La lotta per la pace e la violenza della crisi

 

di COLLETTIVO UNINOMADE

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0. La crisi si approfondisce, accelera, blocca l’orizzonte e allo stesso tempo cambia continuamente i quadri di riferimento. É ormai chiaro a tutti che, nonostante i disperati tentativi di rassicurazione dei vari attori della governance, vie di uscita non se ne vedono. La novità della crisi odierna è che perde la sua forma ciclica e diventa permanente: in questa trasformazione, come abbiamo ripetuto più volte contro le illusioni di una sinistra incapace di ripensare perfino la propria funzione riformista, non ci sono soluzioni keynesiane lineari. Crisi permanente non significa di certo che sia prossimo il “crollo” del capitale: sono ipotesi che lasciamo volentieri ai teologi della storia. Ciò non toglie, però, che la crisi mostra una evidente incapacità del capitale di far funzionare il comune che il lavoro della moltitudine produce.

Gli ordinamenti costituzionali attuali, sia a livello dell’integrazione europea sia a livello di stati nazionali, non permettono di aggredire con efficacia questo tipo di crisi: la loro unità si è definitivamente infranta, pensare a una loro restaurazione oppure alla difesa di singoli brandelli è una mossa semplicemente improduttiva. Tutto ciò non è avvenuto per una sorta di complotto o tradimento delle rappresentanze governative, come spesso si sostiene, ma perché sono state le lotte a rompere la mediazione costituzionale ed è stata la finanziarizzazione a rispondere imponendo una nuova convenzione. In Europa la BCE assume così un ruolo politico fondamentale sovradeterminando ogni decisione politica e distruggendo ogni opposizione, al tempo stesso riproducendo indefinitamente la crisi. Che i margini della mediazione siano continuamente erosi i padroni lo dicono in termini chiari. Semmai, è qualche voce, sempre subalterna, delle sinistre ufficiali che si ferma a rimpiangere il vecchio nesso welfaristico “classico” cittadinanza-lavoro, senza mai voler prendere atto di come esso sia stato già battuto in breccia, prima ancora che dai padroni, dalle modificazioni stesse della produzione e da una cooperazione sociale che non può essere trattenuta entro quel binomio. Così, se Marchionne, senza paura, usa il linguaggio della rappresaglia (un operaio licenziato per ognuno che torna in fabbrica), la Fornero non è stata incauta con la sua esternazione sui giovani “choosy”, perché i governanti “tecnici”, a differenza dei nostalgici e impotenti ideologi delle socialdemocrazie e delle sinistre tradizionalmente “lavoriste”, non hanno bisogno di giri di parole per dire come stanno le cose: mangiate merda e tacete. Siamo addirittura oltre i lessici mistificatori della meritocrazia e della libertà di scelta: che abbiate studiato oppure no, titoli o non titoli, abituatevi a una mobilità sociale che sarà solo verso il basso. Il potente imprenditore ed economista Warren Buffet lo aveva già detto qualche tempo fa senza infingimenti: naturalmente la lotta di classe c’è, ed è la mia classe che l’ha vinta. Poi Occupy Wall Street ha cominciato a fargli capire che ha ragione solo per metà. Per l’altra parte, non ha fatto i conti con il 99%.

1. Il 14N ci sembra debba essere letto in questo quadro. Uno dei principali soggetti protagonisti è stata una generazione che si è socializzata nella crisi, nella precarietà e nell’impoverimento, e non conosce altro al di fuori di essa. Proprio perché un futuro non ha mai immaginato di poterlo possedere e dunque non può avere ansia per la sua perdita, pretende di essere assolutamente “choosy” rispetto al proprio presente. Per questa generazione, il rimpianto per la vecchia coppia cittadinanza-lavoro non ha alcun senso: si muove in tutta naturalezza, dopo, fuori e contro le costituzioni del lavoro, fuori e contro i modi e ritmi delle mediazioni sindacali. Che i precari di seconda generazione riescano a situarsi dentro una composizione allargata, come avviene in Spagna, o se riusciranno a farsi motore di processi di ricomposizione, per nominare la scommessa politica in Italia, questo è un nodo decisivo. Ci pare comunque che il 14N costituisca una prima conferma del discorso sulla “leva meridionale” delle lotte, incarnatosi nei recenti incontri di Agora99 a Madrid e di “orizzonti meridiani” a Palermo. Non a caso, la settimana di lotta era cominciata, in Italia, proprio a Napoli, con le contestazioni rivolte al ministro Fornero, ma ancora più significativamente, a un vertice italo-tedesco dedicato al tema dell’“apprendistato”: da Sud è arrivato un messaggio molto chiaro di rifiuto di un workfare che vorrebbe costringere le vite ad una perpetua disponibilità a qualsiasi condizione, in cambio di un futuribile inserimento lavorativo, e si è affermata una richiesta di reddito universale e incondizionato, già del resto radicata in una lunga serie di lotte per la riappropriazione di luoghi e di servizi. Evidenziamo questo baricentro mediterraneo della geopolitica contemporanea delle lotte perché, sarà bene ribadirlo ancora una volta, affermare il carattere pienamente globale della crisi non significa affermarne un’omogeneità degli effetti e delle sue linee di sviluppo: esistono evidenti asimmetrie spaziali e temporali, sia dentro l’Europa, sia su scala intercontinentale. É fin troppo banale, ad esempio, sottolineare come la situazione in America Latina e le questioni che i movimenti devono affrontare sono molto differenti e in alcuni casi rovesciate rispetto al Nord America o all’Europa. E tuttavia, queste differenze compongono e alimentano una dimensione comune sul piano globale, senza comprendere la quale rischiamo l’illeggibilità politica dei quadri territoriali. É proprio in questo rapporto di tensione che lo “sciopero europeo” ci mostra come le lotte dei piigs abbiano in questa fase la possibilità di divenire motore di ricomposizione, a patto che non si chiudano nella trappola del particolarismo identitario e sappiano allargare il processo della lotta di classe verso sud e verso nord, o – per dirla in termini politici prima ancora che geografici – verso il Mediterraneo e verso l’Atlantico.

La crisi, dunque, accelera sia sulla sponda nord del Mediterraneo sia sulla sponda sud, trovando nel medio oriente il punto di deflagrazione. Potremmo dire che alle soluzioni “tecniche” che si sono cercate alla crisi a nord corrispondono a sud soluzioni “politiche” che hanno puntato sull’islamismo moderato come elemento di stabilizzazione contro-rivoluzionaria: nessuna delle due coglie evidentemente il carattere strutturale della crisi. Sembra che la crisi economica e quella internazionale si stiano accumulando l’una sull’altra e rischino di sfuggire completamente a ogni controllo. Violenza della crisi e guerra aperta rischiano così di combinarsi in modo catastrofico. Anche di questa violenza abbiamo avuto qualche assaggio nella giornate del 14N, in ciò che l’ha preceduta e che l’ha seguita. Dire questo significa già collocare la questione degli apparati repressivi al di fuori di un’errata idea dell’anomalia italiana, ancora radicata in una parte del movimento: la caccia allo studente a Roma è in continuità con le pallottole di gomma a Barcellona o con il lavoratore portuale ucciso ad Atene, solo per restare agli ultimi avvenimenti. E i numeri identificativi sui caschi delle forze dell’ordine non hanno impedito la completa militarizzazione della mobilitazione di Francoforte lo scorso maggio, né impedisce ai poliziotti francesi o inglesi di agire da truppe di occupazione nelle periferie di Londra e di Parigi. É la violenza della crisi, appunto, che segue linee diverse nella misura in cui diversi sono i suoi effetti. Sia chiaro, qualsiasi lettura che riproponga l’idea di uno stato di polizia ovvero di eccezione è completamente fuorviante: la governance è articolazione di forme differenti, dal controllo soft alla repressione ruvida, dalle politiche di mediazione alla guerra. Non potendo più governare a monte la cooperazione sociale, intervengono a valle per ricomporre il comando.

Quello che invece l’attuale crisi porta in più con sé è un tendenziale scontro tra apparati. Le mail rese pubbliche da Anonymous quando ha bucato i server della PS portano a galla l’insofferenza di molti poliziotti e di alcuni loro sindacati per le condizioni del loro infame lavoro. Questo malcontento salariale assume in questo settore la forma di un discorso corporativo contro la casta dei politici, colpevoli dei tagli e dei rischi per gli agenti. Nell’assenza di welfare e possibilità di mediazione redistributiva, la polizia si trova così a dover gestire una parte della sussidiarietà, con un ulteriore carico di lavoro. E tuttavia la recriminazione non porta verso nessuna solidarietà con i precari e i poveri (come una ormai diffusa retorica vorrebbe), ma al contrario alla rivendicazione della libertà di manganellarli. Gli apparati della governance scaricano dunque uno sull’altro le responsabilità di gestire una situazione sempre più esplosiva con sempre meno mezzi, usando la propria parziale autonomia come arma di contrattazione. Ma l’autonomia cresce decisamente proprio dal lato dei precari e dei poveri: autonomia oramai pienamente conquistata, anche questo dice con chiarezza la giornata del 14N, rispetto ad ogni pretesa rappresentativa che qualsiasi centrale sindacale avesse ancora voglia di nutrire. Del resto, anche le organizzazioni classiche di movimento arretrano, di fronte a una composizione delle lotte evidentemente e radicalmente diversa da quella attorno alla quale si erano strutturate.

La crisi conclamata delle rappresentanze consolidate fa evidentemente perdere il senno agli apparati tradizionali, generando per esempio un titolo, non si sa se più ridicolo o più nostalgico, come quello dell’Unità dedicato ai “violenti contro lo sciopero”. D’altro canto, questo scenario peculiare, da non confondersi con le ricorrenti grida d’allarme su una supposta fascistizzazione, non può essere affrontata con la semplice denuncia – chiaramente necessaria ma non sufficiente – della violenza poliziesca. Né si può pensare di creare ricomposizione attorno alle narrazioni della repressione, che hanno sempre il sapore debole della vittimizzazione. É vero il contrario: è il “non abbiamo paura” che, dal Maghreb alla Spagna, ha allargato i luoghi del conflitto e creato spazio comune. E, tutto sommato, le immagini di Passera e di Barca costretti alla fuga in elicottero perché inseguiti dagli operai del Sulcis ci ricordano che i Marchionne, le Fornero e i Warren Buffet taceranno quando inizieranno a sentire la paura.

2. In queste condizioni è evidente che i movimenti dentro la crisi devono riprendere in mano la parola d’ordine della lotta moltitudinaria per la pace, che si presenta oggi come problema immediato e come condizione fondamentale per costruire una via di uscita che combatta al tempo stesso la guerra esterna e la violenza interna dello sfruttamento e degli apparati repressivi. É una parola d’ordine che è stata imposta con le barricate dalle insorgenze cominciate nel Maghreb e contro cui – dalla Libia al Medio Oriente – si è scatenata la reazione. L’assenza di questo tema dal dibattito politico italiano ed europeo impone una forzatura da parte dei movimenti, per imporre la consapevolezza del fatto che lotta per la pace e lotta contro la violenza della crisi sono sempre più strettamente legate nella misura in cui la crisi economico-finanziaria e la crisi internazionale tendono – in fondo classicamente – a convergere.

L’aggressione israeliana a Gaza, con la sua brutalità, riconsegna ai movimenti l’urgenza di riattivare le mobilitazioni per l’indipendenza palestinese, come del resto, in questi giorni, ed è un altro buon segno, sta avvenendo un po’ dovunque, in significativa continuità con le manifestazioni del 14N, e, insieme, di tornare a praticare le lotte contro la guerra. Ma un discorso politico e rivoluzionario sulla pace va oggi pensato e praticato in forma nuova, al di fuori di un vetusto anti-imperialismo da un lato e di un impotente discorso morale dall’altro. Abbiamo prima accennato, ad esempio, alla funzione giocata in questa fase dall’“islam politico” che, pur nella sua ovvia e profonda eterogeneità interna, si lega a una prospettiva di stabilizzazione conservatrice contro le “primavere arabe”. É sbagliato pensarlo come soggetto della tradizione anti-moderna: si attesta anzi sul tentativo di restaurare quelle coordinate della politica (Stato, rappresentanza, sovranità) entrate definitivamente in crisi. Chi ritiene i regimi dei Fratelli Musulmani o quello iraniano – e lo stesso discorso, al di là dell’islam, vale per la Siria – come alleati anche solo tattici in chiave anti-americana è preda di un pericoloso delirio, indipendentemente dalle ambivalenze e dalle opacità che attraversano le opposizioni a quei regimi. Del resto, i venti di guerra che soffiano forte sul Mediterraneo e verso il medio oriente non sono il prodotto dell’egemonia americana bensì la reazione alla sua fine, a dimostrazione che la crisi non conduce deterministicamente a uno sviluppo lineare e progressivo. Mobilitarsi contro le basi militari americane in giro per il mondo significa perciò lottare contro l’impazzimento di un sistema geopolitico che non riesce a uscire dalle proprie convulsioni. E deve essere chiaro che si può vincere solo uscendo da un piano meramente locale: il futuro del No Dal Molin, ad esempio, si gioca sulla capacità di costruzione di un movimento comune con Occupy e con le insorgenze nel Nord Africa.

Nel Novecento le guerre e le carneficine di massa hanno rappresentato una soluzione alle crisi: laddove questa assume un carattere permanente, non è più così. La proliferazione di guerre a differente scala di intensità e natura possono riempire un orizzonte segnato dalla strutturale incapacità di ricostruire una prospettiva strategica del capitale e un ciclo di accumulazione di lunga durata. A questo livello, parlare di guerra significa identificare un’asimmetria politica, cioè l’evidenza di una strutturale debolezza (l’impossibilità di governare la cooperazione sociale) di fronte alla potenza del comune. In questo senso il semplice sdegno morale è un’arma spuntata, perché le ragioni dell’opposizione alla guerra sono immediatamente incarnate negli interessi materiali della composizione del lavoro vivo. Oggi dire lotta per la pace significa infatti dire lotta per il comune, e viceversa. Partiamo da qui, e proviamo a porre questa ipotesi al centro del programma di movimento.

 

 

 

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