L’impresa parassitaria e il suo superamento

 

di MICHAEL BLECHER*

Vorrei cominciare questo breve riassunto con un’immagine che Michel Serres ha usato per descrivere il ruolo de le parasite:[1]  è quello che è sempre seduto a tavola con noi senza che noi ci facciamo caso; ma che sa sfruttare abilmente e velocemente tutte le nostre mosse produttive, siano economiche, politiche, giuridiche, a suo favore.[2] Questo terzo escluso che è sempre in qualche modo presente nel dibattito sulla governance post-democratica post-nazionale è: l’impresa.

In questo contesto non intendo parlare di piccole società commerciali con le quali pochi soci e dipendenti si danno da vivere e che spesso fanno fatica a tirare avanti durante una crisi ricombinatrice continua nella quale ci troviamo. Vorrei riferirmi alla ‘grande impresa’ nel senso di un’ ente con un forte impatto sociale (non per forza ‘grande’ di numeri tra soci e dipendenti), appunto quella che può essere abile giocatrice ai tavoli della governance politica finanziaria, ‘l’impresa come istituzione’ che risiede nel crocevia di un set di regole per la sua auto-composizione e auto-gestione e il suo collocamento in un preciso ambiente sociale. In effetti, il concetto di ‘impresa’ vuol dire proprio questo, almeno nel ambito di certi sistemi legali come quello tedesco (‘Unternehmen’/ ‘Enterprise’): mentre il classico concetto legale della ‘società’ si riferisce alle regole relazionali tra un gruppo di persone che seguono uno scopo commerciale e contribuiscono alla fondazione e gestione della rispettiva organizzazione legale nella riconosciuti come ‘proprietari’ (shareholders), il concetto d’ impresa si riferisce praticamente alle relazioni multiple di un ente sociale; potremo anche dire che siamo sulla strada del rendere l’impresa ‘sempre più comune’. Ma l’idea sottostante è comunque che questa ‘organizzazione formale’ (Luhmann) ha la sua ‘vita propria’ e rimane staccata dalle persone che contribuiscono alla sua gestione come manager, operai, creditori, fornitori, le infrastrutture locali/ municipali, ecc. (stakeholders). Già il concetto della ‘persona giuridica’ indica in fondo che qui c’è stato un salto di qualità. La forma societaria per eccellenza per tale ‘impresa a se’[3] è evidentemente la società per azioni. Questo fatto non esclude che nella costruzione dei conglomerati societari, soprattutto multinazionali, possono essere usati a convenienza intrecci di tutte le forme giuridiche possibili, siano società ‘di persone’ (società semplice, generale o accomandita) o società ‘di capitali’ (s.r.l. o s.p.a.) che possono essere anche fondate da una sola persona (fisica o giuridica). Ironicamente quest’ultime sono diventate, almeno in Germania, la copertura eccellente per il precario ‘imprenditore di se stesso’ (La ‘Ich-AG’ o SE-S.P.A.). Comunque anche quando si parla di banche e istituti finanziari si tratta di solito di imprese in forma di società per azioni, con la differenza apparente che registrano un alto grado di regolamentazione – pare piuttosto per non pestarsi i piedi tra loro ma non per evitare una crisi sociale come quella attuale dalla quale si può ovviamente trarre ulteriori profitti. Parliamo allora di questi protagonisti della crisi in quanto punta di lancio o ‘macchina di guerra’ (Deleuze-Guattari) dell’ azione capitalista finanziaria globale. Si apre qui un specifico campo di battaglia nella lotta per l’organizzazione del comune.[4]

Con la corporate governance e i codici di condotta auto-regolatori (le banche hanno degli codici specifici), le imprese (multinazionali) si sono create negli ultimi 20 anni una rete di regolamenti interni, con gran tamtam pubblicitario dell’intera categoria.[5] Nonostante questa forma di auto-organizzazione normativa hanno comunque continuato produrre ed esternalizzare degli effetti negativi (sociali, ambientali, ecc.) legati al loro modo di fare profitti (e/ o rendite!). Si supponeva che soprattutto la pressione dall’esterno – da parte delle ong, dei sindacati, delle media, organizzazioni internazionali, e da enti regolatori statali – avrebbe potuto portare queste istituzioni private ad una regolamentazione e applicazione di forme di auto-controllo, magari supportato dall’istallazione di organizzazioni (globali) di monitoraggio. In Europa, ma anche negli USA[6], si erano creati degli authorities per la supervisione dei settori finanziari – ”toothless tigers” agli occhi di tanti insiders della City di Londra.[7] La crisi ha mostrato che il famigerato public-private policy mix non è funzionato o non è bastato, almeno per interi settori, perché accetta l’asimmetria di fondo che privilegia la gestione (‘corrotta’) a mo’ di mercato, diritti proprietari e rispettivi profitti/ rendite. Anche la co-gestione operaia, lì dove esiste, non ha fatto nessuna differenza in quanto assorbita dalla stessa logica. Certo ha fatto la sua parte per il mantenimento della pace sociale – per poi perdere colpi quando il ‘nuovo spirito del capitalismo’ si è liberato dal fardello della gestione fordista smantellando le sue regole sul lavoro.

Cosi almeno due ondate di regolamentazioni dell’impresa se ne sono andate senza impedire alle imprese e i loro gruppi di gestirsi il mondo a loro convenienza sfruttando abilmente la mancanza di una regolamentazione globale; a partire dagli anni sessanta/ settanta la prima onda ha scommesso su una strutturazione normativa dettagliata della società per azioni e, in alcuni paesi come la Germania, dei loro gruppi. Questa strategia fu connessa all’ organizzazione legale della fabbrica fordista di massa e ha anche determinato il primo ventennio delle direttive europee. La battaglia giuridica intorno l’impresa multinazionale gira in quegli anni soprattutto intorno allo sfruttamento dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Non a caso nasce insieme ad un altro filone di lotta, quello contro l‘indebitamento di questi paesi e la ricerca di controstrategie come quella intorno agli odious debts o i ‘debiti illegittimi’, anch’essi oggi di nuovo molto attuali. La seconda ondata porta precise  liberalizzazioni della gestione dell’imprese s.p.a., l’agevolazione di mergers and acquisitions, con le ‘opa’ (offerte per l’acquisto) come loro cavallo di battaglia e la quotazione in borsa come maggior scopo di gestione; si tratta dell’avvento dell’impresa post-fordista stile anglo-americana, con crescente componente finanziaria. Anch’essa determina le politiche giuridiche europee soppiantando, a partire dagli anni ottanta il modello continentale (tedesco). ‘Controllo dell’auto-controllo’ diventa lo slogan principale, nascono le menzionate ‘authorities/ agencies’ di monitoraggio che appunto non hanno potuto evitare la crisi attuale in quanto non dispongono di un’altra logica che non sia quella delle stesse imprese.

Allora non a caso la prima reazione dopo l’eruzione della crisi è stato il rilancio di ‘nuovi’ regolamenti, tanti dei quali si discutono da anni: l’organizzazione di un controllo all’interno dell’azienda da parte di supervisori indipendenti, la riduzione dei salari manageriali e il loro legame con l’andamento dell’impresa su decisione dell’assemblea generale; l’irrigidimento della responsabilità dei manager, forme più trasparenti della  contabilità; si parlava anche del controllo delle società di rating che hanno la funzione di cani segugi nel trovare gli attori deboli del sistema, siano loro ‘privati’ o ‘pubblici’; last not least ritornano parametri legali nuovi per captare le reti o gruppi d’imprese.[8] Qualcuno[9] ha addirittura chiesto una de-corporation (che decostruirebbe l’in-corporation) e scommette sulla ‘società per accomandita’ come nuovo modello base per le attività imprenditoriali.[10]

Credo sia difficile di ridurre le possibilità imprenditoriali ad una sola forma di organizzazione in quanto è assai improbabile che la complessità delle forme sparisca da un giorno all’altro: Certo, si cercherà di scommettere su forme ‘più piccoli’ di cooperazione/ cooperative e sul livello locale, anche nel settore bancario. Ma, si sa che la forma organizzativa non è una garanzia per la salute della banca/ impresa come hanno mostrato i fallimenti/ salvataggi di parecchie banche cooperative (popolari) e casse di risparmio negli ultimi anni. Dipenderebbe tra l’altro dalla veracità degli strumenti sviluppati e dal loro rigoroso impiego. Si deve allora per forza intervenire a livello di contro-regolamento per sovvertire le regole intrinseche sfrenate del profitto (e della rendita) esercitate sulla pelle di individui e di altri ambienti.

Ma non basterà. Primo, regolatore cercasi, soprattutto a livello globale post-nazionale. Poi, oltre a pensarci a nuovi regolamenti che richiedono, sostengono e controllano degli auto-regolamenti e che forse rendono l’abuso della forma impresa e della sua contabilità più difficile[11], si dovrebbe cambiare l’intera ‘cultura’ sulla quale si basa. La crisi, è sempre un’occasione per farlo; pur sembrando funzionale all’andamento del capitalismo finanziario e del suo bisogno di allineamento e anche se pare che in questo momento abbia di nuovo vinto la ricostruzione del mondo (italiano) da parte dei fidati di Goldman & Sachs che hanno fatto sgambetto ad un progetto autenticamente europeo a partire dalla ‘fine della storia’ nel 1989 e durante gli anni della ricostruzione dell’Europa orientale. Possiamo dire che, con la richiesta di trovare i loro debiti compensati da un’azione finanziaria comune, le stesse imprese (bancarie) mostrano di condividere la visione di operare su concessione comune, riconoscono, in altre parole, la loro dipendenza dal mondo-vita che sfruttano. Quasi ci implorano di sviluppare una nuova forma del comune che possono poi sfruttare per la loro riproduzione. Allora basta prendere questa voglia di ‘comunismo del capitale’ sul serio: Il nuovo principio sarebbe di intendere l’attività aziendale organizzata, simile a quella di altre autonomie societarie[12], come una concessione comune che fornisce la base per la sua costituzione. Non penso affatto alla reintroduzione ottocentesca di un’amministrazione economica che da letteralmente una ‘licenza’; non sarebbe né fattibile, né auspicabile visti i summenzionati problemi strutturali diversi e la nota corruzione corporativa di questo modello. Si tratta certamente in primis del distacco dell’impresa dagli interessi dei suoi ‘soci proprietari’ che è tuttora il centro soprattutto del modello anglo-americano ed è ancora dominante a livello globale. Ora che l’impresa ha cercato di dare all’intera società il suo volto, sarebbe soltanto conseguente di passare dall’ ‘impresa a se’ al suo riconoscimento come ‘istituzione comune’. Lascio da parte le conseguenze di una società a forma di impresa per il diritto del singolo; si è già parlato nei seminari di Uninomade del diritto personale all’insolvenza sanatoria non punitiva; poi, di fronte all’inarrestabile attività valorizzante della società a mo’ d’impresa, ci vuole pure un diritto per un equo ‘dividendo’ a tutti i cittadini-soci che prende allora ironicamente la forma di una vera e propria ‘rendita societaria’, ecc. Cerco invece di descrivere brevemente alcune linee generali di quell’ auspicabile passaggio che vedo, per ora, dispiegarsi su due livelli, la costituzione dell’impresa e quella dell’impresa comune:

-                 Con la costituzione di un’impresa si crea una separata entità legale che ha dei diritti e obblighi diversi rispetto alle persone coinvolte (di solito: fondatori, soci, impiegati, creditori, debitori). Dopo la sua fondazione, la società non trae la sua legittimità solo dai fondatori e gli altri stakeholders, ma dall’intera comunità interessata nel suo andamento commerciale. I suoi poteri sono allora una concessione sia da parte delle persone coinvolte, sia da parte della comunità che coinvolge per ottenere i suoi obbiettivi.[13] Già su questo livello, l’organizzazione e la condotta aziendali rompono con la distinzione classica tra diritto pubblico e privato. L’azienda viene giudicato, in primo luogo, rispetto alle sue funzioni e la sua responsabilità sociali in riferimento all’impatto economico, politico e sociale delle sue attività a livello locale, regionale, nazionale, ed internazionale.[14]

La costituzione dell’impresa prescrive che i privilegi della personalità legale e, per le corporations, della responsibilità limitata saranno comunemente accettate e sostenute soltanto fin’ ché queste entità economiche si impegnano a rispettare e promuovere tutti gli interessi vitali dei loro ambienti umani, sociali, e naturali come ‘interesse dell’impresa’. Un tale impegno coinvolge degli obblighi legali verso soci, impiegati, creditori, debitori, comunità e ambienti locali, e verso i principi stabiliti e regolati per la vita in comune, dal livello locale a quello globale. La figura legale ampliata dei diritti e obblighi di mutua ‘fiducia’/ fiduciary duties/ Treuepflichten[15] svolge un ruolo centrale per l’integrazione sociale di una tale organizzazione. Si traduce nella creazione di norme interne che inseriscono l’impegno fiduciario a livello di regole organizzative e nelle procedure decisionali dell’azienda. Comporta, in altre parole, l’assegnazione di responsabilità legali procedurali per l’inclusione trasparente dei summenzionati interessi vitali, rappresentati soprattutto dai movimenti sociali, in ogni momento del suo ciclo operativo. Queste responsabilità sono dell’impresa in quanto tale (come corpo finanziario indipendente) e definiscono la sostanza della responsabilità di governance da parte del management. La costituzione aziendale deve poi essere affiancata da organi comuni di monitoraggio e controllo con ampie facoltà di accesso e intervento.

- L’idea dell’ impresa comune alza il tiro combinando i parametri della costituzione dell’impresa con un intervento sulle fondamenta della società capitalista, e cioè sul suo sistema di proprietà a livello aziendale. Misure contro questo sistema sarebbero certamente da prendere su molti livelli con i quali il sistema ha creato delle (nuove) scarsità; penso, per esempio, alla battaglia contro l’estensione del mondo brevettabile. Continuo comunque limitarmi all’impresa. L’idea dell’ impresa comune è già apparsa in qualche modello regolativo nella storia recente. Mi riferisco, per esempio, al modello ex-jugoslavo dell’ ‘impresa a proprietà sociale’ che è stata smantellata senza riguardo delle sue capacità economiche e (soprattutto) integrative sociali nel corso dello smantellamento politico e della privatizzazione neoliberista del paese.[16] Il modello si basava su un concetto di proprietà comune – né statale, né privata -  che non era appropriabile da nessun’altro. In altre parole, non mancava la proprietà, ma un proprietario identificabile; praticamente si trattava della proprietà invisibile (‘ideale’) di ogni cittadino. Il gettito di questa proprietà comune era stato definito politicamente.[17] La proprietà comune veniva poi dato quasi esclusivamente ‘in prestito’ alla gestione da parte degli operai.

Per un adattamento odierno di un tale modello, si potrebbe pensare ad abbandonare lo status di proprietà comune, ma probabilmente rimarrà ancora importante di continuare a definirla tale per sottolineare la non-appropriabilità e soprattutto non-privatizzabilità della risorsa o del servizio in questione. Quello che diventa centrale è la loro gestione; dovrebbero appunto diventare ‘imprese di gestione comune’. Una tale impresa verrebbe usata per gestire i servizi comuni di base (sanità, trasporti, energia, acqua, case, formazione, comunicazione, pensioni). Anche per altre attività fin’ ora esclusivamente di gestione ‘privata’, come i fondi pensione che raccolgono denaro comune per investirlo in altre forme aziendali, si potrebbe considerare un’ obbligo di tale forma di gestione. La nuova gestione comune coinvolgerebbe tutti i corpi (individuali e sociali) interessati (utenti, operai, sindacati, ONG, pensionati e i loro fondi, ecc.). Questi ‘gestori comuni’ potrebbero essere definiti a livello municipale, regionale, ecc. Costituirebbero un’assemblea che vota l’amministrazione mantenendo delle funzioni chiave come la definizione del salario del management, contenuti e costi/ prezzi dei servizi, e la distribuzione di ‘dividendi’- il surplus operativo meno spese – tra gli i gestori. Subentrano poi altri parametri summenzionati della costituzione dell’impresa.

A questo punto, e per toglierne qualsiasi muffa otto- e novecentesca, si può intravedere una combinazione tra le due componenti: in quanto il nuovo modello della costituzione dell’impresa non considera più semplicemente i soci (azionisti) come i proprietari dell’impresa, ma quest’ultima un produttivo ente sociale basato su reciprochi diritti e obblighi ‘fiduciari’, una in tal senso trasformata società a responsabilità limitata (la s.r.l. nel senso stretto e la società per azioni) si presterebbe ad una combinazione con il concetto dell’impresa comune applicando le summenzionate standard di una riformata corporate governance. Sarebbe allora una tale impresa comune a gestire la proprietà comune nei settori cosi definiti senza ottenerne la proprietà. La potenziale moltitudine dei gestori si costituirebbe allora membri o soci (azionisti) di questa impresa comune in chiave all’atto fondatore. Non è possibile discutere qui l’idoneità dei vari modelli della corporate governance moderna e eventuali limiti alla sua flessibilità (per es. l’auto-gestione obbligatoria – cioè nessun management esterno – trasferibilità di quote, ecc.). La scelta del modello idoneo seguirà facilmente la decisione politica che porterà alla svolta culturale da parte dell’auto-costituzione della moltitudine in questo campo.

* Paragrafo aggiornato sull’impresa di ‘Diritto in Movimento’ che si trova sul sito di Uninomade tra i materiali del seminario di Torino sul comune giuridico di marzo 2011



[1] Cfr. M. Serres, Der Parasit, Suhrkamp, Frankfurt 2008.

[2] Nella teoria dei sistemi, si tratta di un atteggiamento parassitario reciproco tra tutti i sistemi; nella negazione dell’asimmetria a favore dell’economia/ impresa si incontra con l’approccio neoliberista.

[3] Il termine fu coniato da Walther Rathenau, industriale e finanziere tedesco nonché ministro degli esteri della Repubblica di Weimar che negoziò il Trattato di Rapallo tra Germania e Russia. Fu direttore dell’ AEG, una delle più famose imprese tedesche degli elettrodomestici ritenuta da sempre un simbolo nazionale della produttività germanica. Solo in pochi sanno che la famiglia Rathenau fu una potente famiglia ebrea. Non a caso, Rathenau venne ucciso da membri degli ‘Freikorps’ pre-nazisti nel 1923.

[4] Vedi J. Dine, Companies, International Trade and Human Rights, Cambridge: University Press, 2005. Id., The Governance of Corporate Groups, Cambridge, University Press, 2000. Id., Using companies to oppress the poor, in J. Dine, A Fagan, a cura di, Human Rights and Capitalism, Cheltenam: Elgar, 2006. Id., Rigged risks: why commercial law kills, Lectio Magistralis al Queen Mary College dell’Università di Londra il 7 maggio del 2008 (tra i materiali su questo sito).

[5] Cfr. G. Teubner, Self-Constitutionalizing TNCs? On the Linkage of “Private” and “Public” Corporate Codes of Conduct in: Gralff-Peter Calliess (ed.) Governing Transnational Corporations – Public and Private Perspectives, Indiana Journal of Global Legal Studies, 2010. (tra i materiali su questo sito).

[6] Il famoso Sarbanes-Oxley Act del 2002 era uno dei pezzi più ampi di diritto scritto nella storia americana. Reagiva ai fallimenti spettacolari come quelli di Worldcom e Enron imponendo nuove regole di trasparenza nell’ambito delle società e dei loro auditors. La sua messa in atto fu comunque fermato quando l’amministrazione Bush si accorse del suo potenziale impatto.

[7] Vedi l’intervista ad un broker della City in The Guardian 2008, riportato dall’Internazionale 2008, No.

[8] Vedi J. Dine, Jurisdictional Arbitrage by Multinational Companies. A national law solution? In: Journal of Human Rights and the Environment, Vol. 3 No. 1, March 2012, 44–69, tra i materiali su questo sito. G. Teubner, Hybrid Laws: Constitutionalizing Private Governance Networks, in: Robert Kagan and Kenneth Winston, a cura di, Legality and Community. Berkeley Public Policy Press, Berkeley 2002, 311-331, tra i materiali su questo sito.

[9] Cfr. G. Rossi, Il Mercato d’Azzardo, Milano: Adelphi 2008;

[10] Consiste in un illimitato numero di soci con responsabilità limitata e senza diritto di gestione e dei soci manageriali con piena responsabilità privata.

[11] Nonostante la bravura del parasite stia proprio nella sua capacità di anticipare le mosse regolative e di prepararsi rispettivamente, per esempio facendo dell’impegno comune una campagna pubblicitaria.

[12] Cfr. G. Teubner, Costituzionalismo societario: alternative alla teoria costituzionale stato-centrica, in Id., La cultura del diritto nell’epoca della globalizzazione. L’emergere delle costituzioni civili, Armando, Roma 2005.

[13] Cosi la teoria della ‘concessione duale’ che si oppone alla classica teoria contrattualistica che privilegia il ruolo dei fondatori e dei soci in ogni fase e ambito dell’impresa. Cfr. J. Dine, The Governance of Corporate Groups, supra nota 103, p. 27.

[14] Cfr. J. Dine, M. Koutsias, M. Blecher, Company Law in the New Europe, Elgar: Cheltenham 2006, Chapter IV, pp. 120 e ss.

[15] Per l’ambito tedesco si tratta addirittura di ‘fedeltà’.

[16] Cfr. K. Medjad, Workers’ Control as a source of Customary Ownership Rights: Evidence from the Privatization in the Former Yugoslav Republics. Relazione all’undicesima conferenza dell’Associazione Internazionale per l’Economia della Partecipazione, Università Cattolica di Bruxelles, 4-6 luglio 2002. Lo smantellamento si deve comunque alquanto al passaggio dal fordismo al post-fordismo e alla finanziarizzazione dell’impresa.

[17] La Costituzione Jugoslava del 1974 includeva, per esempio, i mezzi di produzione e altri mezzi del lavoro comune; la produzione dei redditi risultanti dal lavoro comune; i mezzi per compiere bisogni comuni e sociali generali; le risorse naturali e i beni per l’uso pubblico.

 

 

 

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