Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte

 

di FANT PRECARIO

“a volte la storia ha bisogno di una spinta” (Lenin)

[Una precisazione. Nella presente relazione ogni “affermazione tecnica” è offerta al lettore siccome tratta da quanto apparso su vari quotidiani on line e cartacei in epoca recente. Un po’ per risparmiare tempo, un po’ per rimarcare la volontà di saccheggio della nostra vita che anima - anche - i soloni dell’informazione economica. Ovviamente, i dati sono assunti quali reali, peraltro la loro eventuale non rispondenza al vero conferma vieppiù quanto qui sostenuto, non certo lo smentisce].

1- L’utilizzo strumentale dei dati di bilancio (ove non “truccati”, ma questa è un’altra storia) è prassi abituale nell’odierna fase capitalistica: tanto la negazione del default da parte delle agenzie di rating (tra l’altro Moody’s è, anche o forse soltanto, un pessimo ristorante self service) ha costituito elemento imprescindibile per gettare le basi della lucrativa crisi dei subprime (ma potrebbero ricordarsi anche le valutazioni svogliate sulla solvibilità di Cirio e Parmalat, o le remunerative omissioni sulla salute di Enron) in fase di euforia, tanto le prediche à la Savonarola (ei fu in tempi corrotti fustigator di costumi) su bilanci e conti di stati e banche è cara alla rendita capitalistica e propedeutica a sempre maggiori ricatti in fase di panico (e chi ha l’avventura di leggere i consigli per la salvaguardia del gruzzolo resi quotidianamente da “Libero” e “Giornale” se ne può rendere conto).

La vexata quaestio dei conti INPS, che si dipana nel trentennio ormai al tramonto, dal mago di Hammamet al guru bocconiano (passando per il Porfirio Rubirosa di Arcore) senza soluzione di continuità, offre italico elemento di riflessione che va ben oltre la polemica pubblico/privato, al di là delle dissertazioni ichino-sacconiane sui fannulloni di stato, trascende la miseria di chi (come tutti noi) con quei conti deve “fare i conti”.

2-Come ogni misura dettata (meglio, callidamente suggerita) dal capitale finanziario, la revisione costante dei conti INPS esorbita i confini della contesa “in sé”.

Essa emargina gli (apparenti) attori e si incunea nella vita delle moltitudini onde elevare a rendita ogni elemento che sia suscettibile di valorizzazione (lo è stato per il profitto, lo è per il salario e per la pensione).

Incomprensibile agli occhi del sindacalista di professione incomprensibile, la vicenda trova fondamento nelle modifiche che hanno interessato il sistema di produzione capitalistico negli ultimi trent’anni. Il capitale finanziario resosi “autonomo” da qualsivoglia attività produttiva (agita unicamente per ridurre i lavoratori a schiavi – e qui, il concetto di proprietà privata si dilata a servizio del capitale) ben potrebbe fare a meno di questionare sulla misera prebenda elargita mensilmente al movimento operaio pensionato (dall’età e dalla storia): anzi, le classiche “tremila lire di pensione” (come cantava il maestro della Costa Smeralda, l’indimenticato Umberto Smaila) potrebbero incrementare i consumi con attivazione della mitica (perché non c’è, un po’ come dio, non perché favolosa) “ripresa” di montian-napolitana costante evocazione… e invece.

Ma dicevo, non è di crescita che il capitale ha necessità, bensì di bolle e con esse di governare le inevitabili crisi (sistemiche e dilatate nel tempo in attesa di un improbabile – perché inutile e quindi neppure perseguito – riavvio della produzione industriale).

Il capitale perpetua se stesso attraverso la costante captazione di plusvalore e desocializzazione del comune. Questo processo, da quanto innestatosi, ha prodotto una confusione tra le frontiere della rendita e del profitto. Nel capitalismo finanziario l’organizzazione del lavoro ha ceduto il passo ad un management la cui competenza principale consiste nell’esercizio di funzioni finanziarie e speculative.

[un inciso. La speculazione non si arresta (né potrebbe) nonostante le ripetute crisi e i fallimenti delle misure provvisionali che si susseguono da ormai un lustro lo stanno a dimostrare. La comunicazione di dati scientemente falsati dalle banche deputate a comunicarli alle autorità al fine della determinazione del Libor è l’ultimo tra gli escamotage truffaldini ideati dalla finanza. Ma non si tratta di manipolazione ad opera di qualche funzionario infedele, la stessa legislazione degli stati consente e anzi determina artifizi siffatti. In Italia, ad esempio, la determinazione dei tassi usurari è stabilita con decreti ministeriali, ma sulla scorta di dati forniti dalle banche. É evidente che la misurazione “a monte” determina differenti risultati “a valle”; ciò (non soltanto potrebbe condurre ad abusi, ma comunque e soprattutto) importa la subordinazione dell’accesso al credito (di imprese e precari, anch’essi da aversi quali microimprese indebitate) a criteri extra-statuali difficilmente comprensibili. Lo stesso, altrimenti inspiegabile, strapotere delle agenzie di rating rinviene in larga parte dalla legislazione statale che ha delegato alle stesse ogni giudizio sull’accessibilità delle imprese al mercato finanziario].

Anche il dibattito sulle “pensioni” soffre delle modalità con cui si esercita la governance finanziaria: il fulcro dell’operazione non è quello di porre un sistema pensionistico equo e/o funzionante, non si tratta di neppure di “modernizzare” il welfare.

Ci si scontra (si finge di scontrarsi) sulle pensioni (ma si potrebbe azzardare, sull’art. 18, sui contratti collettivi, sulle forme tipizzate della prestazione lavorativa) senza alcun fine specifico (nel senso di funzionale ad una soluzione) che non sia: – da un lato quello di avere il patrimonio dell’Inps (e delle varie casse professionali) nella disponibilità della speculazione (si partì anche qui dalle cartolarizzazioni degli immobili di proprietà dell’istituto); – di perpetuare la messa al lavoro della vita dell’individuo per più tempo possibile, consentendone la perenne immersione nel momento della produzione.

3- Ovviamente, non si può pretendere la pacifica adesione del cognitariato ad uno schema che ne tubolarizzi la vita, aggregandola al capitale cosicché questi possa captarne ogni respiro di produzione sociale.

Occorrono giustificazioni, assunzioni di responsabilità, richiami al senso dello stato.

Di qui, la messa in scena di una evoluzione dell’istituto pensionistico volta vuoi a scongiurare il (proverbiale) default, vuoi a consentire una vecchiaia dignitosa alle moltitudini (al contrario, devastate dall’oppressione della legge del valore).

La “sola” (“fregatura” per chi legge da oltre Ticino) ha un andamento tipico:

a) si comincia con il vantare lo stato delle cose attuale (così da fornire paludata serietà a chi nel pregresso ebbe a governare);

b) contemporaneamente, si palesano, per finta onestà intellettuale, problemi futuri legati a circostanze “oggettive” (tipo, non è colpa di nessuno se in Italia si muore di meno…. le donne campano di più…. se mio nonno aveva le ruote era un carretto…);

c) si procede opponendo, poi, la necessità di sacrifici comuni (che a tutti comuni non sono) così da;

d) pretendere misure draconiane che sarebbero state necessarie unicamente se l’assunto di cui sub a) avesse registrato esito negativo;

e) il tutto per occultare il reale scopo dell’operazione.

[Ovviamente, si oblitera (da parte nostra cosiccome da quella degli indomabili censori in che si sono intrattenuti sull’argomento) alcuni dati fondamentali: - sulle spalle dell’INPS e dei lavoratori, si è agita la ristrutturazione del sistema industriale dal 1979 a oggi; - per anni il potere demo-socialista-forzitalico si è retto con il riconoscimento di pensioni a chi non ne aveva diritto in cambio di voti o omertà (cosa comune, peraltro, al socialismo dei tortellini); - il ricorso all’Inps è misura obbligata per la gestione della “finanziarizzazione dal basso” che ha interessato negli anni il cd. precario impresa. Questi aspetti non rappresentano, infatti, seria innovazione rispetto allo spiegarsi del fordismo mafioso della repubblica nata dalla resistenza e allevata da Scelba].

a-1. l’indimenticabile 2008

Il sistema previdenziale italiano è in “equilibrio” e non è necessaria una nuova riforma delle pensioni. Il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, nella propria relazione annuale lanciava in quell’anno “un secco altolà” ai ripetuti appelli di una revisione del sistema previdenziale. Mettendo in chiaro il buono stato di salute dell’Inps [i toni come sempre (s)moderati e (im)meditati, sono tratti dalla stampa del tempo]. “I conti – diceva – sono a posto. Il bilancio 2008 dell’Istituto presenta un saldo attivo di più di 11 miliardi di euro” (mica pizza e fichi, ndr).

Il bilancio 2008 evidenziava, infatti, un patrimonio netto di 43.526 milioni di euro, un risultato economico di esercizio di 11.068 milioni di euro e un avanzo di gestione finanziaria di competenza di 11.275 milioni di euro, quale differenza fra 267.171 milioni di euro di entrate e 255.896 milioni di euro di uscite complessive.

La stampa ci informava che l’Inps erogava circa una pensione ogni tre cittadini italiani e i pensionati rappresentavano il 24% della popolazione (lasciateci andare in pensione, saremmo molti di più, ndr). Il numero delle nuove pensioni accolte e liquidate nel corso del 2008 era pari a 652.123, mentre il totale delle pensioni vigenti al 31 dicembre 2008, era di 16.086.076 senza considerare i trattamenti agli invalidi civili. Tra le pensioni vigenti, 10.324.240 erano le pensioni erogate ai lavoratori dipendenti (-0,7% rispetto al 2007), 3.998.600 ai lavoratori autonomi (+1%), 188.730 ai lavoratori iscritti alla gestione separata (collaboratori coordinati e continuativi, liberi professionisti, venditori porta a porta), +19,5% rispetto al 2007. Si evidenziava che 4.244.007 pensioni (il 26,4% del totale delle pensioni vigenti) ricevevano integrazioni dell’importo per raggiungere il minimo previsto dalla legge.

Il 2008 registrava, altresì, un aumento delle “aziende irregolari” (si noti il bizantinismo descrittivo, atto a scongiurare allarmismi e moralismi, diverso sarebbe il caso in cui si fosse esaminata la vicenda dal versante del lavoratore; il tal caso il lavoro sarebbe stato censurato quale prestato da “negri” ed “albanesi” senza pietà definiti “clandestini”) sulle ispezionate, che raggiungeva l’82%, con risultati significativi in agricoltura. “Il piano di vigilanza ha un solo obiettivo, combattere la piaga del lavoro nero e contrastare le collaborazioni fittizie che mascherano rapporti di lavoro dipendente” per “accertare un’evasione di almeno 1,5 miliardi di contributi, con un’emersione di almeno 100mila lavoratori attualmente in nero“. Controlli a tappeto anche sugli invalidi civili: l’Inps puntava a “200mila verifiche entro l’anno” destinate a “far recuperare almeno 100 milioni di euro”.

a-2. conti in attivo sino al 2011

I conti dell’Inps saranno in attivo anche nel 2011. Lo affermava qualche tempo dopo il medesimo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua (ancora tu? ma non dovevamo rivederci più? Lucio Battisti). “Stiamo per approvare il bilancio preventivo 2011. Dovrebbe avere saldi attivi sia sulla gestione finanziaria sia su quella economica”.

La conclusione era che l’Inps avrebbe chiuso anche il 2011 con un avanzo finanziario: “siamo impegnati perché il piccolo segno meno del bilancio preventivo assestato 2011 diventi un segno più a consuntivo (e come faresti, confondendo l’attivo con il passivo? c’è chi l’ha fatto e gira in Bentley, ndr). Le riscossioni aumentano e i dati sull’occupazione ci fanno ben sperare. Anche i dati sulle nuove pensioni sono migliori del previsto. Penso che chiuderemo l’anno in avanzo”.

All’epoca i cronisti esultavano per il forte calo delle pensioni nei primi otto mesi dell’anno grazie all’effetto combinato delle riforme e della manovra correttiva: tra gennaio ed agosto l’Inps aveva, infatti, erogato 208.134 nuovi assegni a fronte dei 257.940 dello stesso periodo 2010 con una riduzione del 19,4%, infatti, nel 2011 sono entrate in vigore le norme sull’aumento dell’età minima (ecco che compare sulla scena il miracolo contabile, ndr.) per la pensione di anzianità (passata da 59 a 60 per i dipendenti, da 60 a 61 per gli autonomi) ma soprattutto quelle sulla cosiddetta «finestra mobile» prevista dalla manovra 2010 che stabilisce che la pensione decorra 12 mesi dopo il raggiungimento dei requisiti (18 per gli autonomi).

b- si imposta “il pacco”

Quindi la situazione, già ottima, avrebbe consentito uno sguardo sereno verso il futuro.

Se ciò fosse stato certificato in modo definitivo, peraltro, come si sarebbe potuta perpetuare la politica dei sacrifici? Come impugnare il default e brandirlo contro la popolazione?

Si osservava allora che – nonostante la situazione positiva dei conti fatta registrare quell’anno – l’Inps non poteva riposare sugli allori dovendo al contrario attrezzarsi per fronteggiare uno scenario in cui le contribuzioni tendevano a diminuire e le spese per erogare pensioni e cassa integrazione ad aumentare.

É quanto sosteneva un sito internet di elaborazione teorica in materia economica, sostenendo che i quasi 6 miliardi di attivo con cui l’Istituto prevedeva di chiudere il bilancio 2009 provenivano in buona parte (il 35%) da trasferimenti dello Stato e che le fonti di contribuzione dirette (il 63% derivante da lavoratori e imprese) erano destinate a esaurirsi.

Si poneva un primo tassello sindacando su come fosse stato generato il risultato positivo del 2009 e si evidenziavano due componenti: da un lato la revisione delle aliquote contributive avviata dal governo Prodi, dall’altro un cambiamento nella composizione delle entrate, cioè nella platea dei contribuenti – lavoratori e imprese. L’aumento delle aliquote poteva fondare il miglioramento dei conti registrato dal 2006 a oggi, ma, ci si affrettava a precisare, alcune delle voci che spiegavano l’attivo sarebbero state di vita breve, in ragione della struttura delle entrate.
Le fonti di guadagno dell’Inps, che sino a quel momento, non incidevano pesantemente sulla spesa, erano rappresentate – dalla cd. gestione separata (cioè la cassa di previdenza dei lavoratori “parasubordinati”, lavoratori a progetto, lavoratori con collaborazioni continuative eccetera), nata nel 1995 e quindi relativamente giovane, – la gestione delle prestazioni temporanee (cassa integrazione, maternità eccetera), che prima dell’affacciarsi della crisi aveva mantenuto una posizione attiva, e – l’apporto positivo dei lavoratori immigrati (badanti e collaboratori domestici) che avevano iniziato a versare contributi in quegli anni (come dire precari, donne e negri servono, se poi sono donne, negre e precarie non ti dico, ndr).

A evidenziare la crescente importanza del ruolo contributivo dei lavoratori “atipici” soccorreva anche un articolo apparso in quei giorni su primario quotidiano nazionale ove venivano riportati alcuni dati tratti dal bilancio preventivo dell’Inps: tra questi, in evidenza, l’aumento dell’attivo del fondo accumulato dei parasubordinati: dagli 8 miliardi di euro del 2009 sarebbero diventati 8,3 miliardi del 2010. Una somma notevole che, nonostante la relativa esiguità di questo tipo di lavoratori (1,6 su 18,7 milioni di iscritti all’Inps) derivava dal fatto che i collaboratori corrispondevano ormai un’ aliquota non trascurabile, pari al 25,72% (il 17% per quelli iscritti anche ad altri fondi Inps) che sarebbe salita al 26,72% dal 2010 e di un altro punto ancora dal 2011. E per il momento questi non riscuotevano pensioni.

(stando così le cose, si sarebbe potuto auspicare il superamento del sistema pensionistico, la presa di coscienza della centralità della produzione precaria, la necessità della liberazione della cooperazione e della immediata attuabilità del diritto del precario-impresa ad una rendita di esistenza; invece no).

c- il pacco (segue)

La realtà, data per rosea, successivamente lordata da prospettive difficili, diveniva materia pronta per essere modellata ad uso del capitale.

Si poteva leggere poco (pochissimo) tempo dopo, che le pensioni divenivano sempre più basse in rapporto ai redditi da lavoro e bilanci in peggioramento a causa dell’invecchiamento della popolazione (anticipando ancora una volta il senso di queste note: “precario, perché non muori?”). La fonte era una “verifica tecnico-attuariale” operata in sede previsionale dall’INPS con stime fino al 2037.

Decisa dal commissario straordinario, Antonio Mastrapasqua, anche in seguito al decreto del ministro del Lavoro che aveva disposto un esercizio analogo per le casse privatizzate, la verifica mostrava come il sistema di calcolo contributivo (pensioni commisurate ai contributi versati in tutta la vita lavorativa) cominciasse a mostrare segni di cedimento, riducendo l’importo degli assegni. Un effetto che sarebbe proseguito anche dopo il 2037, se si tiene conto che solo verso il 2050 l’Inps non pagherà più pensioni calcolate col più vantaggioso metodo retributivo (cari pensionati che avete lasciato i polmoni sugli altoforni, il pancreas sulle limature di amianto, le palle su comodi strati di eternit, godetevi i vantaggi di una vita di merda). L’invecchiamento della società avrebbe messo a dura prova i conti, determinando un peggioramento dei bilanci d’esercizio e degli stati patrimoniali.

Si precisava (ora per magnificare non più il presente ma il futuro predisposto dagli illuminati governanti) che le ultime riforme decise lo scorso luglio — la «finestra mobile», che ritarda il pensionamento di un anno rispetto alla maturazione dei requisiti, e l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza (chi vive sperando muore cagando, si dice a Genova) di vita a partire dal 2015 — non erano considerate nelle previsioni, assunte sulla base delle norme vigenti al primo gennaio 2009. I dati che emergevano dimostravano quindi come fosse necessario decidere appunto un ulteriore aumento dell’età di pensionamento.

L’indagine Inps si spingeva nella partita disamina dei singoli fondi.

*artigiani

Nel 2010 un artigiano va in pensione in media con la metà di quanto guadagna (denuncia! non guadagna) lavorando (facendo lavorare, il kulak non lavora quasi mai, al più staffila): circa 10 mila euro contro 20 mila. Il grado di copertura salirà fino al 53% nel 2018, anche qui per effetto delle robuste pensioni retributive, per poi scendere fino al 43% nel 2037. Come per gli altri fondi, le medie nascondo situazioni diverse. Se si considerano per esempio le sole pensioni di anzianità, che sono le più ricche, il grado di copertura varia dal 73% attuale al 62% del 2037. Passando ai conti, dalle proiezioni di bilancio «emerge un quadro molto sconfortante», diceva la relazione dell’Inps. «La situazione patrimoniale della gestione peggiora di oltre 24 volte nel corso dei trenta anni considerati. Il risultato economico passa da una perdita di poco più di 3 miliardi e mezzo fino a diventare quasi 5 volte maggiore nel 2037 (15,5 miliardi)».

*commercianti

La situazione veniva rappresentata quale analoga a quella degli artigiani. Il grado di copertura delle pensioni, che era del 46% in media (cioè considerando insieme le prestazioni di vecchiaia, anzianità, invalidità e reversibilità) sarebbe salita al 52% nel 2017 per poi scendere fino al 44% nel 2037: 21 mila euro contro 48 mila di reddito da lavoro. Il peggioramento nel rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, comune a tutti i fondi, si sarebbe riverberato sui conti della gestione. Peraltro si confidava in un miglioramento della situazione per effetto, ancora non calcolato, della riforma dello scorso luglio che aumenta progressivamente l’età di pensionamento. Le previsioni dell’Inps, al netto di questo effetto, annunciavano che “lo squilibrio annuale tra entrate ed uscite della gestione appare destinato a crescere”. Il risultato d’esercizio sarebbe passato da un deficit di 841 milioni a uno di 8,7 miliardi nel 2037. Di conseguenza lo stato patrimoniale andrà in rosso dal 2014 e peggiorerà fino a raggiungere 127,5 miliardi nel 2037.

[d- uno squarcio di verità: i parasubordinati

Le stime assumevano che nel 2037 la pensione media sarebbe stata pari al 14% della retribuzione. I critici avvertivano trattarsi di un dato poco significativo, “perché tiene insieme tutto”, infatti nella gestione dei parasubordinati bastano 5 anni di contributi per maturare una pensione, fosse anche di pochi euro al mese. Si tratta cioè di un calcolo teorico che non distingue tra contribuenti esclusivi e chi ha un lavoro ma versa anche in questa gestione per consulenze o prestazioni accessorie alla sua occupazione principale. Insomma, (avvertivano i veggenti) per farsi un’idea di quale sarà la pensione di un precario tipo, uno che cambia più volte lavoro con numerosi intervalli di disoccupazione, meglio rifarsi ai vari centri di ricerca che stimano un grado di copertura fra il 36 e il 50-55%. Molto più interessante, è rimarcare l’andamento dei conti. Nato nel ’96, il fondo per i lavoratori atipici è vissuto finora e lo farà ancora a lungo quasi esclusivamente delle entrate contributive. Solo dal 2031 verranno pagate pensioni con 35 anni di contributi. Per questo la gestione vede attivi crescenti. Quello d’esercizio dagli attuali 8 ai 17,6 miliardi del 2037 mentre quello patrimoniale salirà fino a 438 miliardi. Questi attivi sosterranno ancora a lungo i conti Inps. Anche se, si sottolineava, la dinamica dei saldi, per quanto cospicui e in sistematica crescita, non è mai sufficiente ad assorbire l’enorme deficit creato dalle tre gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti e coltivatori diretti). E ci si chiedeva, sarà sufficiente l’ultima stretta? Il bilancio dell’insieme delle gestioni Inps andrà in rosso dal 2015 per 41 milioni, che saliranno a 2,5 miliardi nel 2017, dove si fermano queste stime. Il patrimonio netto resterà in attivo per una quarantina di miliardi all’anno fino al 2017 grazie all’avanzo di 200 miliardi l’anno delle prestazioni temporanee e di altri 130 miliardi della gestione parasubordinati. Ma dopo? Si spera nella riforma dello scorso luglio. Già nel 2017 i primi effetti. In pensione di vecchiaia, stima l’Inps, si andrà allora a 66,3 mesi (61,3 le donne) e di anzianità a 62,3. Nel 2037 le età saranno salite rispettivamente a 68,6 e 64,6. E nel 2050 ci si avvicinerà ai 70 anni. Forse era inevitabile.… e qui il saggio si placa, lascia uno spiraglio per tutti quelli che non saranno morti o di quello che vedendo morire i loro colleghi avranno tutelato il loro assegno.

e -1. il doppio pacco.

La derelizione incalzante del welfare procede sicura, assistita da dati e cifre.

Che l’attualità non desti problemi non è sufficiente. Governi realizzatori di ponti sullo stretto e necessarissimi TAV guardano al futuro, e preoccupandosi per il povero precario ne anticipano la sorte rinviando a mai il raggiungimento dell’auspicato “fine corsa”.

E arrivarono le riforme

La stampa gongola e ci informa che l’Unione Europea prende atto delle riforme adottate dall’Italia in tema di età pensionabile: con la riforma della previdenza del governo Monti infatti l’Italia avrà entro il 2020 la più alta età di pensionamento rispetto agli altri Paesi membri dell’Unione. Non ci saranno più raccomandazioni quindi per l’Italia [almeno sul punto, probabilmente i giornali si dimenticano della mafia, della corruzione, della spietata lunghezza dei processi civili e penali, della (in)sicurezza sul lavoro……], la cui età per il ritiro dal lavoro supererà anche quelle di Germania e Danimarca, finora tra le più alte d’Europa.

Nel 2020 l’età di pensionamento dell’Italia sarà di 66 anni e 11 mesi, senza distinzioni tra uomini e donne. Età destinata a salire dato che la riforma prevede adeguamenti periodici legati alla speranza di vita. Ciò significa che in base alle stime previste si arriverà nel 2060 a 70 anni e 3 mesi.

Obiettivo della riforma è quello di riuscire a contenere la spesa che attualmente supera circa il 10% del prodotto interno lordo e garantire l’indipendenza economica dei pensionati.
Conclusione.

Lo scopo è raggiunto, la messa al lavoro della intera esistenza ottiene consacrazione normativa (bio-potere legislativo?).

Si cerca però di negare l’evidenza e qualcuno si chiede:

Se è vero che l’aumento dell’età pensionabile significa maggiori entrate contributive e di conseguenza la riduzione della spesa e la crescita dell’importo delle pensioni, è altrettanto vero che ad un aumento dell’età pensionabile dovrebbero corrispondere riforme sociali e politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia. Aspetti sui quali il governo e le parti sociali stanno ancora lavorando (se le cose sono in mano ad Angeletti c’é da stare tranquilli, soprattutto perché a 70,3 anni a farti una famiglia non ci pensi più, a meno che non sia quella della tua escort se sei ricco, della tua badante, se tuo padre è scampato come la Montalcini e te la può pagare)].

e.2- il doppio pacco (segue- i critici)

Anche i (finti) critici, peraltro, non hanno del tutto chiaro il processo.

Taluni, si chiedono quale sia la sorte dei lavoratori a seguito di tali provvedimenti (che peraltro non contestano).

Il ragionamento prende avvio dalla constatazione che sicuramente 70 anni come età pensionabile sono davvero eccessivi, soprattutto se non si tiene conto di quanto siano usuranti alcuni tipi di impiego. Immaginate un insegnante di 70 anni costretta a tenere a bada 25 diavoletti scatenati di prima elementare (molto meglio un Seppia qualunque).

Oppure immaginate un muratore di 70 anni costretto a salire e scendere da impalcature, trascinandosi dietro pesanti sacchi di materiale (e a chi da mille anni si trascina pesanti sacchi di calzate?). Ci sono lavori che permettono di andare in pensione anche a 80 anni (presidente della repubblica?), lavori che non usurano il fisico o la mente, lavori per i quali non occorre la scattante agilità della gioventù o dell’età matura, ci sono mestieri però che dopo una certa età sono impossibili da continuare, proprio per una questione di sicurezza (mi rifaccio di nuovo all’esempio della maestra elementare di 70 anni: quanto sarebbero al sicuro i bambini con la velocità di reazione di un’insegnate così provata?).

E qui il quadro si chiarisce, non è pena per il vecchierello canuto e stanco che propina resistenza e solidarietà nazionale ai bambini, ma pietà per i bambini che, ovviamente, si darebbero alla macchia, come tanti anni fa i loro bisnonni.

4- ora come allora: achtung banditen ovvero il contropaccotto del cognitariato.

La pensione è una regalia. Il modo di portarti alla tomba senza troppi affanni. Il riconoscimento dello stato per il tuo instancabile lavoro di una vita. Alla vita va parametrato. Se la vita si allunga, non devi lamentarti, crescerà anche l’età pensionabile.

Nella vulgata montiana, il lavoro disvela il luciferino aspetto di “travaglio”, di giogo (altro che bene comune, se c’è qualcosa di “comune” in questa storia è unicamente il dolore per la vita di miseria asservita ai Riva e ai Marchionne di ogni tempo).

Occorre legare il precario al lavoro come un bove (se pio, tanto meglio).

Occorre altresì vincolare l’intera esistenza alla produzione delle moltitudini, desocializzando la produzione medesima.

Il capitale deve assicurarsi la perpetuità della nostra prestazione che se dipendente dalla vita da questa non può prescindere.

5. Oltre Spartaco. Oltre Robespierre.

In questi termini si può forse parlare del rapporto di lavoro (e di quello pensionistico che al primo consegue) in termini di quasi usufrutto (non schiavitù, non rapporto di prestazioni – asseritamente – omogenee).

Il capitale prende possesso dell’esistenza e la consuma. Non potendola restituire, deve porsi il problema dell’indennizzo.

Se il capitale ha messo la vita al lavoro, non può esservi pensione. Il cognitario produce perché esiste, dalla culla alla tomba (parafrasando i sostenitori di Bad Godesberg). Quindi il destino è segnato non da Monti ma dal capitale. Non c’è spazio per pensioni o riconoscimenti.

Lo show deve continuare.

La finanziarizzazione ha permeato i nostri corpi; ha cinto la vita dall’alto (con le manovre adottate dai grandi potentati finanziari) e dal basso attraverso la morsa del debito.

La speculazione finanziaria è modalità di estrazione di ricchezza dalla produzione comune delle moltitudini precarie, unica poiché ne consente la valorizzazione.

Il capitale necessita sempre di un’attività misuratrice, valorizzante, che la moltitudine soffre a fornire per l’incommensurabilità propria e della potenza costituente che attua vivendo.

La pensione, come tale, è misura (oltretutto precaria e limitata), agita dal capitale per ridurre alla ragione il cognitariato e captarne gli esiti, desocializzandone il prodotto comune.

Non può quindi procedersi attraverso il recupero inattuale delle misure di welfare, sempre più asfittiche peraltro, ma occorre pretendere una rendita incondizionata di esistenza che accompagni, questa sì, il precario e da rilevarsi in parte come “trattenuta alla fonte” sulla ricchezza prodotta, in parte come accesso illimitato al credito e diritto immediatamente attivabile all’insolvenza, meglio considerazione del precario come sempre solvibile perché creativo di ricchezza, comunque. La qualificazione del lavoro nei termini paradossali del quasi usufrutto, può chiarire i termini del rapporto, in ragione dell’opera che il precario offre al capitale inteso nella propria interezza, e che va “indennizzata” quasi si trattasse di un esproprio (meglio di una rapina).

* st. tropez, 9 agosto 2012 (tutto a credito, ovviamente)

 

 

 

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