Verso il corpo meticcio della classe a venire

 

di ROBERTA POMPILI

 Prendo spunto dal dibattito sul razzismo che c’è stato in seguito  ai recenti drammatici avvenimenti, l’uccisione per mano fascista di due ambulanti senegalesi Mor Diop e Modou Samb, e soprattutto dal precedente “pogrom” a Torino nel campo rom, per fare alcune osservazioni (senza avere la pretesa di compiere alcuna analisi esaustiva, ma casomai di produrre un arricchimento del dibattito).

Il mio è un punto di vista parziale ed evidentemente situato. Mi sembra chiaro che il razzismo ha a che fare con il capitalismo, come risuona dalle parole di Angela Davis dal video su you tube che anche io sto condividendo su fb, così come ha ben esplicitato Anna Curcio su Uninomade, e così come un certo tipo di letteratura ha contribuito a definire mettendone in luce tutte le sue sfaccettature istituzionali (e la mia memoria corre lontana al bel libro Razza Nazione e Classe. Le identità ambigue di Wallerstein e Balibar, di un bel po’ di tempo fa’, ma anche a Non persone di Dal Lago). Un dispositivo di potere che (come il sessismo) produce gerarchie interne alla struttura sociale funzionali allo sfruttamento e dunque parimenti al controllo (se preferite biopotere)

Eppure c’è qualcosa da aggiungere a questo, qualcosa che mi sembra sia stata solo accennata, cioè la dimensione “comune” del razzismo che ci riguarda da vicino e che riguarda i meccanismi di produzione di quel dispositivo sempre silentemente e subdolamente in funzione, e che poi esplode in maniera evidentemente violenta.

Si potrebbe parlare così di violenza strutturale del sistema sociale, come ben descritto nei suoi studi di antropologia medica da Farmer, che agisce quotidianamente sui corpi producendo contemporaneamente disuguaglianza e sofferenza (respingimenti, CIE, classi differenziali, lavoro nero migrante, piccoli razzismi e violenze quotidiane sistematiche). Dal piano delle politiche governative imposte si potrebbe passare ad analizzare come concretamente gli attori sociali nella vita di tutti i giorni sussumono gli aspetti della biopolitica incarnando i ruoli di subordinati (i migranti) e subordinandi (gli autoctoni).

Ma forse, per spiegare il pogrom, anche questo non basterebbe. C’è, dentro il contesto biopolitico, forse anche un piano di analisi che possiamo affrontare (che assolutamente non vuol dire sia autonomo dalle questioni politiche ed economiche) e che a mio avviso ha a che fare con la produzione di soggettività a partire dalla strutturazione dei corpi e delle stesse emozioni.

Come è che ad un certo punto la signora Bragantini, responsabile circoscrizionale del Pd a Torino, insieme tante altre “brave persone“, decide di partecipare direttamente alla fiaccolata indetta per manifestare contro i rom supposti violentatori di una ragazzina? Una fiaccolata che si preannuncia come carica di tensioni e obbiettivi tutt‘altro che “pacifici“ e che entra in scena nei momenti immediatamente successivi alla denuncia del’’accaduto – l’ipotetica violenza- senza nessuno abbia l’accortezza di  verificare la veridicità della notizia (e si badi bene non perché nel caso di veridicità della stessa le persone potessero essere in alcun modo autorizzate al linciaggio!! E al momento non intendo aprire la complessa parentesi su sessismo e famiglia, e violenza che riguarda la ragazza in questione)

Si potrebbe utilizzare un vecchio schema dell’antropologo Lanternari che dice più o meno questo. Tutti i gruppi umani, di qualsiasi genere e formazione sociale, tendono ad autopercepirsi etnocentricamente, ovvero tendono a pensare sé stessi e il proprio gruppo come il migliore, la propria cultura come “naturale“, e via dicendo: questo è quello che si chiama etnocentrismo attitudinale. Lì per lì, potremmo dire è parzialmente innocuo: preferire la pastasciutta al cous cous non è di per sé indice di razzismo conclamato. Quello che non è innocuo è il carico politico che di volta in volta viene giocato dentro questa dimensione, che per lo studioso dipende da come le forze politiche e le stesse agenzie di controllo possono fare leva e pressione su questo elemento attitudinale trasformandolo per motivi economici politici e sociali in “etnocentrismo aggressivo“, in sostanza razzismo, xenofobia, genocidio.

Ma Lanternari era un uomo del suo tempo e  non si era confrontato da vicino con le contraddizioni maturate nei “processi di globalizzazione” legate ai cambiamenti produttivi e alla divisione internazionale del lavoro contemporanea che ci ha portato – in epoca postcoloniale – a confrontarci con l’altro da sé. Non più il soggetto coloniale tradizionale, o il meridionale di gramsciana e demartiniana memoria, ma piuttosto il migrante, meglio ancora il “clandestino“ e la sua inclusione differenziale nel sistema economico sociale. Sicuramente, lo studioso non era così addentro al dibattito sulla biopolitica, e non aveva avuto modo di analizzare con cura le politiche e le pratiche di “securitarismo“ di destra e soprattutto di sinistra, con cui tutti questi anni abbiamo imparato a convivere, e che nostro malgrado hanno contribuito a produrre un tipo di soggettività con cui dobbiamo fare i conti: un apparato ideologico incentrato sul controllo e sull’autocontrollo, teso a produrre un modello normativo egemone facendo leva sul piccolo borghese che alberga in ognuno di noi (che ama la casa pulita, il pratino con la siepe curata e soprattutto senza quegli straccioni dei vu cumpra’ e degli zingari che poi chissà che rubano… e di recente anche senza quegli sporchi ragazzini black bloc che rovinano ordinate manifestazioni).

Facciamo un salto allora lungo tantissimi anni di storia dell’antropologia e arriviamo ad un autore, Appadurai, per il quale la soggettività ha a che fare con pratiche di produzione di località, ovvero i soggetti imparano fin da piccoli ad appartenere ad una rete di relazioni (chiamata anche vicinato, ma non nel senso di spazialità fisica): gli stessi corpi vengono plasmati, modellati nella differenza e nell’appartenenza a questa località. È così che impariamo a riconoscere il suono della lingua degli affetti e gli odori del cibo”familiare”. Fin qui di nuovo niente di male, si potrebbe dire, è evidente però  che appunto impariamo anche ad emozionarci per alcune cose, piuttosto che altre: che so l’inno d’Italia quando vince la nazionale di calcio e tuo padre ti tiene sulle braccia da piccola e ti comunica questa cosa?

Queste emozioni sono tutte le lì, in sonno, insieme a tanti altri elementi della nostra “cultura”, e rimangono spesso inutilizzati. Pettinati che sembri una zingara! mi diceva mia madre, prima di andare a scuola. Il confine con l’alterità è sempre stato di tipo “normativo-produttivo”. D’altra parte già abbiamo detto (Balibar) che gli stati nazione tendono a produrre le “popolazioni”  attraverso le istituzioni deputate al controllo (famiglia, scuola) .

Ma sono questo tipo di emozioni che entrano in gioco e animano in negativo i soggetti

quando, nel contesto di crisi devastante quale è quello che viviamo e oltre il razzismo violento della quotidianità, si scatenano in “pogrom” ritualici: la violenza devastatrice come elemento catartico riproduce un presupposto “ordine” sociale e morale. La violenza dell’era della globalizzazione, che per altri versi Appadurai analizza nel suo testo Sicuri da morire, è una violenza data dal contesto incerto, di cambiamento, nel mezzo dei confini incerti: una violenza in cui si è a caccia di una illusoria produzione di identità.

Ma questo vuole dire che dobbiamo abituarci a questo lato oscuro della moltitudine? Che dobbiamo aspettarci altri pogrom? oppure?

Certo, le scienze sociali, così come la critica marxista, ci hanno abituato a pensare un soggetto che sebbene viene costruito dentro una dimensione di potere, d’altra parte non è privo di agency: questo non vuole dire che sia in assoluto libero, ma che date le circostanze materiali, e dentro quelle, agisce con dei margini di resistenza e libertà.

Fare i conti con il potenziale razzista che c’è in ognuno di noi vuole dire in effetti aprire le porte ad una critica di classe della costruzione stessa della soggettività e premere per produrre un soggetto nuovo che ama, che sente, che vive in maniera diversa.Vuole dire, essere capaci di attingere al nostro migliore repertorio culturale, senza piegarci alle “passioni tristi”.Vuol dire mettere mano ad una “educazione sentimentale”, perché si possa insieme, migranti e non, essere in grado di costruire, attraverso le lotte, il corpo meticcio della classe a venire.

Lasciamo dunque la solidarietà agli esperti delle organizzazioni umanitarie, alla sinistra e alle sue ambiguità: noi siamo già altro! Infine, chissà se tra i cacciatori di voti, democraticamente razzisti, qualcuno abbia avuto per un attimo quel giorno il sospetto, che, in quel campo rom e in mezzo a tutte quelle fiaccole, non si nascondesse anche il soffio “occulto” dello stato.

 

 

 

 

 

 

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