Le nuove forme di potere

 

di ALBERTO SIMONETTI

Tracciare una linea organica e tuttavia riassuntiva in merito al “potere” oggi è compito arduo. Lo spazio di un articolo non può certo esaurire il campo di inferenza sul tema, costante problematica del pensiero filosofico. Già, la filosofia.

Sarebbe all’istante un’apertura più che una delimitazione; la concretezza filosofica è sempre politica, anche nelle sue linee più astratte. Opere come “Impero”  e “Mille piani” hanno sicuramente definito un pensiero ricco e complesso nella sua articolazione decostruttiva e propositiva, da cogliere a pieno e da cui partire, una sorta di “cassetta degli attrezzi”, di multiclavio che sta nel mezzo delle cose e dei popoli, dei flussi, delle territorialità.

La sperequazione tra la mentalità comune ed il suddetto pensiero, l’annosa calamità della distanza intellettuali-popolo, sembra entrare in una irreversibile non risoluzione. Ma forse, più che un problema spontaneo di reciprocità nella lotta, non si è di fronte ad un tale dislivello come ad una delle nuove forme di potere?

Dalle opere di Foucault, Negri, Deleuze, Guattari, si evincono alcuni snodi di ciò che, anzitutto, va a precisarsi come biopotere: perdita di un centro di potere visibile, fine della trascendenza Stato-nazione, dislocazione delle identità attraverso una rigida distribuzione, nuovo razzismo dettato dal multiculturalismo, spostamento del lavoro entro un piano immateriale (comunicazione, affettività, interattività), interiorizzazione del potere attraverso dispositivi sempre più raffinati (sapere-potere-soggettività); come connettere all’interno di una “teleologia materialista” un concatenamento immanenza-moltitudine?

Questo il fulcro da attivare. C’è indubbiamente un fattore stabile anche se ambiguo: le individualità sono prese in una macchina binaria che segna la politica attuale; da un lato l’unidirezionalità delle sedicenti proteste all’interno della struttura dei “fatti” (approccio mediatico-giornalistico), dall’altro l’autoproduzione delle proprie alienazioni attraverso l’informatizzazione generalizzata. Nel primo caso, gli elementi di indignazione scaturiscono dopo l’emissione di un fatto generato dall’apparato di dominio; la “parola d’ordine” della notizia (chissà perché sempre “del giorno”) rende effettiva la reazione delle categorie interessate (un esempio è stato la legge Gelmini e l’immediata protesta del popolo della scuola) entro un canale di previsione già disposto. Si sa che si protesterà: questo l’assioma del potere.

Utilizzando una terminologia nietzscheana “l’attualità” è una nuova forma di potere, potere della previsione, potere del “già”. Il dominio tecnico-informatico completa tale scansione temporale come territorio sempre attivo di autorepressione, valvola non più di sfogo, ma pervadente l’intera vita, corpi assoggettati (resi soggetti) dal “live” come se al di fuori di un computer non si possa essere nella realtà. Una siffatta binarietà complementare è ormai introiettata dalle individualità quale unica possibilità che, per la sua stessa unicità ed automistificazione, decade dall’orizzonte dei “reali possibili”.

L’esempio deleuziano dell’“autostrada” sintetizza al meglio il potere e le sue forme contemporanee; la strada “appare” veicolo di libertà fino a quando non si prende coscienza della traiettoria prevista, delle barriere ai lati, dei caselli di ingresso-uscita. Ogni casello ha un pedaggio: il popolo sviluppa e sostiene il potere.

Tutto ciò ha sicuramente una relazione imperiale con il capitalismo odierno, con la socializzazione cognitiva reificata. Ecco che si staglia un altro campo di potere: il linguaggio.

Il codice ha estromesso l’espressione, ne ha svuotato il potenziale critico a vantaggio di un regime di semplificazione totale, una capitalizzazione del nesso causa-effetto; i cardini dei dispositivi della globalizzazione ruotano, come spiega Foucault, sull’asse tripartito sapere-potere-soggettività, oggi in particolar modo innestati su un’economia informatico-comunicativa. Non si dice, né si è detti da un afflato inconscio: si eseguono ordini. L’inglese è la lingua del regime globale.

La produzione di parole di consenso non ci viene più da un capo, né da una carta regolativa fissata a norma, ma dalle individualità prese all’interno degli stessi termini che quotidianamente ri-producono. Se un tempo il fordismo mostrava a caratteri evidenti l’ossessiva ripetitività, la situazione presente ha visto il capitalismo riorganizzarsi e rafforzarsi (ricordiamo Marx) puntellando il sistema attraverso una decentralizzazione che, posta come lusinga ossessiva, ha sottratto la produzione diretta alla molarità capitalistica permettendo alla stessa di limitarsi ad amministrare.

La logica discorsiva dell’ordine globale non imprime visibilità al potere esercitato (come durante il fascismo ed ai primordi dell’imperialismo), tuttavia si raffina a motore permanente di sussunzione-integrazione, funge da agente differenziale e da sintetizzatore amministrativo.

Si accetta, in questa sede, la triade integrazione-differenziazione-amministrazione teorizzata da Negri-Hardt in “Impero” (2002). La veste del potere nel primo decennio del XXI secolo mostra un organigramma sempre aperto, una dialettica fagocitante e posizionante attraverso le cui maglie si afferra un evento o una serie di eventi di singolarità, lo si integra in uno spazio funzionale e lo si perpetua costantemente regolare. Tutto ciò riguarda le idee, i visi, i corpi, i concetti, la storia, la sessualità. Si tratta di azionare un posse immanente capace di essere “inattuale”, di potenziarsi in senso comunistico, di far filare via linee di fuga de-fattualizzate.

Il tema marxiano della coscienza e della sua riappropriazione è spinto oggi al paradosso dell’opposizione alle masse; “prendere coscienza” significa violare e delegittimare la vita falsamente comune scansionata dal biopotere autoprodotto dai soggetti al fine di trasformare l’omogeneità in “bordo creativo”, fuga e legame imprevedibile con le forme del divenire, lotta non più di classe (anche essa sussunta) ma lotta che crei deserti da popolare entro un divenire-comune.

La macchina collettiva esige, per darsi, la rottura di serialità surcodificanti, anche di quelle apparentemente più libere (come internet); invertire le rotte dei legami, nomadismo di guerra (Guattari-Deleuze), innescare una rivolta capace di fendere l’attualità con l’imprevisto; il potere concede e per qualche tempo la situazione di oppressione respira; è proprio qui che va accentuata la linea di fuga del divenire rivoluzionario, non era questa la “rivoluzione permanente”?

La tensione verso la riappropriazione del lavoro alienato (in particolar modo la contemporanea forma immateriale cognitiva) ha il compito, di sapore leninista, di “sabotare” e “fuggire”, laddove la fuga non è data dalla paura, ma è potenza creativa, invenzione di nuove armi di lotta.

Il fine immanente del pensiero radicale contemporaneo risiede nel produrre una macchina collettiva desiderante che faccia proliferare singolarità prospettiche de-soggettivate, delle vite indefinite ma non indeterminate, in rivolta per formare un comune.

 

 

 

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