Note sull’insurrezione del Wisconsin

 

di FRANCO BARCHIESI

“Se ci fottete, ci moltiplichiamo”, stava scritto su uno degli striscioni nelle mani di centinaia di dimostranti che, per tutta la seconda metà di Febbraio, hanno occupato virtualmente senza interruzioni il Campidoglio di Madison, sede del governo dello stato del Wisconsin. Si trattava di una dimostrazione alquanto inconsueta di dissenso da parte di una sinistra dello spettro politico americano che, nel mondo del dopo-11 Settembre e delle aspettative deluse dall’amministrazione Obama, si è riallineata su posizioni moderate e “responsabili”, o si è semplicemente accodata ad un discorso politico che ammette soltanto patriottismo, diritti individuali liberal-democratici e la difesa del “sogno americano” come basi legittime di opposizione.

Tuttavia, le vaste dimostrazioni contro il bilancio dello stato e la legislazione liberticida del governo di ultra-destra del Wisconsin presentavano caratteri distintamente innovatori. Andavano infatti a costituire il primo esempio di mobilitazione di massa, visibile su scala nazionale, esplicitamente diretta contro il potere aziendale e le sue rappresentanze istituzionali dall’inizio dell’attuale crisi economica, laddove l’interesse pubblico è altrimenti soprattutto andato verso movimenti di destra quali il “Tea Party”, che rimproverano immaginari nemici antiamericani e cospirazioni socialiste per i mali del paese.

A catalizzare l’insurrezione del Wisconsin è stato il governatore Scott Walker, un falco repubblicano ferocemente filo-imprenditoriale eletto nel Novembre 2010 con una maggioranza del 52 per cento, in un ciclo elettorale segnato da un’ondata nazionale di delusione e disgusto collettivi nei confronti della risposta dell’amministrazione Obama al collasso sociale ed economico. Nonostante le speranze sollevate dalle elezioni presidenziali del 2008, era infatti diventato rapidamente e dolorosamente chiaro che le priorità della nuova Casa Bianca risiedevano nella smobilitazione dell’ampia base sociale e organizzativa che aveva portato Obama al potere, nel sostegno al grande capitale tramite miliardi di dollari in finanziamenti a fondo perduto in assenza di qualsiasi ammortizzatore sociale per le decine di milioni gettati nella povertà dai saccheggi di Wall Street, e negli accordi “bipartisan” per nuovi tagli alle tasse dei super-ricchi e alle spese sociali, così che i lavoratori e le famiglie paghino ancora una volta il costo della crisi.

Non sorprende, quindi, che, mentre molti che avevano votato per Obama sono restati a casa per le consultazioni del 2010, gli elettori si siano rivolti alla retorica di candidati come Scott Walker, povera di concrete proposte politiche ma ridondante di promesse di “creazione di impieghi”, “apertura agli affari” e incentivi alla competitività globale dei loro stati, il tutto per soccorrere l’America dall’eccesso di regolazione pubblica dei mercati. Di fronte alla rabbia popolare nei confronti di Wall Street e delle regalie dei democratici per le corporation, i repubblicani hanno potuto rappresentare il sostegno di Obama alle aziende come supposta prova delle propensioni dirigiste e socialiste dell’attuale amministrazione. Nonostante la sua evidente assurdità, il ragionamento ha avuto una forte presa sulle mentalità collettive, assolvendo allo stesso tempo i repubblicani per le loro complicità con il grande capitale. Di conseguenza, nel Wisconsin, anche a conferma di un conservatorismo operaio fortemente radicato, i lavoratori pubblici e privati bianchi, tra cui poliziotti e pompieri – centrali nell’iconografia Americana in un’epoca di guerre permanenti ed emergenze ricorrenti – si sono entusiasticamente rivolti a Scott Walker.

è su questo terreno di discorso pubblico completamente devastato che, appena eletto governatore del Wisconsin, Walker ha probabilmente fatto affidamento quando l’11 Febbraio ha presentato il suo progetto di legge per il “risanamento del bilancio”, sorta di finanziaria per lo stato. La legge mirava, in una fusione di linguaggio tecnocratico centrato sull’aggiustamento fiscale, imperativi economici presuntamente oggettivi e indiscutibili, nonché una salda fiducia nelle forze di mercato e nell’investimento privato, a un’opera complessiva di ingegneria sociale. Nella retorica produttivista della sua campagna elettorale Walker si era astenuto dal menzionare la contrattazione collettiva e i suoi obiettivi in proposito. Le sue proposte di bilancio in materia hanno quindi rappresentato un brusco risveglio per i dipendenti pubblici, inclusi molti elettori di Walker: la legge cancellava i diritti di contrattazione collettiva, su ogni soggetto eccetto i salari, per i dipendenti di stato, contee ed enti locali. Prefigurava inoltre profondi tagli salariali, riduzioni nelle pensioni di anzianità pubbliche con accrescimento dei contributi – con un occhio ad una futura privatizzazione sotto il controllo dei fondi finanziari privati – una estesa privatizzazione delle centrali elettriche, viatico per future svendite ad imprenditori amici, e la trasformazione della University of Wisconsin-Madison, il campus portabandiera del sistema pubblico di istruzione superiore, in una istituzione separata e aziendalizzata con la prerogativa di fissare tasse di iscrizione e condizioni di lavoro indipendentemente dalla regolazione statale. I principali sindacati del settore pubblico, inclusi la AFSCME e la American Federation of Teachers, avevano già capitolato alle richieste di Walker su molti terreni, ma ciò non aveva distratto i legislatori dai loro principali obiettivi politici ed ideologici: annientare la possibilità per i lavoratori di esprimere collettivamente il proprio potere e sopprimere l’idea stessa di diritti fondamentali e non negoziabili, riducendo le condizioni di impiego a variabile  dipendente di limiti di bilancio determinati da amministratori pubblici allineati sugli interessi padronali.

E il potere aziendale non è stato una mera questione di razionalità e logica fiscale. Il capitale industriale e finanziario avevano infatti fortemente investito nell’elezione di Walker. Il controllo della politica elettorale e delle priorità legislative tramite fondi privati è un problema di lunga data della politica statunitense. Una nuova svolta è stata impressa nel Gennaio 2010 dalla decisione della Corte Suprema sul caso “Citizens United”, con la quale sono stati rimossi tutti i limiti al finanziamento privato per sostenitori indipendenti di candidature elettorali, secondo la tesi che tali finanziamenti, provenienti soprattutto dalle grandi imprese, rientrano nell’ambito giuridico della libertà di parola costituzionalmente protetta. Sulle orme di “Citizens United”, l’Associazione dei Governatori Repubblicani ha beneficiato più del solito della generosità padronale, spendendo almeno 3.4 milioni di dollari soltanto per eleggere Walker, che ha anche goduto del sostegno di miliardari di destra come i fratelli Koch e la loro Koch Industries. Durante la campagna, Walker ha ricambiato promettendo ai suoi padrini che “questa è la nostra occasione per cambiare il corso della storia”, richiamando il licenziamento da parte di Ronald Reagan nel 1981 di 11,000 controllori in sciopero come precedente per il tipo di cambiamenti che aveva in mente.

L’attacco di Walker ai diritti dei lavoratori riflette d’altronde una tendenza generale evidenziata dalla raffica di simili provvedimenti in altri stati ad amministrazione repubblicana quali l’Ohio e l’Indiana, così come nelle misure di austerità e nella crescente ostilità verso i sindacati pubblici in stati saldamente democratici (New York, California). Si avvertono anche gli echi minacciosi di dinamiche internazionali, ben riflesse nell’esclusione dalla contrattazione collettiva dei sindacati che rifiutano la ristrutturazione unilateralmente imposta agli operai di Mirafiori e Pomigliano nella FIAT dell’era Marchionne e della fusione Chrysler, con il suo bagaglio di relazioni industriali stile-Detroit.

Il bilancio del Wisconsin è stato presentato al pubblico come una mera misura tecnica, scevra di controversie politiche nella sua adesione alle condizioni oggettive dell’emergenza economica. I giornali e le televisioni locali e nazionali (in un paese dove sei colossi mediatici controllano il 90 per cento dell’informazione e delle opinioni a cui i residenti sono regolarmente esposti) hanno amplificato volentieri le ragioni dell’amministrazione, secondo cui le finanze dello stato non si possono permettere la contrattazione collettiva, la cui conseguente eliminazione è necessaria per imbrigliare spese incontrollate e ridare al contribuente il controllo del bilancio. “Il contribuente” si è fatto quindi metafora per confortanti e seducenti immagini di responsabilizzazione individuale a giustificazione delle distruzione di poteri e garanzie collettive. Tale astrazione ideologica ha oscurato, tra l’altro, il fatto elementare che i lavoratori e le famiglie più colpiti dalla manovra di Walker sono contribuenti in carne ed ossa, cosa che non si può certo dire delle imprese che, sotto Walker e i suoi predecessori, hanno beneficiato di massicce riduzioni delle imposte. In caso, quindi, è a queste ultime, più che al “contribuente”, che il bilancio ha dato il “controllo” delle finanze pubbliche.

Alla fine, il bilancio di Walker è una conferma estrema di una traiettoria più generale in cui le ragioni dell’impresa e del capitale finanziarizzato si costituiscono immediatamente come interesse generale. Affidando, pressoché senza mediazioni istituzionali, all’impresa privata la definizione del bene pubblico, si è anche tentato di creare un’opinione pubblica come figura del consenso riprodotto da media compiacenti, allineando istituzioni svuotate della democrazia rappresentativa ai meri compiti di ratifica dei diktat padronali e di depotenziamento e spoliticizzazione delle risultanti tensioni sociali tramite una rassicurante retorica fatta di diritti e responsabilità personali. Ad un moderno discorso biopolitico di protezione dei corpi e delle virtù della comunità politica dalle insidie dello stato di emergenza economica si sono così unite modalità ottocentesche di vigorosa repressione padronale.

Eppure, le risposte dal basso al bilancio di Walker hanno sfidato la capacità del capitale di dare significato e operatività alla realtà sociale rivelando, in modi che i sostenitori del governatore probabilmente non avevano immaginato, rivendicazioni, bisogni e forme di vita che rifiutano la ragione imprenditoriale in quanto legge naturale e incontrovertibile. L’opposizione al bilancio e ai tagli è emersa da strati sociali disparati, in uno stato a maggioranza bianca con un proletariato storicamente attraversato da correnti culturali profondamente conservatrici. Un’ondata di dimostrazioni culminava, il 12 Marzo, in un corteo di 100,000 persone, il più grande nella storia del Wisconsin, mentre il Campidoglio veniva occupato virtualmente senza interruzioni per tutta la seconda metà di Febbraio. Impiegati di polizia e vigili del fuoco, che l’amministrazione avrebbe alla fine esentato dai limiti alla contrattazione collettiva in un tentativo fallito di rompere il fronte anti-Walker, si sono dall’inizio uniti alle manifestazioni. Le burocrazie sindacali e i Democratici locali si trovavano strattonati dalla loro iniziale adozione “bipartisan” di una linea di moderazione e compromesso. Mentre l’ipotesi di sciopero generale diveniva insistente (e non è ancora svanita mentre questo articolo viene scritto) i senatori democratici dello stato scappavano – in una mossa dal sapore vagamente “aventiniano” – nel vicino Illinois per privare il Senato del Wisconsin del numero legale per votare la finanziaria. Il 9 marzo, un blitz procedurale della maggioranza repubblicana aggirava il boicottaggio dei democratici e faceva approvare, senza dibattito o chiamata, la sezione della legge afferente alla contrattazione collettiva separandola dalla porzione sul bilancio, in quanto le misure di tipo finanziario richiedono un più alto numero legale. Alla fine, il trucco rappresentava un’ammissione che la legislazione antioperaia aveva le sue motivazioni ideologiche e politiche che i requisiti tecnici del bilancio servivano solo a mascherare. La settimana seguente, tuttavia, un giudice dichiarava la sortita al Senato illegale, sospendendo l’applicazione della legge e rendendo palese la polarizzazione e la paralisi che la misura aveva generato dentro le istituzioni stesse.

L’opposizione al bilancio si è posta in netto contrasto con l’immagine di un’America pacificata nella rassegnazione politica, il conformismo ideologico e l’individualismo neoliberale. A sostegno dell’occupazione per due settimane del Campidoglio, cortei pressoché quotidiani sono sciamati per le strade. Striscioni e slogan si sono esplicitamente collegati alla memoria della battaglia di Seattle del 1999 (“Ecco cos’è la democrazia”) così come, e in modo più ironico, alle simultanee rivoluzioni nordafricane (uno striscione reclamava “Mubarak governatore”). I richiami sono stati, peraltro, ricambiati dai manifestanti egiziani che dal Cairo hanno ordinato provviste alimentari per gli occupanti di Madison presso la locale pizzeria che si era fatta fornitore informale dell’occupazione. è stata, insomma, un’eruzione di iconoclastica irriverenza, una forma gioiosa di insubordinazione che ha spesso sbugiardato l’immaginario datato di una sinistra liberal – peraltro pure ben presente nei cortei di Madison – rigidamente fedele allo sventolio di bandiere USA e alle parole d’ordine sul “sogno americano” e sulla “difesa della classe media”. Quando Walker ha ordinato lo sgombero degli occupanti, lo sceriffo della locale Contea di Dane gli ha risposto che lui e i suoi uomini non erano “guardie di palazzo”. Allorché il governatore chiamava la Guardia Nazionale per minacciare i dimostranti – dopo avere sguinzagliato la polizia dello stato a localizzare a domicilio i senatori democratici latitanti – gli armigeri venivano accolti da cartelli del tipo: “Walker: adesso chiedilo alla Guardia Nazionale di insegnare chimica organica!” Tanto per chiarire, i cortei hanno anche espresso il loro sostegno a sindacati che, in nome del mantenimento delle garanzie legali della contrattazione collettiva, avevano già capitolato su tutto il resto, inclusi i pesanti tagli a salari, pensioni e assicurazioni sanitarie, rimanendo in genere incapaci di elaborare una narrazione alternativa alla presunta neutralità universalistica nei pistolotti walkeriani sull’ “economia dello stato”. I burocrati dei sindacati non sono stati un bersaglio delle manifestazioni, alla radicalità delle quali l’assenza a Madison degli scudi di plexiglas che negli anni novanta proteggevano in piazza i loro equivalenti italiani costituiva un limite indubbio… Ma i cortei e le occupazioni hanno comunque portato una vasta moltitudine inter-generazionale, con molti giovani alle loro prime esperienze di conflittualità politica, al confronto diretto con le istituzioni.

La portata e il radicalismo delle dimostrazioni nel Wisconsin hanno di gran lunga oltrepassato le pur significative proteste contro leggi ancora più draconiane in altri stati del Midwest come l’Ohio, l’Indiana e il Michigan. Osservatori e commentatori hanno spiegato l’intensità dello scontro nel Wisconsin nei termini di una reazione popolare contro la violazione autoritaria di culture politiche ed economie morali locali1. Si è fatto quindi un gran parlare delle profonde radici storiche del movimento operaio nello stato, luogo di origine di una corrente di repubblicanesimo progressista-populista impersonato all’inizio del secolo scorso dal senatore Robert La Follette, fustigatore del “vasto potere finanziario in mani private” e di simili minacce all’ “uomo comune – l’operaio, l’agricoltore”. Precedenti storici usati a mo’ di spiegazione possono, comunque, essere profondamente discutibili nella misura in cui essi assumono una visione statica di identità politiche che – in un modo che sicuramente conforta la celebrazione di un progresso lineare così centrale nell’autorappresentazione del liberalismo americano – si autoriproducono in termini di “tradizione” ed “eredità”. Sarebbe più utile un’analisi dei limiti, dei fallimenti e delle ambiguità di tali percorsi politici e ideologici per comprendere come vengono modificati e contesi da forze, soggettività e desideri che rispondono alle dinamiche sociali e ai rapporti di forza del presente.

All’inizio del ventesimo secolo, il populismo agrario e un proletariato industriale bianco in rapida crescita, alimentato da immigrati nord-europei influenzati dalle idee del nascente riformismo welfarista germanico e scandinavo, si erano fatti protagonisti sia di politiche fiscali e sociali pionieristiche che – soprattutto con le elezioni del 1924 quando La Follette, sostenuto dai socialisti, si candidava a presidente e batteva nello stato i concorrenti democratico e repubblicano – di identità collettive di classe operaia. In seguito il Wisconsin diveniva una roccaforte dei sindacati pubblici, nonché il primo stato ad approvare, nel 1959, la contrattazione collettiva per insegnanti e dipendenti degli enti locali. Centrale nel progressismo follettiano era stata la collaborazione tra l’amministrazione dello stato e il sistema universitario pubblico, soprattutto la University of Wisconsin (UW), imperniata sul campus di Madison. Il governo statale vedeva allora nell’università un “laboratorio di democrazia” in cui sperimentare idee di accordi sociali corporativi infusi di moralità del lavoro e dottrina sociale cristiana. L’obiettivo era di disciplinare l’industrializzazione capitalista in processi di stabilizzazione sociale, contenendo i tumulti e le tensioni nelle fila del lavoro salariato. Al progetto veniva dato il nome di “Wisconsin idea”, a cui importanti luminari come il giuslavorista e docente alla UW John R. Commons contribuivano proposte di coperture sociali fondate sul lavoro, ad esempio limitati sussidi di disoccupazione. Si trattava di un esperimento di significato nazionale in quanto rispondeva all’obiettivo di fare del potere operaio un motore di ordinato sviluppo capitalistico tramite patti di produttività. Era anche una visione innervante specifiche gerarchie e ordinamenti di cittadinanza, alla cui sommità si ponevano lavoratori regolari maschi bianchi e capofamiglia in quanto incarnazioni di virtù produttive e responsabilità personale, necessari corollari del welfarismo governativo e fattori propulsivi della partecipazione dell’”uomo comune” agli affari dello stato. Commons stesso, in quanto influente consigliere di La Follette, era infatti convinto che i nuovi immigrati dell’Europa meridionale e le “razze” non bianche indulgessero nell’ozio e nell’indisciplina, rimanendo quindi culturalmente estranee ad un virile coinvolgimento politico di tipo democratico. Le sue idee andarono ad alimentare un movimento eugenista in piena espansione negli Stati Uniti proprio nel momento in cui simili prospettive trovavano applicazione negli stessi paesi scandinavi da cui proveniva un gran numero di proletari del Wisconsin.

I precedenti storici sono utili per valutare le specifiche lacerazioni portate dall’attuale offensiva padronale e neoliberale nel contesto locale, cogliere la natura politica della singolarità dei movimenti nel Wisconsin e chiarire i loro limiti, contraddizioni e potenzialità. La ristrutturazione economica, la deindustrializzazione e la marea neoliberale degli ultimi quattro decenni hanno colpito questo stato in maniera affatto e drammaticamente simile ad altri stati del Midwest, distruggendo i baluardi del vecchio proletariato-massa bianco non appena questo era approdato sulle sponde della “classe media” – che includevano varie garanzie sociali e la possibilità di mandare le giovani generazioni a studiare alla UW – un tempo promesse dal patto sociale fordista come ricompensa del consenso e dell’operosità’. I vecchi miti del capitalismo foriero di progresso, prosperità condivisa e valori comunitari – su cui la sinistra sindacale e liberale avevano fortemente investito in alternativa al conflitto sociale e agli antagonismi razziali – venivano spazzati via. Al loro posto ora si pongono comunità in rovina come Milwaukee, la principale città del Wisconsin, già una delle più floride metropoli negli Stati Uniti e ora quarta nella classifica della povertà. I contorni indistinti del futuro presentano, qui e altrove, come scrivono Michael Hudson e Jeffrey Somers2, inquietanti somiglianze con la Gilded Age, l’”età dorata” tra diciannovesimo e ventesimo secolo, una realtà di violenta accumulazione originaria del capitale, con i suoi oligarchi, magnati accaparratori e predatori finanziari uniti nella celebrazione dell’estrazione di rendita come strada verso la ricchezza facilitata dalle politiche di deregolamentazione e da un sistema fiscale surrealmente regressivo. Il “vasto potere finanziario in mani private”, la minaccia che agitava i sonni dei progressisti dei tempi andati è ora tornato saldamente in sella mentre Walker e i suoi accoliti preparano nuove recinzioni del bene comune.

è però a questo punto che i paralleli storici devono lasciare il passo al bisogno di analizzare le innovazioni della fase attuale e i suoi antagonismi in divenire. Invece dell’ottimismo del capitale, centrale nella mitologia della vecchia Gilded Age, sulla propria capacità di plasmare la realtà naturale e sociale, la nuova Gilded Age è segnata dalla ricerca disperata da parte delle classi dirigenti statunitensi di vie alternative di profitto per contrastare il continuo declino nella posizione imperiale del paese e la tuttora irrisolta crisi di accumulazione conseguente al collasso del 2008. Nel suo affannarsi, è una ricerca che rivela ben poco in termini di strategie, a parte il più spudorato e miope accaparramento finanziario di risorse e mezzi di sostentamento. Il movimento operaio organizzato, già complice delle vecchie tecniche di controllo sociale e dei patti di produttività progressisti-fordisti, è ora dipinto come una elite opportunista e antiamericana, se non come causa del decadimento sociale ed economico. Lungi dall’autorappresentarsi baldanzosa come l’asse portante di un ordine sociale inclusivo e in mobilità ascendente, la classe media bianca è sempre più sedotta da una politica del risentimento – che movimenti come il Tea Party consapevolmente alimentano stuzzicando l’angoscia popolare per l’eclisse imperiale – rivolta ad una purezza nazionale assediata da variegati ed immaginari assalitori rappresentati tramite stereotipi pesantemente razzializzati dei programmi pubblici, delle spese sociali e di coloro che ne beneficiano. L’evaporazione delle organizzazioni sindacali, sostenuta da governi neoliberali e aiutata da sindacati ripiegati sul ruolo di gestori della disciplina produttiva e della competitività globale, è risultata in una popolazione lavorativa con un tasso di sindacalizzazione di meno del 7 per cento nel settore privato e del 12 per cento se si contano i dipendenti pubblici. Nel Wisconsin, circa la metà dei 300.000 statali è sindacalizzata, ossia soltanto il 6 per cento del totale degli occupati, due milioni dei quali sopravvivono in lavori precari. La facile retorica del “cambiamento” generosamente spalmata da Obama sulle vittoriose elezioni del 2008 aveva riscosso un credito significativo anche nel Wisconsin, dove i democratici vinsero a valanga, ma è stata presto seguita dal solito brusco risveglio appena Obama e i suoi tecnocrati hanno rapidamente e cinicamente smantellato il loro stesso sostegno dalla sinistra di base. La Casa Bianca e il Comitato Nazionale Democratico sono persino intervenuti per dissuadere rappresentanti del partito dall’appoggiare le proteste nel Wisconsin, la cui tempistica interferiva oltretutto con il lancio da parte del presidente della sua nuova visione “bipartisan”, chiamata “vincere il futuro”. Una stentorea prospettiva della competizione globale in quanto lotta all’ultimo sangue contro la Cina e altre economie emergenti, “vincere il futuro” richiede per Obama il sistematico dissanguamento nel presente di programmi, garanzie e protezioni sociali laddove lo stato riorienta il suo intervento verso la promozione di un capitalismo cognitivo in cui gli interessi dell’impresa determinano i contenuti e gli obiettivi della conoscenza mentre il dibattito critico è liquidato come un lusso insostenibile, al pari dei diritti dei lavoratori e del conflitto sociale. Negli scenari giuridici aperti dalla decisione sul caso “Citizens United” della Corte Suprema, che riallinea la rappresentanza politica sui flussi finanziari privati, è facile intravedere come i vecchi alleati sindacali diventino un peso per un Partito Democratico che, anche laddove gode del sostegno dei sindacati in posti come il Wisconsin, sembra pronto a scaricare le organizzazioni dei lavoratori e le loro richieste a livello nazionale.

Nonostante la sostanziale convergenza bipartita di vedute sulla repressione del radicalismo sociale e la disattivazione dei conflitti di lavoro, nel Wisconsin la retorica di regime sull’austerità o l’invocazione repubblicana di un immaginario “contribuente” in virtuosa e produttiva opposizione alla spesa pubblica e agli sprechi della contrattazione collettiva hanno chiaramente mostrato la corda in quanto significanti di condizioni sociali materiali. Il radicalismo dei cortei e delle occupazioni ha tratto energia dal fatto che coloro che ne hanno preso parte articolavano non solo le preoccupazioni di logore identità di lotte passate (la “classe media” basata sui sindacati con il loro produttivismo patriottico) ma anche la vertenzialità di moltitudini precarie con poca o nessuna esperienza diretta della vita stabile e protetta che tali identità ancora nostalgicamente vagheggiano. In questa prospettiva, i conflitti nell’università in quanto giuntura di imperativi e razionalità aziendali sono elementi decisivi di innovazione nelle lotte del Wisconsin. La separazione prospettata da Walker dei due campus principali della UW (Madison e Milwaukee) riflette la “New Badger Partnership” [il badger, o tasso, è l’animale-simbolo dello stato, N.d.A.] caldeggiata da “Biddy” Martin, rettora della UW-Madison. Come risultato, i due siti più prestigiosi dell’università pubblica al tramonto passerebbero da “agenzie di stato” ad “autorità pubbliche” o “campus certificati” con vaste e autonome prerogative nella fissazione di tasse di iscrizione, condizioni di lavoro, criteri di conferma per docenti e rapporti con appaltatori esterni. è un passo decisivo verso la fine dei sistemi tipicamente americani di università pubbliche statali, di cui il Midwest fu trampolino di lancio e in cui il vecchio ordine fordista-welfarista della “Wisconsin idea” pose una pietra angolare dell’economia dello stato. Al loro posto si profila così un sistema di istruzione stratificato che rispecchia le ineguaglianze e le gerarchie del mercato del lavoro: in cima si pongono i campus di elite, privati o nominalmente pubblici e aspiranti al rango di “Ivy League”, dispensatori di una formazione completa e diversificata fornita da celebrità accademiche ai rampolli delle classi dominanti; ciò che rimane del sistema pubblico esistente si concentrerebbe su titoli professionali per i quadri tecnici e manageriali; infine, un ampio sottobosco di istituzioni impoverite si prenderebbe cura dell’addestramento eminentemente orientato alle qualifiche utili, e impartito da legioni di assistenti e borsisti con salari da povertà, del cognitariato precario in espansione. Il processo potrebbe rappresentare, come Andrew Ross ha suggerito3, non solo, e non tanto, una semplice privatizzazione e aziendalizzazione dell’università’, ma una complessiva integrazione e compenetrazione tra istruzione superiore, tanto pubblica quanto privata, e logica manageriale, organizzativa, di monitoraggio e di valutazione dell’impresa. Il compito capitalisticamente essenziale dell’incanalamento del “general intellect” sociale nei solchi dello sviluppo delle risorse umane sarebbe, in altre parole, subappaltato all’università in quanto ganglio vitale di forme emergenti di produzione cognitiva che per molti strateghi politici a livello statale costituisce la migliore prospettiva di “ripresa” economica4.

L’idea dei campus “certificati” è stata decisiva, in Wisconsin come altrove, nel dividere il mondo dell’accademia e nel garantire l’acquiescenza o il sostegno di strati rilevanti di docenti e amministratori verso l’attuale offensiva padronale. Per molti assistenti e assegnisti sottopagati, docenti con prospettive incerte di conferma e studenti già gravati da debiti e tasse, comunque, tali manovre – a cui nella UW-Madison si aggiunge un taglio del 13 per cento nelle sovvenzioni statali e probabili nuovi aumenti dei costi d’iscrizione – indicano un ulteriore giro di vite nell’impiego non garantito e nella servitù finanziaria. Studenti universitari e dottorandi assistenti – di cui la Teaching Assistants’ Association (TAA) alla UW è la più antica organizzazione di questo tipo al mondo – hanno avuto un ruolo da protagonisti nell’opposizione sociale alle leggi di Walker. La partecipazione sostenuta degli studenti universitari nell’insurrezione del Wisconsin ha rivelato non tanto il richiamo di identità, narrazioni e tradizioni della vecchia sinistra – liberal o populista – quanto una consapevolezza critica della posizione contraddittoria del lavoro cognitivo nell’immaginario governativo: blandito come motore della ripresa, eppure invitato a continui sacrifici e a pensarsi come infinitamente flessibile e malleabile; produttivo di conoscenza nelle reti di cooperazione sociale di un’università che si definisce ancora “pubblica”, eppure soggetto alla costante appropriazione privata dei frutti di tale cooperazione sociale; richiamato ad un ruolo cruciale di stabilizzazione economica, eppure sistematicamente destabilizzato nella propria esistenza quotidiana e precarizzato dalla disciplina di mercato.

Un ragionamento critico su tali contrasti deve confrontarne le potenzialità politiche. La nuova Gilded Age sta producendo, come la vecchia, recinzioni miranti a trasformare in proprietà, rendita e profitto ciò che eccede il capitale ma che il capitale trova necessario alla propria riproduzione allargata. Nella vecchia Gilded Age terre comuni e risorse naturali erano appropriate da compagnie ferroviarie e minerarie; nella nuova, una cooperazione sociale generativa di conoscenze, informazione e linguaggi è mercificata come proprietà intellettuale. Ma, come Michael Hardt sottolinea5, nel contesto attuale rendita e recinzioni comportano non solo l’incorporazione, quantificazione e disciplinamento della natura e della forza lavoro in quanto elementi fondativi e costitutivi del capitale ma anche, e soprattutto, l’incursione capitalistica nella sfera del vivente o in una sostanza comune – attraversata da cognizione, affetto, sensualità e desiderio – che, nella misura in cui non può essere semplicemente riprodotta dal capitale tramite il suo stesso comando, contiene i germi della sua sovversione. Alla fine, i bersagli dell’insurrezione del Wisconsin non erano soltanto i tagli di bilancio ma anche un’idea di “riforma” dell’istruzione consistente nell’incorporazione dentro la formazione di modalità mirate alla creazione da parte di lavoratori semi-servili senza diritti e protezioni di conoscenza in quanto risorsa inesauribile che il capitale può appropriare a costo zero. Distretti scolastici e amministratori di contea, che il governo statale sperava di soddisfare minando i sindacati degli insegnanti, hanno invece espresso l’inquietudine che la fine della contrattazione collettiva può significare un ritorno agli scioperi a gatto selvaggio nelle scuole. La partecipazione degli insegnanti nei cortei ha visibilmente manifestato “un esodo di massa dal lavoro”6 evidenziato da pratiche come il “sick out”, o richiesta in massa di congedi per malattia. Un giudice di Madison si è rifiutato di dichiarare tale pratica una violazione delle norme antisciopero nel contratto statale degli insegnanti in quanto non si tratterebbe di un’agitazione contro i distretti scolastici ma di un movimento contro lo stato.

Lo spettro del comune ha tormentato con particolare insistenza le stanze delle istituzioni durante l’occupazione del Campidoglio. Gli occupanti hanno confutato la riconfigurazione neoliberale dello “spazio pubblico”, dove i palazzi del potere trasmettono significati disciplinanti tramite la separatezza – rafforzata allo stesso tempo da una sacralità recintata e monitorata a circuito chiuso e dalla vacuità di deliberazioni tecnocratiche – da coloro che ambiscono a rappresentare. Lo spazio fisico depoliticizzato della decisione istituzionale è diventato tanto distante e irrilevante per i bisogni quotidiani quanto ossequioso verso le priorità aziendali. La socialità viene quindi ridiretta verso i luoghi ugualmente sorvegliati del consumo e del mall. Ma l’occupazione del Campidoglio del Wisconsin ha scombussolato tale compartimentalizzazione, che non lascia spazio per il politico in quanto espressione conflittuale della moltitudine, tra “luogo pubblico” come sito opaco di astratto decisionismo amministrativo e il “luogo privato” di scelte di mercato presuntamente concrete e trasparenti. L’occupazione è stata, alla fine, un’esperienza di inversione di cui trite metafore come la presa del Palazzo d’Inverno sono sicuramente inadeguate nel catturarne il significato di riconfigurazione dello spazio come apparato di governo in spazio come comune.

Così come l’occupazione del Campidoglio ha trasceso l’articolazione di spazio pubblico e privato in quanto tecnologia liberale di governance, il più vasto movimento contro le misure di Walker può a malapena essere compreso attraverso le alternative derivate dalla sinistra del ventesimo secolo, quali l’opposizione tra capitalismo finanziarizzato neoliberale e progresso socialista o socialdemocratico sottoscritto da politiche pubbliche centrate sull’impiego e dalla regolazione statale dell’accumulazione capitalistica. Lo stesso terreno su cui queste alternative si sono giocate nell’esperienza della modernità occidentale – i meccanismi istituzionali e costituzionali della liberal-democrazia e della socialdemocrazia – si è, infatti, irrimediabilmente deteriorato mentre i giocatori, Democratici e Repubblicani nel caso statunitense convergono nel naturalizzare i programmi dell’impresa come inveramento del benessere sociale, senz’altro bisogno di mediazione politica o pretese di rappresentanza. Amministratori di destra possono così imporre politiche che distruggono i diritti fondamentali di milioni mentre si rifanno a “mandati” che al più sono indicatori truffaldini di un sostegno evanescente – il 24 per cento degli elettori registrati, ad esempio, sono bastati a fare di Kasich il governatore dell’Ohio. Più in generale, i diritti e le procedure della democrazia rappresentativa hanno potuto ben poco a fronte di una profonda deriva autoritaria nel discorso pubblico statunitense e nelle pratiche istituzionali di guerre ed emergenze onnipresenti. I significanti sempre più fasulli della “nazione”, dell’”unita’” e del “patriottismo” hanno così identificato, nei discorsi prevalenti delle opposte tradizioni politiche ufficiali, una immaginaria America minacciata da nemici altrettanto immaginari – “estremisti” e “seminatori di divisione” per la sinistra liberal, l’”altro”, islamico, migrante, lavoratore, ideologicamente indesiderabile per la destra conservatrice.

Evocando la responsabilizzazione del “contribuente” in quanto cittadino-suddito della democrazia liberale – una grottesca riesumazione dell’ “uomo comune” del vecchio progressismo – tali narrative hanno cercato di mistificare l’austerità come genuflessione irriflessa alle ragioni imprenditoriali, presentandola invece come un legittimo progetto di governance. Non sono solo i politici repubblicani a sguazzare in questo brodo discorsivo, come dimostrano le misure ugualmente severe passate sotto le loro controparti democratiche come i governatori Cuomo di New York e Brown della California. Molti di più sono i legislatori, ad ogni livello di governo, che promettono maniere più gentili per tranciare prestazioni e protezioni sociali, coinvolgendo se possibile i sindacati in uno spirito “bipartisan”, così centrale nel quadro ideologico dell’Obamismo, e agitando se necessario lo spettro di Walker e della sua cruda repressività per carpire ulteriori concessioni.

La questione politica aperta dall’insurrezione del Wisconsin – ossia le soggiacenti pratiche materiali e soggettività, non solo gli slogan – è quindi se, e in che misura, i giorni di febbraio e marzo possono contribuire ad avanzare una democrazia del comune come perno di nuovi linguaggi e grammatiche di antagonismo sociale. Le dinamiche viste al lavoro in tali giornate sono abbastanza potenti da indicare potenzialità politiche da interrogare e articolare. Non solo esse rivelano la consunzione istituzionale della governance liberal-democratica, ma puntano anche a un divario tra la propria inventività e un discorso liberal dei diritti di contrattazione collettiva che, in quanto perfettamente compatibile con i tagli e l’austerità’, si pone come costante apparato di cattura, contenimento e diluizione dell’intelligenza politica della moltitudine. Sviscerare il significato e la potenza politica degli eventi del Wisconsin, per non parlare delle condizioni della loro replicabilità e generalità, presenta comunque considerevoli sfide. In quanto inflessione storicamente egemonica del discorso della sinistra statunitense il liberalismo ha, nel corso degli ultimi quarant’anni, trovato la sua missione ideale più coerente e intransigente nella demonizzazione del conflitto sociale, per cui ha dispiegato cittadinanza e diritti come condizioni di protagonismo individuale da esercitare in transazioni che spoliticizzano ineguaglianza e dominazione. Nei richiami insistentemente potenti del liberalismo, e nella sua visione della storia americana come traiettoria di indefinito progresso e inclusione da soccorrere e resuscitare nelle circostanze attuali, risiede il limite nella capacità dei movimenti del Wisconsin di comunicare a nuove forme del conflitto, negli Stati Uniti e su scala globale. In uno stato con una popolazione per il 90 per cento bianca, il successo numerico delle dimostrazioni si può anche, tristemente e paradossalmente, spiegare con il fatto che le istituzioni non hanno potuto ricorrere alle solite divisioni e capri espiatori razziali e identificare i beneficiari della contrattazione collettiva in neri e latinos che approfittano delle risorse pubbliche per sfuggire agli obblighi della produzione. L’eredità del progressismo del Wisconsin che molti dimostranti reclamavano contiene anche aspetti indigesti dell’eredità coloniale dello stato, di cui il ruolo della pelle bianca come fattore di solidarietà collettiva rimane questione spinosa e poco dibattuta nei movimenti. Eppure, anche se solo il 6 per cento della popolazione dello stato è di origini afroamericane, la numerosa comunità nera di Milwaukee, un’ora di macchina da Madison nonché contesto locale di spaventosa povertà, segregazione e incarcerazione di massa, è rimasta largamente assente dalle proteste. Quanto risonante è, quindi, l’insurrezione del Wisconsin in pratiche di opposizione in cui neri, latinos e migranti costituiscono la maggioranza? Simili questioni si possono sollevare a proposito della centralità del sindacato nei discorsi dell’attivismo: cosa ha da dire sulle pratiche del precariato? Come si rapporta ad una storia, in cui i sindacati sono spesso immersi, di corporativismo, esclusioni razziali, difesa di privilegi occupazionali e collaborazione con la ristrutturazione neoliberale? Infine, sarebbe anche tempo di mettere in questione il modo in cui l’evocazione nostalgica di un passato welfarismo, di cui la contrattazione collettiva è elemento dichiaratamente fondante, continua a presentare l’intervento governativo come messaggero di progresso e giustizia sociale ignorando come, anche ai bei tempi della politica sociale statunitense, tale intervento ha operato tramite la stigmatizzazione della povertà, sistemi di protezione sociale residuali e razzialmente pregiudiziali, gerarchie di genere e l’incessante ingiunzione a trovare lavoro come condizione eletta di inclusione sociale. In assenza di una problematizzazione critica di queste traiettorie, che immagini ottimiste di una ininterrotta eredità progressista di sinistra tendono ad oscurare, la risignificazione delle lotte sociali in un linguaggio di libertà liberal-democratiche è non solo un miope discorso di alternativa ma opera propriamente come componente chiave nelle strutture stesse di soggezione che gli eventi del Wisconsin hanno messo in questione. Cortei e occupazioni non hanno soltanto reclamato diritti e protezioni attualmente in pericolo, ma hanno anche praticato una riappropriazione del politico come espressione autonoma di forme di vita comuni. Pensare la riappropriazione del comune in quanto progetto politico significa confrontare criticamente questo e altri movimenti così come le forze e le strategie che essi oppongono.

 

Note:

1: Cfr. Phelps, C. 2011. “The Wisconsin Idea”, The Chronicle of Higher Education Review, March 11.

2: Hudson, M. and J. Somers. 2011. “Wisconsin Death Trip”, Counterpunch, March 11-13.

3: Ross, A. 2010. “The Corporate Analogy Unravels”, The Chronicle of Higher Education Review, October 17.

4: è quindi un esempio conseguente che il governatore dell’Ohio, John Kasich, un sostenitore di leggi anti-lavoratori ancora più estreme di quelle di Walker, abbia incoraggiato le università locali a sviluppare corsi brevi in prossimità fisica con le maggiori aziende e secondo i “flussi di competenze” da loro richiesti. Cfr. Vardon, J. 2011. “Kasich, Gee Will Push Aligning Colleges, Needed Job Skills” The Columbus Dispatch, March 23.

5: Hardt, M. 2010. “The Common in Communism.” In The Idea of Communism, a cura di Slavoj Zizek e Costas Douzinas, 131-44. London: Verso.

6: Phelps, C., “The Wisconsin Idea”, cit.

* una versione inglese di questo saggio e’ disponibile su www.edu-factory.org/wp/notes-on-the-wisconsin-insurrection/

 

 

 

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