Risvegliarsi dal Giorno della marmotta. Chiudere l’Ilva, uscire dal Novecento

 

di GIROLAMO DE MICHELE
Nel bene e nel male, il mostro d’acciaio nato come Italsider e rinominato Ilva dopo la (s)vendita al gruppo Riva, quel complesso che a partire dagli anni Sessanta ha occupato l’area ovest della città di Taranto doppiandola in dimensioni, fagocitando al proprio interno edifici, strade, persino masserie, quasi a voler rappresentare in modo inequivocabile la sussunzione dell’intera città, e poi della provincia, e di una quota importante dell’economia non solo pugliese, ma meridionale, è uno dei simboli del Novecento. In quel mostruoso impasto organico di metalli e carni umane che attira le vite al proprio interno e chiede, come un moderno Minotauro, un tributo di morte in tumori e leucemie, invadendo con le proprie metastasi i corpi, saturando di polveri sottili bronchi e polmoni, rappresenta il prezzo pagato non tanto al “progresso”, ma al Moloch lavorista che vuole il senso della vita coincidere con l’alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, fare i turni, e andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare in fabbrica. Per crepare, se sopravvivi a quelli che ormai nessuno chiama più “omicidi bianchi”, sputando veleno o agganciato ai tubi delle flebo e alle fiale di morfina. E per quella parte della città, della provincia, della regione che non va a gettare sangue in fabbrica e gode dei benefici del progresso – l’abito firmato, la macchina importante, il windsurf, il circolo elegante dei cartari che contano – la testa girata dall’altra parte, a far finta di non sapere qual è il prezzo di tutto questo: delle vite equiparate a merce, e a vario titolo tradotte in valore di scambio, sia esso il valore del salario, della griffe di lusso, del ristorante dove un pranzo costa 150 euro. Quei negozi e ristoranti che, nelle strade dello struscio serale, erano regolarmente aperti e funzionanti la sera del 27 luglio, mentre il battage mediatico parlava di 8.000 operai (prima ancora che uscissero dalla fabbrica) che “assediavano” la Prefettura, di forze dell’ordine in “assetto antisommossa” (senza caschi, senza tonfa, senza scudi…), di “sciopero spontaneo” (con i furgoncini del padrone che distribuivano le bottigliette d’acqua, i capetti di reparto a orientare le proteste, le bandiere della UILM, il sindacato giallo che ha imposto il frame “lavoro o salute”, a garrire – uniche! – sotto la Prefettura, senza che i bonzi sindacali della CGIL e della FIOM facessero alcunché di significativo per smarcarsi dalla linea corporativa del maggiore sindacato in fabbrica. Basta ascoltare le interviste di questi bonzi, incapaci di un seppur retorico colpo d’ala dopo una vita passata a fare da cinghie di trasmissione – foss’anche nel sostenere le ragioni di un candidato sindaco mastelliano – da Roma a Taranto. In altri termini, non il conflitto di classe, ma la rappresentazione della rappresentazione di un conflitto, attorno al quale costruire – con la meritoria eccezione delle realtà militanti che hanno immediatamente cercato di porre in essere momenti di autonomia e di discontinuità – un’unanimità che va dal centro-destra al centro-sinistra (che qui a Taranto significa Vendola), dal padrone al sindacato, dalla grande stampa al vescovo.
A cosa fanno segno la paventata chiusura (per via giudiziaria) dell’Ilva, e la comparsa, non per la prima volta, di questa plebe corporativa che si riconosce negli interessi del padrone? A cosa fa segno l’incapacità di leggere in termini di classe il conflitto sociale, accettando il frame del nemico da identificarsi negli “ecologisti” o nei “giudici” non da parte dei commentatori del PDL e dei loro giornali, ma di una parte consistente del ceto operaio, delle loro dirigenze sindacali, di parte del ceto politico “progressista”, al netto delle dichiarazioni di principio sull’inizio di una nuova era di bibliche vacche grasse nella quale salute e lavoro magicamente sostituiranno precarietà e inquinamento?
Basta allargare la visuale e collocare la crisi dell’Ilva all’interno di un sistema di matrioske che parte dalla crisi, negli anni Ottanta dello “Stato-crisi”: della capacità di usare la crisi per ottenere una plusvalenza politica e un equilibrio, politico anch’esso, nello scambio tra produzione della merce e salario; all’interno, la crisi del modello di sviluppo che, a fronte della questione meridionale, incatenava la forza-lavoro meridionale alla catena che estraeva ricchezza al sud indirizzandone i flussi  al nord attraverso la costruzione di cattedrali nel deserto governate da Torino, Genova, Milano. La crisi diventa così condizione sociale ed esistenziale in sé, la precarizzazione dell’esistenza, resa più acuta dal patto scellerato che delega la governance del territorio alle cosche mafiose, anch’esse sovradeterminate dall’esterno (Campania e Calabria), ieri con pistole ed eroina, oggi con la circolazione di capitale illegale all’interno delle “lavanderie” locali – poco importa se è il negozio in franchising o la Asl cittadina. La crisi a venire era anticipata ed esemplificata dalla ferocia squalesca di Emilio Riva – un uomo dal cognome francamente offensivo, omonimo di un mito dello sport di idee socialiste e solidali con i minatori e i pastori sardi – questo ex venditore di ferro usato che svolazzando per il mondo alla ricerca di impianti in via di fallimento ha costruito un impero industriale, questa versione bastarda dell’Edward Lewis di Pretty Woman (ma qui, non essendo una favola, non c’è alcun lieto fine) che, stando alla documentazione a supporto della sentenza di sequestro e chiusura dei 6 impianti, bruciava nottetempo quelle sostanze nocive che di giorno erano monitorate da periti (tra i quali pare corressero mazzette), che faceva smontare gli impianti usurati per poi riverniciarli e reinstallarli spacciandoli come nuovi – con la silente complicità del lumpen, dei capetti di reparto, dei dirigenti sindacali. Così come le navi liguri che trasportavano l’acciaio prodotto a Taranto, riterritorializzando altrove non solo i flussi di ricchezza della produzione, ma anche del trasporto, facevano segno a una feroce fuga dei cervelli, a una costante sottrazione dell’intelligenza collettiva jonica, alla quale piccole realtà militanti ed ecologiste locali, talora anch’esse contrassegnate dal va-e-vieni dei fuorisede, cercano di porre rimedio.
Non serve essere semiologi o sociologi, allora, per capire che la crisi dell’Ilva è tutta interna al modello del valore-lavoro, del “lavoro bene comune”, del paradigma lavorista novecentesco che è incapace di pensare la vita autonoma dal lavoro salariato: basta avere (avuto) una qualche dimestichezza con quella scienza operaia che tutto era fuorché desiderio di un longlife working esteso anche ai propri figli. Ma chi con quella scienza ha chiuso, per calcolo o miopia, è destinato, come l’insulso metereologo Phil Connors di Ricomincio da capo, a risvegliarsi ogni mattina con la sveglia puntata alle 06:00 del Groundhog Day. E davvero non ci occorrono meteorologi che vengano a spiegare in che direzione soffia il vento.
L’Ilva di Taranto non è, come si vuol far credere, l’ultima fabbrica del Novecento: è la prima grande fabbrica del terzo millennio che chiude, dopo la chiusura di piccole realtà dal nome simbolico che hanno svolto il ruolo di mitridatizzazione sociale, inoculando in piccole dosi il veleno della crisi  nella società e nella pubblica opinione. L’Ilva, con i suoi dipendenti asserviti al padrone, con le catene di comando in grado di orientare la protesta sociale e di spoliticizzare il conflitto senza estinguerlo, con il desiderio triste di reductio ad unum della moltitudine, è la fabbrica che viene, così come la sua moltitudine oscura e desiderosa di servitù volontaria è la moltitudine che viene: il suo lato oscuro nel gorgo della crisi. Se il tema dei beni comuni diventa una pappa indistinta nella quale galleggiano insipidi e indistinti tocchi di cibo, se tra questi tocchi persino il “lavoro” è detto essere bene comune, di che stupirsi se in epoca di crisi, e dunque di scarsità, si impone una gerarchia di valori e beni, in nome della quale la salute, la dignità, l’autonomia, la stessa vita degna di essere vissuta appaiono sacrificabili? Cos’altro significano le ipotesi di mantenimento e preservazione del gigante d’acciaio, al netto delle emissioni inquinanti e nocive? Foss’anche vero che l’impianto potrebbe essere ricondotto ai citatissimi “standard europei” (quelli per i quali 19 sigarette quotidiane sono una risposta al medico che ti vieta di fumare un pacchetto al giorno), che senso ha investire mezza finanziaria nella preservazione di un impianto, un sistema produttivo, un modello economico sorpassato, in via di estinzione, destinato comunque ad estinguersi in un mondo nel quale altri sono i flussi produttivi, altre le forme di produzione della ricchezza?
Ma ancora, la vicenda dell’Ilva fa segno anche all’illusione che i conflitti della tarda modernità siano dipanabili per via tecnica o giudiziaria, sulla scorta della vittoria, sia nell’urna che alla Consulta, dei quesiti referendari. Certo, il ricorso allo strumento giuridico è a volte utile, e sciocco sarebbe farne a meno: e lo stesso deve dirsi per lo statuto giuridico assunto ormai dai “beni comuni”. Ma ogni vittoria, referendaria o giudiziaria, su questi temi riapre questioni più vaste di quelle di cui non si accettava la chiusura. Per capirci: non può certo essere una sentenza a stabilire i criteri di coesistenza tra due beni o due diritti. Così come, per riferirci all’onda lunga della vittoria referendaria, è certo positivo che il sindaco di Roma non possa privatizzare l’Acea: ma la soluzione è che la gestione di quel bene comune che è l’acqua sia demandato a una municipalizzata, o un assessore? Non si tratta forse di pensare in altro modo anche i beni comuni, come “beni del comune”, come produzione sociale (e non come reintroduzione surrettizia di una qualche “naturalità”) a partire dalla quale – se si vuole: a partire dalla questione della gestione comune dei beni – ripensare i beni non come enti fenomenici distinti l’uno dall’altro, ma come modalità e attribuzioni de comune? Non si tratta di fare – anche a Taranto – del reddito di cittadinanza contro il lavoro salariato, dell’intransigenza sulla dignità della vita contro ogni tentazione compromissoria (magari improntata, con evocativi richiami ignari al patrimonio di saggezza della cultura popolare, alla “speranza”, che è pur sempre una passione triste) la base del proprio agire all’interno dei movimenti, dei conflitti, della crisi globale che colpisce con violenza ancora maggiore la nuda vita?
Certo, è un lavoro lungo e faticoso, soprattutto per chi non intenda intraprendere scorciatoie o sovradeterminazioni politicistiche o dirigiste. Ma sarebbe ancora più lungo il tempo dedicato a svegliarsi ogni mattina nel Giorno della marmotta del Novecento.

 

 

 

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