L’uomo impresa

 

di MARCO SILVESTRI

Alla fine degli anni ‘50, Salvatore Satta – sulla scorta di chi come Allorio sottolineava l’inessenzialità, nel sistema, del concetto di diritto soggettivo (Problemi del diritto, I, 9, nt.7) – risolveva il diritto soggettivo nell’azione. Egli affermava che “in rerum natura non esistono diritti soggettivi, esistono interessi che sorgono da determinati fatti e che, in quanto la legge li riconosca e garantisca noi chiamiamo diritti”. E proseguiva “la concezione dualistica (diritto soggettivo-azione) parte in sostanza dell’idea di un ordinamento costituito da un complesso di norme che regolano tutta la vita associata. La forza di quest’idea è tanto grande che la si scambia per un’obbiettiva realtà (il diritto obbiettivo, appunto): e a questa obbiettiva realtà si fa corrispondere un’altra idea non meno scambiata per obbiettiva realtà, che è il diritto soggettivo. E’ come si vede un lavorio di astrazione che ha i suoi pregi, ma che dimentica una cosa sola: che il diritto vive nel concreto, è, anzi, il concreto stesso e pertanto la norma è ordinamento soltanto in quanto effettivamente si stabilisca, cioè la realtà si componga in un certo ordine che costituisce la sua interiore norma. Allo stesso modo è tale ed esiste come tale soltanto in quanto ci sia quell’ordine, nel concreto: ed è chiaro anzi che diritto soggettivo e diritto oggettivo sono una cosa sola perché l’ordine non si realizza se non nei soggetti e nelle situazioni particolari dei soggetti che sono la componente e insieme la risultanza dell’ordine”. Ciò detto, anche la riduzione ad unità sostanziale dei due termini diritto-azione appare a Satta del tutto superflua di fronte all’analisi del rapporto fra soggetto e ordinamento, e quindi tra azione e ordinamento: “ questo rapporto è tale che l’azione non può essere definita altro che come azione: cioè non come diritto e nemmeno come potere che sono sempre astrazioni, ma come effettivo e concreto postulare l’ordinamento giuridico in proprio favore, in definitiva come FATTO” (Satta, diritto processuale civile, 99).

Si trascuri la pratica applicazione che di questi principi l’autore fece nei suoi articoli sul “Gazzettino” difendendo la sacralità del matrimonio o la cupa visione della lotta di classe che le pagine finali de “il giorno del giudizio” assimilano al taglio di alberi; il concetto rivoluzionario (non è affermazione simbolica) è la ricomposizione del diritto nel fatto, della rivendicazione “ordinata” (istituita) quale azione (processo).

Negli stessi anni e sempre sullo stesso problema, Orestano affermava che “il problema del diritto soggettivo si risolve nella sua storia” poiché “non solo non si può costruire un concetto generale di diritto soggettivo ma neppure si può affermare che per ciascun ordinamento vi debba essere un corrispondente concetto di diritto soggetto (diritti soggettivi e diritti senza soggetto, in Ius, 1960, 11).

Sono passati cinquant’anni e ancora qualcuno oppone “l’ambiguità” della posizione e ne propone il superamento “riflettendo sul termine polisenso di diritto soggettivo e contrapponendo ad un significato generico, equivalente a quello di pretesa, un significato tecnico giuridico del termine, utilizzabile nella pratica operativa di un sistema giuridico dato “(Ennio Russo, il concetto di diritto soggettivo, in supplemento annuale a rivista di diritto civile, 2008, pg. 1 ss).

 

Avrebbe affermato Tino Scotti in una celebre pubblicità di qualche anno fa “Falqui, basta la parola”. Sorvoliamo il fatto che si trattava di un lassativo, lo sforzo è evidente; per salvare un concetto inutile in sè ma cardine del comando capitalistico se ne annulla il senso perpetuando l’oppressione, che all’applicazione concreta del concetto consegue.

Nella sopravvivenza del termine, pur svincolato da ogni pretesa sistemica, persiste l’utilizzo dello stesso nella “pratica operativa”.

La vita che scorre nell’esercizio dell’azione è mummificata nella consacrazione di un diritto che la vita nega, e quindi pronta ad essere messa a valore (un pò come le aree industriali dismesse).

Il tema è capovolto, non è più l’attore a postulare l’ordinamento (così ponendolo) ma l’elemento gestionale a realizzare l’attore.

 

La proprietà privata, sacra ed inviolabile non solo nel code civil ma anche nelle menti dei nostri giudici costituzionali (si vedano le mirabili acrobazie della corte costituzionale per annichilire la cd. funzione sociale attribuita, pur insensatamente, alla proprietà dai Napolitano di tutte le epoche), non si sottrae all’usura che affligge il concetto di diritto soggettivo.

Anche la proprietà privata è stata nel corso degli anni aggredita dal proprio artefice e disarticolata sino a scomparire.

Si veda la miseranda fine del dogma della tassatività del numero dei diritti reali, fatto carne di porco per potere vendere in multiproprietà qualche miniappartamento alle Azzorre o a Madonna di Campiglio.

Di proprietà non c’è più bisogno, non serve al capitale (di cui fu ostaggio per duecento anni) non serve alla moltitudine.

Eppure di proprietà si discute, alcuni la pretendono, molti la invocano.

Anche qui la soluzione salvifica sta nel trattenere il nome, assumerne aprioristicamente l’esistenza privandola di ogni connotato determinativo, di ogni forza costitutiva.

Moccia (riflessioni sull’idea di proprietà, in Studi in onore di Antonio Palazzo, diritto privato, III, 597) procedendo correttamente dalla considerazione che “mentre nel frattempo, la solida base di cose materiali su cui erano costruite tanto la proprietà comune (a chi?, ndr) quanto quella individuale e borghese, al pari di quella socialista si veniva sempre più sgretolando per rapporto a una nuova economia di mercato, dove le principali merci divenivano le idee stesse, oggetto di un’altra forma proprietaria ancora, la proprietà intellettuale, che pure aveva però una connessione con un qualche supporto fisico. A sua volta insidiata -questa forma originaria e per così dire classica di proprietà intellettuale- da vicende legate ai progressi tecnico scientifici che ne hanno segnalato un’ulteriore trasformazione nel contesto del mondo informatico. Senza considerare, inoltre, le tante e diverse forme di proprietà speciale” (come lo slalom!?!, ndr) rileva come “il dato più cospicuo che emerge, consiste dunque nella capacità di dilatazione degli usi del nome e del concetto di proprietà”.

Lo sforzo non è più teso a costituire un sistema ordinato e unificante come fu per Windscheid e soci, ora si cerca di ridurre ad uno termini “polisenso” (ma quali?) per salvare il culo al capitale.

La persistenza della proprietà non è nella capacità di dilatare il proprio nome atteggiandolo a  seconda dei modi e dei tempi ma nel tentativo (per molto tempo andato a buon fine) di conservare, con il nome, l’idoneità del concetto a catturare la vita ad escludere “alios” da qualcosa, che però a differenza del passato non sono i terzi (estranei) bensì il soggetto generatore del bene da espropriarsi.

La proprietà liberale vive ormai nel pensiero di qualche oste bergamasco che è stato rapinato nel “suo” bar, e dei possessori (qui l’essenza proprietaria è già perduta) di autoveicoli allorché rubati. Ma tutto si ferma davanti alle telecamere dei TG locali.

La proprietà privata si è dissolta, derelitta dal capitale (e non è inutile ricordare che le res derelictae potevano essere apprese da chiunque).

 

Non si deve pensare che la captazione si dia attraverso la privatizzazione, l’attribuzione ad uno specifico soggetto della signoria sul bene. Il momento dell’espropriazione della vita e dei saperi è l’unico rilevante, il flusso (che non deve cessare) non ha un destinatario preciso ed individuato (Chisum ha perso le sue praterie che ora si difendono da sole, magari grazie ai “monti”).

C’è sempre chi pone recinti (giuridici o fattuali), è mutato il beneficiario.

Soprattutto è il diverso oggetto dell’apprensione che rende irrilevante l’individualità del beneficiato.

Viene meno anzitutto la materialità dell’elemento captato, tanto che è travolto il concetto stesso di bene (tutto è ormai suscettibile di valutazione economica) e parlare di “bene” comune (al di fuori di scene romantiche à la muccino) è inutile se non reazionario.

Se l’acqua si riconosce quale “bene” la si “privatizza” proprio nel momento in cui se ne auspica la liberazione da vincoli. Si è dematerializzata la ricchezza, i titoli di credito hanno perso ogni riferimento al “sottostante”, le cartolarizzazione dei medesimi crediti si sussegue senza più sapere neppure chi sia l’attuale titolare, eppure c’è chi emette obbligazioni garantite dal credito originario (e chi le compra). Il gioco in borsa (tale ritenuto nel codice di commercio) opta per la rinuncia alla proprietà, traendo rendita dalla sola scommessa sulle variazioni di prezzo di valori che non si detengono, ne mai si deterranno.

 

Lo smantellamento del concetto di proprietà, la tendenza ad estrarre utilità dalle cose prescindendo dalla proprietà, realizzando rendita dal solo transito della ricchezza ha mutato il senso dell’impresa.

Non si tratta soltanto del problema della proprietà “del complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa” (che pure si vedrà è un problema, ancorché conseguente) e non è problema delle sole “corporation” (chissà perché se si usa l’inglese, sembrano ancora più grandi).

Scherzando con il codice, si potrebbe assumere che l’azienda è l’insieme dei beni (di chi non importa) organizzati dall’imprenditore (minimo o enorme che sia) affinché ci si convinca che l’impresa esiste e soprattutto produce (produzione che a ben vedere, ove esistesse neppure servirebbe).

L’uomo impresa ne è la forma più perfezionata.

Questi si auto-organizza e modellandosi attraverso il debito valorizza le utilità che produce.

Si badi, come utilità non vanno intesi i “prodotti” materiali (i beni) dell’impresa-uomo, ma l’insieme di saperi, conoscenze che egli pone in comune nella relazione tra imprese-uomo e di cui “consente” l’apprensione attraverso l’indebitamento.

Il procedimento potrebbe dare adito a qualche dubbio:

*l’uomo impresa “prende a nolo” i beni strumentali all’esercizio dell’attività da società che già sanno che non potrà mai né pagarle né riscattarle.

*l’uomo impresa chiede in prestito i denari per sopravvivere;

*l’uomo impresa non produce reddito;

*l’uomo impresa non crea ricchezza nel senso tradizionale, non assume dipendenti (e se sì non li paga).

 

Dall’avvento del capitalismo cognitivo e finanziario non (solo) “è derivata una modifica se non della definizione, almeno della percezione di ciò che costituisce la proprietà privata dei mezzi di produzione e i diritti ai quali i proprietari azionisti possono aspirare” (Chesnais, le forme di appropriazione del cognitivo a beneficio del capitalismo finanziario) ma la fine stessa della proprietà privata (che va intesa nell’unico senso possibile, quello di signoria assoluta sul bene, altrimenti il gioco non regge).

La rendita finanziaria non necessita di beni di cui appropriarsi, vincolare i beni ad un soggetto specifico, il proprietario, che si rivela anzi un ostacolo alla libera circolazione del nulla.

L’appropriazione non passa più per la recinzione, corre sul filo del debito (e non è un caso che neppure l’indebitato -stato o privato che sia- sappia chi è il creditore).

La prima mossa di Monti è stata di offrire a Goldmann Sachs oltre 6 mijardi di euro in ragione di contratti che qualsiasi giudice (non solo a Berlino ma anche -e soprattutto- a Mantova e Trani avrebbe posto nel nulla).

Di questo debito, nato quale “garanzia” nessuno sapeva nulla eppure è stato pagato, mentre i creditori (imprese) dello stato non vengono pagati pur avendo fornito merci e prestazioni certe ed incontestate.

 

A ben vedere, anche l’impresa nella forma attuale è altra rispetto a quella tradizionale; anche l’uomo impresa è differente dall’uomo tradizionale: vive nel debito e per il debito. Ogni riferimento alla produzione è escluso.

Pensate alle grandi opere, non si faranno mai, nè si vuole farle. Basta un progetto e partono gli anticipi e poi le penali e poi i risarcimenti. Credete che le imprese aggiudicatrici (se mai ci sarà gara e poi aggiudicazione) abbiano la capacità imprenditoriale per effettuare i lavori appaltati dai Comuni? Ma se non esistono i mezzi organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa allora non esiste l’azienda, e l’imprenditore è ancora tale, o mero riferimento per la gestione del debito?

 

Peraltro, l’uomo impresa, come diceva quel tale è una merda al vento, ma una merda che pensa.

La funzione dell’uomo impresa è di esistere. La sua vita è produzione di ricchezza che viene captata attraverso l’indebitamento. Il capitale deve permettere, quindi, all’uomo impresa di vivere pena la rottura del ciclo di accumulazione che sempre si rinnova.

Come uscirne?

Non certo ritornando con il pensiero a ciminiere fumanti o a morigerati operai che sobriamente vivono la propria miseria addolcita dalla gita domenicale sulla 127.

Nè auspicare decrescite che colpirebbero, sempre e comunque, chi già è poco cresciuto.

Tantomeno insistere sui beni comuni quali entità sentimentali o esistenti in natura e da sottoporre a gestione statale o di authority in balia del partito degli assessori.

Si deve partire da quello che siamo, uomini impresa indebitati annegati nel capitale-sola (alla romana): occorre procedere dal concreto e renderlo norma ponendo nell’ordinamento -in quanto effettivamente si stabilisca- l’unica realtà e quindi l’uomo impresa; l’uomo impresa che si fa moltitudine dovrà comporre un certo ordine che costituirà la sua interiore norma.

 

 

 

 

 

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