Taranto, reddito vs lavoro: finalmente il cielo è caduto sulla terra

 

di FRANCESCO FERRI*
Dopo il primo ciclo di mobilitazioni prodotte in seguito all’emissione del decreto di sequestro da parte del Gip Patrizia Todisco per gli impianti dell’aria a caldo dell’Ilva di Taranto, è possibile provare a produrre una prima ricognizione di quanto avvenuto finora.
Il provvedimento del giudice è in prima battuta manifestazione diretta di una frattura ampia e profonda esistente tra la città e l’adiacente grande industria. Il fatto che la prima, forte presa d’atto di questo rottura tra produzione industriale e vita sia stata prodotta dagli organi giudiziari non è un elemento neutro: al contrario, consente di riflettere sulla situazione della governance politica nella regione di Vendola. Le istituzioni rappresentative appaiono, anche in questa fase, incapaci di gestire anche solo quel ruolo (tendenzialmente marginale) che le attuali relazioni di potere attribuiscono alle amministrazioni locali. I racconti che descrivono la procura come organo del popolo (si sprecano, da grossa parte del mondo ambientalista, i #forzapatrizia) non è attinente alla realtà. Semplicemente è la (temporanea e preliminare) presa d’atto di una frattura esistente.
Il sistema politico, nella sua interezza, sembra interessato a provare a ricomporre la frattura del sistema Taranto, schierandosi apertamente per la prosecuzione della produzione industriale, omettendo ancora una volta sforzi in termini di analisi di prospettiva, e le sfumature (marginali e retoriche) prodotte dalle forze politiche della sinistra in tema di “rispetto per la magistratura” e “coniugare ambiente e lavoro” di per sé non permettono di registrare un discorso politico differente rispetto alla media del ragionamento in corso di produzione.
Frammenti di un discorso amoroso. Quanto ai blocchi, cortei e presidi prodotti finora, occorre registrare fin da subito la loro natura ambivalente. Sia la rappresentazione di queste manifestazioni come mera richiesta di riapertura dell’Ilva e di ritorno al lavoro, che la narrazione delle stesse come già inizio di un percorso di liberazione, tendono a ridurre la complessità dei sentimenti e degli orientamenti prodotti finora dagli operi in mobilitazione.
È però certa la presenza di un’anomalia genetica, aberrante e preoccupante, legata al ruolo che l’azienda Ilva ha assunto (specie nelle prime ore) come agitatore delle lotte, come emerso da numerose testimonianze e racconti, a conferma di come l’azienda (allo stato attuale molto più del sindacato) sia capace di orientare e governare l’atteggiamento degli operai.
La natura pur sempre ambivalente risiede in una serie di elementi non secondari. In primo luogo, seppur in forma marginale, nella gestione dei picchetti si sono sperimentati percorsi di autogestione. Non siamo in presenza di quell’istituto di potere informale della tradizione operaia, ma un ragionamento sulla selezione delle categorie di persone che possono superare i blocchi (con riferimento al disagio sociale) rappresenta una tendenza interessante. Anche la decisa contestazione (ripetuta anche nel pomeriggio) nei confronti del segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, durante un’assemblea sindacale rappresenta l’apice di sentimento diffuso, in corso di formazione, di mutamento complessivo dell’atteggiamento nei confronti dei sindacati, che non casualmente prende di mira proprio l’organizzazione più rappresentativa in fabbrica.
Proprio sul tema della costruzione di pratiche di lotta autonome, la giornata del 27 rappresenta un possibile punto di non ritorno e allo stesso tempo una prospettiva di mobilitazione concreta e virtuosa. Un gruppo di operai, insieme alle reti di attivismo politico, hanno interrotto la conferenza stampa del neo presidente Ilva (l’ex prefetto Ferrante) prendendosi la parola e delineando, nella stessa conferenza, possibili percorsi di ragionamento politico [vedi qui: http://www.youtube.com/watch?v=mMZpxFYlAHU]. Su come questa pratica possa essere una prospettiva di lotta comune tra tutti coloro che pagano le conseguenze della crisi (ambientale ed economica) si tornerà più avanti. Per ora si sottolinea come l’intervento operaio in quella sede sia già stato significativo per l’introduzione di una serie di elementi di rottura nei confronti dei ragionamenti dominanti: denuncia del ruolo giocato dall’azienda nell’organizzazione dalle  mobilitazioni, sottrazione dalla logica della delega sindacale, pretesa di essere d’ora in avanti il centro della formazione della decisione politica.
Un mostro senza testa. Per quanto riguarda le forze della sinistra, la situazione delineata sembra essere la definitiva affermazione di una serie di elementi strutturali del discorso progressista, capaci di qualificarlo anche con portata nazionale. Tre elementi di fondo sembrano essere gli elementi centrali dei discorsi sinistrosi in riva allo Jonio: incapacità di produrre ragionamenti di prospettiva, l’assunzione della ragion di stato (“l’acciaio è pur sempre strategico per la nazione”) come dogma e soprattutto la mancata comprensione delle trasformazioni avvenute (anche a Taranto) del mondo del lavoro.
Il punto è centrale: nella vicenda Ilva le forze della sinistra, sindacale e politica, collocando erroneamente in posizione la componente metalmeccanica come soggetto centrale nel mondo della produzione producono due effetti: viene nascosta la portata del dramma vissuto dall’esercito di disoccupati e precari (anche a causa della presenza della grande industria inquinante), e si finisce per caricare la figura dell’operaio metalmeccanico di responsabilità ben oltre il dovuto. In quest’ottica le linee di ragionamento finora proposte sono compiutamente di sinistra proprio perché non interessate a produrre un racconto di come sia drammaticamente alienante lavorare (anche al di là dai risvolti medici) in una fabbrica che è persino più grande della città che soffoca, nella quale i ritmi di lavoro infernali producono alienazione e morte.
Non bisogna, per contro, produrre aspettativa enfatiche in tema di possibili stravolgimenti nell’immediato dell’esistente. Certo, è possibile mettere in atto un’azione politica possente in tema di ricomposizione sociale dei sentimenti e delle aspirazioni dei tanti che, dipendenti Ilva e non, pagano le conseguenze della crisi ambientale. In generale però nel brevissimo termine ci troviamo a pagare mancanza di abitudine alla lotta (e qui probabilmente si iscrivono le parole di Ferrante che, di fronte alle accuse degli operai nei confronti dei sindacati, sembra pronunciare parole di difesa delle organizzazioni sindacali). C’è di più: esiste una tonalità di fondo nei volti e nelle parole di un numero significativo di operai, manifesto di un attaccamento nei confronti della propria azienda, non solo come fonte del proprio salario. Nella società liquida, l’essere operaio Ilva a Taranto rappresenta, per tanti, l’unica maniera per continuare ad avere un’identità sociale definita e riconoscibile.
Zombie di tutta Taranto. Una sottrazione dal discorso dominante è pur sempre possibile produrla, fin da subito: retrocedere il lavoro da valore a strumento può risultare a Taranto più facile che altrove, e contemporaneamente la lotta per il lavoro può trasformarsi in lotta per il reddito, nell’ottica della costruzione di un percorso comune di ricomposizione di quelle figure sociali – lavoratori metalmeccanici, cognitivi, precari, disoccupati e soggetti in formazione – che attualmente pagano le conseguenze della crisi economica e ambientale.
Noi la crisi non la paghiamo può essere un primo messaggio efficace, capace di aprire la strada ad un ragionamento politico che può trovare nel reddito per tutti l’elemento centrale per ostacolare tendenze corporative in atto e assumere una prospettiva di mobilitazione comune del 99% della città.
Durante la citata interruzione della conferenza stampa, l’intervento di uno degli operai ha descritto con un’impressionante lucidità il problema, non solo tarantino, nelle relazioni politiche a sinistra. “Nella fabbrica non possiamo esprimere la nostra intelligenza” rappresenta un programma politico chiaro e dalla possente prospettiva di lotta sul tema della qualità della vita e delle relazioni sociali nel conflitto, e allo stesso tempo l’inizio di una pratica, ancora in divenire, di messa in discussione di tutto l’esistente e della riconquista di quanto  quotidianamente sottratto dal sistema del capitale. Sono proprio le parole di questa portata, precise chiare e potenti, che creano un nuovo mondo che si libra leggero nell’aria.

* attivista di Occupy ArcheoTower

 

 

 

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