Taranto, la lunga marcia del treruote

 

di FRANCESCO FERRI*

Un’energia collettiva che esonda il perimetro all’interno del quale era stata confinata. Il senso della giornata di un torrido 17 agosto tarantino è tutta concentrata nelle mille e mille voci che spingono, trascinano, esortano il presidio a trasformarsi in corteo e a mettersi in cammino, oltre i confini dell’angusto recinto nel quale era rinchiuso. Il resto è storia di un breve tragitto, da piazza Giordano Bruno fino a piazza della Vittoria, che ha però il senso della lunga strada percorsa in queste settimane dal comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, come processo collettivo di abbandono della ripetizione quotidiana e del formalismo della politica, per assecondare i bisogni ed i desideri di una comunità degna che inizia già a conoscersi e riconoscersi.

I confini della libertà. Il primo risultato raggiunto nel corso della mobilitazione programmata per la mattinata del 17 riguarda proprio l’agibilità politica del manifestare e lo spazio – fisico e politico – dello stare insieme pubblicamente. Nella giornata del 16 un provvedimento del Questore, vietando   il corteo già programmato, prescriveva come unico luogo utilizzabile per la manifestazione piazza Giordano Bruno. Tutt’altro che scontata la risposta delle donne e degli uomini che hanno riempito la piazza. Non solo il provvedimento del Questore non ha intimorito i numerosissimi presenti, ma ha finito per alimentare l’urgente bisogno di eccedere il perimetro del confinamento per andare oltre, verso piazza della Vittoria: proprio il luogo nel quale, il 2 agosto, per la prima volta si è manifestato il possente ordine del discorso di dignità, con la contestazione nei confronti dei sindacati riuniti in comizio, praticata a bordo dell’ormai celebre treruote.

Un altro risultato politico significato – emblema di notevole maturità per un comitato nato meno di un mese fa – è rappresentato dalla capacità di sottrarsi dalla trappola politica della zona rossa (predisposta per le vie adiacenti alla Prefettura, sede dell’incontro tra i ministri Clini e Passera e le amministrazioni locali), e più in generale dalla capacità di smarcarsi dalla retorica dell’assedio ai palazzi del potere.

Una circostanza oggettiva ha giocato in favore del comitato: nella Taranto delle ultime settimane è piuttosto facile comprendere come la rappresentazione della decisione (tavoli tecnici interministeriali) non corrisponda affatto con il reale centro di assunzione della decisione politica (governance dominata dalle esigenze del profitto aziendale).

L’emergere di torbide relazioni di potere – un mix di compiacenza e corruzione – capaci di coinvolgere dirigenti ministeriali, parte della stampa e addirittura un perito giudiziale, palesa in maniera inoppugnabile come l’Ilva sia il perno, il centro e il fulcro della decisione politica e che il palazzo sia in realtà la simulazione di un processo decisionale che è al contrario fluido, sfuggente e stratificato, con le istituzioni rappresentative  – dal locale al nazionale – incapaci di produrre alcun tipo di ragionamento che sposti il discorso rispetto alle aspettative di profitto della grande industria.

L’autonomia sociale conquistata dal movimento nelle ultime settimane tramite una fitta ripetizione di assemblee nomadi rifiuta di ridursi ad unità, rigettando l’idea di comprimere la pratica dei riti diffusi, aperti e partecipati, e di lasciarsi aspirare in un rapporto bilaterale con le istituzioni rappresentative, irrimediabilmente svuotate (non solo a Taranto) di senso e sostanza.

In questi termini il massimo dell’obiettivo raggiungibile nella giornata di mobilitazione è stato collettivamente praticato: assumere protagonismo sociale sottraendo visibilità agli incontri istituzionali, continuando a parlare delle esigenze del 99% della città e allo stesso tempo disertare la retorica della grande scadenza salvifica e della giornata risolutiva, continuando invece la lunga marcia della dignità in una prospettiva di media durata.

Transazione vs transnazione. Proprio nell’ottica di una mobilitazione di medio termine, sul tema dell’organizzazione di un discorso di alternativa una serie di passi in avanti sono stati prodotti. In particolare i liberi e pensanti, sottraendosi dalle due retoriche dominanti ugualmente fuorvianti, che rispettivamente rappresentano la magistratura come scheggia impazzita che attenta agli interessi della nazione e come ultimo baluardo della volontà popolare, continuano a produrre un importante discorso di verità raccontando come, in realtà, l’indagine della Procura e il provvedimento del Gip nient’altro siano che la presa d’atto di una frattura – ampia e profonda – esistente tra città e produzione industriale. La circostanza per la quale la magistratura sia stata l’unico organo statale capace di prendere atto di questa frattura tuttalpiù testimonia come, nella Puglia di Vendola, la torbida spirale della governance non consenta a nessun apparato rappresentativo di agire in questi termini.

L’altro grande tema, il che fare programmatico, proprio in queste ore prova ad assumere connotati più incisivi di quanto praticato finora. L’immagine della Taranto che verrà è ancora a tinte fosche, dominata da esigenze di dignità che non sono ancora programma di alternativa.

Dal punto di vista del metodo, questa circostanza è una ricchezza: è qui il solco profondo che separa la galassia dell’ambientalismo Ionico con la prassi del comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti. I primi hanno sempre scelto – nella diversità degli indirizzi assunti – di autocelebrare i propri programmi come dato tecnico assunto fuori da ogni tipo di dinamica collettiva. I secondi scelgono di costruirsi la progettualità istante per istante, tramite interazione reale di diverse figure sociali – operai, precari, studenti – fino a coinvolgere altre categorie duramente colpite dalla crisi ambientale, come i mitilicoltori e allevatori, presenti al corteo del 17.

C’è da fare diversi passi in avanti, sciogliendo nodi politici decisivi. Bisogna collettivamente evitare di immaginare per Taranto una riconversione dell’economica che sia una mera transizione verso un sistema produttivo e di relazioni di potere – qualche forma di neoliberismo libero da ciminiere e fumi – che, in giro per il mondo, provoca ugualmente disperazione, povertà e morte – anche fisica, come testimoniano la drammatica serie di suicidi dell’ultimo anno.

Non c’è prospettiva di capitalismo a presunta “bassa intensità” (magari verde) che possa mantenere le promesse con le quali un tempo seduceva: la perdurante crisi economica globale ci aiuta a comprendere come, senza una radicale messa in discussione del profitto dei pochi e della sottrazione della ricchezza prodotta dal 99%, neanche Taranto – anche dopo aver chiuso i conti con il proprio passato fordista – vivrà tempi di quel benessere diffuso che molti, frettolosamente e imprudentemente, annunciano come imminente.

In quest’ottica, tra i vari cartelli e striscioni esposti durante il corteo, un secco “Green economy? No, grazie!” ammette poche repliche. Sempre sul tema della chiarezza dei messaggi proposti, oltre ad un paradigmatico “più apecar, meno ciminiere” esposto nei pressi del palco, si scorge un altro  messaggio, capace di rappresentare la più chiara comunicazione politica finora prodotta.

“Dalla Val Susa a Taranto, i nostri corpi contro i vostri profitti” rappresenta un forte grido di solidarietà tra simili, e allo stesso tempo un programma politico chiaro e lucido. Da questo punto di vista, più che un discorso di transizione verso un sistema produttivo ugualmente iniquo, è necessario produrre una narrazione transnazionale delle mobilitazioni tarantine, in connessione con lo spirito dell’Occupy – totale messa in discussione della miserie dell’esistente – passando per quanto  accaduto nell’ultimo ciclo di lotte, dall’Islanda e a Wall Street, fino a schierarsi al fianco dei minatori sudafricani trucidati nelle ultime ore, lambendo ogni luogo del mondo nel quale il 99% rialza la testa per riconquistare la ricchezza che ogni giorno l’1% sottrae.

La potenza del ragionamento prodotto in queste settimane dai liberi e pensanti – capace di inserirsi, per connessione emotiva, nel filone sopra descritto – si riproduce anche nel simbolismo percepito nell’ennesima gloriosa giornata di mobilitazione dentro/contro la crisi ambientale ed economica tarantina.

E così il grido di libertà prodotto dalle Pussy Riot rimbalza possente anche in riva allo Ionio, riflettendo gli umori e i desideri delle donne e degli uomini in cammino verso la Taranto che verrà: “stiamo già vincendo, perché abbiamo imparato a essere arrabbiati e a dirlo politicamente”.

* Attivista di Occupy ArcheoTower

 

 

 

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