano i più progrediti nel cricket, nel calcio e negli altri sport del tempo, nell’atletica internazionale e così via. Riguardo ai problemi del lavoro e ai diritti del lavoro, gli inglesi sono stati i più avanzati. Erano molto arretrati in varie cose, ma comunque non ci occupiamo di questo adesso.

Questo è ciò che Marx dice e voi dovete comprenderlo. Sostiene che intorno al 1848 l’estensione [dello sfruttamento] della forza-lavoro aveva raggiunto uno stadio tale per cui la civilizzazione, il livello dello sviluppo fisico e intellettuale della classe operaia stava cadendo a pezzi, non stava andando da nessuna parte. Questo stato di cose, e le lotte della classe operaia non per una giornata di otto ore ma per difendere le proprie abitudini di vita, hanno portato a leggi temporanee. Gli ispettori di fabbrica inglesi e gli altri hanno introdotto una legislazione per limitare le ore di lavoro perché, altrimenti, la società inglese sarebbe stata distrutta. Lo trovate in queste pagine. In una simile situazione, essendo stato bloccato nel tentativo di allungare la giornata lavorativa, il capitale ha cominciato a sviluppare il sistema delle macchine per cavare fuori dalla produzione tanto profitto quanto quello che è stato bloccato dalla mancata estensione delle ore di lavoro. Dunque, lo sviluppo del profitto attraverso le macchine era il diretto risultato – Marx non ne fa mistero e non è mai stato smentito – di quelle lotte che la classe operaia ha combattuto per salvare la civilizzazione, la salute e il generale sviluppo intellettuale e morale della classe operaia stessa.

Ora, quante persone nelle Indie occidentali sanno tutto questo? Quando vi formate su queste cose e le conoscete, allora vedete che la classe operaia e le persone che parlano in nome del lavoro guadagnano una certa fiducia. La civilizzazione per com’è, l’abbiamo costruita noi. Non l’abbiamo costruita solo mettendoci il nostro lavoro fisico, ma sono le cose che abbiamo fatto che hanno creato la situazione così com’è. Quando coloro che sono istruiti lo sanno, i rapporti tra loro e la massa della popolazione diventano differenti. Ognuno è consapevole di determinati sviluppi passati e così via. Ma nei Caraibi i lavoratori non lo sanno. A Trinidad sono leader del lavoro alcuni dei più grandi banditi che io conosca. Senza dubbio, riguardo a questioni fondamentali, non posso immaginare uomini più ignoranti di certuni politici di Trinidad e Tobago. Non conoscono nulla di tutto ciò. Vanno all’università, fanno il dottorato, ma nessuno dice loro alcunché di queste cose. La società che hanno, la produzione che hanno e le possibilità che hanno sono dovute all’azione della classe operaia. Loro non lo sanno.

Se vi siete formati nell’idea di cos’è la giornata lavorativa e che la classe operaia è stata educata a questo – in Gran Bretagna e nei paesi avanzati, ma più in Gran Bretagna che altrove – allora comincia un certo rapporto. Esso non esiste nei Caraibi, e se deve esistere e bisogna compiere un progresso, dovete dirglielo. Dobbiamo far loro comprendere che questa è la realtà. Io ci ho messo un bel po’ di anni prima di capire che la questione del sistema della macchine e del loro sviluppo è dovuta all’ostinazione con cui la classe operaia ha combattuto ciò che stava avvenendo nelle condizioni di sviluppo della manifattura.

Cos’è una giornata lavorativa? Cos’è la lunghezza del tempo? Ecco cosa dice Marx:

 

Tempo per un’educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, [James: Seguitemi per favore.] per l’adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero giuoco delle energie vitali fisiche e mentali, perfino il tempo festivo domenicale – e sia pure nella terra dei sabbatari –: fronzoli puri e semplici! [James: L’attitudine capitalista.] Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. [James: Per favore seguitemi, a pagina 265.] Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore vien dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà il carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio.[viii]

 

Marx va avanti in modo dettagliato. Spende pagine e pagine, e poi termina. Signor Harvey[ix], ascolta qui per favore. Ascoltate tutti:

 

Dobbiamo confessare che il nostro operaio esce dal processo produttivo differente da quando vi era entrato. Sul mercato si era presentato come proprietario della merce “forza-lavoro” di fronte ad altri proprietari di merci, proprietario di merce di fronte a proprietario di merce. Il contratto per mezzo del quale aveva venduto al capitalista la propria forza-lavoro dimostrava, per così dire, nero su bianco, che egli disponeva liberamente di se stesso. Concluso l’affare, si scopre che egli “non era un libero agente”, che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla, che in realtà il suo vampiro non lascia la presa “finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare”. A “protezione” contro il serpente dei loro tormenti, gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge di Stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale.[x]

 

É chiaro? Vedete che il contratto è, in teoria, assolutamente uguale e giusto. É quello che Marx sta dicendo. Non lo dice solo in questo caso, lo trovate ripetutamente. Il contratto è giusto. La legge è transitoria. Ma quando si scende alla realtà concreta, ci sono contraddizioni che creano una situazione che non è stata presa in considerazione dal contratto, così che l’operaio deve ottenere leggi per proteggersi dal “vender sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale”.

Adesso arriva questa frase straordinaria: “Al pomposo catalogo dei ‘diritti inalienabili dell’uomo’ subentra la modesta Magna Charta di una giornata lavorativa limitata dalla legge, la quale ‘chiarisce finalmente quando finisce il tempo venduto dall’operaio e quando comincia il tempo che appartiene all’operaio stesso’. Quantum mutatus ab illo! [James: ‘Quanto è cambiato da allora’.][xi]. É una frase straordinaria. Quali sono questi diritti inalienabili? La Rivoluzione francese ha avuto luogo il 14 luglio 1789 e ha stabilito questi diritti inalienabili nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Gli americani hanno istituito la loro Dichiarazione di indipendenza e hanno affermato che gli uomini sono nati liberi e uguali e sono portatori di determinati diritti inalienabili – vita, libertà e la ricerca della felicità (noi siamo soliti dire vita, libertà e la ricerca del profitto). Marx sta dicendo questo: la battaglia che i lavoratori combattono da secoli per decidere che la giornata lavorativa deve cominciare e finire in un certo tempo è molto più importante nella vita dei membri della comunità di documenti famosi come la Dichiarazione dei diritti francese e la Dichiarazione di indipendenza americana. (Se voi non solo capite questo ma, continuamente, indagando la politica e la storia, osservate cosa c’è sotto la superficie e cosa sta effettivamente avvenendo, allora cominciate a vedere, iniziate davvero a studiare il marxismo.)

Marx sostiene che questi diritti inalienabili, la Dichiarazione di indipendenza, il diritto dell’uomo alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, ognuno li conosce, così come la Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo. Ma, dice, “ciò di cui sto parlando sono i diritti per cui si è lottato nei secoli, affinché l’operaio possa dire: ‘guarda qua, io inizio a lavorare a una certa ora e finisco a una certa ora, e dopo sono padrone di me stesso’”. Marx afferma che questa è una delle grandi battaglie, infinitamente più importante di quei diritti inalienabili dell’uomo. Devi impararlo, Alfie[xii]. Non è facile da imparare. Dite sì, tirate diritti, poi vedete un’altra cosa e dite sì.

Questi paesi oggi stanno concedendo l’indipendenza all’Africa e ai territori coloniali. Rispetto all’indipendenza di Trinidad – dove sono appena stato per due anni – Marx direbbe: quale indipendenza? Ci sono sei banche padrone del paese; Tate & Lyle hanno la proprietà dello zucchero; Texaco, BP e Shell possiedono il petrolio e le stazioni di benzina. Lord Thompson è proprietario della stampa, con il “Trinidad Guardian”, della stazione radio, e ha molte azioni della televisione. Tutte le cose che contano nel paese, loro le possiedono. Ma la Gran Bretagna parla ancora di indipendenza, libertà, uguaglianza, costituzione, ecc.

É ciò che Marx sta spiegando. Dice che la giornata lavorativa, quella lotta – la giornata comincia alle 7 del mattino e finisce alle 3.30 del pomeriggio – è una delle più grandi vittorie per la vita e lo sviluppo dell’umanità che sia mai stata conquistata. Posso dirti qualcosa, Alfie: ci vuole un po’ di tempo perché ti entri in testa l’abitudine di guardare le cose in questo modo. Indipendenza o indipendenza africana – indipendenza, dal mio punto di vista!

Adesso voglio mostrarvi qualcos’altro. Vi ricordate che cosa abbiamo detto a proposito di pagina 265? Vi ricordate? Voglio rinfrescarvi la memoria: “Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso”[xiii].

Ora andiamo a pagina 409. Scusate, adesso leggo:

 

É ovvio che con il progresso del sistema meccanico e con la esperienza accumulata da una classe particolare di operai meccanici aumenti spontaneamente la velocità e con essa l’intensità del lavoro. In tal modo durante mezzo secolo il prolungamento della giornata lavorativa procede in Inghilterra di pari passo con la crescente intensità del lavoro di fabbrica [James: Per prima cosa hanno prolungato la giornata lavorativa.]. Ma si capisce che in un lavoro in cui non si tratta di parossismi passeggeri, ma di una uniformità regolare, ripetuta giorno per giorno, si deve giungere a un punto cruciale in cui l’estensione della giornata lavorativa e l’intensità del lavoro si escludano a vicenda cosicché il prolungamento della giornata lavorativa resta compatibile solo con un grado più debole d’intensità del lavoro e, viceversa, un grado accresciuto di intensità resta compatibile solo con un accorciamento della giornata lavorativa. Appena la ribellione della classe operaia, a mano a mano più ampia, ebbe costretto lo Stato ad abbreviare con la forza il tempo di lavoro e a imporre anzitutto una giornata lavorativa normale alla fabbrica propriamente detta, da quel momento dunque in cui un aumento della produzione di plusvalore mediante il prolungamento della giornata lavorativa fu precluso una volta per tutte [James: Mi state seguendo?], il capitale si gettò a tutta forza e con piena consapevolezza sulla produzione di plusvalore relativo [James: Vale a dire il plusvalore dalle macchine] mediante un accelerato sviluppo del sistema delle macchine.[xiv]

 

É chiaro? La classe operaia resiste e afferma: “Ci state uccidendo! Non possiamo continuare ad aumentare l’intensità del lavoro. Dovete ridurre la giornata lavorativa”. Erano tanto impegnati ad allungare la giornata lavorativa e accrescere l’intensità del lavoro che la classe operaia dice: “Non può essere fatto, non possiamo continuare così”. Una volta che la classe operaia, lottando, ha costretto il governo ad approvare la legge per limitare la giornata lavorativa, allora il capitale ha cominciato a usare l’intensificazione del sistema delle macchine per cavar fuori quanto più plusvalore possibile dall’operaio. É quello che Marx chiama plusvalore relativo. Lo sapevate che le cose si sono sviluppate in questo modo? So che la risposta è no, a meno che abbiate già letto questi testi.

Vado avanti, signore e signori. Pagina 487 di questa edizione, la riga prima del fondo:

 

[...] la grande industria, con le sue stesse catastrofi, fa sì che il riconoscimento della variazione dei lavori e quindi della maggior versatilità possibile dell’operaio come legge sociale generale della produzione e l’adattamento delle circostanze alla attuazione normale di tale legge, diventino una questione di vita o di morte [James: E poi Marx scrive in malo modo, è il solo posto in cui ho colto una cosa simile nei suoi testi.]. Per essa diventa una questione di vita o di morte [James: Questa ripetizione “una questione di vita o di morte” arriva troppo velocemente. Lui non fa questo genere di cose, ma deve aver avuto ragioni serie] sostituire a quella mostruosità che è una miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilità assoluta dell’uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all’individuo parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l’individuo totalmente sviluppato [James: Ascoltate per favore], per il quale differenti funzioni sociali sono modi di attività che si dànno il cambio l’uno con l’altro.[xv]

 

Capite cosa sta dicendo Marx? Il tipo di persona di cui c’è bisogno per avere a che fare con l’industria moderna è una persona capace del libero sviluppo dei propri poteri naturali e acquisiti e non soggetta alla disciplina della produzione capitalistica.

Avrete notato che vi ho mostrato un passaggio a pagina 265, un altro a pagina 405 e un altro ancora a pagina 487. Ora, vado a pagina 645:

 

Abbiamo visto nella quarta sezione[xvi], in occasione dell’analisi della produzione del plusvalore relativo [James: Vale a dire il plusvalore che è prodotto dal sistema delle macchine], che entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, [...][xvii]

 

Afferrate il punto? Tutti i mezzi che accrescono e intensificano la quantità del pluslavoro, dominano gli operai e la linea di montaggio e significano ulteriore dominio, perfino automazione degli operai:

 

[...] mutilano l’operaio facendone un uomo parziale, lo avviliscono a insignificante appendice della macchina, distruggono con il tormento del suo lavoro il contenuto del lavoro stesso, gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; [...][xviii]

 

Nella stessa misura in cui la scienza è incorporata nel processo lavorativo, l’operaio ha sempre meno a che fare con essa. Non è istruito essendo in fabbrica. Leggo ancora questa frase, è magnifica:

 

[...] gli estraniano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo la scienza viene incorporata come potenza autonoma; deformano le condizioni nelle quali egli lavora, durante il processo lavorativo lo assoggettano a un dispotismo odioso nella maniera più meschina [James: É così, Alfie? Mi stavi parlando del dispotismo a cui eri soggetto a New York[xix]], trasformano il periodo della sua vita in tempo di lavoro, gli gettano moglie e figli sotto la ruota di Juggernaut del capitale. Ma tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell’accumulazione e ogni estensione dell’accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio [James: Poi arriva quella straordinaria frase], qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa [...][xx]

 

Dio abbia misericordia! Quanto è difficile far capire alla gente cosa Marx stia dicendo – se prendi qualche extra-salariale, gli dice, beh, hai dieci giorni di vacanza, liberi dagli impegni, invece di cinque; al posto di prendere 1,20 dollari l’ora ne prendi 1,25 e in tre anni te ne daranno 1,30. Marx dice che ciò non ha nulla a che fare con il benessere dell’operaio.

Marx scrive:

 

Ma tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell’accumulazione e ogni estensione dell’accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa [James: Non ha niente a che fare con quanto è pagato. Nell’intero processo non c’è niente che stia succedendo a lui in quanto essere umano.], deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale.

 

Voglio che sappiate una cosa, perché ho preso questi quattro passaggi, a pagina 265, 405, 487 e 645. (Alfie, capisci che ciò di cui Marx si preoccupa non è la vendita del prodotto, se possano vendere il prodotto o no, oppure i vantaggi che l’operaio avrebbe formando un sindacato – ciò che sta dicendo è che il mero processo di produzione capitalistica conduce nel baratro questo individuo, giù, giù, lo mutila in un frammento d’uomo. Afferri?) Potete ascoltare gente che vi dà lezioni su Il capitale da qui al 1984 e non vi diranno nulla di tutto ciò. Dicono che non ha compreso il mercato. Oggi dicono che possono vendere la merce. Il governo può intervenire. J.M. Keynes sostiene che il governo può immettere capitale, avviare la produzione, perciò aumentare l’occupazione e così via. Marx non sta parlando di questo, non è la questione centrale. Questo è il motivo per cui ho scelto quattro passaggi e vi ho detto all’inizio, a un terzo del percorso, a metà e a due terzi, che Marx si occupa di ciò che succede ai membri della classe operaia in quanto esseri umani viventi in una fabbrica. Marx dice che finché il datore di lavoro compra la forza-lavoro dell’operaio, le cose vanno in questo modo perché deve accumulare, e così via. Dice che la produzione di plusvalore relativo, l’aumento delle macchine, è il risultato diretto del potere della classe operaia nel mettere fine a un sistema che sta conducendo alla destituzione dell’intera società. Capite che il capitale significava questo in passato? Ti sto chiedendo, Alfie. [Alfie: No.] No, lo so che non lo sapete. Sarebbe davvero strano il contrario. A meno che voi conosciate qualcuno che ha incontrato me e i miei amici, questo è il solo modo. [Risata]

Ora passiamo all’ultimo punto. Libro terzo. Non vi voglio trattenere ancora molto. (La prossima volta che vengo qui voglio soffermarmi su Il capitale con voi, ma vi devo leggere questa sezione.) Voglio leggere un altro passaggio del Libro terzo. Eccolo. Marx dice che la prima caratteristica della produzione capitalistica è che la forza-lavoro dell’operaio è venduta come una merce. Poi, scrive:

 

Il secondo tratto caratteristico, che contraddistingue specificamente il modo di produzione capitalistico, è la produzione del plusvalore come scopo diretto e motivo determinante della produzione [James: Per ottenere questo profitto, questo surplus.]. Il capitale produce essenzialmente capitale, e fa ciò solamente nella misura in cui produce plusvalore. Abbiamo visto nella nostra analisi riguardante il plusvalore relativo [James: Vale a dire, il valore del surplus che viene dall’introduzione del sistema di macchine.], ed ancora di più in quella riguardante la trasformazione del plusvalore in profitto, come abbia qui radici un modo di produzione [James: Ascoltate, per favore.] proprio del periodo capitalistico [James: Ora vorrei dirlo dieci volte dicendolo una sola.], una forma particolare dello sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro [...][xxi]

 

Il capitale è “una forma particolare dello sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro”. La società feudale organizza le sue forme di produzione in un modo particolare; la società schiavistica organizza le sue forme di produzione in un modo particolare; il capitale è “una forma particolare dello sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro, ma in quanto forze autonomizzate del capitale rispetto all’operaio, e quindi in contrasto diretto con lo sviluppo proprio dell’operaio”[xxii].

Ciò che accade al capitale è che le forze produttive sociali del sistema sono messe in una situazione in cui diventano persone, individui, elementi umani, che sono in opposizione allo sviluppo della classe operaia. Ci vorranno anni, ma le teste di qualcuno non possono proprio entrarci. Vedono il capitale essenzialmente come proprietà privata e la questione dell’avanzamento del capitale come salari, ore di lavoro, tempi di vacanza e tutte queste faccende. Marx va avanti a dire:

 

[É] una forma particolare dello sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro, ma in quanto forze autonomizzate del capitale rispetto all’operaio, e quindi in contrasto diretto con lo sviluppo proprio dell’operaio. [...] L’autorità assunta dal capitalista in quanto personificazione del capitale nel diretto processo di produzione, la funzione sociale che egli riveste nella sua qualità di dirigente e di dominatore della produzione, è sostanzialmente diversa dall’autorità avente come base la produzione con schiavi, servi della gleba, ecc.[xxiii]

 

Marx dice: quando c’è una produzione attraverso schiavi, servi della gleba, contadini e così via, c’è un determinato sistema di produzione e qualcuno che ne è proprietario. Poiché ne è proprietario, investe alcune persone dell’autorità e prende i profitti e i beni. Marx sostiene che il sistema capitalistico di produzione pone questo proprietario o i capi dentro lo stesso processo di produzione in un contesto in cui domina sull’uomo che lavora. Mentre il processo di produzione si rafforza, ecc., guadagna – dice Marx – sempre più potere in questa posizione di dirigente e oppressore di coloro che stanno sotto. Questo è il sistema capitalistico. Vi giuro, potete prendere cento persone che sostengono di conoscere il marxismo, alcune di loro sono state in Russia e hanno studiato Il capitale, e non hanno ancora capito. Dicono: “la proprietà privata, e se si abolisce la proprietà privata e si nazionalizza poi… Naturalmente, fate un lavoro più duro di prima e prendete meno soldi, ma state lavorando per lo Stato, non vi lamentate. Marx può non aver usato proprio la parola ‘nazionalizzazione’, ma era quello che voleva dire”. É da vent’anni che li vedo dire queste cose. Questo è il Libro terzo e Marx è molto chiaro: “L’autorità assunta dal capitalista è la personificazione del capitale nel diretto processo di produzione”.

Ora, nel processo diretto di produzione, il proprietario di schiavi o di servi della gleba o l’uomo che possiede la terra e la da’ ai contadini, non occupa una posizione di dominio nel processo diretto di produzione. Proprio no. Ma con il capitalista, costui è nel processo diretto di produzione e “la funzione sociale che egli riveste nella sua qualità di dirigente e di dominatore della produzione, è sostanzialmente diversa dall’autorità avente come base la produzione con schiavi, servi della gleba, ecc.”.

Marx va avanti:

 

Mentre, sulla base della produzione capitalistica, alla massa dei produttori diretti [James: Cioè gli operai.] si contrappone il carattere sociale della loro produzione, nella forma di una autorità rigorosamente normativa e di un meccanismo sociale del processo lavorativo articolato in una gerarchia completa, – autorità però che spetta ai suoi depositari in quanto personificazioni delle condizioni di lavoro rispetto al lavoro, non, come nelle precedenti forme di produzione, in quanto dominatori politici o teocratici – fra i depositari di questa autorità, fra i capitalisti stessi [...][xxiv]

 

Lo rileggo, perché voglio che vi sia chiaro. Marx dice che, nella produzione capitalistica, i produttori diretti, gli operai, si confrontano con un’autorità che è organizzata e saldata al processo di produzione e alle persone che ne sono proprietarie, che hanno assunto l’autorità, che gestiscono e comandano sull’operaio comune. Dice che ciò non avviene in nessun altro tipo di società economica. Fatemelo leggere ancora:

 

Mentre, sulla base della produzione capitalistica, alla massa dei produttori diretti si contrappone il carattere sociale della loro produzione, nella forma di una autorità rigorosamente normativa e di un meccanismo sociale del processo lavorativo articolato in una gerarchia completa [...]

 

In altre società la gerarchia si dava nel momento in cui entravi e uscivi dal lavoro, allora incontravi persone che avevano autorità su di te. Ma Marx dice che la produzione capitalistica si basa sul fatto che la gerarchia prende corpo nello stesso processo di produzione, è diretta all’esterno del processo di produzione e non è facilmente modificabile.

Se Marx non ritiene questa come la parte fondamentale della sua analisi della società capitalista, allora i volumi de Il capitale non hanno senso. Trovate ciò dappertutto, tranne forse nel Libro secondo dove tratta la vendita delle merci e così via. Ma è la cosa essenziale. É una questione molto seria. Dice che più accumulano e si espandono, e più grande diventa questa autorità e la subordinazione del produttore diretto. (Avete visto il film di Charlie Chaplin?) Marx dice che questo è il processo di produzione, che è obbligato a essere così. Avete studiato il marxismo all’università? [Alfie: No, per nulla. Fanno corsi di economia marxista...] Vi raccontano come lui parlasse della rivoluzione che avverrà in un paese avanzato e della crescente povertà. Marx non ha mai parlato di una povertà crescente: lui diceva crescente accumulazione di miseria, schiavitù. Diceva che quando si mette un uomo su una catena di montaggio e passa l’intera giornata a fare quello, non ne deriva nessuna soddisfazione. Per la massa della popolazione, questo è il risultato della forma di produzione capitalistica. Marx è molto chiaro a questo proposito.

Ciò che voglio mettere in evidenza questo pomeriggio è che potete dare ascolto a un sacco di gente, alcuni dei quali prendono Il capitale e citano molto di Marx, ma non sanno nulla di quello che vi sto dicendo. Quello che vi ho letto dal Libro terzo rende una stupidaggine l’idea che in Russia ci sia il socialismo perché la produzione è nazionalizzata. Marx dice che l’intera struttura costituisce un meccanismo sociale fondamentale della produzione capitalistica che porta un numero costante di persone a essere in opposizione diretta agli operai. Ciò non avviene in nessun’altra forma di produzione.

Penso che possiamo fermarci qui. Volevo fermarmi alle 5 e siamo arrivati alle 5.14. Così mi sono detto di risparmiare un minuto, dovrei andar via alle 5.15 ma ho smesso alle 5.14. [Risata]

Tutto bene amici, siamo qui. Ho voluto chiarire una cosa: nei vostri studi de Il capitale, non perdete mai di vista l’operaio nel processo di produzione. Alfie, non perderlo mai di vista. Se lo perdi di vista, stai perdendo di vista il marxismo. Marx ha scritto molto sulla vendita, sui prezzi e tutto il resto, ma quello è ciò da cui ha cominciato e che ha mantenuto ovunque. Ha toccato vari aspetti della produzione, lo scambio di merci, i prezzi, il livello dei prezzi, la proprietà, e così via – ha trattato tutto questo, ma non ha mai perso di vista cosa succede all’operaio. La crescita della produzione capitalistica ha significato la più grande oppressione dell’operaio, e Marx dice che non si può continuare a fare questo agli esseri umani.

Bene compagni, penso che per il momento ci fermeremo qui. Qualche domanda? Le domande mi stancano sempre. Qualche volta mi rendono più vivace. Andiamo avanti, tutte le domande che volete. Se non conosco la risposta, ve lo dico.

 

FRANLYN HARVEY: [Inascoltabile.]

 

JAMES: Questa è una domanda fondamentale. L’inizio del problema è la vendita della forza-lavoro, e la vendita della forza-lavoro come una merce: per il capitale vuol dire la produzione del plusvalore. Lui dice che deve venire il giorno in cui produzione significa lo sviluppo dell’operaio come un individuo e non la produzione di plusvalore. Ma finché viene perseguito puramente il plusvalore si sta reprimendo l’operaio e creando questa divisione. Tuttavia, dice, quando si raggiunge un certo livello e l’operaio comincia a svilupparsi come una persona, allora la produzione di plusvalore andrà al di là di quello che si pensa. Sostiene che quando ciò avviene, la produzione di plusvalore crescerà oltre quello che si crede.

E dice che l’uomo deve essere pagato a seconda di quanto gli è richiesto per svilupparsi. Ora, possiamo farlo oggi? (Mi spiace, questo ci porta molto lontano, ma sono preparato ad andarci.) Quanti miliardi spendono per andare sulla luna? Gli americani spendono 70 miliardi all’anno per la guerra in Vietnam. Spendono un sacco di miliardi per andare sulla luna. Spendono molti miliardi perché vogliono andare da Londra a New York in due ore. (Non so se la maggioranza della popolazione vorrà andare da Londra a New York in due ore, non penso.)

In altre parole, tra il 1935 e il 1945 hanno speso centinaia di miliardi nella guerra. Hanno fatto lo stesso tra il 1914 e il 1918. Con la metà di questi soldi è perfettamente possibile istruire e sviluppare la popolazione, formare le persone ad avvantaggiarsi di tutti gli accumuli di scienza che è stata scoperta. Ma sono impegnati ad andare sulla luna e non ci vanno per vedere la luna. Niente affatto. É per arrivarci prima degli altri. Ecco perché lo fanno, in fondo: per arrivarci per primi e per dominare in questa spietata competizione.

Hanno abbastanza fucili e satelliti per distruggere due terzi della popolazione della Russia (l’ho letto due o tre anni fa). Ma i russi hanno abbastanza di questi mezzi per distruggere metà della popolazione degli Stati uniti (assumiamo che sono un po’ indietro). Dunque, i russi sono impegnati a sviluppare i mezzi per fermare l’arrivo di questi satelliti. Dicono che costerà molto evitare che i satelliti esplodano prima di essere raggiunti. E sono impegnati a fare un sacco di esplosivi e cose che impediscano l’arrivo dei satelliti. Ma molto presto scopriranno un nuovo tipo di satellite, e gli altri saranno impegnati a scoprire un altro tipo di satellite, ma devono anche scoprire gli strumenti per fermare il nuovo tipo di satellite.

Perdonatemi, non vi sto prendendo in giro. É esattamente ciò che stanno facendo. Ogni giorno spendono miliardi in tutte queste cose ed è il motivo per cui non possono impegnarsi nello sviluppo delle persone comuni. L’uomo medio oggi può imparare qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa si insegni, possiamo impararla. Abbiamo imparato la civilizzazione occidentale. Siamo stati liberati nel 1833, non sono passati nemmeno centocinquant’anni. Questa gente sta spendendo soldi in questo tipo di affari. Collocano le persone in posizioni elevate, anche se non hanno la laurea.

Il punto è questo: non sono stupidi, non sono frivoli, ma si trovano in una determinata situazione. Hanno determinati poteri e così via. E l’idea che si possa avere un nuovo tipo di società in cui l’ampia maggioranza della popolazione sia altamente istruita e vi prenda parte, è per loro pura fantasia. Ma se c’è un elevato sviluppo dell’istruzione su scala mondiale – molti neri altamente istruiti, molti cinesi altamente istruiti, molti indiani altamente istruiti – ecco che dicono: lasciate perdere, per favore.

Questa è la situazione. Ma ci sono abbastanza soldi nel mondo oggi, e ce ne sono stati abbastanza negli ultimi cinquant’anni, per produrre questo straordinario sviluppo nell’istruzione, nella forma indicata da Marx e da Lenin. É un fatto. É ciò che è richiesto oggi. Non vedo nessun bisogno di andare sulla luna. Non so se qualcuno lo vede. Cosa vanno a fare sulla luna? Hanno molto da fare in Africa, in India, nel sud degli Stati uniti. Ma sono impegnati ad andare sulla luna. (Se dicessi queste cose a Trinidad o nelle Barbados mi metterebbero in galera.)

Marx insisteva sul fatto che la società socialista sarebbe stata internazionalista. Fintantoché la Russia e gli Stati uniti combatteranno e le persone parteciperanno e così via, si andrà avanti così.

Beh, Harvey, siamo a questo punto.

 

HARVEY: Vuoi dire che, ad esempio, il tasso crescente di disoccupazione nel mondo moderno, parlando in generale e in particolare nei Caraibi, non può essere davvero risolto perché nel processo che stano provando a sviluppare nell’industria, queste industrie sono state altamente e intensamente colpite e non potranno mai assorbire la quantità di lavoro disponibile; che se anche uno pensasse o provasse un qualsiasi metodo utilizzabile per lo sviluppo, la disoccupazione continuerebbe addirittura a un livello più alto cosicché alla fine gli operai sarebbero totalmente stufi da non vedere altra via se non galleggiare e nel processo di…

 

JAMES: Ma questo non migliorerebbe la situazione. Se gli operai prendono il controllo, non lo fanno per ridurre l’intensità del lavoro dell’industria. Gli operai prendono il controllo della situazione per migliorarla. E se le basi perché il lavoro prenda il controllo sono un miglioramento del livello di sviluppo dell’economia, allora ciò significa un sicuro aumento della disoccupazione.

Ci sono due questioni in ballo qui. Numero uno, non si possono prendere le Indie occidentali e farne una sorta di modello concettuale a partire da cui giudicare il resto del mondo. É il resto del mondo che deve essere preso, e se la smettono con queste sciocchezze di andare sulla luna e costruire satelliti, se affermano che la prima cosa da fare è sviluppare la persona, allora si avrà un tipo di economia differente. Ma ciò che è ovvio è che l’economia delle Indie occidentali non può sistemarsi, Harvey, indipendentemente da ciò che avviene nell’economia mondiale. Comunque, la situazione non deve essere miserabile come lo era sotto il colonialismo, con tutta questa gente che si accaparra il petrolio e se ne va via. Questo deve cambiare. Ma è fuori discussione che la situazione è regolata in modo indefinito nel momento in cui il resto del mondo ha preso un’altra via.

 

HARVEY: Non stavo parlando del problema di regolare se stessi. Non stavo solo parlando della possibilità che gli operai prendano il controllo attraverso un settore di sviluppo dell’economia. Ciò di cui stavo parlando…

 

JAMES: Questa è la sola base seria per la classe operaia di prendere il potere. Gli operai devono prendersi in carico la situazione e convincere le persone che – specialmente in un paese sottosviluppato – non possono prendere il controllo ovunque, ma devono prendere il controllo di un luogo come Texaco o la bauxite in Giamaica. E questa è la sola base per prendere il controllo…

 

HARVEY: Sì, ma ciò che mi interessa è questo: il punto fondamentale è che gli operai, in particolare i disoccupati, devono diventare così stufi delle loro condizioni, della miseria che si trovano a fronteggiare, che la sola via che riescono a vedere per migliorare il rispetto di se stessi è prendere il controllo della situazione. Questo era ciò che volevo dire.

 

JAMES: Potrebbero pensarla in questo modo, ma non so cosa succederebbe. Se prendono il controllo della situazione, cosa propongono?

Ora, fatemi dire quello a cui sto pensando. Credo che bisognerebbe prendere il controllo delle piantagioni di zucchero perché si può sviluppare la stessa quantità di zucchero e diversificare la produzione. Noi [The Workers’ and Farmers’ Party] abbiamo portato avanti tutto ciò nei fatti e con il passare del tempo saremo in grado di provarlo statisticamente. Ma per gli operai dire che lo faranno con la bauxite… Significa un cambiamento totale nella vita economica. Adesso non ci si può sedere e aspettare un cambiamento totale. Si possono fare determinati avanzamenti, ma se i disoccupati di Trinidad, ad esempio, prendono il controllo della Texaco – abbiamo gli occhi puntati su questa possibilità e stiamo attentamente calcolando quali sarebbero i benefici se prendiamo il controllo; se compriamo le piantagioni di zucchero, perché stiamo andando in ogni caso verso questa direzione, non possiamo dare l’impressione che se gli operai o i disoccupati prendono il controllo, allora il problema della disoccupazione sarebbe risolto. Sono molto preoccupato di ciò, perché non sarebbe così. Lo accettate?

 

HARVEY: Sì, ma stai sollevando il problema di cosa cambierà quando gli operai prenderanno il controllo. Non vado così lontano. Mi stavo solo riferendo, ad esempio, al tuo discorso sul fatto che le piantagioni dovrebbero essere comprate e così via, supponendo che lo si faccia. Il punto è che non si può avere chi porta avanti questa cosa – non la porta avanti, ma implementa un simile programma – e gli operai che diventano sempre più stufi della propria situazione.

 

JAMES: Potrebbero esserlo. Non posso che concordare. Possono farlo oggi stesso. Marx dice: bene, avrebbero dovuto fare quello, questo avrebbe dovuto essere fatto, e così via[xxv]. É parte della politica. Sebbene io non creda nella semplice presa del controllo da parte degli operai.

 

HARVEY: No, ma in ogni caso ogni volta che c’è un gruppo, una massa o un settore di popolazione, le persone emergono come leader di un certo settore.

 

JAMES: É ciò che penso rispetto alla questione che hai sollevato. Non so cosa succederà. In politica, non si può sapere, non si può essere certi. Ma credo che la terra, ad esempio, è la prima cosa di cui dobbiamo prendere il controllo. E credo che si stia per prendere il controllo della terra. Se ciò sarà fatto costituzionalmente oppure no, non lo so. Per il momento, dico, vediamo se possiamo farlo costituzionalmente.

Se, comunque, non può essere fatto costituzionalmente, il fatto che ogni mezzo democratico sia stato tentato è la via più sicura per garantire che l’idea di una rivolta si diffonda ad ampio raggio e sia accettata da larghi settori della popolazione. Ed è tutto ciò che si può fare. C’è una famosa espressione di Napoleone: on s’engage et puis s’en voit. Impegniamoci e poi si vedrà. É tutto ciò che si può fare. Come Karl Marx ha reso chiaro ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, la politica non è una scienza esatta. É una scienza, ma non si può essere sicuri.

Ne parlerò quando Bobby[xxvi] e gli altri scenderanno. Dedicheremo una giornata all’arte concreta del reale in cui affronteremo la questione. Ed entrerò nel merito dei problemi. Ma prima è bene avere una chiara concezione teorica e storica, così da sapere come approcciare la questione. Perché se il vostro approccio alla questione in generale non è corretto, non potete costruire le giuste dimensioni tattiche. Dovete avere un’idea di come approcciare la questione e poi potete arrivare a sapere che fare.



[i] I riferimenti di pagina sono a K. Marx, Capital: A Critique of Political Economy, Vol. I, International Publishers, New York 1967. Noi riportiamo le citazioni da K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1994. [NdT]

[ii] Ivi, p. 267.

[iii] Ibidem.

[iv] Ivi, pp. 267-268.

[v] Ivi, p. 268.

[vi] Ibidem.

[vii] Ivi, p. 300.

[viii] Ivi, pp. 300-301.

[ix] Si riferisce a Franklyn Harvey, un membro del Caribbean Conference Committee e del Circolo di studio C.L.R. James.

[x] Marx, Il capitale, cit., pp. 338-339.

[xi] Ivi, p. 339.

[xii] Si riferisce ad Alfie Roberts, anch’egli un membro del Caribbean Conference Committee e del Circolo di studio C.L.R. James.

[xiii] Marx, Il capitale, cit., p. 300.

[xiv] Ivi, pp. 453-454. La citazione non è più tratta come in precedenza dall’ottavo capitolo, “La giornata lavorativa”, ma dal tredicesimo capitolo: “Macchine e grande industria”. [NdT]

[xv] Ivi, pp. 534-535.

[xvi] Marx si riferisce alla sezione “La produzione del plusvalore relativo”. [NdT]

[xvii] Ivi, p. 706. Questo passaggio, così come quelli immediatamente successivi, sono tratti dal ventitreesimo capitolo: “La legge generale dell’accumulazione capitalistica”.

[xviii] Ibidem.

[xix] Nell’estate del 1963 Alfie Roberts ha lavorato in una fabbrica di sostanze plastiche dell’ammiragliato a New York.

[xx] Marx, Il capitale, cit., p. 706.

[xxi] Marx, Il capitale, Libro terzo, cit., p. 999.

[xxii] Ibidem.

[xxiii] Ibidem.

[xxiv] Ibidem.

[xxv] James probabilmente si riferisce all’analisi di Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, quando descrive la contingenza e l’incertezza contenuta nella politica.

[xxvi] Bobby è Robert A. Hill, co-fondatore del Caribbean Conference Committee e fondatore del Circolo di studio C.L.R. James; al tempo, era studente all’Università di Toronto.

* Traduzione di Gigi Roggero.

 

 

 

Comments are closed.