Politiche d’austerity e ristrutturazione del debito in Grecia

 

di ANDREA FUMAGALLI

L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali.

Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L’obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi).

Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d’austerity greche come le analoghe italiane, spagnoli e portoghesi seguono un medesimo canovaccio: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, il tutto condito da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende esclusivamente l’aumento dell’Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise  e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato): interventi che, avendo natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l’Italia e Spagna) che, in seguito all’aumento dell’Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea. Fintanto che l’art. 105 del Trattato di Maastricht, che impone l’obbligo per la Bce di rispettare il limite del 2% annuo per il tasso d’inflazione, non verrà modificato o allentato, il probabile esito di tali manovre sarà indirettamente di controllare l’inflazione non più tramite un aumento dei tassi d’interesse ma  tramite una riduzione dei costi di produzione, ovvero del lavoro. E a tal fine,  non è un caso che in Grecia, come in Italia e in Spagna si attuano provvedimenti diretti (Grecia) o  riforme del mercato del lavoro (Italia e Spagna) con tale obiettivo.

Per la riduzione della spesa pubblica, invece, tre sono gli strumenti prevalentemente utilizzati: i licenziamenti di massa nel pubblico impiego, che in Grecia hanno raggiunto la soglia dei 40.000, in seguito alla nuova ondata di dismissioni (15.000) prevista nei provvedimenti di questi giorni; l’ulteriore smantellamento dello stato sociale, con particolare riferimento ai settori che sono più appetibili per la speculazione finanziaria, ovvero previdenza, sanità e istruzione. In questo campo, la Grecia ha fatto da apripista, ma l’Italia non ne è da meno. Infine, la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità. Il tentativo di risolvere la crisi del debito, proprio quando il processo di accumulazione e valorizzazione si fonda sempre più marcatamente sullo sfruttamento e l’espropriazione del “comune”, si caratterizza dunque con l’affermazione del dominio del privato non solo sul pubblico, ma soprattutto sul “comune”.

Gli esiti di questi provvedimenti sono sotto gli occhi di tutti. Il caso greco è emblematico. La Grecia è al quarto anno di recessione, nel 2011 il Pil è calato di oltre il 7% e, nonostante la cura da cavallo, proprio per l’effetto recessivo delle politiche di austerity, il rapporto debito/pil non è calato come ci si attendeva, ma è addirittura aumentato di 4,4 punti, portandosi al valore di 159,1%. Con questa quinta finanziaria, l’obiettivo è raggiungere il livello del 120% nel 2020. Obiettivo del tutto pretestuoso e chiaramente irrealizzabile.

Eppure la troika economica fa, strumentalmente, finta di crederci e la Germania appare oggi più di ieri preoccupata di un possibile default greco. E’ chiaro che gli interessi sono altri e altrove. Ed è qui che sta il paradosso. Tutti hanno paura del default greco, non perché preoccupati per la possibile crisi dell’Euro (forse qualcuno si) ma per le proprie tasche. Se la Grecia, infatti, facesse veramente default e i titoli greci diventassero titoli spazzatura, ci sarebbe un impatto molto negativo su alcune banche europee, soprattutto francesi e tedesche. Infatti dei 355miliardi di euro del debito pubblico greco, 125 (più di un terzo) sono detenuti dalle banche e dai fondi di investimento europei, 50 dalle banche greche,  30 dai fondi sociali e assicurativi greci. A ciò, occorre aggiungere che 55 miliardi sono detenuti dalla BCE, per un totale di 260 miliardi. La rimanente parte del debito è composta da prestiti internazionali, di cui 20 da parte del FMI e 53 dai paesi dell’Europa (la sola Germania per una quota di 15 miliardi).

In un tale contesto, il default sarebbe estremamente costoso per il portafoglio dei creditori privati e anche pubblici ed è proprio questa elementare constatazione a spingere verso la soluzione di una ristrutturazione del debito greco. E qui la questione si fa interessante dal nostro punto di vista, ovvero dal punto di vista di chi sostiene il diritto al default. Sulla base delle prime indiscrezioni (l’argomento è non a caso volutamente taciuto dai grandi media) e dopo un primo incontro tra l’Institute of International Finance (IIF, che rappresenta circa 450 istituzioni private) e le autorità greche, si sta cercando di arrivare ad un primo possibile accordo che dovrebbe prevedere una svalutazione tra il 65 e il 70 per cento del valore nominale dei bond greci e un’estensione a trent’anni dei titoli con un tasso di interesse medio del 4 per cento (3,5 per quelli a breve termine, 4,6 per quelli a lungo termine). In cambio, i creditori riceverebbero titoli a breve scadenza del fondo europeo Salva Stati (EFSF) per un valore pari al 15 per cento dei loro crediti nei confronti di Atene. In questo modo, la Grecia potrebbe ridurre di 100 miliardi il suo debito (poco più di un quarto).

I punti di attrito riguardano essenzialmente il livello del tasso d’interesse per i titoli greci e la platea dei creditori che dovrebbero accettare la svalutazione dei titoli. Riguardo il primo punto, le banche tedesche, con alla guida Deutsche Bank, ritengono insufficiente un tasso d’interesse del 4%. Riguardo il secondo punto, si chiede che il processo di svalutazione riguardi anche la quota di titoli detenuta dalla BCE e non solo quella “privata”.

Secondo uno studio condotto dall’Istituto per l’economia mondiale di Kiel e pubblicato dallo Spiegel (http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/0,1518,810645,00.html), nemmeno una ristrutturazione del debito del 65-70 per cento sarebbe sufficiente per la Grecia (inizialmente si era parlato addirittura del 50 per cento). Infatti, secondo questo studio, i tassi di interesse attuali sarebbero insostenibili per il debito greco. Non a caso la Germania (al contrario delle banche tedesche) e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane hanno fatto molte pressioni sui creditori privati per abbassare ancora di più i rendimenti dei nuovi bond. Lo Spiegel scrive che, se gli interessi rimanessero quelli attuali, per salvare la Grecia servirebbe un taglio del debito di almeno l’80 per cento, il che implicherebbe un ulteriore intervento da parte dei paesi europei e della Banca Centrale Europea. Ma tale quota potrebbe diminuire se l’opera di “haircut” (letteralmente taglio di capelli, come in gergo finanziario si indica la svalutazione forzosa di un titolo) venisse estesa anche alla BCE.

Al momento non siamo in grado di sapere che tipo di accordo verrà raggiunto, ma siamo abbastanza certi che un accordo ci sarà. E una delle condizioni sta proprio nell’imposizione dell’ultima serie di interventi draconiani contro il popolo greco. Essi servono non a ridurre il rapporto debito/pubblico ma a garantire quel minimo di liquidità per poter da un lato ricevere altri prestiti internazionali e dall’altro garantire i fondi per la ristrutturazione del debito e riassicurare i creditori. Poi tra un anno se ne riparlerà. Di fatto, in Grecia si sta applicando una sorta di default controllato (svalutazione del 70% del valore dei titoli posseduti dagli investitori istituzionali), il cui costo tuttavia viene fatto ricadere pesantemente sulle condizioni di vita del popolo greco. Si dimostra che tale possibilità di default controllato è possibile e che è comunque una soluzione preferibile alla bancarotta statale. Esso però viene agito contro chi non è responsabile della crisi del debito greco. Alcune banche avranno perdite patrimoniali, ma tali perdite  verranno in beve tempo compensate dal fatto che il diritto alla speculazione viene salvaguardato proprio grazie alle misure d’austerity.

La nostra idea di pratica e  diritto al default è invece indirizzato contro la speculazione finanziaria. Oltre allo strumento tecnico, occorre quindi una capacità politica e sociale tale da mettere in discussione la legittimità della governance dittatoriale della troika economica. Da questo punto di vista, Italia e Grecia sono molto simili. Non solo nelle misure che vengono intraprese, ma anche nella recente dinamica golpista  che le ha caratterizzate, nonostante ciò che dica uno dei sostenitori di tale golpe economico-finanziario che è anche, ahinoi, Presidente della Repubblica.

 

 

 

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