Perché Marx

 

di ANTONIO NEGRI

Perché Marx? Perché il dialogo con Marx è essenziale per coloro che sviluppano lotta di classe al centro e/o nelle condizioni subalterne dell’impero capitalista e si propongono oggi una prospettiva comunista. L’insegnamento di e la discussione con Marx sono decisivi per tre ragioni.

La prima è politica. Il materialismo marxiano permette di demistificare ogni concezione progressiva e consensuale dello sviluppo capitalistico e, di contro, di affermarne il carattere antagonistico. Il capitale costituisce un rapporto sociale antagonista; la politica sovversiva si colloca “dentro” questo rapporto e vi immerge in ugual misura il proletario, il militante, il filosofo. Il Kampfplatz è “dentro e contro” il capitale.

La seconda ragione per la quale non possiamo rinunciare a Marx è critica. Marx situa  la critica nell’ontologia storica, costruita e sempre attraversata dalla lotta di classe. La critica è dunque il “punto di vista” della classe oppressa in movimento e permette di seguire il ciclo capitalista, di coglierne la crisi e, di contro, di descrivere la “composizione tecnica” della classe oppressa ed, eventualmente, di organizzarne la “composizione politica” nella prospettiva della rivoluzione. L’autonomia del “punto di vista di classe” sta al centro della critica.

La terza ragione di tenersi a Marx sta nel fatto che la sua elaborazione teorica ha permesso, nell’ultimo secolo, di seguire l’approfondirsi della crisi del capitalismo maturo nella sua duplice forma (liberale e socialista) ed insieme di organizzare i movimenti di liberazione contro il potere coloniale e l’imperialismo.

Oggi la teoria marxiana è confrontata allo sconvolgimento dell’organizzazione del lavoro e dei mercati, della divisione del lavoro e della geografia del potere, insomma, ad una nuova configurazione delle classi in lotta. Si tratta di comprendere se la teoria marxiana, confrontata alle nuove figure dello sfruttamento, possa permetterci di cogliere in esse i punti di crisi e, conseguentemente, di liberare un’adeguata immaginazione del “comune”. Dopo la sconfitta del socialismo sovietico abbiamo bisogno di una nuova teoria del “valore-comune”.

In questo articolo, essendomi impossibile sviluppare un discorso completo su ciascuno degli argomenti proposti, mi limiterò a dare – su ogni punto – un esempio tratto da Il capitale di Marx.

 

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È accostando le Sezioni IV, V, VI del Primo Libro de Il capitale (cap. 10-20), dove Marx definisce il plusvalore relativo ed analizza il processo di formazione del sistema della “grande fabbrica”, che si può approssimare la costituzione di un punto di vista politico di Marx, ed insieme la sua definizione della politica di classe.

Ora, poiché il passaggio dall’estrazione del plusvalore assoluto a quella del plusvalore relativo modifica radicalmente il rapporto di grandezza fra le due parti della giornata lavorativa (tempo di lavoro necessario e di pluslavoro), a questo passaggio deve seguire una rivoluzione delle condizioni di produzione, sia nelle forme della valorizzazione sia in quelle del processo lavorativo. Si abbrevia il tempo di lavoro richiesto socialmente per la produzione di una merce, quindi una minore quantità di lavoro acquista la forza di produrre una maggiore quantità di valore d’uso. Questo è il punto di una radicale modificazione del capitalismo: assunzione di una figura macchinica che, sviluppando plusvalore relativo, investe e trasforma la società intera. Su questa base Marx considera il realizzarsi del passaggio dalla manifattura alla grande fabbrica e le conseguente sussunzione della cooperazione del lavoro sotto il comando esclusivo del capitale. Ciò crea le condizioni di un enorme aumento del plusvalore, dell’assoggettamento di una moltitudine di lavoratori alla disciplina del capitale, di una progressiva estensione del dispotismo padronale dalla fabbrica all’intera società. La messa in atto dei processi di estrazione del plusvalore relativo non riguarda allora semplicemente la divisione della giornata lavorativa dell’operaio fra la parte del lavoro necessario e quella di pluslavoro: rivoluziona anche da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali. Se da un lato il corpo lavorativo in funzione in fabbrica diviene una forma di esistenza del capitale stesso, dall’altro, alla divisione del lavoro in fabbrica deve corrispondere un’adeguata divisione sociale del lavoro – vale a dire che, anche fuori dalla fabbrica, la vita sociale è mano a mano sussunta sotto il capitale, prima in maniera “formale”, poi “reale”. La natura stessa è completamente assoggettata al modo di produzione capitalista, l’agricoltura alla grande industria, ecc. ecc..

Ma questa genealogia del plusvalore relativo e quest’espansione della grande industria che sembrano invincibili, hanno invece un’origine storica molto bizzarra. Il capitale infatti, per produrre, deve incorporare materiale umano e si è provato a farlo, nella storia (che sempre si ripete) delle sue origini, allargando a dismisura il tempo di lavoro ed estendendo l’appropriazione di forza-lavoro addizionale – lavoro delle donne e dei bambini, per esempio, nella prima fase dell’accumulazione industriale in Europa. In questa circostanza la sopravvivenza stessa della “razza operaia” fu messa in pericolo, a causa di quegli sviluppi feroci dello sfruttamento. Marx parla di olocausto del proletariato. Nasce la resistenza. Lo stesso passaggio dalla fase manifatturiera a quella della grande industria – ci dice Marx – è determinata dalla ribellione operaia. È in effetti quanto avvenne. Deve allora intervenire lo Stato per costringere, con la forza della legge, i capitalisti ad abbreviare il tempo di lavoro. Possiamo aggiungere: per costringerli a comprendere che la vita dei lavoratori non è semplicemente materia bruta ma attività vitale storicamente consolidata e qualificata – su questa base, resistente.

Quando appare la resistenza della forza-lavoro, l’intero quadro (fin qui descritto in queste Sezioni de Il capitale) si modifica. Non c’è solo l’evento storico del passaggio dell’estrazione del plusvalore assoluto a quello relativo, non c’è solo la nascita della grande fabbrica, del sistema delle fabbriche, del modo di produzione della grande industria – è anche messa in luce, con il dilatarsi di questa nuova figura del capitale, la sua interna struttura di rapporto sociale antagonista. Le categorie che definiscono il capitale appaiono infatti duplici, una volta che le si guardi non solo dal punto di vista del potere del capitalista ma anche dal punto di vista del lavoratore, della sua resistenza, della sua potenza. Diciamo meglio: il capitale si mostra qui, piuttosto che come un “organismo obbiettivo” o un despota irresistibile, come una parte in un gioco che comprende due giocatori – e poiché “quel che gli operai parzialmente perdono si concentra nel capitale, di contro a loro”, come un nemico dei lavoratori. Da una parte c’è lo sfruttatore, dall’altra lo sfruttato.

Ritorniamo sulla “duplicità” delle categorie, senza presumerne un quadro completo, proponendo semplicemente qualche esempio. Che al pluslavoro si opponga il lavoro necessario, lo si è visto attraverso le definizione del plusvalore, ma queste definizioni, queste astrazioni vanno riportate dentro la materialità del rapporto di capitale per misurarne immediatamente l’antagonismo – la forza-lavoro, quando è giunta a quel punto della giornata lavorativa nel quale considera di aver lavorato abbastanza per ottenere il salario necessario alla propria riproduzione, rifiuta di lavorare ulteriormente e dev’essere costretta a farlo. Se questo è vero, ne consegue che nel processo produttivo il rapporto fra processo lavorativo e processo di valorizzazione, fra organizzazione del lavoro ed organizzazione dello sfruttamento è sempre conflittuale. Di conseguenza, nello stesso tempo nel quale la forza-lavoro diviene più produttiva, essa deve essere socialmente fragilizzata, esposta alla sovrabbondanza ed alla concorrenza di altra forza-lavoro ed è per ciò sottoposta ad  una maggiore oppressione. Ciò non toglie che la forza-lavoro, a questo punto, abbia oramai raggiunto, a fronte della repressione capitalistica, forme più alte di coscienza e abbia maturato, con livelli di più alta produttività, una maggiore capacità di resistenza. Perciò – nella narrazione marxiana – essa è ora nella condizione di imporre abbassamenti della durata della giornata lavorativa ed aumenti della massa salariale. Il plusvalore relativo deriva dalle lotte.

Ancora. Con l’avvento di una produzione basata sull’estrazione del plusvalore relativo è esigita l’intensificazione della cooperazione dei lavoratori poiché è attraverso la cooperazione della forza-lavoro che la produttività del lavoro aumenta. E se la cooperazione è sempre accompagnata dalla divisione capitalista del lavoro, perciò essa si pone come elemento contradittorio a fronte del capitale. Il rapporto antagonista che costituisce il capitale è, in questo caso, approfondito socialmente. Il rapporto capitalistico, che vuole sempre insieme cooperazione e subordinazione, non riesce a nascondere l’opposizione e a bloccarne l’espressione – sicché la resistenza nel processo lavorativo contro la valorizzazione, è ancora aumentata dalla coscienza politica che la cooperazione produce.

Ancora. Soprattutto nel rapporto con le macchine, la forza-lavoro mostra la sua potenza, poiché quando la macchina, nella sua relativa indipendenza, trasmette valore al prodotto, quello che trasmette è pur sempre lavoro morto, mentre solo l’attività degli operai, il lavoro vivo, permettono alle macchine di essere produttive.

Insomma, il dispotismo capitalista, tanto nella fabbrica quanto nella società, non può togliere di mezzo il valore d’uso del lavoro operaio, della forza-lavoro, e ciò tanto più quanto più progredisce la forza produttiva sociale del lavoro. Il rapporto capitalista è quindi sempre sottoposto a questa contraddizione – che può sempre esplodere – e che quotidianamente, banalmente, ma efficacemente, si presenta nella questione del salario. Quando infatti si determina il processo di acquisto della forza-lavoro sul mercato capitalistico, risalta immediatamente il fatto che qui si dà uno scambio di grandezze ineguali, uno scambio conflittuale. E se finora ci siamo tenuti alla lettura dei capitoli 10-20 del Primo Libro de Il capitale, mi sia ora permesso ricordare come nel capitolo 8 della III Sezione del Primo Libro de Il capitale, Marx, riagganciando l’analisi del Factory Act all’analisi teorica, chiarisca che, rispetto alle dimensioni della giornata lavorativa, nella fabbrica ha sempre luogo un antinomia: diritto contro diritto. Conclude: fra diritti uguali decide la forza. Detto in maniera più forte, nei termini precisi della critica dell’economia politica, ecco allora: “nella ripartizione fra plusvalore e salario, su cui si fonda essenzialmente la determinazione del saggio di profitto, esercitano un’azione decisiva due elementi completamente diversi, forza-lavoro e capitale; essi sono funzioni di due variabili indipendenti che si limitano reciprocamente, e dalla loro differenza qualitativa proviene la ripartizione quantitativa del valore prodotto” (Il capitale, Libro Terzo, Sezione V, cap. 22).

Considerando il salario come “variabile indipendente” all’interno del rapporto capitalistico, ho appreso a fare politica. Molti altri con me. Questa scoperta dell’antagonismo, cioè di una contradizione non solubile, che tuttavia poteva essere agita dal punto di vista della forza-lavoro complessiva, dalla classe operaia – questo rappresentò il dispositivo essenziale dal quale la ricerca politica, meglio la con-ricerca assieme agli sfruttati, poteva svilupparsi; e poteva distendersi dai temi dell’organizzazione delle lotte in fabbrica alle lotte sociali, dagli obbiettivi salariali a quelli della lotta sul Welfare, dalla contestazione delle restrizioni di libertà imposte alle lotte operaie alla rivoluzione delle condizioni di libertà della vita… Non c’erano leggi oggettive da rispettare ma c’era da sviluppare quella variabile indipendente (materiale e politica) che la produzione della lotta rivoluzionaria determinava: progetti costituenti da realizzare, sempre dentro quella liberazione del/dal lavoro che costituisce – essa sola – la società e la storia.

 

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La citazione dal Terzo Libro fatta qui sopra ci conduce ad argomentare sulla funzione critica che l’insegnamento di Marx produce: là trovavamo il suggello dell’antagonismo del capitale e della forza-lavoro come “variabili indipendenti” che si limitano reciprocamente sulla base delle loro “differenze qualitative” – qui c’è una drastica affermazione marxiana che intendiamo commentare:  “il vero limite della produzione capitalista è il capitale stesso” (Il capitale, Terzo Libro, Sezione III, cap. 15). Se questa affermazione è fondata, l’interno dispositivo critico del marxismo le va riferita.

Esemplificando, terremo presente a questo scopo l’intera Sezione III, Terzo Libro, de Il capitale (capitoli 13-14-15), dedicata alla discussione della “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, senza volere perciò, per l’ennesima volta, ripercorrere le polemiche che ne hanno accompagnato nei secoli la formulazione, ma semplicemente per assumere dalla trattazione marxiana, con la demistificazione del capitale (esso è il vero limite dello sviluppo), la critica pratica dello sviluppo capitalistico (costruito, e messo in crisi, dalla resistenza operaia – una critica che si muove “dentro e contro” il capitale) e quindi l’autonomia del punto di vista operaio.

Che cosa afferma la legge? Essa mostra che il saggio sociale medio del profitto tende relativamente a diminuire a misura della progressiva concentrazione capitalista, cioè a causa dell’aumento relativo del capitale complessivo nei confronti dell’aumento del capitale variabile, del lavoro vivo. Il “capitale come limite” al suo proprio sviluppo non è dunque un fatto patologico o occasionale. Marx, d’altra parte, non annette alla registrazione della legge conseguenze catastrofiche. Anzi: da un primo punto di vista la legge descrive un gigantesco progresso dell’organizzazione capitalista: “la sua più importante conseguenza è che la legge presuppone una concentrazione sempre crescente dei capitali e quindi una decapitalizzazione sempre crescente dei piccoli capitalisti. Questo è in generale il risultato di tutti le leggi della produzione capitalistica. Spogliato del carattere antagonistico che gli imprime la produzione capitalistica, che cosa significa questo fatto, questo progresso della centralizzazione? Significa semplicemente che la produzione perde il suo carattere privato e diventa un processo sociale, non formalmente, come la produzione è sociale in ogni scambio a causa della dipendenza assoluta dei produttori fra loro e della necessità di rappresentare il loro lavoro come lavoro astrattamente sociale (denaro), ma realmente. Essendo i mezzi di produzione impiegati come mezzi sociali e quindi non mediante la proprietà dei singoli, ma mediante il loro rapporto di produzione, anche i lavori vengono effettuati su scala sociale” (Il capitale, Libro Terzo, III Sezione, cap. 13). Inoltre, al carattere meramente tendenziale della legge, si accompagnano una serie di controtendenze efficaci.

Qual è dunque l’importanza dell’associazione della legge di sviluppo e della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto dal punto di vista critico? È quella di individuare in tal modo, all’interno dello sviluppo, il funzionamento antagonista del rapporto fondamentale. La forma essenziale dello sviluppo sarà dunque quella dello scontro fra l’esistenza operaia dentro il capitale e la contraddittoria necessità capitalista di associarsi e di reprimere questa presenza. L’associazione della legge dello sviluppo e quella dell’andamento del saggio del profitto significa porre in primo piano questo antagonismo. Il processo della concentrazione ne rivela l’importanza fondamentale, mostrando come la riorganizzazione capitalista attorno all’estrazione di plusvalore relativo non sia altro che governo di poli antagonisti: la resistenza operaia e la necessità capitalista di contenerla e comprimerla per la propria crescita. Da questo antagonismo oggettivo a quello che si esprime nella lotta di classe, il cammino può essere lungo: comunque è qualitativamente omogeneo. La proiezione marxiana della contraddizione, nella legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, si rivela non come ultimo indice di una crisi necessaria ma piuttosto come primo approccio alla definizione di una contraddizione che non tocca solo il momento oggettivo ma la struttura portante dello sviluppo, il rapporto capitale-lavoro. Quanto all’esemplificazione immediata che Marx dava del realizzarsi della legge e degli effetti dell’approfondimento della contraddizione, e cioè la previsione dell’aumento dell’esercito di riserva e dell’estremo impoverimento delle masse – questa esemplificazione non poteva che essere legata all’esperienza del suo tempo, all’esperienza cioè di una classe operaia confinata ancora prevalentemente in un movimento di resistenza spontaneo che fatica a farsi potenza politica. Ma, ancora, questa previsione non era né deterministica, né catastrofica: “una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali, nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia.” Quando poi le dimensioni e la qualità del rapporto di classe saranno state sostanzialmente modificate dalle vicende delle lotte rivoluzionarie, la forza dell’impostazione marxiana esploderà in tutta la ricchezza della sua fondazione critica: “il saggio di profitto può cadere indipendentemente dalla concorrenza fra capitale e lavoro, ma l’unica concorrenza che può farlo cadere è questa”, conclude Marx a commento di Ricardo. Perché quando, in risposta alla lotta di classe operaia, il capitale sarà costretto a procedere sino a livelli altissimi di concentrazione e – in essi – al limite di un uguagliamento generale della composizione organica, allora “i saggi di profitto (staranno) fra loro nell’identica proporzione della masse di plusvalore”. Ogni altro termine sarà tolto.

Ma qui non finisce la storia. Centralizzazione del capitale costante, del potere capitalistico e, di contro, socializzazione del capitale variabile, del lavoro vivo sono venute sempre più affermandosi al di là del bordo temporale estremo della riflessione marxiana. Il tema critico essenziale si è rivelato consistere nella comprensione delle nuove figure di “composizione organica” di capitale – cioè del nuovo rapporto stabilitosi, attraverso la reciproca trasformazione, del capitale costante e di quello variabile, del lavoro morto e del lavoro vivo. Qual era, sul ritmo delle crisi capitalistiche e della resistenza operaia, la nuova articolazione antagonistica dello sviluppo capitalistico? Sviluppando il metodo della critica marxiana a noi sembra che l’elemento fondamentale che differenzia l’attuale forma dello sviluppo capitalista da quelle precedenti, consista nel fatto che la cooperazione sociale produttiva (in altri tempi prodotta direttamente dal capitale) abbia conquistato una certa autonomia. Cerchiamo di spiegarci.

Nella storia del modo di produzione capitalistico, è sempre il capitale che impone la forma della cooperazione. Essa doveva essere funzionale alla forma dello sfruttamento. Solo su questa base il lavoro diveniva produttivo. Anche nel periodo dell’accumulazione primitiva, quando il capitale riprende le preesistenti forme dell’organizzazione del lavoro e le sottomette come tali alla valorizzazione, è lui che impone la forma della cooperazione ed essa consiste nell’eliminazione delle relazioni precedentemente costituite. Ma ora la situazione è completamente mutata. Il capitale è divenuto una potenza finanziaria, di captazione del plusvalore “socialmente” prodotto. Attorno a questo processo altamente centralizzato, si sviluppano momenti antagonisti di autovalorizzazione radicalmente autonomi che il potere economico e quello politico tentano di tenere assieme e di sottomettere al dispotismo capitalistico. La composizione di capitale estremamente elevata si è completamente proiettata sul sociale per controllarlo. Prima l’automazione, poi l’informatizzazione hanno oltrepassato i processi di meccanicizzazione ed hanno imposto figure immateriali di controllo. Se l’automazione partecipa ancora, in parte, della vecchia economia politica della valorizzazione attraverso le macchine, con l’informatica quest’orizzonte è oltrepassato, la merce diviene sempre più trasparente – dall’altra parte emergono settori sensibili, sempre più sensibili all’autonomia della cooperazione sociale e all’autovalorizzazione dei soggetti proletari, all’esaltazione delle microfisiche individuali e collettive. L’attivazione produttiva della forza-lavoro non avrà dunque bisogno, per esprimersi, di essere messa in collegamento con i mezzi di produzione attraverso la sua propria vendita e l’acquisto da parte del capitalista. Meglio, non solo in questo caso essa diventerà produttiva. Tutto questo ci conduce a considerare come ipotesi (ad un avanzato grado di  verificazione) che l’antagonismo tra cooperazione sociale del proletariato e comando (economico e politico) di capitale, pur dandosi all’interno dei processi produttivi, si è ormai fondato al di fuori di essi, nel movimento reale del sociale. La cooperazione sociale non solo anticipa i movimenti economici e politici di capitale ma gli è preesistente, si afferma come autonoma.

Sia chiaro che, quando concludiamo in questi termini la nostra discussione delle pagine marxiane sulla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, non intendiamo esaltare – al contrario del pessimismo con il quale essa era stata altre volte letta – magnifiche conseguenze che ne deriverebbero. E non vorremmo, a convalida del nostro ragionamento, neppure ripetere l’esercizio letterario (altre volte nostro) di riferimento alle pagine dei Grundrisse sull’“individuo sociale, che appare come il grande fondamento della produzione e della ricchezza” o sul “capitale fisso che è l’uomo stesso”. (Trad. Fr. Lefèbvre, vol. II, p. 185,199) – anche se ci indispettisce il fatto che troppo spesso esse siano considerate “deliranti” piuttosto che altamente utopiche… A noi interessa solo sottolineare che (come la critica ci indica) lo sviluppo capitalista ha raggiunto un livello di estrema fragilità, una sproporzione degli elementi che costituiscono il capitale difficilmente riconducibile a misura – e che, conseguentemente, il capitale rinnova la ricerca di un fondamento materiale per un nuovo periodo di sfruttamento. Ma “… dal fatto che il capitale senta ciascun limite come un ostacolo, e che quindi cerchi di superarlo idealmente, non deriva affatto che quel limite sia realmente superato: e come ciascun limite contraddice la sua propria determinazione, così la produzione si muove tra contraddizioni che da un lato costantemente supera, dall’altro costantemente ripropone. E non solo. L’universalità cui il capitale tende instancabilmente trova limiti nella sua stessa natura che, ad un certo livello del suo sviluppo, rivela che è lui stesso il più grande ostacolo a questa tendenza, e quindi lo spinge al proprio superamento” (Grundrisse, Dietz Verlag, Berlin 1953, p. 313-314, traduzione mia). Perché noi non dovremmo, attraverso la critica marxiana, cercare un nuovo punto di sostegno per la rivoluzione comunista?

 

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La terza ragione di riferirsi a Marx sta nel fatto che attraverso la teoria – che per noi è anche sviluppo dei principi e degli esempi che traiamo da Il capitale – possiamo meglio gettare un ponte tra presente e futuro. Come abbiamo fatto precedentemente anche qui proponiamo un esempio, questa volta tratto dal Libro Secondo de Il capitale, dove, attraverso l’analisi della circolazione dei merci e della socializzazione dello sfruttamento del lavoro, si adombrano spunti antagonisti di costruzione del “comune”.

Se assumiamo che il lavoro sociale non sia stato sussunto dal capitale solo “formalmente” (cioè nella concatenazione di strutture che si mantengano nella loro individuale specificità) ma “realmente” (cioè nella cooperazione di una moltitudine di strutture singolari, incapaci ormai di riprodursi separatamente); se dunque assumiamo che la società sia stata sussunta “realmente” nel capitale – che significa interamente ed in una maniera che non modifica solo la sua forma esterna ma le forme della produzione e della riproduzione della società stessa – ne viene che noi non possiamo considerare queste trasformazioni (come spesso avviene) solo in termini “feticisti”, “irrazionali”. [Bisogna ammettere che lo stesso Marx talora ha estremizzato il punto di vista feticista. Per esempio: “È nel capitale produttivo di interesse che il rapporto capitalistico perviene alla sua forma più esteriore ed assume l’aspetto di un feticcio… A – A’: è la formula originaria e generale del capitale, condensata in una espressione priva di senso… una cosa… un feticcio automatico” (Il capitale, Libro Terzo, Sezione V, cap. 24). Bisogna comunque ammettere che il carattere di “feticcio” è meglio costruito da Marx nel Terzo Libro piuttosto che nel Primo de Il capitale]. Noi dobbiamo dunque considerare la sussunzione della società nel capitale in maniera reale – dobbiamo cioè assumere il funzionamento del capitale a livello sociale e su questo terreno identificare le forme della produzione del valore, dell’estorsione del plusvalore, e quindi i modi e le articolazioni della forza-lavoro contro il capitale.

È per questo che Marx ritorna sulle teorie del ciclo economico – ed in particolare allo studio del Tableau Economique di Quesnay – per evidenziare (cosa che appare con molto evidenza nella formule cicliche) il carattere sociale del processo di produzione capitalistico. Nella formula M’ – M’ (che è quello del consumo sociale individuale e collettivo) Marx nota che quando ci troviamo nella sussunzione reale, “la trasformazione è il risultato non di uno spostamento puramente formale, appartenente al processo della circolazione, bensì della reale trasformazione che forma d’uso e valore degli elementi costitutivi del capitale produttivo hanno compiuto nel processo di produzione” (Il capitale, Libro Secondo, Sezione I, cap. 3). Su questo stesso punto Marx insiste qui continuamente, sottolineando che il costituirsi del capitale complessivo sociale rappresenta una vera e propria “rivoluzione di valore”, e che il risultato di questo movimento incide sulle parti costitutive del valore del prodotto sociale – sia in termini di scambio che di uso (ivi., Sezione III, cap. 20). “Il movimento del capitale complessivo è dunque un’astrazione in actu” – laddove per “astrazione” si intenda la capacità del capitale sociale di ricomporre ogni rivoluzione di valore, ogni violenta trasformazione, ogni tentativo di rendersi autonoma di una frazione-parte del capitale (ivi., Sezione I, cap. 4).

Questo passaggio è talmente essenziale nell’analisi del capitale (per ricondurre cioè il rapporto circolazione-produzione alla matrice della valorizzazione) che Marx afferma: una volta arrivati a questo punto, una volta assunta la complessità del capitale sociale, “noi esigiamo un altro modo di indagine” (ivi. Sezione I, cap. 4). In che cosa consiste quest’altro modo di indagine? Nel considerare le categorie di analisi non più geneticamente ma come funzioni dell’antagonismo, nella totalità sociale. È solo a questo punto che la teoria diventa un’arma della lotta di classe. Un simile approccio era già stato sviluppato (come abbiamo accennato) nel Primo Libro de Il capitale, qui il metodo è approfondito. Ne segue immediatamente che il capitale sociale non va più considerato come il risultato di un processo “concorrenziale” che lo determinerebbe. Come se le leggi che lo reggono fossero conseguenza della guerra che i piccoli industriali conducono l’uno contro l’altro – no davvero, le leggi che guidano il capitale sociale complessivo sono solo quelle che nascono dall’antagonismo, dalla lotta di classe. Il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale della società nel capitalista collettivo comporta allora, come prima e fondamentale conseguenza, che il “dispotismo” capitalista sulla classe operaia nella fabbrica si estenderà alla società, annullando quella “anarchia” che inizialmente sembrava egemone nel gioco del mercato. Quest’anarchia produce faux-frais della produzione che vanno – così come in genere tutti i fenomeni ed utilità complementari (“esternalità”) – ricondotti a “positività”, o altrimenti eliminati, al fine di configurare la pienezza della potenza sociale del capitale.

È su questa nuova base che Marx riprende da Quesnay gli schemi di riproduzione – una versione numerica di quelli del Tableau Economique (Il capitale, Libro Secondo, Sezione III, cap. 20-21). Questi schemi valgono a mettere in equilibrio (dentro il sistema capitalistico) una prima sezione che produce “mezzi di produzione” ed una seconda sezione che produce “beni di consumo”. Al fine che il sistema funzioni senza intralci, è chiaro che non solo la domanda totale deve eguagliare l’offerta totale ma anche che la domanda di prodotti di un’intera sezione deve eguagliare il complesso della produzione della sezione stessa. Questo è il caso della “riproduzione semplice”, cioè uno stato di cose in cui tutto resta invariato da un anno all’altro: se il capitale costante consumato in tutte e due le sezioni è uguale alla produzione della prima sezione, e se il reddito complessivo di lavoratori e di capitalisti delle due sezioni (che deve essere interamente consumato perché le condizioni restino invariate) è uguale alla produzione della sezione seconda.

Ma quando, nella “riproduzione allargata” – laddove i capitalisti non consumano tutti i loro redditi ma ne reinvestono una parte – tutte le proporzioni cambiano, l’equilibrio non sembra facile da trovare. È anzi molto difficile da fissare, anche se i capitalisti tentano continuamente di ristabilirlo con nuovi investimenti e nuovi consumi. Nella storia delle interpretazioni del marxismo, questo passaggio (della riproduzione allargata) è divenuto un “capo delle tempeste” – poiché, a partire dalla Luxemburg, non è parsa evidente questa formulazione marxiana. Anzi, essa è sembrata contraddittoria con quell’antagonismo che in Marx costituiva il cuore delle categorie della critica. Sicché furono vari i tentativi di storicizzare e di dare nuova figura a queste sproporzioni e disequilibri. La Luxembrug, in particolare, mostrò come l’equilibrio sarebbe stato irraggiungibile se, a fronte del consolidarsi dei movimenti e delle lotte della forza-lavoro sociale, il capitale non avesse assicurato (nello sfruttamento coloniale) nuove fonti di sfruttamento per riequilibrare il ciclo.

Analogamente teniamo presente che, nella riproduzione allargata, si confrontano in nuova forma due fenomeni già da noi considerati quando abbiamo studiato la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto (e cioè da un lato l’accrescimento dell’entità di valore del capitale costante e quindi la massificazione della composizione organica del capitale e – di contro – con l’aumento della potenza produttiva della forza-lavoro, la relativa autonomia della parte variabile da quella costante del capitale). Ne viene una conseguenza fondamentale: la riproduzione allargata, quanto più il capitale viene massificando la sua composizione, è sempre foriera di crisi. Ma questa crisi si dà dentro una nuova figura del capitale: ormai socializzato, esso ha integrato produzione e circolazione, ha costituito una dimensione globale per il proprio sviluppo. Non è riuscito tuttavia a riequilibrare il rapporto fra sezione di riproduzione dei mezzi di produzione e la sezione dei beni di consumo, fra lo sviluppo ed il salario complessivo, li ha anzi visti andare in direzioni opposte, laddove il capitale costante e il capitale variabile non riescono più a trovare una condizione stabile di convivenza. Qui noi verifichiamo l’effetto definitivo della crisi della classica teoria del valore-lavoro: ciò non significa che il valore sia qualcosa che trova fondamento fuori dallo sfruttamento della forza-lavoro ma che le dimensioni, le misure e la qualità di questa forza-lavoro sono radicalmente mutate e che con la forma, marxianamente, muta anche la materia.

Perché, all’inizio di questo paragrafo abbiamo accennato all’aprirsi di un nuovo spazio teorico? Perché all’interno di questa crisi e nell’approfondimento dei antagonismi, dentro alle nuove concatenazioni del lavoro e contro lo sfruttamento capitalista della cooperazione sociale, può forse essersi costruita una nuova teoria del valore-lavoro come potenza comune. Conosciamo ormai un formidabile aumento del valore d’uso della forza lavoro ma dall’altro canto l’estrema violenza del capitale sociale che tende a chiuderla nel valore di scambio, nella riorganizzazione sociale di comando per lo sfruttamento, al fine di annientare la resistenza e l’autonomia del lavoro. Ma c’è del “comune” che, dentro alla capitalizzazione sociale della valorizzazione, fa forza contro ogni gabbia, cercando di esprimersi.

Grandi modificazioni si sono date nello sviluppo capitalistico più recente. Il primo elemento da sottolineare è che la finanza è diventata ormai un elemento centrale nel processo produttivo. La distinzione tradizionale tra gestione monetaria da un lato e livello produttivo “reale” dall’altro, è ormai impossibile da conservare, non solo politicamente, ma soprattutto praticamente, da un punto di vista interno ai processi economici in generale. Oggi, il capitalismo si regge sulla rendita. Il grande industriale, piuttosto che reinvestire il profitto, punta sulla rendita. E il circuito, il sangue del capitale, si chiama oggi rendita e questa rendita copre una funzione essenziale nella circolazione del capitale e nel mantenimento del sistema capitalistico: nel mantenimento, intendo, della gerarchia sociale e dell’unità del comando di capitale.

Il denaro diventa anche l’unica misura della produzione sociale. Abbiamo così ormai una definizione ontologica del denaro come forma, sangue, circolazione interna nella quale si consolida il valore costruito socialmente nell’intero sistema economico. Ed è qui che si dà la totale subordinazione della società al capitale. La forza lavoro, quindi l’attività della società, è sussunta dentro questo denaro che è insieme misura e, al tempo stesso, controllo e comando. Lo stesso ceto politico è del tutto dentro questo processo e le forme della politica ballano su questa corda.

Se questa è la situazione, diventa logico e fondamentale che la rottura – ogni rottura – avvenga all’interno di questo quadro. Dobbiamo – lo dico provocatoriamente ma non troppo – immaginare cosa possa significare oggi fare un soviet, cioè portare la lotta, la forza, la moltitudine, il comune dentro questa nuova realtà e le nuove totalitarie organizzazioni del denaro e della finanza. La moltitudine non è semplicemente sfruttata: essa è sfruttata socialmente, esattamente come l’operaio lo era una volta nella fabbrica. Mutatis mutandis si propone quindi a livello sociale (e nel denaro) la validità della lotta sul salario. Il capitale è sempre una relazione (fra chi comanda e chi lavora) ed è dentro questo rapporto che si stabilisce la sussunzione della forza lavoro nel denaro. Ma proprio se si tiene ferma la relazione di capitale, è la dentro che si determina la rottura.

La stessa crisi attuale può essere interpretata a partire da questi presupposti. La crisi si dà come necessità di mantenere l’ordine moltiplicando la moneta (i subprimes e tutto il meccanismo spaventoso che ne è seguito, servivano a tener buoni i proletari, per pagare la riproduzione sociale dal punto di vista di un capitale e di un sistema bancario che dominava questo mondo). Quindi bisogna metter le mani su questa cosa per distruggerne le capacità di comando. Non ci può esser equivoco su questo punto. Contro ogni concezione che riporta le ragioni della crisi al distacco tra finanza e produzione reale, insistiamo invece sul fatto che la finanziarizzazione non è una deviazione improduttiva e parassitaria di quote crescenti di plusvalore e di risparmio collettivo. Non è una deviazione, bensì la forma di accumulazione del capitale all’interno dei nuovi processi di produzione sociale e cognitiva del valore. La crisi finanziaria odierna va quindi interpretata come blocco dell’accumulazione di capitale (da parte proletaria) e come conseguente esito implosivo di mancata accumulazione di capitale.

Come si esce da una crisi di questo tipo? Solo attraverso una rivoluzione sociale. Oggi infatti ogni new deal proponibile può solo consistere nel costruire nuovi diritti di proprietà sociale dei beni comuni. Un diritto che con tutta evidenza si sta contrapponendo al diritto di proprietà privata. In altre parole, se fino a oggi l’accesso a un “bene comune” ha preso la forma del “debito privato”, da oggi in poi è legittimo rivendicare il medesimo diritto nella forma della “rendita sociale”. Fare riconoscere questi diritti comuni è l’unica e giusta via per uscire dalla crisi. Un’ultima battuta, in proposito: vi sarà certo chi (Rancière, Zizek, e Badiou l’hanno già detto) ritiene queste “riforme” completamente inutili, anzi, dannose per i lavoratori – bene, perché non le proviamo? Perché non le proponiamo a Wall Street?

Tuttavia non c’è peggior illusione di quella che basti riappropriare quel “comune” e sottoporlo ad una gestione democratica, per costruire il comunismo. Infatti, nell’accumulazione sociale capitalista c’è una forma alla quale necessariamente corrisponde una omologa sostanza. Quindi quel comune capitalista, quel “comunismo del capitale” vanno distrutti. Questa distruzione costituisce la porta stretta di ogni processo costituente comunista. Una nuova teoria del valore-lavoro va tuttavia fin d’ora ricostruita, scavando nel “comune” capitalista per criticarne lo sviluppo e rovesciarne la tendenza – così come la teoria del valore-lavoro marxiana era servita a mostrare la forza-lavoro come potenza e a fissare come obiettivo di lotta, oltre il pluslavoro, la distruzione dello sfruttamento e del profitto.

Queste quattro note (e queste tre esempi) solo per dire perché Marx debba ancora accompagnare chi ha impegnato la ricerca per organizzare la resistenza contro lo sfruttamento capitalista, per costruire un’autonomia sempre crescente (nella cooperazione cognitiva del lavoro postfordista) dei lavoratori e per godere, dentro e contro la socializzazione capitalista, di forme di vita comune. “Perché Marx?”, è un dialogo militante quello che questa domanda propone. Queste note indicano piste da seguire negli anni a venire.

 

 

 

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