Paradisi fiscali, un altrove solo apparente

 

di CHRISTIAN MARAZZI

Nel suo Offshore. Paradisi fiscali e sovranità criminale (ombre corte 2011, pp. 253, euro 17), Alain Deneault compie un’operazione tanto coraggiosa quanto impegnativa, e cioè quella di ridefinire le categorie del pensiero politico moderno, come Stato di diritto, sovranità politica, giustizia, legge e crimine, classi sociali e razionalità economica, a partire dal fenomeno offshore mondiale, dei paradisi fiscali che, a tutt’oggi, conservano la metà delle riserve mondiali di denaro. L’inversione semantica delle stesse nozioni con le quali abitualmente vengono descritti e analizzati i paradisi fiscali si impone alla luce del potere non solo finanziario, ma sempre più politico dei centri offshore, siano essi le Isole Cayman, la City di Londra, le isole dei Caraibi, la Svizzera, il Lussemburgo, il Delaware statunitense, Singapore o l’Isola di Jersey.

La tesi di Deneault è la seguente: l’offshore non è un altrove della finanza in cui i capitali fuggono e i loro titolari evadono, l’offshore non è un’economia parallela, tutto sommato marginale e anomala. In realtà, i paradisi fiscali sono organismi politici positivi e sovrani nei quali i fondi ammassati, il denaro accumulato da imprenditori, banche, istituti finanziari, hedge funds e criminali d’ogni tipo, «lavora» all’interno degli stessi processi d’accumulazione del capitale e del potere su scala globale.

«Queste ‘economie parallele’ non sono nient’altro che le nostre economie». Il capitale finanziario offshore permette il finanziamento di organizzazioni, società, attori politici, così come le strutture attraverso le quali è sempre più facile dominare gli Stati di diritto e gestire al di fuori della legge le politiche private. La realtà va quindi ben oltre la frode fiscale per ridurre i costi: il capitale offshore plasma le istituzioni pubbliche e la stessa nozione di bene pubblico «per costruire offshore dei poli di decisione occulta su questioni di portata storica».

Con lo sviluppo del capitale offshore si effettua un vero e proprio «trasferimento di sovranità» dallo Stato di diritto allo Stato d’eccezione secondo la definizione che ne dà Carl Schmitt: la sovranità si definisce attraverso la capacità di far valere le proprie decisioni nel corso di eventi storici. Sovrano è, propriamente, colui che ha la forza di imporre, in modo decisivo, la propria volontà senza dover necessariamente rispondere a una costituzione e men che meno alla volontà popolare. Il sovrano non va quindi confuso con lo Stato di diritto, semmai, sostiene Deneault, si nasconde dietro lo Stato del diritto: «Dal punto di vista della giustizia, lo Stato del diritto si presenta all’investitore come un semplice usciere; dal punto di vista fiscale, sovvenziona l’industria anziché tassarla ed è prestandole del denaro che le fornisce il suo capitale iniziale (…) Dal punto di vista politico, lo Stato si cura solo del diritto regale e bada anzitutto alla propria sicurezza, ossia alla difesa delle disposizioni che gli permettono di offrire al capitale i suoi preziosi servizi».

Nello Stato del diritto, la governance, ossia il management (la gestione) della vita pubblica, si sostituisce alla democrazia e alla politica per assoggettarsi agli interessi del più forte. La sovranità è allora quell’altrove che abita nello Stato del diritto, è quel dispositivo che determina il corso della storia attraverso la produzione di eventi extraterritoriali, come le crisi finanziarie, che incidono direttamente sul corpo vivo delle moltitudini. Esemplare, sotto questo profilo, la logica di sviluppo della crisi del debito sovrano europeo, caso perfetto di shock economy. La decisione di attaccare l’euro fu presa a New York nel febbraio del 2010 da un gruppo di hedge funds, ossia dai massimi rappresentanti della finanza offshore contemporanea.

Gli hedge funds, i fondi di investimento a rischio registrati nei paradisi fiscali, non sono soggetti al controllo di nessun stato. Dopo aver giocato un ruolo decisivo nella creazione della bolla dei mutui subprime, questi centri finanziari offshore hanno scatenato la tempesta contro i debiti pubblici dei paesi periferici dell’Unione europea, dalla Grecia fino alla Spagna, passando per l’Irlanda e il Portogallo. Si è innescata in tal modo una crisi economico-politica che, se da una parte ha assicurato alla finanza internazionale enormi profitti realizzati sui differenziali dei tassi d’interesse sui Buoni del Tesoro dei paesi bersaglio degli attacchi speculativi, dall’altro ha costretto i governi degli stessi paesi a implementare misure di austerità draconiane per rispondere alle direttive della Commissione Ue e del Fmi. «Delle lacrime inattese, un divenire comune sconosciuto, l’imprevisto, l’incommensurabile, un’istantanea, una folgorazione. ‘Non sapere’ dipende dalla sovranità».

L’importanza del lavoro di Alain Deneault, della sua ricerca sulla sovranità offshore e i suoi effetti sullo Stato del diritto, consiste nel porre la questione della lotta politica su un terreno che va al di là della rappresentanza politica (e dello Stato-nazione), una lotta che per essere effettiva deve porsi quale obiettivo l’extra-territorialità del conflitto, la composizione geopolitica di classe.

 

* da Il manifesto, 19, aprile 2011

 

 

 

 

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