Lotte di classe nel default

 

di ANDREA FUMAGALLI

La crisi dei debiti sovrani europei ha portato alla ribalta termini che sino a poco tempo erano conosciuti solo agli addetti ai lavori. Tra questi, default e insolvenza sono diventate parole assai comuni anche all’interno dei movimenti sociali che hanno dato vita alle grandi manifestazioni del 15 ottobre scorso. È quindi con perfetto tempismo che DeriveApprodi pubblica la traduzione del libro di François Chesnais Le dettes illégitimes (uscito in Francia nell’estate 2011) con l’accattivante titolo: Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza (pp. 160, euro 10).
Il pamphlet di Chesnais permette di fare chiarezza sull’uso, spesso distorto, del termine insolvenza. Tale termine può essere riferito a due contesti molto diversi tra loro: quello micro e quello macroeconomico. A livello micro, l’insolvenza è una pratica illegale che viene solitamente agita in momenti di bisogno quando il flusso di reddito percepito non consente di far fronte agli impegni di pagamento per le spese correnti (mutuo o affitto, bollette, ecc.). Non si tratta di una novità. La differenza è che oggi, in un contesto di individualizzazione (del lavoro e della proprietà), a fronte dello smantellamento del pubblico, la pratica dell’insolvenza dovrebbe essere estesa a tutto il sistema economico.

La logica avvelenata della finanza
Nel secondo numero dei «Quaderni di San Precario» (http://quaderni.sanprecario.info), viene provocatoriamente sostenuto che il diritto fallimentare, in Italia pensato solo per le imprese, possa essere esteso anche agli individui precari. Non è altro che il riconoscimento di un fondamento del capitalismo, ovvero, come scrive Maurizio Lazzarato nel suo ultimo saggio (La Fabrique de l’homme endetté, Editions Amsterdam, Paris), che «a fondamento della relazione sociale, non c’è la uguaglianza (dello scambio), ma l’asimmetria del debito/credito, che precede, storicamente e teoricamente, quella della produzione e del lavoro salariato». In altre parole, l’uomo nel capitalismo è «strutturalmente» indebitato, perché solo dall’indebitamento nascono l’accumulazione e il plusvalore. La differenza, nel capitalismo proprietario contemporaneo (dove il precario deve diventare impresa individuale), è che siamo tutti indebitati. Una condizione, dunque, che va ben al di là dei bilanci in rosso delle imprese e dello Stato. Da questo punto di vista, esercitare il diritto all’insolvenza è una forma di contropotere che interviene (quando organizzata collettivamente e coscientemente) nell’ambito del rapporto di sfruttamento, puntando aa una riappropriazione, seppur indiretta, di salario e reddito. L’insolvenza individuale potrebbe così minare il «biopotere» dei mercati finanziari e cogliere il significato vero della finanziarizzazione: quello di comandare il rapporto capitale-lavoro.
Diverso è invece il contesto macroeconomico, dove di insolvenza non si parla. Si parla piuttosto di default, ovvero di (possibile) fallimento dello Stato. È necessario specificare questo punto per evitare che sorgano equivoci: una dichiarazione di fallimento, ovvero la decisione politica di non pagare parte del debito o degli interessi sul debito, implica la sua rinegoziazione e non il suo «mancato pagamento» (come avviene per il privato). Tanto è vero che i vari esempi che spesso sono citati come casi di «insolvenza» (Argentina, Equador, Islanda), in realtà non hanno portato al non pagamento del debito, ma ad una sua ristrutturazione e/o congelamento, magari a condizioni più favorevoli. Non è un caso che Chesnais nel libro in questione non citi mai il termine «insolvenza».
Il testo di Chesnais è costruito su tre capitoli con una breve conclusione. Il primo si sofferma sul ruolo sempre più pervasivo dei mercati finanziari, a partire dall’analisi teorica fornita da Marx e Keynes. Tra finanza e speculazione il nesso è inscindibile e solo «nel XX secolo il potere della finanza ha conosciuto una parentesi», in particolare tra la crisi del ’29 e il crollo del sistema di Bretton Woods nel 1971. Con lo sviluppo dei fondi pensione e i prodotti derivati si assiste a un’inversione di tendenza che ha portato l’attività speculativa «globalizzata» a essere uno dei perni dell’accumulazione di capitale. La crisi dei subprime del 2008 e la recente crisi del debito europeo ne sono la conseguenza. Si tratta quindi, secondo l’autore, di una crisi endogena del sistema economico, generata dalla stessa logica finanziaria.
Il secondo capitolo si sofferma sulla dinamica dei debiti pubblici, con particolare riferimento a quello francese. Si indaga in particolare il nesso stato-banche. La tesi (condivisibile) è che una buona parte di responsabilità dell’incremento del rapporto deficit-Pil in Francia e in altri paesi europei, sia dovuta all’intervento pubblico a favore del sistema del credito, in seguito ai rischi di fallimento di molti operatori finanziari. Si tratta di interventi a «fondo perduto», che non hanno effetti moltiplicatori come il tradizionale deficit-spending keynesiano. Inoltre, l’imposizione di politiche d’austerity pro-cicliche ha l’effetto di peggiorare tale rapporto, perché se, da un lato possono migliorare il bilancio statale, dall’altro causano pesanti effetti recessivi.

Schiacciati dalle armi
Ed è proprio partendo da tali considerazioni che nel terzo capitolo Chesnais introduce la nozione di «debito illegittimo»: «quello contratto contro gli interessi dei cittadini di uno Stato e in piena conoscenza di causa su chi siano i creditori». La questione, già posta nel 1927 dal giurista russo Alexander Sack, a proposito dei debiti pubblici delle dittature per finalità militari, acquista oggi attualità di fronte alle imposizioni della dittatura finanziaria. L’attività speculativa di oggi, volta a favorire la creazione di plusvalenze sui titoli derivati, ha creato un circolo vizioso tale da appesantire i bilanci pubblici e consentire elevati guadagni per le società finanziarie che controllano tali mercati. Ma non si tratta solo di questo. Chesnais ricorda come, nel caso greco, il debito pubblico sia aumentato in seguito ai crescenti acquisti di armi. I dati pubblicati nel rapporto 2010 del Sipri di Stoccolma dimostrano che «la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa tra il 2005-2009». L’acquisto di aerei da combattimento americani e francesi nonché di equipaggiamenti militari dalla Germania rappresenta il 38% del volume delle sue importazioni. Si è verificata così una combinazione (non nuova) tra indebitamento contratto con le banche (non a caso prevalentemente francesi e tedesche) e indebitamento con fondi di investimento originari degli stessi paesi delle industrie militari venditrici. Un caso manuale di «debito illegittimo». La situazione greca non è poi così dissimile da quelli dell’Italia, dove il ministro della difesa ha recentemente approvato l’acquisto di F-35 per un valore di 15 miliardi!

Sulle ceneri del welfare state
La proposta di Chesnais è quella di lanciare un audit sui debiti pubblici europei soggetti alla pressione speculativa. L’audit è quell’attività atta a determinare, tramite indagine, l’adeguatezza e l’aderenza dei procedimenti di spesa e di finanziamento che hanno caratterizzato l’aumento dei debiti sovrani negli ultimi anni, al fine di individuarne la quota illegittima che ha alimentato la stessa spirale debitoria. Inoltre, mette in luce l’iniquità del sistema fiscale, sempre più caratterizzato da elementi di regressività nell’imposizione. La costante riduzione delle aliquote sulle fasce di reddito più alto (dal 62% all’attuale 43% in Italia), insieme all’incremento delle imposte indirette sul consumo (oggi arrivate al 23%), hanno favorito il processo di smantellamento del welfare state e aumentato l’indebitamento delle famiglie.
L’audit sul debito pubblico diventa così lo strumento principale per supportare, a livello nazionale e a livello europeo, la richiesta di congelamento e di ristrutturazione del debito, in linea con alcune proposte già esistenti in materia. La richiesta di congelamento unilaterale di parte dei titoli di stato (di fatto un default controllato) non implica il non pagamento completo del debito ma la rinegoziazione delle condizioni della sua parziale restituzione, unitamente all’introduzione di vincoli alla loro libera circolazione, con il fine di sottrarne una parte all’attività speculativa (http://uninomade.org/prove-conclamate-di-dittatura-finanziaria/).
Da questo punto di vista, la denuncia del debito illegittimo e interventi ad hoc sui mercati dei capitali vanno di pari passo. E, come sottolinea Chesnais, «una tale campagna non può essere condotta “per delega”. Il popolo greco non può portarla avanti da solo per conto di altri cittadini d’Europa». Nonostante lo scetticismo di Chesnais sull’euro, è l’Europa, e non gli stati-nazioni oramai in disarmo, a rappresentare il terreno di battaglia.

* Pubblicato su “il manifesto”, 16 dicembre 2011

 

 

 

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