La razza al lavoro. Note su razzismo e antirazzismo in Italia

 

di ANNA CURCIO e MIGUEL MELLINO

Cosa succede quando il razzismo o atteggiamenti razzisti sono ricondotti alla logica di altri fenomeni e azioni sociali? Più precisamente, cosa accade quando esplicite pratiche razziste (compresi pestaggi e uccisioni) vengono smontate e tradotte nei discorsi di forze sociali,  media e politica mainstream come problemi economici e di criminalità o come questioni legate al lavoro, l’abitazione, le migrazioni, l’identità? I numerosi episodi di intolleranza che oggi in Italia interessano quotidianamente i migranti (e soprattutto musulmani, zingari e rumeni) quasi mai sono riconosciuti nella  sfera pubblica come frutto di un atteggiamento razzista o di un razzismo popolare.

(…) Questo é a nostro parere il più ovvio sintomo della crescente razzializzazione della società italiana poiché non é difficile sostenere che questa accurata rimozione ci parli del contrario: oggi in Italia la maggior parte del conflitti sociali, specialmente nel quadro della crisi economica globale, si esprimono solo in termini razziali. In altre parole la nostra idea é che la forclusione della razza nella dibattito pubblico in Italia – strettamente legata alla storica incapacità di elaborare il passato fascista – (Mitscherlicht 1984; si veda anche Mellino 2006) (…) – non é altro che il necessario supplemento alla crescente razzializzazione dello spazio sociale italiano, ovvero un complesso di interpellazioni “attraverso cui i significati della razza sono collegati a particolari istanze – spesso trattati come problemi sociali – o in cui la razza appare o spesso é il fattore centrale del modo in cui sono definiti e compresi ” (Cfr Murji, Solomos 2005: 3). Quello che vogliamo sottolineare é che data le particolari configurazioni storiche del processo di costruzione della nazione (…), più diventa evidente la materiale costituzione razziale della società italiana tanto più violenta sarà la sua forclusione discorsiva sia all’intero che all’esterno del campo istituzionale. Allora sulla scena italiana, la razza potrebbe emergere come significante fondamentale ovvero come “operatore” di significato sociale, pratica e soggettività solo attraverso: a) la “violenza implosiva” generata da episodi di “ansietà etnica punitiva” (si veda Appadurai 2001) come quelli descritti sopra, determinati da quello che può essere definito (seguendo il concetto lacaniano di forclusione) come “deliri e allucinazioni razziali collettive”; o, alternativamente, b) attraverso la pressione politica o le enunciazioni degli outsiders. Noi pensiamo che questa sia una caratteristica centrale del razzismo italiano contemporaneo.

Sfida aperta al razzismo contemporaneo

Non é casuale che proponiamo i termini “razza” e “razzializzazione” per sfidare le interpellazioni del razzismo contemporaneo in Italia. Questi termini sono pressoché assenti dal lessico degli studi sociali, storici, culturali e politici in Italia, ed incontrano forti resistenze nei discorsi delle differenti voci del movimento anti-razzista italiano. Pensiamo dunque che sia giunto il momento chw il dibattito antirazzista italiano si arricchisca e si complichi introducendo le nozioni di “razza” e “razzializzazione” nella sua agenda (…).

Metamorfosi del razzismo in Italia

Anche all’interno del movimento antirazzista, la crescita di un razzismo italiano é spesso intesa come la risposta xenofoba allo sviluppo delle migrazioni internazionali contemporanee. Questo assunto é chiaramente fuorviante poiché tralascia una parte significativa della storia italiana che é caratteristica costituente del processo storico di costruzione della nazione: ovvero il razzismo istituzionale e popolare verso i meridionali. (…) Il razzismo anti-meridionali, cavallo di battaglia del discorso politico della Lega nord fino agli anni Ottanta, appare oggi ad un livello latente piuttosto che manifesto.  Ciononostante é nostra convinzione che tale declinazione del razzismo abbia fratturato lo spazio nazionale italiano sin dalla nascita della nazione nel 1861, preparando il terreno per la razzializzazione delle migrazioni internazionali di oggi. Infatti, non é possibile comprendere il migrante postcoloniale come espressione chiave del significante della razza senza tenere in considerazione la costruzione culturale, politica ed economica – e dunque il loro ruolo all’interno della storia del capitalismo italiano – dei suoi principali antenati: il meridionale, l’altro coloniale (durante il primo periodo liberale e poi durante il fascismo), l’ebreo (nel tardo periodo fascista) e i migranti dal sud Italia (nel secondo dopoguerra).

Non vogliamo con questo suggerire nessuna semplicistica continuità lineare di modelli razzisti e razziali attraverso le differenti fasi storiche. Il nostro punto é piuttosto l’opposto: poiché le discriminazioni razziali in Italia hanno storicamente interessato differenti tipi di persone e gruppi sociali, descrivendo uno scenario che muta storicamente, suggeriamo di considerare il razzismo non come fenomeno fisso, strettamente legato a bisogni ideologici culturali, ontologici e psicologi ne’ come un “vizio ancestrale”. Il razzismo é per noi strettamente connesso ai rapporti di produzione e alle loro trasformazioni, e descrive la sua principale “linfa necropoltica” – recuperando qui la famosa espressione di Achille Mbembe (2005) –per i cambiamenti, le rotture e crisi nell’organizzazione sociale e politica. Tuttavia, concentrarsi sulla necessaria connessione tra processi di razzializzazione e rapporti di produzione non richiede un punto di vista deterministico, oggettivistico o economicista, al contrario può darci la possibilità di ripensare i rapporti di produzione a partire dal processo di razzializzazione ed insistere sulla la loro inevitabile “articolazione” (Hall 1980)  o la “sempre complessa imbricazione” (Rattansi 2002) nel contesto sociale capitalistico (si veda anche Curcio 2010). Seguendo Marx, si tratta di analizzare il capitale come relazione sociale.

(…) Oggi il processo di razzializzazione in Itala deve essere considerato come parte costitutiva di un più largo esempio di governance locale postcoloniale orientata alla gestione delle principali trasformazioni politiche ed economiche degli ultimi vent’anni (la così detta transizione dal fordismo al postfordismo). Si tratta della riorganizzazione dell’intero tessuto sociale come esito dei processi di globalizzazione, delle ormai inarrestabili migrazioni e dell’irriducibile mobilità del lavoro. Ma anche come effetto delle lotte anticoloniali e delle enunciazioni del femminismo che hanno rimodellato il mercato del lavoro e le relazioni sociali dal 1970 in avanti.

Razzializzazione e (contro)politica della memoria

(…) Con razzializzazione intendiamo le ricadute sociali di una molteplicità di pratiche istituzionali e non istituzionali e di discorsi, orientati alla rappresentazione gerarchizzata di differenze fisiche e culturali, reali e immaginarie e dunque al disciplinamento delle relazioni materiali intersoggettive. Più precisamente pensiamo che il concetto di razzializzazione, altamente impregnato dell’inquietante retaggio del discorso coloniale e imperiale sulla razza, sia più adeguato di altri concetti “più neutri” (come etnicizzazione o multiculturalismo) a descrivere processi concreti. I processi economici e culturali di essenzializzazione, discriminazione, inferiorizzazione, segregazione, ovvero di violenza materiale  e simbolica, a cui alcuni gruppi oggi in Italia e in Europa sono sottomessi. Inoltre nello specifico scenario italiano, data la forclusione nella sfera pubblica del coinvolgimento storico della nazione nella costruzione del moderno racial thinking occidentale (per esempio la celebrata “culla del Rinascimento e della cultura umanistica europea”), la razzializzazione può funzionare come potente significante capace di rievocare l’eredità coloniale nel processo di costruzione della nazione e le sue narrazioni e auto-identificazioni culturalmente egemoniche. Più precisamente, in termini lacaniani, nominare le interpellazioni del razzismo contemporaneo in Italia (attraverso le lotte politiche e le pratiche teoriche) a partire dai significanti di razza e razzalizzazione richiama inevitabilmente una estremamente scomoda “contro-politica della memoria” da articolare contro quello che possiamo chiamare la presunta organizzazione naturale degli “operatori” di significato e delle loro regole (Aleman 2003: 55). Riassumendo é solo assumendo la razza come discorso centrale e dunque come un significante politico aperto e modificabile, come un tipo di “surplus” o “gap” politico (Rancière 2007), che diventa possibile riconoscere la composizione di classe del capitalismo italiano oggi e le sue principali forme di ricomposizione politica – ovvero le pratiche e i movimenti di soggettivazione anti-stituzionale degli ultimi anni (le lotte di migranti, studenti, lavoratori precari e cognitivi) che non sono semplicemente orientati ad un qualche tipo di “identity politics” bensì alla produzione del comune (Hard, Negri 2010).

(…) Oggi in Italia le interpellazioni razziste – e lo sviluppo di governi e società populisti e securitari – devono essere interrogate come la risposta  al crescente disordine prodotto dalla deregolamentazione neoliberista e dalla trasformazione della società negli ultimi vent’anni nonché, più di recente, dalla sempre più grave crisi economica globale. Seguendo il principale argomento di Michel Foucault in Bisogna difendere la società (1998), con razzismo (e razzializzazione) non intendiamo qui semplicemente “una sorta di operazione ideologica attraverso cui gli stati, o una classe, tenterebbero di volgere verso un avversario mitico le ostilità che altrimenti sarebbero rivolte verso [di loro], o che potrebbero attraversare e perturbare il corpo sociale” (p. 223). Dal nostro punto di vista, appare evidente che il razzismo contemporaneo in Italia non può essere considerato come l’effetto di “costruzioni politiche superficiali” o come il risultato di “un mero inganno ideologico”, il razzismo possiamo dire con le parole di Fanon é sempre “violenza materiale e esercizio d dominio” (Fanon 2006), o ritornando a David Roediger e Michel Fucault, [quel processo che] sostiene una “specifica tecnologia di governo” che ha le sue radici politiche nella nascita del capitalismo come sistema (coloniale) mondiale e dunque nella configurazione dei “moderni dispositivi di biopotere”.

Va da se che oggi le interpellazioni del razzismo in Italia hanno come obiettivo non solo il consolidamento di quegli stati di eccezione permanente (o di nuda vita, secondo la popolare definizione di Agamben) sempre indispensabile alla violenta auto definizione della comunità politica nazionale (come sostengono molti discepoli di Giorgio Agambe nel campo degli studi sulle migrazioni), ma anche la “inclusione differenziale” del lavoro migrante nel mercato del lavoro nazionale. É chiaro che tale segmentazione del mercato del lavoro supporta e rinforza la razzializzazione dello spazio sociale e urbano così come “pratiche di governo” completamente impregnate da discorsi populisti e securitari. Detto altrimenti le pratiche di inclusione differenziale del lavoro migrante comportano una “gestione razziale e securitaria” di migrazioni, popolazione nazionale e cittadinanza e mobilitano la differenza culturale, di genere e razza solo per favorire la valorizzazione capitalistica. Occorre tuttavia ripetere, per non ridurre la razzializzazione alla segmentazione del mercato del lavoro, che ciò che rende possibile la costituzione materiale del “management razziale” come risposta politica alla crisi capitalistica é precisamente la “politica della memoria”: la codificazione e stratificazione culturale di colonialismo, schiavitù e imperialismo ma anche delle lotte anti-coloniali contro la gerarchizzazione razziale, nelle tecnologie dell’identità nazionale. Infatti é possibile affermare che la “politica della memoria” nazionale, funziona sempre come (principale) “l’abito dell’egemonia” (Alemàn 2003: 55).

* Estratti da Race at Work. Rise and Challenge of Italian Racism, in Darkmatter Journal, 6, 2010. http://www.darkmatter101.org/site/2010/10/10/editorial-race-at-work-the-rise-and-challenge-of-italian-racism/

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