Necropolitica del biopotere e gestione comune di salute e territorio

 

di CARLO ROMAGNOLI

L’ottimo notiziario online dell’Associazione Italiana di Epidemiologia che documenta, tra l’altro, sia la serietà della perizia  epidemiologica condotta a Taranto, sia il ruolo insostituibile svolto dai comitati territoriali, svela, con una nettezza nella presa di posizione che mancava dai tempi di Giulio Alberto Maccacaro,  gli effetti delle pratiche necropolitiche del cui da luogo l’alleanza tra capitale e lavoro in Italia insieme alla crescente indisponibilità a dare loro copertura “scientifica”.

Le dimensioni dei danni e dei rischi per la salute verificatisi a Taranto ci dicono che li si è compiuta per anni ed  è ancora in atto una strage; che questa strage è stata possibile grazie al silenzio ed alle omissioni di chi era pagato per prevenirla ed alla messa in campo di dispositivi di governance che hanno espulso gli esposti ( cioè  coloro che subiscono il danno dell’essere esposti ad un rischio evitabile- che nel caso di Taranto approssimano benissimo il 99% della popolazione ) dalla possibilità di definire  le politiche dei servizi di prevenzione per sostituirli con i “portatori di interesse “ dell’industria, della finanza,  dei sindacati, delle forze politiche insediate nei vari livelli istituzionali, delle burocrazie amministrative di Asl e ARPA e Ministero dell’Ambiente, tutti d’accordo sul fatto che la continuità dello sfruttamento sia prioritaria  rispetto alla vita delle moltitudini.

Nella crisi globale, quel  biopotere  che Foucault ha prefigurato come una strategia (senza stratega!) fondata sul diritto di “far vivere e lasciar morire” cambia di segno e sotto il comando del biocapitalismo torna ad esercitare il diritto, prerogativa di un potere sovrano che si voleva superato, “di far morire e lasciar vivere”.  La biopolitica del biocapitalismo coincide sempre di più con il suo inverso (necropolitica, tanatopolitica ) come emerge dalla indifferenza agli effetti che sulla salute della moltitudine hanno, per l’1% che beneficia della rendita  il cambiamento climatico, l’aumento dei prezzi degli alimenti base per effetto dei prelievi  effettuati nelle borse, gli incidenti di Fukushima e del golfo del Messico e così via, fino alla eliminazione diretta di chi protesta contro un salario da fame come in Sudafrica, o alla distruzione della qualità della vita come portato di una esistenza precaria.

Esercitare il diritto di far morire, ecco cosa rivendicano nella pratica tutti coloro che in nome della continuità della produzione  manovrano per lasciare – a Taranto come altrove – gli esposti in balia delle esposizioni.

Ecco allora che tocca a noi fare biopolitica in senso proprio,  cioè affermare, insorgendo e attivando la gestione comune di salute  e territorio, il potere della nostra vita a resistere alla necropolitica ed a produrre dispostivi antagonisti al  biocapitalismo.

In Umbria, la Coalizione “Come democratizzare il nostro servizio sanitario?” nata per contrastare l’uso privato del servizio sanitario da parte dei partiti politici (nel 2010 in Italia almeno 6 assessori regionali  su 21 – bypartisan – si sono dovuti dimettere per tale motivo) sta lavorando per dare concretezza alla gestione comune della sanità; le inchieste e le assemblee realizzate hanno individuato nella attivazione di un sistema di finanziamento che dia potere alle collettività territoriali, un  dispositivo importante ( certo, mancano sempre quelli da attivare a livello globale e di Unione Europea, per far fronte alle globopatie  sopra ricordati)  per soggettivare chi risiede nei territori e metterlo in condizione di avere voce in capitolo sullo svolgimento dei programmi di prevenzione ( non  solo quelli certo, come proponiamo più avanti),  sulla qualità e soprattutto sui risultati da questi prodotti.

L’osservazione nasce dalla constatazione che, pur prevedendo il finanziamento del servizio sanitario la attribuzione di una quota  pro capite per ogni cittadino pari a circa 2600 € all’anno ( prima dei tagli!), questi soldi, che provengono per lo più dalla fiscalità generale ( e quindi dalla ricchezza  prodotta in comune) e servono per promuovere la nostra salute e garantirci l’assistenza sanitaria in caso di malattia,  vengono gestiti da una serie di soggetti  che, come nel caso di Taranto, hanno molto a che fare con i portatori di interessi e nulla a  che fare con gli esposti e gli assisiti.

Il dato saliente su cui noi abbiamo riflettuto consiste nel fatto che il procedimento di assegnazione vede l’intervento, in sede di ripartizione nazionale, regionale, dei rappresentanti dei partiti e dei tecnici da loro cooptati in quanto affidabili ed in sede di azienda sanitaria,  delle burocrazie e dei professionisti, mai della popolazione cui sono destinati i servizi; anche nelle fasi di programmazione, quando vengono scelte le priorità, ancora una volta troviamo rappresentanti dei partiti e dei sindacati, burocrazie aziendali e professionisti, mai i cittadini o nel caso dei servizi di prevenzione, gli esposti a  rischio.

Dunque l’attuale sistema di finanziamento non solo non prevede alcun ruolo di assistiti ed esposti, ma ne esclude completamente l’intervento, un po’ come avviene nel caso dell’istituto giuridico dell’interdizione, in cui vista la attestata incapacità di intendere e di volere, l’uso del patrimonio viene inibito al soggetto interdetto, mentre la gestione dei suoi beni passa ad un tutore.

Ora, secondo noi, per venire fuori da questa buco nero dell’interdizione in cui è andato a finire chi si è affidato ai meccanismi della delega, per prima cosa dobbiamo smetterla di fidarci del fatto che altri meglio di noi possano prendersi cura della nostra salute e   impostare le cose in modo da mantenerci autonomi  e poter sempre verificare, dato che  “il terreno più risolutivo dell’azione politica è quello su cui si svolgono le lotte per il controllo o per l’autonomia della produzione di soggettività”.

Su questa base noi riteniamo che una battaglia volta a modificare l’attuale sistema di  finanziamento della sanità, possa rappresentare l’ossatura di un nuovo modello per la gestione comune della sanità in quanto teso a:

- garantire equità nella distribuzione delle risorse, dando di più a chi sta peggio;

- dare potere responsabilizzare la collettività che vivono sui territori rispetto all’uso appropriato delle risorse, sia che vadano a servizi territoriali  che a servizi integrativi con sede extraterritoriale, come poliambulatori,  laboratori, ospedali, cliniche universitarie o fornitori esterni convenzionati.

Pertanto, se si definiscono delle aree territoriali che convergono in un “distretto” sulla base di caratteristiche demografico epidemiologiche, socio-economiche e storico culturali, si ottiene:

1)  una allocazione delle risorse tanto equa quanto appropriata e responsabilizzante per tutto il sistema:

- assegnando al distretto il totale delle quote capitarie spettanti a ciascun residente, consistente nell’intera quota procapite assegnata al SSR, opportunamente pesata per i principali fattori che determinano l’uso dei servizi (demografia, epidemiologia, accessibilità, ecc);

- ripartendo, su percentuali di riferimento stabilite, delle quote di risorse per:

  1. i servizi di prevenzione e di assistenza territoriali ( es.: valore minimo pari al 51%)
  2. la funzione ospedaliera  destinata al territorio, alla emergenza urgenza ed alle alte specialità finanziando le funzioni ospedaliere  sulla base di un “global budget” (spesa storica, fattori epidemiologici e demografici, ecc.)  in modo da non rendere conveniente per l’erogatore di tali servizi sovra diagnosi, sovra trattamenti e l’indifferenza verso prevenzione secondaria e percorsi assistenziali integrati con il territorio, effetti del vigente sistema a tariffa, dove paga la malattia (più cittadini malati e gravi, più soldi all’ospedale!);
  3. le funzioni che ha senso assegnare ad un livello centrale (es.: diagnostica strumentale e di laboratorio, gestione personale, beni e servizi,  funzioni di staff (formazione, epidemiologia, qualità, controllo di gestione, ecc) , negoziazione fornitori esterni,

2)    la trasformazione del distretto, per effetto della presenza organizzata dai cittadini nei passaggi centrali almeno della programmazione e valutazione (Comitati per la gestioen comune della salute), in un primo prototipo di “istituzione del comune” e in un presidio in cui il territorio e chi ci vive può riconquistare potere a partire  dalla autonoma determinazione della attività di promozione della salute e di prevenzione, nonché di uno svolgimento accessibile ed appropriato ai contesti locali dei processi di assistenza socio sanitaria , L’insistenza che poniamo nel descrivere non solo gli interventi preventivi ma il funzionamento possibile dell’intero sistema socio sanitario territoriale deriva dalle necessità di pensare gli interventi di potenziamento dell’autonomia territoriale in termini globali. Nel caso del quartiere Tamburi di Taranto emergono con tutta  evidenza i problemi legati anche alla necessità di non delegare le scelte urbanistiche alla rendita, un altro aspetto su cui la assegnazione di potere a chi vive sul territorio appare come un passaggio che non può più essere delegato ai livelli istituzionali  e che va affrontato da subito con l’attivazione di potere istituente.

In tal modo:

-       la responsabilità politica di come spendere i soldi destinati alla salute e soprattutto di chiedere conto della qualità dei servizi e dei risultati ottenuti dagli interventi in cui sono stati investite le risorse va a cittadini ed esposti, disarticolando governance, usi privati del comune e necropolitiche varie e pulendo il campo dai bavosi portatori di interesse;

-       i finanziamenti ai vari livelli dei servizi sono assicurati ma questi si vedono costretti a tenere conto dei bisogni di salute e di assistenza  di esposti e cittadini, contrariamente da quanto avviene oggi;

-        la collettività, beneficiaria ultima del servizi, è  responsabilizzata rispetto all’uso, dovunque  realizzato, delle sue risorse;

-       si creano i presupposti per contrastare il “furto” del comune (o uso privato che dir si voglia) tramite le verifiche indipendenti operate dalle collettività .

Certo si tratta di avere la forza per modificare l’assetto attuale di distribuzione dei soldi ( non è affatto scontato che forze politiche e burocrati mollino l’osso), ma da qualche parte bisogna pur cominciare ad attivare  la gestione comune ed a vedere se funziona e come può essere migliorato.

Situazioni di esercizio necropolitico della governance sono diffuse in molte zone di Italia (http://buco1996.wordpress.com/2012/08/16/riflessione-le-altre-taranto-ditalia-ecco-lo-studio-dellistituto-superiore-di-sanita/ ) come documenta uno  studio dell’Istituto Superiore di Sanità (i cui tecnici non sono stati chiamati  dal GIP di Taranto a far parte del gruppo di epidemiologi che hanno redatto la stima dei danni e dei rischi, forse proprio per l’internità a tale tipo di governance), il che rafforza a nostro avviso la necessità di sviluppare proposte che sovvertano lo status quo.

 

 

 

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