Populismo, vero fratello della rappresentanza

 

di GISO AMENDOLA

È stata l’evocazione più gettonata della campagna elettorale: “populista!”. L’etichetta copre in realtà fenomeni ad ampio spettro: populiste sono ovviamente le destre nostalgiche del fascismo, e insieme il berlusconismo è indicato come una versione particolarmente populista del neoliberismo. Ma populista è anche il leghismo. E il grillismo. A sinistra, poi, si distinguerebbero per populismo coloro che affidano alla magistratura e al diritto penale la ripulitura morale del campo politico. Del resto, essere sfuggente e indifinibile è una caratteristica propria del populismo, da qualsiasi parte lo si osservi. La riflessione politica lo ha sempre consegnato, pertanto, all’area del torbido, di un fondo oscuro, che si sottrae ad ogni pretesa di razionalizzazione dell’ordine politico. È la prima opposizione attorno alla quale il discorso pubblico sul populismo si organizza: “populismo” è il nome per tutto ciò che si sottrae all’ordine della visibilità, della razionalità politica. In altre parole, secondo questa lettura, tutta incardinata sull’asse razionalità/irrazionalità della politica, populismo è tutto ciò che si sottrae all’ordine della rappresentanza. Leviathan contro Behemoth, come nella mitologia fissata da Thomas Hobbes.

Un vuoto universale

Il populismo, dall’origine storica russa degli “amici del popolo”, alle diverse riapparizioni del populismo europeo, ai populismi sudamericani, è sempre stato letto lungo questa serie di opposizioni binarie, chiare, tributarie di quello stesso modo trasparente e lineare con il quale la modernità ha amato raccontare la propria concezione dell’ordine politico: razionalità formale della politica contro irrazionalismo dell’appello alla purezza del popolo; visibilità della rappresentanza contro oscurità delle forze profonde evocate dai populisti. Da qualche tempo, però, più voci hanno sollevato dubbi su uno schema così ordinato e trasparentemente moderno. Davanti alla crisi evidente della democrazia rappresentativa, è nato uno sguardo verso il populismo di tipo diverso, che non si limita al semplice esorcismo, ma anzi si spinge a ricercarvi ipotesi per il superamento di quella stessa crisi. Esemplare, a tal proposito, è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista (Laterza, 2008; importante il dibattito italiano contenuto in Populismo e democrazia radicale, a cura di Marco Baldassarri e Diego Melegari, ombre corte, 2012), che disegna questa tesi principale: il populismo non costituisce un deragliamento della ragion politica moderna, anzi ne illumina la logica profonda.

La ragione populista è, per Laclau, quella che riesce ad articolare domande diverse attorno ad un universale vuoto, non fissato a contenuti specifici: il Popolo è appunto, uno dei principali universali utilizzati a tal fine, che, proprio perché vuoto, può articolare, mettere in ordine attorno a nuove linee di conflitto la molteplicità delle lotte e delle differenze. Il conflitto di classe ha perso la sua centralità, sostiene Laclau: ma questo non significa che il conflitto non animi e continui a dividere lo spazio politico. Il vero politico è, quindi, chi sa articolare queste differenze all’interno di una unità che le trascenda, e che, contemporaneamente, sia sempre aperta al conflitto con ciò che quell’unità, includendo, esclude.

In questa lettura, il populismo rileva una faccia che le polemiche del nostro dibattito pubblico nascondono: in Laclau, anche oltre le sue intenzioni esplicite, si vede bene come il populismo appartenga perfettamente alla logica moderna della Sovranità e dell’Unità. Anzi, potremmo dire, ne costituisce l’anima nascosta: il Popolo è il grande dispositivo di creazione dell’unità politica, e proprio questa pulsione alla reductio ad unum unisce la “trasparente” logica della rappresentanza all’“irrazionale” pulsione populista. Così, bisognerebbe andarci piano a contrapporre populismo e rappresentanza, elogio del popolo e difesa delle mediazioni istituzionali: la politica moderna tiene insieme questi due aspetti della sua grammatica, sin dall’identificazione hobbesiana di popolo e rappresentanza.

Un equilibrio che non c’è

Laclau lo sostiene apertamente: il populismo è un necessario strumento per rafforzare la democrazia rappresentativa, e volgerla alla recezione di istanze più radicali. Ma, in questo modo, populismo e rappresentanza si rivelano qui fratelli, entrambi interni alla logica statuale moderna. E molti richiami, che, da sinistra, pur non presentandosi esplicitamente come populisti, anzi spesso ergendosi come barriere antipopuliste, pensano di reagire alla morsa delle trasformazioni globali e al neoliberalismo riattivando la centralità dello Stato, dovrebbero riflettere su questa essenza, letteralmente e classicamente populista, del loro tentativo. Difficile giocare la rappresentanza contro le derive populiste, o, al contrario, pensare il richiamo al popolo come un ricostituivo dello rappresentanza democratica, se entrambi si richiamano proprio a quella logica dell’Uno che permea l’ordine moderno, e che vacilla nelle trasformazioni imposte dalla governance neoliberale.

Decisamente fuori dalla logica della rappresentanza, tra i sottoprodotti (mefitici) della sua crisi, si colloca invece il populismo giudiziario, che ha abitato gran parte del nostro dibattito pubblico. Il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, in un bell’intervento recente all’ultimo congresso di Magistratura Democratica, lo ha descritto come ancor più minaccioso del classico populismo politico: se quest’ultimo “punta al rafforzamento, sia pure demagogico, del consenso, cioè della fonte di legittimazione che è propria dei poteri politici”, il populismo giudiziario introduce invece una legittimazione dall’alto, travalicante qualsiasi circuito democratico-rappresentativo.

Legato alla captazione delle ansie e delle insicurezze prodotte dalla desertificazione neoliberale delle garanzie sociali, questo tipo di populismo appare, evidentemente, lontano dalle mediazioni della sfera politica e della rappresentanza classica. Anche qui, però, è difficile pensare a una lineare opposizione tra i corretti equilibri costituzionali e il “cattivo” populismo giudiziario (il che non toglie, ovviamente, che i richiami di Ferrajoli a una corretta interpretazione del ruolo di magistrato non siano comunque preziosi). Il punto decisivo è che il populismo giudiziario sembra più l’effetto di una crisi della rappresentanza che non trova vie d’uscita, dispositivi di superamento in positivo, che la causa dello scardinamento di un assetto rappresentativo, che in realtà appare già abbondantemente scardinato.

Nella vicenda italiana, l’assunzione di una gestione diretta della crisi da parte della magistratura è una storia lunga, che risale a ben prima della spettacolarizzazione delle figure di alcuni giudici, o dell’assunzione dei grandi processi nella costruzione del circuito mediatico-giudiziario. La storia del populismo giudiziario si nutre della gestione emergenziale della crisi della costituzione “materiale”, emersa con forza già in tutti gli anni 60’-70’, e della progressiva impossibilità della costituzione formale di rappresentarla e gestirla: da quella crisi, da quegli equilibri rappresentativi, che, bloccati ma allo stesso tempo insuperati, hanno lungamente “continuato a finire”, si è prodotto questo ruolo di diretta legittimazione della magistratura in nome dell’opinione pubblica, funzione di cui l’attuale populismo giudiziario-mediatico è solo l’espressione più chiassosa.

Come curare il populismo politico con il richiamo alla difesa delle forme classiche della rappresentanza statuale è tempo perso, perché populismo e rappresentanza si richiamano molto più di quanto si oppongano, è allora altrettanto insufficiente richiamare il retto assetto degli equilibri costituzionali contro l’espansione del populismo giudiziario: occorrerebbe invece guardare in profondità dentro la crisi delle forme costituzionali, e affrontare davvero il nodo che tiene insieme l’esaurirsi delle forme costituzionali tradizionali e l’imporsi di una storia di emergenze (dall’antiterrorismo, all’anticriminalità, all’anticorruzione), tutte gestite dalla magistratura come custode delle virtù civiche e dell’unità repubblicana.

Il mantra della cyberdemocrazia

La sfera del cosiddetto “populismo mediatico” impone riflessioni di tipo ancora differente. Il discorso qui si è incentrato, da diversi anni, non solo sulle derive “populistiche” dell’uso dei massmedia classici, ma soprattutto, sullo scivolamento populistico dell’uso della rete. La cyberdemocrazia, si è detto, non mantiene quel che ha promesso: invece d’esser luogo di costruzione di sfere post-rappresentative di democrazia compiuta, come aveva fatto sperare, a uno sguardo più realistico è apparsa come un terreno minato (importanti le indagini di Carlo Formenti, a partire da Cybersoviet, Cortina, 2008) Più che spazio di crescita di soggettività autonome e interconnesse, la rete è stata attraversata da retoriche ipersemplificatrici, da emotività incontrollata, dalla confusione perenne tra vero e falso, tra rilevante e irrilevante. E, soprattutto – questo è il nucleo della diagnosi in termini di “populismo” – il promesso paradiso dell’orizzontalità politica assoluta si è rivelato il luogo dove le singolarità si sono trovate a produrre una verticalità assoluta e immediata, che si esprime nel cedimento verso figure di demagoghi mediatici.

L’emergere di Grillo e del M5S è stato studiato come esempio significativo di questo “populismo digitale” (si veda il libro di Giuliano Santoro, Un Grillo qualunque, Castelvecchi, 2012, sinora decisamente il più completo ed esplicito tentativo in tal senso). Inutile sottolineare tutti i punti di forza di queste letture: i rischi della retorica dell’orizzontalità, della virtù necessariamente liberatrice della rete, sono di tutta evidenza. C’è da chiedersi, però, se qui il concetto di populismo non ci porti su una strada sbarrata. E non per scrupolo accademico o passione nominalistica. Ma proprio perché il populismo è un sottoprodotto della grammatica moderna, una patologia tutta interna alle categorie di Stato e Popolo, nelle quali il politico moderno si è articolato, se utilizziamo per questi fenomeni reticolari il concetto di “populismo”, forse corriamo il rischio di trattare con categorie ancora tradizionali patologie che a quelle categorie interpretative non rispondono più.

La classe oscurata

Nella rete, comunque sia, siamo davanti a “un popolo che manca”, per dirla con linguaggio deleuziano. Le sue cadute, le sue malattie, i suoi buchi neri, sono malattie delle singolarità, e quindi vanno pensate diversamente dai populismi “classici”, che restano invece tutti interni alle grammatiche moderne dei grandi corpi collettivi. Se poi, come avvertiva Gramsci, il proprio del populismo è il neutralizzare il conflitto di classe, il discorso ha evidentemente bisogno ancora di un supplemento d’attenzione: altrimenti, troppo incantati a denunciare un populismo cui il popolo manca, rischiamo di non vedere, invece, la classe che c’è. Perché è difficile negare che il “populismo della rete” abbia a che fare con la captazione del lavoro vivo, delle sue difficili traiettorie, della sua difficoltà a trovare riconoscimento dentro le categorie politiche tradizionali del Popolo o della Rappresentanza. Difficilmente, perciò, quel lavoro vivo e i suoi buchi neri potranno essere trattati richiamando analisi sul populismo forgiate sui vecchi processi di paura e impoverimento delle classi medie, come insegnava la miglior letteratura socio-politica sui populismi del Novecento. E le eventuali patologie di un “popolo che manca”, difficilmente si curano evocando la necessità di un popolo, o anche di una classe, sanamente e correttamente rappresentati e ricomposti secondo le forme dei soggetti collettivi tradizionali . Non saranno i ripetuti richiami alle forme classiche dell’organizzazione del lavoro o alla presunta serietà del Politico, che quelle forme articolava, a evitare che il corpo scomposto di quel lavoro vivo produca i suoi mostri. Il populismo più insidioso, forse, sta oggi proprio nel pretendere di resuscitare, in ogni sua forma, il fantasma del Popolo e dei suoi organi: un fantasma che continua a impedirci di individuare vie d’uscita alla crisi della rappresentanza che sappiano fare a meno delle categorie tradizionali dell’Unità e della Sovranità. Fantasma in cui restano placidamente impigliati sia i populismi, sia il grosso delle invocazioni antipopuliste.

 

 

 

 

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