È ora, è ora! Tumore a chi lavora!!

 

di PINO COLADA (DE ACERO)

“Perché ci disprezzano tanto?” domandò Chloe. “Non mi sembra che lavorare sia poi così bello…”

“A loro hanno raccontato così” disse Colin. “In generale si dice che lavorare sia la cosa migliore. Di fatto però non lo pensa nessuno. Si fa così un po’ per abitudine, e un po’ proprio per non pensarci troppo.”

“In ogni caso, è stupido fare un lavoro che potrebbe essere fatto solo dalle macchine.”

“Le macchine bisogna costruirle” disse Colin. “Chi lo farà?”

“Ah, certo”. Disse Chloe. “Per fare un uovo, ci vuole una gallina, una volta che abbiamo la gallina, possiamo avere un sacco di uova. Dunque la cosa migliore è cominciare dalla gallina”.

“Bisognerebbe però sapere” disse Colin “chi è che impedisce di fare altre macchine. Si vuole che manchi il tempo. La gente perde tutto il suo tempo a vivere, e così non gliene resta più per lavorare”

“A me sembrava il contrario” disse Chloe.

“No” disse Colin. “Se la gente avesse il tempo per costruire delle macchine, poi non avrebbe più bisogno di fare niente. Quello che voglio dire, insomma, è che si lavora per vivere invece di lavorare per costruire delle macchine che permetterebbero di vivere senza lavorare”.

“Complicato.” giudicò Chloe.

“No” disse Colin. “È semplicissimo. È chiaro che tutto questo dovrebbe avvenire progressivamente. Ma si perde tanto di quel tempo a fare delle cose che dopo un po’ si logorano…”

“Ma non credi che preferirebbero starsene a casa e abbracciare le loro mogli e andare in piscina e a divertirsi?”

“No” disse Colin. “Perché non ci pensano”.

“Ma ti sembra che sia colpa loro se pensano che lavorare è giusto?”

“No” disse Colin “non è colpa loro. Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: “Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti”. Però poi si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti”.

“Allora vuoi dire che sono scemi?” disse Chloe.

“Si, sono scemi” disse Colin. “È per questo che sono d’accordo con quelli che gli raccontano che lavorare è il massimo. Questo li libera dal problema di pensare di cercare di migliorare e di non lavorare più”  (Boris Vian, La schiuma dei giorni)

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1. La vicenda dell’ilva assume un sapore differente, ritengo più intimo, per chi ha vissuto a pochi metri in linea d’aria dalle sue cimiere, respirando l’acre polvere arancione, condividendo per anni l’autobus con i suoi operai.

Per noi ragazzini (cresciuti nel mito della resistenza) che, finite le scuole ci accalcavamo sull’1 di ritorno dalla spiaggia di Vesima, quegli uomini erano immagine di forza, esempio di vita (ci spiegavano tutto, dal sesso alla fatica) e costante invocazione a non essere come loro (e questo era l’aspetto più degno, lungimirante e successivamente negato dai tristi epigoni).

Forse per questo quando, saranno quarant’anni, lessi su una qualche rivista musicale la dichiarazione di Rod Stewart “non c’è nulla di più stupido della classe operaia… lo so, lo so ne faccio parte”, mi incazzai oltre misura e gettai nel cesso Gasoline Alley.

Se ripenso, però, alla sorte del sindacalismo (asseritamente e in modo autoreferenziale, ritenutosi il guardiano della classe operaia) da quei giorni a oggi, e ne ricordo i vertici, i visi assenti, la supponenza estrema, la violenza verbale (e non) verso chi soltanto azzardava una qualche riserva e snocciolo i nomi di Lama, Del Turco, Benvenuto, Cofferati, Camusso, allora il senso dell’esternazione appare meno offensiva (e forse dichiarazione d’amore verso la “vera” classe operaia di cui non poteva non infastidire il cieco intestardimento a perpetuare la propria oppressione, magari spacciandola come “diritto”).

2. Se poi, vivendo lungo la traiettoria dei fumi dell’Ilva hai conosciuto le gioie del cancro che già ha ucciso tuo padre e sta corrodendo tua madre, allora l’immagine del vecchio cantante che in gioventù si sciacquò la gola con il vetriolo risplende come il sol dell’avvenire.

Riprendendo la domanda posta da Sandro Mezzadra Quante sono le storie del lavoro, titolo di un ottimo intervento in Il lavoro in frantumi, pgg. 196 ss, si può, per l’intanto rispondere che una o mille che queste siano, sono sempre e soltanto storie di morte e, ove di emancipazione, questa si è data nonostante il lavoro e non attraverso di esso.

Ma l’articolo in questione offre materiale prezioso a chiarire la vicenda che ci occupa, anche per un ulteriore ordine di ragioni.

Si procede dalla constatazione (che tale non è, risultando assolutamente obliterata dai geniali crocio-gramsciani di tutte le epoche, non a caso il Niki nazionale ha affermato oggi che chiudere l’Ilva non è “progressista”): «così come la cittadinanza era presentata come un astratto quadro di riferimento giuridico e politico emerso da un processo di violento travolgimento di molteplici appartenenze “concrete”, il lavoro salariato “libero” fu immaginato  come risultato della rescissione  di tutti i legami tranne quello monetario tra il proprietario dei mezzi di produzione e il lavoratore… la diade  cittadino-lavoratore ha assunto un ruolo dominante a livello globale dopo la seconda guerra mondiale, tanto nel momento stakanovista dell’unione sovietica, quanto nell’apice del successo di città industriali statunitensi quali Flint, Michigan, ma anche nella soggettività operaia disciplinata dei piani di Nehru in India. Scrivendo nel 1950, T.H. Marshall ha fornito una sorta di concettualizzazione formale di questo schema diadico dal punto di vista della cittadinanza, proponendo un bilancio di ciò che Antonio Negri ha efficacemente rappresentato come un processo di lungo periodo di costituzionalizzazione del lavoro. Riconoscimento -e al contempo  mistificazione- del potere del lavoro (della classe operaia industriale organizzata)me divenuto “in occidente” la base di nuovi diritti sociali e di una nuova “costituzione materiale”, che Etienne Balibar definisce la costituzione dello “stato nazionale sociale”.

…L’esistenza di quello che ancora diffusamente è considerato come il rapporto di lavoro normale, cioè la relativamente stabile egemonia sociale del lavoro salariato all’interno del lavoro dipendente nel suo complesso, in realtà si modella soltanto nell’europa occidentale gli anni del cd fordismo, con importanti differenze e grandi squilibri nelle traiettorie storiche di singoli paesi o regioni. Da questo punto di vista, il lavoro salariato in quanto “rapporto di lavoro normale” sembra avere una storia piuttosto breve».

Abbandonando «…ogni lettura storicista della storia del lavoro…» si perviene ad un risultato assai interessante e rilevante anche ai fini che ci occupano, ponendo «attenzione alle molteplici modalità attraverso le quali la forza lavoro viene mercificata e sussunta sotto il capitale e a cui corrisponde l’istituzione di una molteplicità di forme e relazioni sociali di dipendenza ed eteronomia».

Prosegue l’indagine: «il contratto di lavoro “libero”, come ben sappiamo è basato sull’incontro tra soggetti “uguali” ed è presentato da Marx come un contratto mediante il quale una specifica merce, la forza lavoro è venduta ed acquistata. Tuttavia, come ha mostrato tra gli altri Thomas Kuzcynzki, se teniamo a mente la definizione marxiana di forza lavoro, e in particolare il fatto che essa sia inseparabile dal suo portatore, ovvero dal corpo vivente del proletario, è piuttosto facile capire che è logicamente impossibile vendere la forza lavoro come una merce sul mercato del lavoro. L’atto stesso della vendita presuppone l’alienazione di un bene e questa alienazione avviene soltanto nel caso che Marx tentava di rimuovere dalla dinamica standard del capitalismo moderno, cioè nel caso della … schiavitù (e anche qui l’autore non sbaglia, Marx, non Riva)… il punto è che tuttavia la vendita di un bene “solo per un limitato periodo di tempo” è ben singolare varietà giuridica di contratto… piuttosto che di vendita e acquisto di forza lavoro, sembra più appropriato parlare di affitto, assunzione e noleggio di essa: e questo spiana la strada alla comprensione delle modalità eterogenee ci sussunzione del lavoro vivo, che come sottolineato in precedenza, sono le caratteristiche del capitalismo storico. Questo passaggio ci permette di afferrare un altro fatto importante, cioè il ruolo giocato da una moltitudine di intermediari e agenzie legali, informali ed illegali che intervengono tra operai e capitalisti» (per anticipare quanto di seguito il ruolo di sindacati, ministeri, loschi figuri della sinistra più o meno istituzionale).

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Ed è proprio questa straordinaria ibridazione tra diversi momenti di sfruttamento e modalità di captazione che la vicenda dell’Ilva ci fornisce, al contempo destituendo di validità ogni senso contrattuale al rapporto di lavoro (apparentemente libero ancorché subordinata) cosiccome alla costituzione fondata sul lavoro.

Invero, ogni concetto elaborato dalla tradizionale dottrina del diritto, mostra oggi segni di irreversibile usura, le categorie conclamate si consumano nelle parole del ministro Clini, nella pantomima Riva/Vendola.

E ciò non sarebbe grave se anche in parte del “movimento” non si fosse speso tanto tempo sull’elaborazione del lavoro quale “bene comune”, così ridicolizzando anche il senso stesso di “bene comune” mostrandone i due differenti aspetti (parimenti turpi) di “bidone” e/o di ossimoro.

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C’era un tempo in cui il sistema dei diritti soggettivi si risolveva nell’azione.

Il riconoscimento dei diritti soggettivi (nel senso rivoluzionario che aveva spiazzato il riferimento di Ulpiano a chi era assoggettato al diritto) rinveniva dal potere di accedere ad una tutela giudiziaria da parte di uno stato che si assumeva anch’esso posto dall’individuo titolare del diritto.

Il rapporto tra uguali accedeva al contratto quale scambio paritario (he, he) tra possessori di merci. Anche la prestazione lavorativa trovava nel codice civile propria organica regolamentazione, ponendo il lavoro quale “cosa” da vendersi (e qui, il discorso sopra riportato a proposito della migliore rispondenza della locazione d’opera, pur sempre codificata, appare utile declinazione).

Lotte e morti (non lo si deve mai dimenticare) posero l’accento sul lavoro (meglio, il lavoratore reclamò la propria evidenza), anche agevolati dalla modificazione intervenuta nella individuazione del diritto soggettivo quale (non più in sè) ma dato dallo stato.

L’azione perdeva l’attributo di diritto per antonomasia, per assumere la determinazione di modalità per ottenere la restaurazione del diritto sostanziale (il diritto di pervenire ad una decisione).  E, qui, la pena per la nascita di Chiovenda pochi chilometri a sud rispetto al mio desiderio, si fa davvero forte.

Lo stato pianificava, a est e a ovest, e il lavoro di fabbrica assurgeva (immeritatamente) a metro di dignità, cosicchè ben si poteva ritenere che “tutto è pubblico”.

Nulla di tutto questo è rinvenibile nella crisi dell’Ilva:

– non il contratto poiché (a volere fare le pulci a dottrina e giurisprudenza) non si può disporre per contratto della propria vita, ed è quello che i CCLN imporrebbero, quantomeno nella vulgata vendolian-camussiana;

– non il lavoro di Stakanov che realizzava – attraverso il proprio sacrificio – la grandezza socialista e la soluzione dell’equazione soviet+elettrificazione=socialismo.

Qui, il lavoro mostra il vero volto di usurpazione della vita, di tozzo di pane cacciato nella gabbia (pardon, nella fabbrica) a disposizione di disperati che cedono le proprie ghiandole per la “ripresa” industriale.

Nell’attuale sistema di produzione basato sul debito, ogni fonte di ricchezza deve essere valorizzata e posta nella considerazione del capitale, attraverso la ricognizione della portata della capacità del soggetto di essere assoggettato e la captazione della relativa utilità.

Si debbono creare “debitori”: di denaro, di lavoro, di mera sussistenza, per agire l’apprensione della loro vita (comunque posta al lavoro).

Da un lato si realizza ricchezza attraverso la rendita, dall’altro si perpetua l’asservimento impedendo che il lavoro vivo e (comune) si dia istituzioni “comuni”.

Il ministro (di cosa non lo ricordo, tantomeno mi interessa) affermava, ieri, che intendeva ricorrere (in perfetta sintonia con sindacati e proprietà) avverso la decisione della magistratura di sospendere l’attività dell’Ilva.

Più del fine (esecrabile) è la motivazione che seduce: non c’è paese della comunità europea la cui legislazione preveda la determinazione dei fini di direzione dell’attività produttiva da parte della magistratura.

Ecco lo stato che rialza la testa: l’ente che non riesce a trovare l’assassino di Pinelli, gli autori della strage di Portella della Ginestra, che assume a giustificazione “calcinacci” e “malori attivi” prende il toro per le corna.

La produzione? A noi!

Dovrebbe fare riflettere l’uso mirabolante che il ministro fa del concetto di “utilità sociale” di costituzionale memoria; di fronte alla pubblica utilità lo stato (o altro ente, in questo caso l’Ilva) può espropriare il proprietario del bene.

Due problemi, il primo si pone retoricamente, il secondo in prospettiva, al fine dell’istituzione di un “vero” comune degli uomini (e non della caricatura degli stessi).

Qui, il bene espropriato è la vita, la rinuncia del proprietario (almeno di questo estremo simulacro) alla propria esistenza in cambio del lavoro (fin che scampa, varrebbe la pena di osservare).

Si porta a compimento la messa al lavoro dell’esistenza da parte del capitalismo cognitivo, stavolta in modo assoluto, oserei dire suicida (per il capitale) che non esita a decapitare la propria unica fonte di sostentamento per campare ancora un pò (e dire che il capitale è crisi, non è più realtà conclamata, ma “stile di vita”, meglio, di morte).

Conclusivamente:

– il capitale finanziario non rinuncia neppure a cartolarizzare il movimento operaio.

Il “credito” che il ricordo delle scorse (e dimenticate) lotte, conferisce ai pretesi e autodefinitisi tali, conduttori (il termine rimanda direttamente alla locazione), consente agli stessi (in cambio di un assessorato, un posto di sindaco, un’auto blu, arridatece la Minetti! verrebbe da opinare) di cedere il contro-valore dello stesso al capitale che poi lo immette sul “mercato” in forma di obbligazioni (qui nel senso di munera). Il ricordo dell’insurrezione di Sestri Ponente (quella del 1900, ma anche quella, abusata del 25 aprile) è stato ripetutamente utilizzato in tal guisa, dall’affaire Ilva-Burlando (ma su questo cfr. meglio i “Quaderni di San Precario”, vol. III) alla odierna querelle con Fincantieri.

– La ricostruzione del rapporto di lavoro quale locazione (di vita) va approfondita e merita accoglimento. La libertà del conduttore (il capitale) di godere della cosa locata è pressoché assoluta, tanto da ritenere la detenzione (non più mediata, in ragione dell’esproprio costante e perpetuo) deprivazione della stessa proprietà.

– I contorni estremi della locatio (minchia, so il latino, vuoi vedere che ho studiato anch’io qualcosa!) inducono alla revisione del concetto di locazione (affitto, trattandosi di cosa produttiva, alla faccia, sono veramente istruito) dell’esproprio di lavoro e di vita (di vita lavorata) riportano all’usufrutto, cioè alla possibilità per l’usufruttuario di godere della cosa (la vita) con gli stessi poteri del proprietario.

– I rimedi: volete la vita? allora pagatela! si tratti di esproprio, si tratti di quasi usufrutto, l’unico rimedio è l’indennizzo.

Le singolarità lese nel proprio diritto (unico), debbono insistere non per lo stipendio, non per la pensione, non per una vita più sana: sono cose che il capitale non può (più) riconoscere loro. Al di là di ogni parametro ricostruttivo, oltre ogni, pur dolce, ricordo di bandiere rosse al vento, occorre insistere per un indennizzo perpetuo per la vita espropriata (nella sussunzione del nostro agire creativo, nella stessa salute).

Il corpo delle moltitudini non deve essere una Stalingrado, sterile difesa di una città distrutta da malattie dolorose ed indescrivibili. Dobbiamo correre, con le poche forze che, tumorati di dio, ci restano, sino a Berlino. Là, se ci processeranno, almeno potremo fare come Dimitrov, difenderci da soli; grazie a Dio, Vendola è in Puglia.

– Il comune.

Che il lavoro sia comune, nulla quaestio.

Il problema è che sia un bene.

Senz’altro non è un bene nel senso di bene-ficio.

Più probabilmente è un male-ficio, che ci perseguita da sempre e ci incolla alla ricostruzione di noi che desidera il capitale.

Insistere per il lavoro (e quindi per la morte, che sia da mano poliziotta alla Guccini, o sia da polveri sottili come vorrebbe il duo vendola-riva – e li metto minuscoli per enfatizzare la loro statura di rispettivamente di politico e di industriale) è soltanto un suicidio.

Il comune si dà soltanto nella produzione di vita (antitesi di lavoro) e creazione di istituzioni che tracimano dall’esistenza scampata al lavoro e inducono, anzitutto, al riconoscimento di una rendita/indennizzo universale e indiscriminata [come indiscriminato, da Cengio a Cogoleto, a Vado (in omaggio al succitato autore) a Taranto, è l'omicidio].

Inoltre, la stessa circostanza che si definisca “bene” ciò che è suscettibile di utilizzo economico, comporta l’adesione allo schema capitalistico e consente l’appropriazione di ogni utilità resa dalle moltitudini in quanto valorizzate. Se si desiderasse il comune degli uomini, si dovrebbe aborrire il momento espropriativo e quindi la trasformazione del prodotto dell’attività (libera e comune) degli stessi in oggetto di espropriazione.

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Onore a chi muore dilaniato da un male che proprio perché degenerazione della nostra vita (un po’ come il capitale) può ritenersi partigiano degno di Duccio Galimberti (almeno lui era avvocato, e vivendo il diritto, certe cazzate non le avrebbe mai neppure pensate).

 

 

 

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