Pillar of Defense chronicles

 

di INFOFREEFLOW (@infofreeflow)

Un luogo comune è uno spazio linguistico e culturale dove convergono banali ovvietà che il gruppo sociale scambia per compattarsi ed aumentare il livello di empatia reciproco: come davanti ad un fuoco, riunirsi attorno ad una parola o ad una frase condivisa scalda l’animo e rende più vicini. Il panorama di una guerra è punteggiato di posti di questo genere: tanti piccoli falò – se ne vedono a perdita d’occhio – brulicanti di individui che li alimentano con certezze leggere come cenere. Uno dei più frequentati è quello dove si racconta che sotto le bombe la prima a lasciarci le penne sia sempre la verità. Tuttavia a guardare lo svolgimento dell’operazione Pillar of Defense, verrebbe da replicare che se col termine si intende sbrigativamente ricorrere ad un sinonimo di realtà, allora nel bollettino di morti e feriti (o “casualties” per dirla con l’asettico e rassicurante corrispettivo anglofono) non troveremo nessuna vittima chiamata Verità. La verità è semmai un fronte dello campo di battaglia. Uno dei più importanti.

Attivare delle tecniche su un dato campo. Applicarle, giustificarle attraverso un discorso. Questa è la funzione dei media in quanto tecnologia politica. Lo era anche ai tempi dell’adagio di analogica memoria «Roveda, la lotta di classe la facciamo anche noi!» quando la macchina da presa la faceva da padrone. Lo è ancora di più oggi, in uno scenario mutato, certo da uno straordinario avanzamento della tecnica, ma anche dalla scomparsa di un’etica del combattimento, attraverso cui legittimare moralmente le proprie gesta belliche. Così gli alti comandi militari, mentre muovono le loro pedine sulle carte geografiche, tracciano mappe cognitive: dispiegano un febbrile lavorio di news management, da integrare alle strategie adottate sul campo, per controllare i flussi di informazione, produrre orizzonti di senso con caratteri di coerenza ed autoreferenzialità, imporre una propria definizione di realtà ed istituire regimi di verità socialmente accettati con cui giustificare la necessità della guerra. «Il campo di battaglia è sopratutto un campo di percezione che deve essere costruito in modo da controllare i movimenti dell’avversario» diceva il filosofo francese Paul Virilio. Una massima valida per descrivere le ragioni dello straordinario successo nazista in Francia, quando scarponi e cingolati tedeschi travolgevano l’obsoleta linea Maginot e, forti della innovativa tecnica della blitzkrieg, sfuggivano al mirino dei mitragliatori francesi, aggirando i bunker che avrebbero dovuto fermare la marcia della Wehrmacht verso Parigi. Una massima valida ancora oggi nell’era della “guerra tra la popolazione”, dove il 2.0 delimita spazi proiettati oltre la fisicità dei luoghi e tempi privi di sequenzialità: ben oltre l’antico dualismo di propaganda e la censura, le tecniche di comunicazione militare, lanciate alla conquista dell’opinione pubblica, prevedono un’estensione distribuita e decentralizzata dell’informazione perché l’inquadramento del discorso e la sua incorporazione nell’azione umana possano sfruttare la maggiore efficienza inscritta nella forma della rete. Come nell’economia di internet, anche in quest’ambito siamo prosumer: produttori e consumatori di informazioni.

Anche la nostra mente è il campo di battaglia. 

Pagina Gaza Youth Breaks Out – Facebook – Internet – Tempo asincrono

Mancano poche ore al raggiungimento della tregua tra Hamas e Tel Aviv. I bombardamenti sulla striscia non si arrestano, come lo scorrere degli status sulla timeline del gruppo giovanile Gaza Youth Breaks Out. Un wall fatto di mattoni dal peso insostenibile: nomi, foto e brandelli di identità ridotti in byte dopo essere stati fatti a pezzettini dalla furia ad alto contenuto tecnologico degli F16 e dei droni israeliani. Quasi tutti civili: molti di loro non arrivano a 18 anni. Alcuni neppure a 18 mesi. Così macabra eppure così necessaria, la satira di spinoza.it questa volta lascia il segno. «Israele» recita uno degli ultimi tweet, diventato immediatamente virale «colpisce obiettivi strategici. Prima che possano crescere».

La barra delle notifiche riprende a lampeggiare. Sulla pagina dei GYBO è apparso un filmato. Si tratta del detour di un video promozionale dell’associazione sionista “Israel in Context” le cui finalità sono brevemente spiegate in una pagina del sito ufficiale. «Israel in Context tratta le notizie del giorno e fornisce la storia, il contesto ed i fatti che circondano un particolare evento, incorporando sketch e umorismo affinché il pubblico possa comprendere l’intera storia, orientarsi meglio nei media e farsi una propria idea – Tutto questo grazie all’intrattenimento» . L’obiettivo è quello di rendere presentabili le politiche israeliane agli occhi del pubblico. Come nel video in questione, intitolato “I Support Israel”: davanti all’occhio della telecamera e sullo sfondo di paesaggi paradisiaci e quieti, si alternano una moltitudine di personaggi, delle più differenti etnie, età ed estrazioni sociali, che si dichiarano pronti ad abbracciare “la lotta per la libertà di Israele”. Uno stato rappresentato come un faro sull’arida collina mediorientale, schierato in difesa delle minoranze, dei diritti degli omosessuali, della libertà e della vita e per questo costantemente assediato da entità nemiche che vogliono distruggerlo. Fin troppo facile per gli autori del detour costruire un’altra prospettiva del filmato, intervallando ai fotogrammi originali quelli degli effetti dei bombardamenti degli ultimi giorni, dove il grido di libertà di una ragazza asiatica sfuma e si confonde col tonfo sordo dei missili e le urla terrorizzate dei bambini gazawi. Ma il secondo filmato non vuole affermare che il primo è una menzogna. Al contrario. Sembra piuttosto voler fornire altri particolari, crudi e scioccanti, per esplorare più in profondità il concetto di libertà dal punto di vista sionista e come questo comporti il soggiogamento di un’intera popolazione.

Non è sempre semplice documentare quanto accade nella striscia di Gaza. E non solo per quelle che sono le condizioni che si impongono sul campo. Manca l’elettricità, manca internet, di frequente la rete cellulare è in sovraccarico oppure viene oscurata. Ma anche quando queste circostanze non si verificano qualcos’altro può andare storto. Spesso a mettersi di traverso sono proprio le grandi internet companies, solitamente incensate come paladine del flusso libero di informazione e della libertà d’espressione. È successo a Rosa Schiano, giovane e coraggiosa fotografa napoletana che, dopo aver pubblicato su Facebook (oltre che naturalmente sul suo sito personale) le fotografie dei bimbi palestinesi uccisi durante i raid, non ha potuto accedere alla propria pagina per 24 ore. Alla stessa sorte sono andati incontro alcuni amministratori dei GYBO che, dopo essersi visti bloccare alcuni account e censurare decine di fotografie, sono ricorsi ad un banale espediente, linkando automaticamente sulla pagina Facebook i loro contenuti pubblicati su Twitter. Un episodio che racconta come in guerra ognuno resiste, attacca e si difende con gli strumenti che ha a disposizione. Ma che mette anche in evidenza come in questo conflitto bellico, ed in quelli futuri, un ruolo sempre più preponderante sarà assegnato ai grandi nodi di mediazione dell’informazione, come Twitter, Facebook o Google. Soggetti in grado di sviluppare norme e codici della rete, sottraendoli così parzialmente al potere delle burocrazie tradizionali e delle istituzioni politiche formali. La loro autorità, fondata sulla centralità dei social media in quanto elementi costitutivi delle pratiche di comunicazione sociale, si sposta dal pubblico al privato. Il loro potere è quello di tracciare i confini di accesso all’informazione, allargando o restringendo la visuale del campo di battaglia. La loro capricciosa policy – l’incerto e volubile regolamento interno che ne ordina l’ecosistema digitale – assume un peso sempre maggiore negli affari internazionali (come accaduto due mesi fa in occasione degli assalti alle ambasciate statunitensi). Per dirla con Ippolita, il concetto di pubblico risulta stravolto da questi nuovi assetti di potere globale: le foto di Rosa Schiano sono pubbliche nel senso di gestite da Facebook, pubblicate da Facebook e rese disponibili da Facebook. Che è una società privata.

«Maledetti ebrei!» scrive in inglese Rashid, uno studente del Cairo, tra i commenti che fanno da cornice e didascalia ai tanti brevi filmati dal fortissimo impatto emotivo, ripresi per le strade della striscia e postati sulla pagina dei GYBO. Uno dei più significativi a spiccare è quello del Gaza Parkour Team: una gruppo di ragazzi gazawi che, durante i bombardamenti, indossate le magliette con stampato il logo della crew, compierà le sue acrobazie contro un cielo sul cui sfondo si stagliano le esplosioni provocate dai missili sganciati dai caccia. Resistenza pura ed un messaggio chiaro: ci vuole ben altro per fiaccare il morale del popolo palestinese. Ma le parole di Rashid non vengono prese bene dagli amministratori della pagina che subito replicano seccati: «Non c’entra un cazzo che siano ebrei! Sono sionisti». Passano i minuti e, mentre a qualche centinaio di chilometri un ufficiale della Israel Defense Force sta pilotando con un joystick il prossimo “missile intelligente” che si schianterà su Gaza, i GYBO specificano sulla loro bacheca: «Vi sarete accorti che alcuni dei nostri supporter arabi usano la parola “ebreo”… questo è perché o non conoscono la differenza tra i sionisti e gli ebrei o perché non hanno un inglese particolarmente fluente e non sanno che termini usare. Vi assicuriamo che i palestinesi non hanno alcun problema con le appartenenze religiose.. La nostra lotta è contro l’oppressore sionista. Apprezziamo il vostro supporto». Una lotta a cui loro stessi chiamano, chiedendo alla comunità, creatasi intorno alla loro pagina, di aiutarli per mettere a tacere gli sciami di sionisti che, in modo organizzato, la stanno infestando «irridendo la morte dei nostri piccoli». I GYBO invitano a fare massa critica al grido del celeberrimo meme “Don’t panic! Organize”: Scrivere a Facebook perché la loro pagina non sia oggetto di un black out deciso in qualche ufficio californiano; ripubblicare le fotografie delle iniziative di solidarietà che si stanno svolgendo in tutto il mondo; sostenere gli hashtag (come #protestforgaza o #longlivegaza) lanciati su Twitter. Chiunque può si dia da fare con gli strumenti a disposizione per catalizzare attenzione: nell’overload dell’informazione globale è un salvagente a cui aggrapparsi per non essere travolti dalla corrente di una narrazione coordinata, smaccatamente filo-israeliana. E molto ben organizzata. Anche in rete.

Pagina IDF Spokesperson – Facebook – Internet – Tempo asincrono

Scambi di artiglieria sul campo e di tweet in rete. Così si è aperto il sipario su Pillar of Defense. Prima il filmato dell’esecuzione di Ahmed Jabari, capo dell’ala militare di Hamas, riversato in tempo reale su Youtube e servito all’ora di cena con i titoli d’apertura dei tg serali. Poi una raffica di minacciosi tweet scambiati tra l’account dell’Israel Defence Force e quello delle brigate Alqassam. Quanto basta per catalogare alla sezione “panzane” l’opera completa del buon Pierre Lévy e dei suoi entusiasti emuli: una massa di intellettuali narcisisti che per anni hanno gettato fiumi d’inchiostro magnificando le capacità progressive della tecnologia di livellare distanze ed incomprensioni tra i popoli. Oggi che la pace perpetua digitale non è più di moda ed anche i falchi cinguettano, quotidiani e testate giornalistiche preferiscono annunciare l’avvento della cyberwar ad ogni piè sospinto. Se però si scava sotto il ciarpame sensazionalista accumulato nei server degli organi d’informazione globali c’è da fare della buona archeologia e non è difficile afferrare il capo del filo rosso che accomuna frame, dispositivi retorici e tattiche comunicative dispiegate da Israele negli ultimi otto giorni.

Prima di tutto lo scenario. Come nel 2008, poco prima che le scie al fosforo lanciate con l’operazione “Piombo Fuso” squarciassero il cielo delle notti di Gaza, l’aggressione militare alla striscia si scatena dopo gli omicidi mirati di militanti palestinesi. Poi la tempistica: negli ultimi 15 anni le più importanti operazioni militari di Israele sono sempre andate di pari passo con le scadenze elettorali. Non è un caso che Ronit Tirosh, leader del partito d’opposizione israeliano Kadima, abbia dichiarato che «un più alto numero di vittime avrebbe garantito [a Netanyahu] una maggiore porzione di seggi al Knesset». Terzo la scelta di additare Jabari come “terrorista”. Le cose stanno diversamente – il suo nome era stato indicato anche da Israele in quanto figura idonea al mantenimento dell’ordine e della sicurezza nella striscia – ma la sua collocazione in questo campo semantico ha precise funzioni propagandistiche ed operative: se Israele ha colpito un individuo macchiatosi di crimini atroci («È un terrorista no?» penserà l’ingenuo spettatore «Qualcosa deve avere pur fatto!») allora il suo intervento si configura come legittimo. Anzi appare come una reazione mirata, provocata da offese arrecate in modo pregresso dai palestinesi: basta cambiare una parola per trasformare l’aggressore in vittima. Infine non è un elemento di novità neppure il tentativo da parte di Tel Aviv di occupare territori del web considerati come strategici. Focalizziamo il nostro sguardo su quest’ultimo aspetto di Pillar of Defense.

«Il nemico non è un oggetto inanimato e impara dalle sue sconfitte» diceva Clausewitz. Questa è anche la storia dello stato d’Israele. La guerra con il Libano nel 2006 fu un autentico disastro e non solo perché Hezbollah riuscì ad opporre ai tank israeliani un’efficace quanto inaspettata resistenza. Anche le armi di distrazione di massa si incepparono e le autorità israeliane si ritrovarono sotto il fuoco amico di tutti quei soldati che, una volta al fronte, contribuivano, attraverso mail e blog, a produrre una narrazione molto diversa da quella illustrata dal mainstream. Per non parlare del blitz portato a termine dalle teste di cuoio di Tel Aviv contro la Freedom Flotilla nel giugno del 2010. Una mattanza che il ministero degli Esteri tentò allora di giustificare pubblicando sul proprio account Flickr fotografie che immortalavano le “armi” trovate nella stiva della nave: materiale da campo, visori e binocoli per la visione notturna. Ricostruzione già di suo poco plausibile ed inficiata definitivamente in un secondo momento quando i metadati delle immagini rivelarono che gli scatti risalivano al 2003 ed al 2006. Poco cambia se la causa di tale incongruenza fosse frutto di un piccolo difetto degli orologi delle camere. Rimane un errore drammatico in un sistema mediatico dove vale il detto «la mia versione è tanto più credibile quanto meno lo risulta la tua».

Due punti di non ritorno, a partire dai quali i vertici militari israeliani hanno elaborato strategie di guerra non convenzionale e schierato truppe sul terreno dei social media. Un centinaio di profili Facebook, coordinati dal ministero degli Esteri e tradotti in inglese, francese, persiano, arabo e russo (oltre che naturalmente l’ebraico). Canali Youtube e profili Twitter per ogni ambasciata israeliana sparsa nel mondo. Infine l’arruolamento dei volontari: gruppi come il GIYUS (Give Israel Your United Support), lanciato dall’Unione globale degli studenti ebrei, il cui obiettivo è quello di contrastare il sentimento anti-israeliano sul web ed influenzare l’opinione pubblica. Come? Presidiando segmenti di rete, ritenuti particolarmente significativi in termini di estrazione di consenso, e aggredendo in maniera coordinata utenti filo-palestinesi all’interno di forum, blog e social network. E con numeri non di poco conto, se si considera che la cifra stimata di questi “troll di stato”, si aggira, secondo le dichiarazioni del ministero dell’immigrazione israeliano, intorno al milione. A quanto pare il problema del P2P, cioè della comunicazione da pari a pari, non è solo una questione di architetture di rete, ma anche di organizzazione, know how accumulato e risorse disponibili.

I risultati di questa strategia vedono i primi frutti quando l’operazione Piombo Fuso prende il via: al fronte tutti in riga, senza voci elettroniche non allineate a disturbare la sinfonia mediatica con cui Israele interviene sull’intero spettro mediatico per costruire un’immagine coordinata, positiva e vincente. Un copione che si ripete anche con Pillar of Defense di cui uno degli avamposti su Facebook è IDF Spokesperon: uno dei luoghi dove si è giocata, per usare la parole dell’analista politico Ron Pundak, la capacità di Israele di prolungare il conflitto «in base a come questo viene percepito a livello internazionale».

L’estetica della pagina è diversa da quella dei GYBO: se la bacheca dei giovani palestinesi è un guazzabuglio di solidarietà, dove da tutto il mondo ognuno arriva per aggiungere una pennellata più o meno significativa, quella dell’IDF presenta uno stile decisamente più asciutto e lineare. I contenuti proposti infatti, sia che si tratti di filmati, articoli o aggiornamenti in tempo reale sullo stato del conflitto, provengono quasi interamente dal blog e dal canale YouTube dell’esercito. Le forze armate israeliane sembrano puntare molto su questi vettori di diffusione perché, come dichiarato dal 26enne Sacha Dratwa, l’uomo a capo della divisione social media di Tel Aviv, «crediamo che la gente capisca il linguaggio di Facebook, il linguaggio di Twitter». L’idea è quindi quella di affiancare ai linguaggi mediali tradizionali quelli della rete, operando in questo modo una penetrazione più capillare nell’audience internazionale e di casa propria. Ed un occhio di riguardo sembra essere riservato alle generazioni più giovani. Scorrendo la timeline si può infatti incappare in un link che porta ad una pagina chiamata “IDF Ranks – The Ultimate Virtual Army”: si tratta di un videogame lanciato dall’IDF. I partecipanti possono iscriversi in modo semplice, autenticandosi attraverso Facebook o le altre piattaforme su cui l’esercito israeliano è presente. Scopo del gioco? «Diffondere la verità in merito all’esercito israeliano»: condividere, linkare, commentare o visitare contenuti web dell’IDF. Come in un vero corso d’addestramento l’aspirante recluta viene motivata e responsabilizzata. In perfetto stile 2.0, un banner ricorda che ogni click ha un impatto sulla realtà e che impegnarsi in questo gioco significa schierarsi, prendere una posizione: pubblicare propaganda filo-israeliana sui social network diventa così un momento di definizione della propria identità virtuale. L’immaginario liberogeno della rete viene mobilitato ed il mouse diventa una spada di luce in mano agli utenti con cui tagliare quella coltre fumogena assiepatasi intorno alla “verità” di Israele. C’è anche una classifica e chi riesce a realizzare i punteggi più alti sale di grado, fino a diventare generale di quest’armata virtuale. Una vera e propria forma di crowdsourcing applicato alla guerra, prodotto dall’incontro tra l’ideologia californiana e quella sionista. E l’intersezione tra l’ambito ludico e quello bellico è solo apparentemente stridente: in termini generali il gioco non è un banale passatempo né un ambito marginale nella costruzione di soggettività. In realtà il gioco, oggigiorno negoziato all’incrocio tra pratiche sociali e piattaforme tecnologiche, è un elemento che rientra appieno nei processi sociali di costruzione simbolica della realtà. Basta pensare alle categorie cognitive istituite da videogame come “Call of Duty” ambientati in Afghanistan o in non meglio specificate località mediorientali, dove i protagonisti sono eroici marine statunitensi impegnati nella war on terror. Qui invece si può impersonare un soldato virtuale dell’IDF impegnato sul fronte dei media. Nome in codice dell’operazione? “Hasbara”, termine che in ebraico significa spiegare. Spiegare al mondo il punto di vista d’Israele, modellando la rappresentazione del contesto di guerra con simboli ed informazioni immessi nelle proprie reti personali e di conoscenza. La logica sottesa ad IDF Ranks si basa su un semplice assunto: in ogni processo di comunicazione, perché il messaggio vada a segno, è fondamentale che il messaggero sia credibile. Ed è molto più probabile che gli indecisi (siano essi elettori israeliani o cittadini di altri paesi) prestino attenzione al parere di un “amico” su un social network che a quello di Netanyahu in televisione. È il principio del buzz marketing che ci porta a fidarci di quanti ci sono (o appaiono) più vicini. D’altra parte, si sa, la propaganda indiretta è sempre la migliore. Sopratutto se è «più rapida, economica e capillare» e si basa su vettori con «un potenziale di moltiplicazione molto maggiore» rispetto ai media tradizionali. Parola di Jamie P. Shea. Che non è un guru del web 2.0 ma il vicesegretario generale aggiunto della NATO.

«50 missili hanno colpito Israele negli ultimi tre giorni. Più di un milione di persone hanno meno di 60 secondi per mettersi al riparo prima che il razzo cada. CONDIVIDI questa immagine, perché i media mainstream non lo faranno». Così recita la scritta sovrimpressa all’immagine di copertina del diario Facebook dell’IDF mentre Pillar of Defense è in pieno svolgimento. Nell’immagine due scie di fumo bianco dirette verso l’altra metà del cielo si alzano in volo da quello che potrebbe sembrare uno dei sobborghi di Gaza. L’immediatezza dell’impatto visivo indurrebbe automaticamente a pensare che la fotografia si riferisca agli avvenimenti di questi giorni. Non è così. Nell’angolino in altro a sinistra, una minuscola scritta dalla tonalità blu, solo leggermente più scura di quella del cielo sullo sfondo, avvisa che si tratta di un reperto d’archivio. La data di pubblicazione è quella del 20 giugno 2012. Riposta in qualche cassetto virtuale, quest’istantanea è stata rispolverata per l’occorrenza, come dimostra il numero dei commenti degli utenti, impennatosi visibilmente a partire dal 14 novembre 2012.

Quello descritto è solo uno dei tanti scatti che compongono l’album della pagina di IDF Spokesperson. Ce ne sono altre decine, tutti con soggetti diversi. Alcune raffigurano il sistema difensivo missilistico ultra-tecnologico “Iron Dome”, altre raccontano in cifre l’andamento delle operazioni militari nella striscia di Gaza, altre ancora pongono l’accento sulla costante minaccia dei razzi a cui sarebbero sottoposti i coloni. La fotografia e l’ordine cromatico secondo cui sono disposte evoca una gerarchia della percezione molto chiara che suggerisce allo spettatore uno schema interpretativo univoco. I colori predominanti sono il verde ed il rosso: il primo richiama Hamas ed la sua tradizionale bandiera, mentre il secondo, quello più acceso e visibile, è sempre associato ad azioni “terroristiche” imputate all’organizzazione palestinese. Composizioni di colori più tenui, dove bianco e blu vengono spesso accostati, fanno invece da cornice alle immagini correlate con l’IDF. Quasi tutte insistono con diverse formule sul concetto citato in precedenza: “condividi queste immagini, rendile pubbliche e visibili perché i grandi network informativi invece le oscureranno. Il diritto dello stato d’Israele di difendersi dipende anche da te”. Affermazioni di questo tipo indignano, vista e considerata la martellante frequenza con cui i grandi network internazionali hanno propinato scoop imbarazzanti durante l’intero arco del conflitto. La copertura realizzata dai quotidiani israeliani ha toccato a tratti vette altissime di puro surrealismo: Haaretz per esempio, a causa del poco materiale notiziabile proveniente dagli insediamenti, è arrivato a confezionare servizi sulla tensione psicologica a cui i cuccioli di cane dei coloni erano sottoposti per via del rumore dei missili. Le televisioni internazionali non sono state da meno. I filmati degli “inviati speciali” ad Ashkelon e Siderot sembravano tutti storybordati dallo stesso sceneggiatore: il racconto della caduta di un missile fatto con studiata concitazione, una corsa affannata verso il luogo dell’esplosione per creare suspence nel pubblico, l’occhio delle telecamera a posarsi su un buco nell’asfalto dal diametro di qualche decina di centimetri ed il laconico commento a dare il senso finale della sequenza «La vita dei coloni continua sotto assedio e la tensione resta altissima. A voi la linea studio». Anche affermazioni di questo tipo indignano. Ma indignarsi non serve. Non serve reagire, quanto piuttosto comprendere quali reazioni vogliono scatenare campagne mediatiche di questo genere. Perché media leggeri e pesanti da almeno 20 anni a questa parte, pur nelle differenze linguistiche, sfoderano un armamentario retorico, ben definito ed individuabile, che non lascia nulla al caso. Neanche in un ecosistema caotico come quello del web 2.0.

Nel libro “Bad News from Israel”, il Glasgow Media Group ha sciolto il groviglio di tattiche tessuto dal mainstream nella costruzione della notizia attraverso cui si costituisce quella dimensione esperienziale di percezione del conflitto israeliano-palestinese. Esse si dipanano in sacche di ignoranza parziale o totale dell’audience ed insinuandovisi diffondono informazioni tossiche che infettano l’opinione pubblica. Una delle più tipiche è la rappresentazione dei coloni come comunità vulnerabili, isolate e cinte d’assedio dalla minaccia palestinese. È l’esatto contrario, considerato che Gaza, la zona più densamente popolata della terra, viene soffocata da anni dall’embargo israeliano ed è quotidianamente obiettivo di attacchi militari. In questa immagine invece invece la prospettiva viene rovesciata ed è il territorio della striscia a rappresentare il centro di propulsione di una minaccia che promana in modo concentrico verso l’esterno. Sappiamo che nella stragrande maggioranza dei casi è la popolazione civile ad essere oggetto dei raid israeliani. Eppure questi vengono rappresentati come operazioni chirurgiche, limitate a bersagli mirati facenti parte della leadership di Hamas ed escludenti la popolazione nel suo complesso, anche grazie all’alta densità tecnologica che li caratterizza. In questo senso non è un caso che il primo video diffuso di Pillar of Defense, sia stato proprio quello dell’esecuzione di Jabari ripresa da una telecamera satellitare ad altissima definizione, sinonimo ed espressione di alta densità tecnologica. Un concetto ribadito anche da questa figura, dove l’IDF spiega quali siano le tecniche impiegate per “minimizzare” le perdite civili tra la popolazione di Gaza: oltre ai raid mirati vengono citati anche il lancio di volantini e le telefonate ai proprietari delle abitazioni situate nelle vicinanze dei bombardamenti. Al netto che tali telefonate si configurano di fatto come degli ultimatum («lasciate la vostra casa entro 120 secondi o morirete») e che nonostante gli “sforzi” profusi le perdite palestinesi rimangano di gran lunga superiori rispetto a quelle israeliane, questa tattica introduce un altro discorso tipico della propaganda bellica ovvero quello della disumanizzazione del nemico. Un avversario che non si preoccupa di ridurre le perdite civili ed è indifferente alle sorti della popolazione coinvolta suo malgrado nel conflitto, sia essa quella palestinese o israeliana. Un’idea ribadita anche in queste due foto (1 e 2) che richiamano apertamente uno dei leitmotiv più classici dell’informazione in tempo di guerra, ovvero quello degli scudi umani: si tratta di una rappresentazione che svolge due precise funzioni. Da una parte assurge al ruolo di giustificazione qualora i “missili intelligenti” dovessero toppare, colpendo strutture non militari e facendo strage di civili. Da un’altra contribuisce ad aggiungere pennellate al ritratto del nemico, dipinto, non solo come vigliacco, ma anche come essere irrazionale: come può Hamas dichiararsi movimento di resistenza se con le sue azioni contribuisce a far uccidere coloro che dichiara di voler proteggere? Così facendo mostra il suo volto ferino e predatorio contro cui l’unica alternativa possibile è la difesa. E questo, nel discorso elaborato dall’IDF sembra essere tanto più vero grazie ad un’operazione di completa decontestualizzazione storica delle ragioni del conflitto, ridotto alla cifra dei missili lanciati contro le colonie negli ultimi 12 anni. Le nefandezze compiute dall’esercito israeliano vengono completamente rimosse mentre è rafforzata la rappresentazione di assedio protrattosi nel tempo ai danni della popolazione civile. Ne deriva così implicitamente il diritto inalienabile di Israele a “difendersi”. Un tema questo che attraversa in modo costante, quasi ossessivo, la pagina Facebook dell’IDF: non è un caso la particolare rilevanza assegnata alla tecnologia di intercettazione missilistica Iron Dome. Pillar of Defense viene così presentata come un’operazione difensiva nonostante al termine delle ostilità i morti israeliani saranno 5 mentre i palestinesi ne registreranno 170 oltre a 1270 feriti,10000 sfollati, 300 case distrutte e danni all’economia per più di 50 milioni di dollari.

L’invito a condividere queste immagini contro la “censura” dei grandi conglomerati mediali globali non ha solo lo scopo di ampliare il raggio e l’impatto della propaganda filo-israeliana, ma è un elemento fondamentale nella costruzione dei dispositivi retorici che raffigurano Israele come doppiamente vittima: da una parte della minaccia palestinese e dall’altra del disinteresse alla sua causa da parte della comunità internazionale. Un pensiero sintetizzato due anni fa dall’allora portavoce del ministro degli esteri Yigal Palmor, quando, presentando al quotidiano israeliano The Marker la nuova strategia di Tel Aviv per occupare anche il terreno dei social media, affermava: «Visto che nessuno mi concederà neppure 10 minuti alla CNN per spiegare il contesto legale e diplomatico in cui prendiamo le nostre decisioni, la maniera più efficace per raggiungere le persone interessate al tema è utilizzando i social network».

Occupazione del territorio fisico e di quello digitale. Pillar of Defense, a dispetto del nome in codice che l’ha battezzata, è stata, anche dal punto di vista comunicativo, un’aggressione crossmediale su tutte le frequenze. Il tentativo di soffocare la voce palestinese è passato attraverso una rosa di tattiche, alcune delle quali assai tradizionali. Uno dei media center di Gaza è stato più volte colpito dai missili dell’aviazione di Tel Aviv e due cameramen di Aqsa TV sono stati uccisi. L’AFP (Agencie France-Presse) ha dovuto chiudere i suoi uffici a Gaza a causa dei bombardamenti, lasciando la zona praticamente sguarnita di personale internazionale in grado di testimoniare quanto stava accadendo. La furia dell’IDF non ha risparmiato neppure l’etere: anche le frequenze radio della striscia sono state invase. Le ricetrasmittenti per lunghi intervalli di tempo hanno riverberato in loop un un unico semplice messaggio: «State alla larga dai membri di Hamas». Un tentativo di limitare i danni alla popolazione civile o di incitare alla rivolta? Né l’una ne l’altra: solo uno sprovveduto potrebbe pensarlo. Al contrario, si è trattato di un’ennesima forma di attacco, in questo caso psicologico, per prostrare i nervi della popolazione in stato d’assedio. Il medium è il messaggio. E afferma la soverchiante superiorità tecnologica israeliana. Che si sarebbe potuta affermare anche attraverso il taglio completo delle linee internet dentro la striscia. Ma quando l’esercito israeliano ha annunciato di voler giocare questa carta ha attirato l’attenzione di una terza entità. Anche lei pronta a dare battaglia.

Pagina #OpFreePalestineReloaded – Facebook – Internet – Tempo asincrono

Il principio è la separazione

la segregazione

distanze che dividono persone

prigioni a cielo aperto di un cielo senza stelle

usciamo allo scoperto scivolando sotto pelle…

Signor K in “La Machine” con Première Ligne e Les Evadés

Lo streaming di Radio Anonops, la web radio che da diversi mesi fa da colonna sonora alle imprese degli Anonymous di tutto il mondo, lancia a palla le rime del Signor K mentre l’#OpIsrael è in pieno svolgimento sullo spazio digitale israeliano. Scelta azzeccata quella del dj dietro alla console: un pezzo da battaglia, interpretato da un dreamteam di emcees internazionali, che scagliano rime come pietre, muovendosi in un’atmosfera dal sapore epico. Su un tappeto musicale intessuto con batterie, archi e piatti gli idiomi si intrecciano e disegnano la trama di cento scontri e cento ferite inferte e subite. Esattamente come accade sulla pagina Facebook #OpFreePalestineReloaded: un quadratino di byte del giardino recintato di Mark Zuckerberg, dove il tempo viene battuto dall’applet di un orologio digitale che segna i minuti mancanti all’apertura delle ostilità contro le infrastrutture comunicative israeliane. Quando, giovedì 15 novembre, le lancette del countdown si sono fermate, migliaia di Anonymous in tutto il mondo hanno dato il via alle danze con un numero incalcolabile di attacchi ed incursioni. A finire nel mirino sono alcuni network veramente tosti, come quelli che veicolano i messaggi dell’esercito e delle istituzioni di Tel Aviv.

Anonymous ha scelto. Ha scelto la sua forma di organizzazione, quella liquida, leggera e distribuita permessa dall’anonimato on-line, messa a punto e perfezionata in decenni di sperimentazione da parte delle controculture che lo hanno preceduto. La forma migliore, dicono loro, in un mondo dove la tracciabilità dei comportamenti dell’individuo si eleva ormai a paradigma economico cui fa da contraltare un’intensificazione dei processi di sorveglianza diffusa. Anonimato come spazio di libertà e di informazione sorto in rete ed oggi messo sotto attacco da un numero crescente di attori. Non ultime le istituzioni militari che non si limitano più ad adattarsi all’ambiente della rete ma vogliono plasmarlo. E così, come avvenuto nell’Egitto di Mubarak o nella Siria di Assad, Israele annuncia il taglio di Internet a Gaza, violando quell’unico diritto fondamentale in grado di ricompattare la comunità mondiale di Anonymous: la libertà d’espressione. A metà tra il bollettino militare e la dichiarazione di guerra, uno dei tanti comunicati che annuncia l’#OpIsrael parla chiaro: «Abbiamo lanciato questa Op per UNA ragione ed una ragione sola, perché l’IDF ha minacciato di spegnere Internet. Anonymous si preoccupa solo della difesa di Internet, perché tutta la libertà e la giustizia sgorga da essa – e perché sappiamo che cosa accade nei posti oscuri». Ecco perché Anonymous ha scelto di stare dalla parte della Palestina. O almeno, questo è il motivo dichiarato pubblicamente.

Anche questa forma di organizzazione presenta delle ambivalenze dove i punti di forza possono rapidamente mutare in limiti. Hacker e mediattivisti arrivano su questa pagina Facebook da tutta le rete – allo scoccare della tregua saranno circa 1800 i “partecipanti all’evento” – facendo convergere sul monitor i ceppi linguistici più differenti: l’inglese domina ma una delle prime sfide da affrontare è riuscire a capirsi e dialogare. Non è sempre facile in un habitat come questo dove l’entropia comunicativa cresce esponenzialmente ad ogni nuovo post in bacheca che annuncia l’abbattimento di un bersaglio o le coordinate – solitamente indirizzi web o classi di IP – su cui puntare gli strumenti di offesa che ognuno ha a disposizione. Se chi è alle prime armi si accontenta di software rudimentali, come LOIC o Pyloris, gli hacker skilled tirano fuori dal loro bagaglio d’esperienza conoscenze più affilate per tagliare le reti digitali del nemico. Le informazioni scivolano rapide e senza sosta sulla timeline grondante di codice e riferimenti tecnici accessibili solo agli iniziati di questo sapere esoterico. Un fiume di bit disordinato che si increspa ancora di più quando sopra il pelo dell’acqua esplode il boato di commenti dei “supporter” euforici per l’andamento dell’operazione. Un tifo da stadio che evidenzia come la forte spettacolarizzazione delle azioni di Anonymous, nondimeno essenziale per la loro riuscita, coinvolga una fetta di utenti passivi come telespettatori: usano la tastiera come un telecomando, si limitano a sintonizzare lo schermo su una trasmissione a cui non prendono parte ed al più esprimono apprezzamento con il televoto, con un “Mi piace” su Facebook o con un messaggio in sovrimpressione. Non c’è però molto da stupirsi in questo senso. Questa tendenza non è imputabile tout court alle pratiche Anonymous. Al contrario ricalca un fenomeno di collasso e sovrapposizione tra linguaggi mediali vecchi e nuovi, di cui semmai Anonymous è espressione.

Pur nella staticità bicromatica del layout di Facebook è difficile non essere travolti da una sensazione di caos mentre il cursore del mouse scorre vertiginosamente la pagina verso il basso. Le azioni rivendicate crescono di ora in ora, come gli inviti a fare fuoco contro gli obiettivi più disparati: finiscono sotto attacco siti istituzionali (come il blog dell’IDF), banche, casinò e provider privati israeliani. Anche le vetrine allestite per le public relations vengono infrante, come quelle del Vice Primo Ministro Silvan Shalom: chi viola le sue pagine Facebook, Twitter e Blogger lascia in esposizione messaggi filo-palestinesi. Un server dell’esercito viene espugnato ed i dati personali di 5000 ufficiali israeliani pubblicati in rete. Passano le ore e l’operazione modifica la sua curvatura. C’è una nuova priorità: bisogna garantire le comunicazioni a Gaza. La voce si sparge e qualcuno confeziona e diffonde il “Care Package”. Scaricabile da uno dei tanti siti commerciali di data hosting, si tratta di un archivio contenente informazioni su come mantenere attive le trasmissioni col mondo esterno anche in caso di blackout di Internet. Israele non resta certo con le mani in mano e reagisce con un’offensiva che mette sotto scacco il network di chat IRC VoxAnon. Parallelamente molti profili Twitter e Facebook riconducibili ad hacktivisti di Anonymous vengono eliminati dai social network. In pieno svolgimento della Op, Anonymous afferma che sono 10000 i siti abbattuti. Falso, dice il ministro della finanze Yuval Steiniz al termine delle ostilità: solo un portale è andato fuori uso per qualche minuto e ben 44 milioni di attacchi sono stati bloccati. Una guerra di cifre a chi la spara più grossa? Forse, ed il rumore di fondo generato dai network mainstream globali che riprendono entrambe le versioni disorienta e rende strabici. Come nel pieno di una battaglia, la visuale si fa confusa ed è sempre più difficile capire da dove arrivano i colpi e verso quali obiettivi sono diretti. Dobbiamo trovare un altro punto di osservazione per provare a capire ciò sta accadendo.

Network IRC AnonOps – Internet – Tempo asincrono

La tregua tra Hamas ed Israele è stata siglata da poche ore dopo estenuanti giornate di trattative al Cairo: nei canali di Anonops c’è fermento. Anonops è un network di chat testuali basato sul IRC, un protocollo di comunicazione antenato dei social network ed ancora oggi amatissimo dagli hacker di tutto il mondo. Gli anonymous per accedervi utilizzano diversi sistemi con l’intento di non rendere tracciabili le loro attività: quello più classico prevede l’incapsulamento dei propri dati attraverso una catena di tunnel crittografici e VPN (acronimo di Virtual Private Network). In questa rete sono presenti almeno un centinaio di canali, ognuno battezzato con un nome diverso a seconda dell’operazione in cui i partecipanti sono impegnati. Su quello denominato #OpIsrael il nervosismo è palpabile, stagna l’aria: sono almeno 200 le persone presenti e nessuna di queste pare intenzionata a rispettare la tregua. Gli animi sembrano parecchio accesi e non è certo il momento più adatto per andare a fare domande qua e là: nel migliore dei casi si rischia di essere apostrofati come poliziotti e bannati dal canale. Meglio alzare i tacchi e cambiare aria.

Nel canale italiano invece la situazione è più tranquilla. Appare M0ff, una vecchia conoscenza dai tempi delle azioni contro la costruzione della TAV in Val di Susa. Subito frena «No way bro’. Io non ho partecipato ad #OpIsrael: in questi giorni ho avuto da fare». Ma senza neanche bisogno di chiederlo aggiunge «Ma posso metterti in contatto con un paio di Anon che da diversi mesi se ne stanno occupando. Aspetta qui». Prima di scomparire però, spiega brevemente il putiferio che si sta scatenando nel canale in cui sono state coordinate le operazioni contro l’IDF e le altre strutture israeliane durante i giorni di Pillar Of Defense «Stiamo decidendo se rispettare la tregua o meno. Io non sono d’accordo come molti e molte altre». Sembra incazzato e l’idea di interrompere gli attacchi non gli va giù «La storia del conflitto arabo-israeliano negli ultimi 50 anni è stata una storia di “tregue” sempre interrotte dalle invasioni e dai bombardamenti di Tel Aviv. Tregua ‘stocazzo: facciamo che prima torniamo ai confini del 1968 e poi parliamo di tregua». E chiosa «IMHO [acronimo che sta a significare “In my humble opinion”] dobbiamo continuare a tenere gli israeliani sotto stress come fanno loro con i paletinesi. Ora scusa, devo scappare».

In attesa che i due operatori di #OpIsrael facciano la loro apparizione l’occhio torna a posarsi sulla timeline della pagina Facebook di #OpFreePalestineReloaded. Sulla bacheca si alternano inviti a riaprire il fuoco, appelli alla calma e liste di nuovi obiettivi da colpire. Uno degli amministratori prova a calmare le acque aprendo un sondaggio ed invitando i frequentatori della pagina ad esprimersi in merito al proseguimento delle ostilità contro l’IDF: i si sono praticamente un plebiscito. Ad un tratto la barra di notifica di Xchat nell’angolo in alto a destra dello schermo riprende a lampeggiare: «’Sera. Ci hanno detto che ci stavi cercando». Quiet e Storm: sono questi i nomi con cui i due Anonymous si presentano. Storm è una ragazza, o almeno così dice, conosciuta in tutto il network AnonOps. Gentile, disponibile e sveglia, ha la nomea di essere un personaggio facile all’ira, pronta a trasformarsi in una furia, sopratutto di fronte alle domande fastidiose di utenti alle prime armi che giocano a fare gli hacker: aspiranti Anonymous troppo pigri per imparare davvero qualcosa. Alcuni degli italiani l’hanno soprannominata “la segugia”: «È per via del mio fiuto. Di tanto in tanto abbiamo visite indesiderate in canale. Gente che si spaccia per Anonymous e prova ad infiltrarsi nei nostri gruppi. Li individuiamo con un po’ di social engineering e poi li smascheriamo. Puoi immaginare di chi sto parlando». Sbirri? Servizi di intelligence? Altri hacker al soldo di imprese private? Non risponde. Se Storm sembra essere una Anonymous capace ma, come lei stessa afferma, «con ancora molto da imparare» Quiet da invece l’impressione di essere un veterano delle guerre in rete. Pacato e riflessivo, le sue conversazioni alternano perifrasi eleganti ad espressioni gergali angolofone, creandogli attorno un’aura di inafferrabilità ed indefinitezza. Una sensazione accresciuta dal carattere poliedrico del personaggio, dotato di un background culturale chiaramente vasto: durante la conversazione spazia con eleganza tra differenti temi, servendosi di vocabolari e terminologie che vanno dall’informatica, agli studi strategici fino alla teoria dell’informazione. «Load of bullshit!» esordisce, sintetizzando in modo efficace il suo pensiero sul fatto che Anonymous abbia deciso alla fine di uniformarsi alla tregua «Avevamo momentum e rimettere in moto gli ingranaggi nel caso ce ne fosse bisogno potrebbe richiedere qualche giorno: sai, carburare bene, fare recruiting diffondere nuovamente la voce». Tanta è la sua amarezza per l’arresto forzato di #OpIsrael quanto poca è la sua stima nel governo di Tel Aviv «Sono antisionista e ritengo che ci si debba fidare di Bibi quanto stare dietro ad un mulo pronto a calciare: non capisco che senso abbia giocare pulito quando il tuo avversario colpisce sotto la cintola e tira sabbia sotto gli occhi». Una linea di condotta sporca che Anonymous non ha tenuto. Al solito, ha giocato seguendo le sue regole ma ha rispettato rigorosamente ad alcuni principi cardine del suo agire: non solo la scelta di osservare la tregua ma anche quella di non attaccare i media israeliani, «nonostante» sostiene Quiet «fossimo in possesso di vulnerabilità su netvision.co.il». Il suo è un dissenso alimentato da motivazioni tattiche, su cui concorda anche Storm che, in modo secco si limita ad aggiungere come «non sia sufficiente una tregua a cancellare le atrocità, la barbarie e le vessazioni che il popolo palestinese ha dovuto e sta continuando tutt’ora a subire».

Entrambi cercano di fare chiarezza e raccontano con precisione quelle che sono state le differenti fasi che hanno segnato l’#OpIsrael. Le attività contro Israele, specificano, sarebbero comunque cominciate se l’IDF non avesse minacciato di tagliare Internet e si fosse “limitato” a bombardare Gaza: dal loro punto di vista un’invasione di terra in stile “Piombo Fuso” è ben più grave e neanche lontanamente comparabile ad un blackout delle telecomunicazioni. Ma quest’ipotesi, riverberata in meno di un’ora su tutti i network informativi del pianeta, ha fatto da elemento catalizzatore tra gli Anonymous che in modalità crowdsourcing hanno confezionato dichiarazioni di guerra ad Israele postate su Yotube e Pastebin. La chiamata alle armi in difesa della libertà d’espressione è stato più che altro un escamotage retorico per provocare un forte impatto mediatico: «A nostro avviso internet rimane una priorità per i palestinesi: senza di esso» dice Quiet «documentare quanto avviene sarebbe praticamente impossibile». I due d’altra parte sono perfettamente a conoscenza delle attività di propaganda e disinformazione messe in atto da Israele sui social network. Una partita giocata non solo con la mobilitazione di gruppi organizzati filo-sionisti ma anche con l’ausilio dei bot messi in campo dall’IDF: programmi automatizzati che simulano il comportamento umano, il cui scopo è quello di diffondere FUD (termine che sta per Fear, Uncertainity, Doubt) nelle reti sociali . «Un fatto questo che ci indispone particolarmente, viste le atrocità che stanno commettendo. La loro potenza di fuoco, il loro know-how e le loro risorse nell’ambito della guerra telematica e della distorsione della realtà sono notevoli. Ecco perché ostacolarli anche su Internet, ed allo stesso tempo tenere aperto un canale di comunicazione con i gazawi sotto assedio, ha una certa importanza. Anche se forse loro, preferirebbero azioni più drastiche :-) ».

L’Op si è articolata su quattro diversi fronti: il primo è stato quello di riportare notizie ed avvenimenti tramite anons e collegamenti di vario tipo in prossimità delle zone colpite. «Fare campagne di informazione» si affretta a puntualizzare Storm «è sempre stato uno dei nostri obiettivi principali: fare informazione pulita e sopratutto scavalcare i gatekeeper, troppo spesso succubi delle logiche del potere» . Un altro obiettivo è stata sferrare attacchi DDOS, in maniera selettiva o indiscriminata a seconda del momento, contro qualsiasi target il cui dominio fosse co.il: certo, le preferenze degli Anonymous si sono sempre indirizzate verso portali particolarmente rilevanti come network militari, il blog dell’IDF, il sito del Likud, quelli delle sedi diplomatiche o delle banche israeliane. «Quelli che mi hanno galvanizzata di più sono stati quelli alla banca di Gerusalemme ed al ministero degli affari esteri» ridacchia Storm «Avevano sopratutto un forte valore simbolico contro la lobby sionista assetata di denaro». Black faxing alle ambasciate ed il DDOS tramite applicativi VOIP ad alcuni numeri governativi ed istituzionali sono state alcune delle varianti sul tema. Il terzo fronte invece ha comportato il defacciamento di massa di interi domini israeliani, non importa se governativi o di entità private. Infine l’attività di Anonymous si è concentrata sulla divulgazione di informazioni secretate (il cosiddetto leaking) ottenute mediante le violazione del perimetro di sicurezza delle reti militari israeliane. Secondo Storm «c’è stata un’esplosione di messaggi e azioni pro-Palestina nel cyberspazio imperialista Israeliano. È stato il nostro modo per gridare al mondo un messaggio di solidarietà ed invitare a prendere posizione rispetto a quanto stava accadendo». E vista l’entità degli attacchi «per contrastarci hanno dovuto investire somme di denaro, tempo, risorse e personale senza dubbio non indifferenti» conclude Quiet.

Si tratta di prime spiegazioni, senz’altro utili per riuscire ad orientarsi nel pandemonio scoppiato a ridosso di #OpIsrael, ma che non risolvono molti dubbi ed interrogativi. Il primo è relativo al famoso Care Package, l’archivio di informazioni e tutorial diffuso da Anonymous, con l’intento di fornire ai palestinesi un paracadute, qualora il governo di Tel Aviv avesse deciso di scaraventare Gaza nel vuoto pneumatico del buio informativo. I Gazawi, un popolo che da decenni vive sotto assedio e resiste ad un oppressore spietato e potentissimo, avevano davvero bisogno che qualcuno spiegasse loro come cavarsela in una situazione di questo genere? La risposta è corale «Si è servito e non sono stati pochi i ringraziamenti espressi mediante social network. È stata una reazione d’urto alla situazione in cui versavano le telecomunicazioni, un valore aggiunto alla lotta che già veniva portata avanti». Ed in effetti sulla stessa pagina dei GYBO all’entrata in vigore della tregua ha fatto capolino in un post la maschera di Guy Fawkes con in calce la scritta “We Are Anonymous”. «Anche se» chiarisce Quiet «È difficile quantificare l’impatto reale che può aver avuto. Ma se è servito anche ad una sola persona ritengo sia stato un gesto meritevole». Mentre prova a cercare delle statistiche (che alla fine non riuscirà a trovare) sul numero dei download del Care Package effettuati da MediaFire, sottolinea che l’organizzazione di un insieme di conoscenze utili in un unico pacchetto avrebbe semplificato notevolmente le cose, sia come curva di apprendimento che come deployment time, se Israele avesse davvero deciso di portare a compimento i suoi intenti iniziali «Un conto è doversi formare su problematiche tecniche spesso complesse ed andare a cercare programmi in rete, leggendosi i relativi tutorial. Un altro è avere un file zip con tutti i tools e la documentazione relativa».

Che la rag-tag army di Anonymous si sia mossa a tambur battente, ricevendo grande attenzione tra gli utenti della rete e nel circuito mainstream è fuor di dubbio. Sono li a dimostrarlo anche le classifiche di Pastebin, la piattaforma di scrittura collettiva utilizzata per redigere comunicati, condividere informazioni sulle vulnerabilità dei siti da attaccare o approntare tutorial per gli Anons più inesperti: nel timeframe degli ultimi 30 giorni tra i “most popular pastes” ne affiorano molti che si riferiscono ad #OpIsrael. E le dichiarazioni fatte a mezzo stampa dal ministro delle finanze israeliano – il quale ha dichiarato che Israele è stato in grado di respingere 44 milioni di attacchi – non hanno fatto altro che amplificare quest’attenzione «Ma quella è stata una stronzata colossale e sensazionalistica, montata per meri fini di propaganda» sbotta Quiet all’improvviso, perdendo per pochi istanti quell’aplomb che calza come un guanto al suo nickname «Sono certo che parlasse di singoli pacchetti e non attacchi. E se consideri che basto io con un LOIC a generarne 100000 in dieci minuti, capisci da te come le sue parole escano drasticamente ridimensionate». La guerra di propaganda è una foresta di specchi dove tutto appare deformato, diverso da ciò che è realmente. Anonymous sembra saperlo perfettamente: «10000 siti attaccati da parte nostra? Una trollata a cui alcuni media hanno abboccato». Niente di più facile in un mondo dove le redazioni giornalistiche hanno la necessità di arrivare per prime e vendere di più. Per farlo privilegiano le fonte che usa le cifre più impressionanti, a prescindere dal loro grado di affidabilità. Poi quella ben nota dinamica di convergenza e reciproca influenza tra grandi testate giornalistiche – copro anche io una news che stai coprendo tu per non perdere fette di audience – fa il resto e ad una “trollata”, ad una bufala, magari concepita in chat tra lo sghignazzamento generale, viene dato risalto internazionale.

«Gli attacchi che abbiamo portato avanti non sono stati 10000 ma certo in un numero che si aggira nell’ordine delle migliaia». E qui, viene da pensare, la foresta di specchi diventa labirinto dove identità e organizzazione Anonymous sono un giano bifronte i cui punti di forza sono anche quelli di debolezza. Visto il peso che Israele ha nell’industria della cyber-sicurezza che cosa avrebbe potuto impedire che dentro la massa anonima, schieratasi a fianco della Palestina e mossa da motivazioni genuine, non si siano aggregati elementi che di Anonymous non aveva proprio nulla? Magari mercenari, organizzazioni criminali o hacker al soldo di altri stati che confondendosi nell’enorme rumore di fondo generato dall’#OpIsrael, avrebbero facilmente potuto perseguire interessi che poco avevano a che fare con il sostegno al popolo gazawi. Detta in altro modo: non c’è dubbio che a Teheran la vicenda del virus Stuxnet (progettato dalla crema delle truppe informatiche israeliane e con cui erano state messe fuori uso le centrifughe degli impianti nucleari iraniani) bruci ancora parecchio. Quale occasione migliore di questa per rispondere al fuoco senza rendersi individuabili, facendosi scudo di un brand così trasversale? E tutto questo al netto del fatto che da diversi anni Anonymous concentri molti dei suoi sforzi proprio sul panorama iraniano. A rispondere a queste perplessità per prima è Storm, la quale ammette che «questo è un problema di fronte al quale possiamo fare ben poco. Per esempio abbiamo immediatamente “congedato” degli hacker nazisti che avevano provato ad aggregarsi. Ma non abbiamo alcuna garanzia che questi non si siano ripresentati sotto mentite spoglie». «Va detto però» dice Quiet cominciando ad esplorare la questione «che è qualcosa di cui siamo consapevoli. Non escludo affatto che alcuni appartenenti ad aziende private di IT security, alle forze armate o ai servizi israeliani siano entrati in chan per monitorare, loggare, sabotare, far deragliare e perdere il focus dell’Op: anzi, so per certo che almeno un NCO [unità non combattente] dell’IDF era presente. Non ho notizia della presenza di altre agenzie di intelligence» conclude Quiet «ma la ritengo molto probabile». Si tratta insomma di un rischio calcolato, il cui margine è però ridotto drasticamente da due fattori. Primo, chi partecipa alle Op ne è a conoscenza. Secondo, le caratteristiche molecolari della forma di organizzazione di Anonymous possono peccare in efficacia ed efficienza ma la rendono «una cosa talmente scoordinata che è difficile imbrigliarci o disgregarci». In mancanza di una struttura piramidale, l’iniziativa viene spesso lasciata ai singoli senza che questi attendano alcuna direttiva dall’alto: una volta individuata una breccia nei sistemi di difesa di un particolare obiettivo, se ne discute in canale e si decide se aprirla o meno. Un sistema di sorveglianza non funziona se chi ne è oggetto ne ha cognizione. Un sistema di difesa non crolla se il nemico non è in grado di individuarne il centro di gravità su cui indirizzare i suoi sforzi. Due principi fondamentali dell’arte della guerra. Che valgono per Anonymous. Ma anche per i suoi avversari.

La conversazione è durata fin troppo: nonostante l’affabilità ed il tempo concesso ora i due Anonymous scalpitano per tornare alle loro stringhe di codice ed ai loro terminali. Accettano però di rispondere ad un’ultima domanda prima di dileguarsi. Non può che essere una: chi è il vero vincitore in questa guerra? «È particolarmente difficile indicare un chiaro vincitore in questa situazione. Complessivamente direi i palestinesi. Noi eravamo solo una forza di supporto, la falange che piomba sui ranghi nemici sorprendendoli sul lato» spiega Quiet. «Nostro obiettivo era garantire supporto ai palestinesi, anche solo cercando di sottrarre risorse e coordinazione ad Israele costringendoli alla mobilitazione sia sul fronte di terra che su quello virtuale». Dal suo punto di vista proprio Israele è uscito malconcio dallo scontro mediaticamente parlando. Ritiene infatti che, nonostante Tel Aviv abbia innalzato il suo Reality Distortion Field«altro che Iron Dome!» esclama – e mobilitato armate di follower e profili fake sui social media, la sua narrazione sia stata poco convincente: «Non mi paiono all’avanguardia in fatto di public relations e damage control: fare dei report ad intervalli di un’ora su Twitter e Facebook non è che richieda un granché». È tutto l’approccio dell’IDF che, a suo dire, non funziona, incapace com’è di comporre una sintesi efficace tra i vettori comunicativi utilizzati: il tentativo di muoversi su un piano morale per giustificare le azioni intraprese, l’incapacità di farne trasparire delle motivazioni accettabili e l’eccessiva disinvoltura con cui viene appiccicata l’etichetta “danni collaterali” ai morti civili sul campo («quando in realtà si capisce benissimo che sono solo dei numeri su uno spreadsheet di qualche ufficio d’intelligence»). Di opinione non dissimile è Storm la quale ritiene che il tentativo di censura messo in atto da Israele sia stato scavalcato. «Ma la guerra continua» chiosa prima di chiudere la finestra di chat «e noi non smetteremo di far sentire la nostra voce e di dare voce a chi ne è privo, come hanno fatto altri prima di noi. Penso a Vittorio Arrigoni: questa battaglia è anche per lui, per mantenere viva la sua memoria ed il suo esempio».

Anche Anonymous stays human.

* Pubblicato su InfoAut.

 

Note ed approfondimenti

 

 

 

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