Variazioni spagnole – Note a margine delle giornate del 25S e del 29S

 

di FRANCESCO SALVINI

Le giornate del 25S e del 29S hanno mostrato qualcosa di nuovo nelle strade di Madrid. Un popolo di gente “de bien” (come segnala costernata La Gaceta, quotidiano dell’estrema destra spagnola) che non ha remora alcuna a compiere un atto segnalato da tutti i poteri come un attentato all’ordine democratico. Nei giorni che precedono la giornata del 25S, infatti, pur con distanze e sfumature, tutti ci tengono ad affermare lo stesso concetto. Da buon padre di famiglia il potere costituito istruisce “El Congreso no se cerca - Las manifestaciones, que la democracia ampara, no pueden usarse para deslegitimarla”. Prova a rabbonire e poi minaccia: “una agresión directa a nuestro sistema democrático” la definisce Gallardon, ministro della Giustizia, ed El Pais, a scanso di equivoci pubblica le pene a cui va incontro chi a suo rischio e pericolo decidesse di partecipare alla manifestazione.

Cosa succede, allora, perché di fronte al dispiegamento di forze discorsive e ideologiche della destra e della sinistra istituzionale spagnola, si sono viste comunque decine di migliaia di persone in piazza? Come è possibile che la composizione di questo spazio pubblico così poco abbia a che spartire con le manifestazioni anti-sistema di un anno fa? Dov’è finita la capacità di controllo egemonico da parte degli apparati dello stato? Sicuramente nelle strade e nelle metropolitane di Madrid ce n’è ormai ben poco. La gente per strada non ha cappucci e guarda il congresso senza alcuna soggezione – classe autonoma di fronte al potere istituito e pronta a mangiarsi le cariche della polizia per dimostrare la propria determinazione. Capace di resistere alle intimidazioni e di non cadere nella provocazione.

Tant’è che El Pais, come pure il partito socialista, attaccano, il mattino del 26S le manifestazioni, ma in pochi giorni sono costretti a rinculare clamorosamente. Prima obbligati dai video che circolano in rete a criticare la polizia, poi costretti a scoprire che i commercianti destri della zona difendono i manifestanti, fino a cambiare completamente la propria strategia discorsiva, trasformando le giornate della passata settimana in un affresco antropologico – a tratti etnografico – sulla crisi spagnola. Scontento, molto scontento e poca politica. Poca proposta.

Eppure pochi giorni dopo, ancora El Pais pubblica in prima pagina un sondaggio demoscopico che segnala come il 77% degli spagnoli sia d’accordo con le proteste e il 57% consideri che l’azione della polizia sia stata spropositata. Ora il problema non è più, o non è solo, comprendere se e quanto la capacità egemonica dello stato spagnolo sia ancora in grado di governare l’opinione pubblica. La questione è anche capire fino a che punto oggi valga ancora il principio secondo cui in Europa la capacità di persuasione del potere sia strategicamente più importante del potere coercitivo dello stato. Siamo oggi in Spagna, in Europa, in un contesto di dominio senza egemonia? E se sì, quale strategia politica è necessario pensare in questo contesto?

Credo che questo apra due problemi diversi. Il primo è come mantenere la posizione conquistata. Ovvero come resistere ai processi di ricostruzione dell’omologia e l’equazione tra società civile, stato e nazione. Questo problema, enunciato chiaramente dallo slogan “non ci rappresentano” apre però almeno due riflessioni. Primo, resistere ai processi di ristabilizzazione, come il processo nazionalista catalano che punta a costruire una egemonia a livello locale che ricomponga la frattura tra stato (gramsciano) e società. Secondo, pensare una fuga in avanti che non ci intrappoli nella rinuncia al pensiero costituente e istituente, ovvero che ci permetta di pensare a un orizzonte vicino in cui costruire modi nuovi di pensare la vita in comune e l’organizzazione della produzione sociale.

Il secondo problema è appunto come pensare la costruzione di questo orizzonte dentro un campo politico determinato dalle pratiche di dominio. In questo senso, bisogna sapere fin d’ora che lungo questo cammino bisognerà affrontare con determinazione la violenza dello stato, inventando pratiche capaci di decostruire l’efficacia del dominio come pratica di governo. Credo che in questo senso le pratiche non violente del 15M abbiano segnalato una forza di coesione sociale e proliferazione a cui non è possibile rinunciare. Di fronte al dominio in altre parole non si tratta, io credo, di produrre organizzazioni capaci di rispondere alla violenza dello stato, ma pratiche sociali diffuse capaci di determinare l’assoluta inefficacia – tanto in termini intimidatori come in termini di provocazione – di queste pratiche di coercizione.

Ma c’è un altro elemento a margine che mi sembra importante sottolineare per poter pensare l’azione politica oggi. È finito il tempo, se mai c’è stato, di un’Europa che può anche solo pensarsi futuro desiderabile per il resto del pianeta. Sono ormai trent’anni che i laboratori del futuro neoliberale sono dislocati nel globo. Sono ormai quindici anni che l’America Latina si sta reinventando come luogo di politiche di emancipazione profonde e strutturali. Oggi più che mai l’Europa è provincia. Oggi più che mai, l’Europa è una parte - contraddittoria e piena di contraddizioni – di una modernità eterogenea e frammentata. Pensare l’azione politica per una democrazia radicale oggi in Europa significa dunque essere convinti di voler rinunciare alla posizione determinata dall’essere europei e partecipare attivamente in una lotta non per mantenere dei privilegi locali ma per affermare e conquistare i nostri diritti su scala globale.

* @pantxoramas

 

 

 

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