Appunti per il seminario su comune e composizione di classe

 

di COLLETTIVO UNINOMADE

L’orizzonte: il capitalismo cognitivo. L’analisi assume necessariamente come suo sfondo il capitalismo cognitivo. L’ipotesi, oramai sedimentata,  è che ci si trovi all’interno di un sistema produttivo caratterizzato dalla centralità, nei processi di estrazione del valore, dei saperi e delle competenze cognitive della forza-lavoro. I processi di controllo, di gestione e di sfruttamento di una forza lavoro per sua natura estremamente mobile, caratterizzata da una continua produzione di linguaggi, di cooperazione sociale, di capacità di innovazione, si distendono sul piano di tale continua produzione e trasformazione di soggettività con la stesse caratteristiche di mobilità. Lo sfruttamento assume l’aspetto di un continuo sforzo di captazione di quella capacità di trasformazione: di qui, il necessario governo delle ineguaglianze che caratterizza il neoliberalismo – governo da un lato fortemente gerarchizzante, dall’altro necessariamente limitato dal non poter mai sussumere integralmente la produzione di soggettività. L’irriducibile molteplicità e capacità trasformativa e cooperativa della forza lavoro risulta assolutamente necessaria ai fini del funzionamento dello stesso capitalismo cognitivo; il quale non può che da un lato favorire la mobilità delle soggettività, dall’altro cercare continuamente di ri-territorializzarla e di bloccarla attraverso dispositivi proprietari di captazione della cooperazione sociale e dispositivi di controllo che impediscano che quella pur indispensabile mobilità si trasformi in reale e minacciosa produzione di autonomia. Quindi: assumere il capitalismo cognitivo come orizzonte dell’analisi significa assumere di certo sia una maggiore (potenziale) mobilità della composizione di classe cognitivizzata, sia una maggiore capacità della cooperazione sociale di autonomizzarsi. In nessun modo, però, questo vuol dire negare lo sfruttamento della forza lavoro cognitiva o la perdurante appropriazione capitalistica del valore prodotto dalla cooperazione sociale. Significa, semmai, assumere un diverso grado di differenziazione dei dispositivi di controllo e di sfruttamento, e una decisiva incidenza degli elementi soggettivi nel corpo del lavoro vivo su cui esercita la sua presa il capitalismo cognitivo.

Sulla “centralità” del precariato cognitivo. Assumere l’orizzonte d’analisi e di orientamento offerto dalle tesi sul capitalismo cognitivo comporta allo stesso modo assumere la centralità del precariato cognitivo in qualsiasi analisi della composizione di classe. Ma “centralità” qui non ha in nessun senso il significato di individuare un gruppo sociologicamente identificabile come centrale nel sistema produttivo. La centralità del precariato cognitivo non indica un soggetto privilegiato sul piano della composizione di classe: mostra piuttosto la tendenziale natura dell’intera forza lavoro: cognitiva per la centralità delle capacità relazionali, linguistiche, cooperative, precaria per il tipo di governo che può garantire l’estrazione di valore. In breve, il problema della composizione di classe nel capitalismo cognitivo è che proprio la chiarezza con cui è possibile individuare la centralità del precariato cognitivo, impedisce il ricorso a qualsiasi rappresentazione “geometrica” intorno a un presunto centro stabile della stessa composizione di classe. La stessa sicurezza con cui si può individuare il precariato cognitivo come caratterizzante questo sistema di produzione, richiede di assumere con altrettanta certezza l’inaggirabile fluidità, mobilità, trasformazione e intersecazione continua di ciascuna figura sociale. La “composizione tecnica” di classe si presenta appunto con queste caratteristiche estremamente mobili, eterogenee e de-centrate. Allo stesso tempo, gli elementi della soggettività, in quanto centrali nella forza lavoro cognitiva, entrano in modo cruciale a definire il lavoro vivo, in modo tale che nessuna analisi della composizione tecnica oggi potrebbe prescindere dall’intersecazione continua delle linee di classe e delle linee di genere, né dai dispositivi di culturalizzazione e di razzializzazione. I processi – aperti, scanditi e incalzati dalle lotte degli ultimi decenni – di cognitivizzazione del lavoro e dello sfruttamento, la tendenziale sovrapposizione tra vita e lavoro, l’esplosione della forma-fabbrica, la rete e la metropoli come nuove coordinate spazio-temporali della produzione, il carattere compiutamente transnazionale ed eterogeneo del lavoro vivo, costitutivamente precario e mobile, confondono continuamente composizione tecnica e composizione politica, sovrapponendole e distanziandole allo stesso tempo. Di conseguenza: il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica è oggi irriproponibile nei termini in cui era stato pensato negli anni Sessanta. Eppure, nello stesso momento in cui affermiamo che il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica è definitivamente saltato nella forma in cui era stato originariamente pensato, perché entrambi i termini si sono radicalmente modificati, stiamo anche sostenendo che quel rapporto esploso resta il problema politico, cioè il nodo dell’inchiesta militante. Perché porre il problema di quel rapporto ha significato rompere, definitivamente, con l’idea della tradizione socialista di una specularità e simmetria tra gerarchia produttiva e gerarchia delle lotte; al contempo, ha consentito di uscire da un’immagine deterministica dell’unità di classe, per individuare i processi interni di conflitto e addirittura separazione costituente. Questo è il punto di metodo politico da cui dobbiamo ripartire. In questo quadro, il 14 dicembre può essere suggestivamente definita la Piazza Statuto del precariato cognitivo? Forse, ma a patto di evitare un doppio rischio. Da un lato, disincarnare l’evento dal processo, abbagliati da quella visione teologica del miracolo che altro non è se non un contrappunto speculare all’incapacità di riconoscere l’autonomia e la potenza della moltitudine. Il problema, allora, è leggere l’evento attraverso le sue connessioni interne, ovvero le mobilitazioni dell’università nella sua relazione con il rifiuto operaio di Pomigliano e le lotte dei lavoratori migranti. Queste connessioni costituiscono appunto il piano della composizione di classe. Per dirla con una formula: non c’è composizione di classe senza soggettivazione, e non c’è soggettivazione senza processi di organizzazione. Dall’altro lato, il rischio complementare al primo è l’idea di uno sviluppo lineare e progressivo dell’organizzazione, ovvero l’immagine omogenea e vuota della temporalità dei processi privati della composizione di classe che si forma attraverso tendenze, sedimentazioni, conflitti, rotture, balzi. Si tratta, dunque, di mettere in radicale discussione le estetiche dell’evento senza organizzazione e dell’organizzazione senza eventi. Si tratta, cioè, di ripensare e reinventare ciò che sta prima e dopo “piazza Statuto”, cioè la conricerca.

Crisi e soggettività. La crisi, innestandosi su questa geografia sociale mobile e dinamica, non assume il volto ciclico della ripetizione necessaria. Niente lascia supporre che l’uscita dalla crisi coincida necessariamente con una ristrutturazione dei dispositivi di governo neoliberisti, come fanno intendere alcune interpretazioni, animate evidentemente dalla passione triste del “mai niente di nuovo sotto il sole”, e dalla mal comprensione del carattere oramai strutturalmente “critico” e fibrillante dei rapporti sociali capitalistici contemporanei. Né passaggio transitorio, destinato semplicemente ad annunciare una complessiva ristrutturazione, né, ovviamente, tracollo definitivo del sistema, come nelle ben note mitologia “crolliste”, la crisi mostra piuttosto l’intima fragilità delle forme dell’accumulazione contemporanea fondate sulla finanziarizzazione e cattura della cooperazione sociale. Dire capitalismo cognitivo significa dire crisi come condizione permanente e orizzonte insuperabile del suo sviluppo.

Le letture rigidamente cicliche o crolliste della crisi, letture cattive e in fondo depressive e demotivanti, condizionano in modo politicamente decisivo l’analisi delle trasformazioni delle soggettività all’interno della crisi stessa. Pensare la crisi come una momentanea transizione da cui si uscirà esclusivamente attraverso la riproposizione e il rafforzamento delle modalità di sfruttamento neoliberista, conduce a leggere le dinamiche di soggettivazione che, dentro la crisi, pure continuano a darsi, come dinamiche esclusivamente passive e difensive. I soggetti della crisi non potrebbero illudersi di dar luogo a processi di soggettivazione attivi e produttivi di autonomia: anzi, l’autonomia stessa diventa una pericolosa illusione soggettiva, nel momento in cui la crisi viene letta come un campo deterministicamente destinato a “consumare” soggettività. Nella crisi, andrebbe esclusa qualsiasi capacità dei soggetti di sviluppare lotte non meramente difensive e di produrre autonomia. Conseguenza politica di questa lettura: si arriva a credere che l’unico modo sobrio e tatticamente proficuo per affrontare la crisi consista nel liberarsi al più presto di ogni illusione sulle potenzialità trasformative all’interno della crisi, e nell’accomodarsi a lavorare più “realisticamente” alla costruzione di alleanze difensive che permettano una sorta di riduzione del danno. E’ evidente che qui, in parallelo alla lettura mistificante della crisi come mera transizione, e non come condizione di fondo dello sviluppo capitalistico contemporaneo, si produce un altro profondo e non innocente equivoco sulla natura della produzione di soggettività nella crisi. Si scambia, evidentemente, la già ricordata mobilità ed estrema trasformabilità che caratterizza le figure della composizione di classe, per una sorta di intrinseca debolezza di quelle soggettività. Ora, il dato della mobilità ed estrema fluidità delle figure che compongono la forza lavoro è innegabile: gli studenti sono immediatamente lavoratori, e più precisamente lavoratori precari, e, al tempo stesso, la condizione degli operai è riplasmata dai processi di cognitivizzazione e finanziarizzazione.  Ma la crisi della legge del valore significa anche il venir meno di una misura delle lotte e dei rapporti di forza, cioè l’esplosione della forma-salario. Ciò ha, evidentemente, un lato estremamente problematico: i lavoratori cognitivi (si pensi alle recenti mobilitazioni dei ricercatori) tendono a non riconoscere più nel salario un terreno di conflitto e di costruzione dei rapporti di forza, o addirittura smarriscono completamente l’identificazione di una controparte, rifiutano cioè la propria condizione collettiva e di lavoratori. Tra i ricercatori dell’università, ad esempio, spesso c’è un’implicita interiorizzazione del ricatto di Marchionne senza che questo venga pubblicamente formulato: non c’è bisogno di un referendum per accettare l’identificazione tra lavoratori e impresa, per accettare tempi e condizioni di precarietà insopportabili in cambio di uno status, quello del “creativo”. E tuttavia, proprio quell’esplosione della forma salario, l’essere fuori misura delle lotte alzano la posta in palio. L’estrema mobilità della composizione sociale non chiude la prospettiva della rivolta e della costruzione di autonomia, per eccesso di debolezza delle soggettività, ma anzi rilancia la possibilità di costruzione del comune, se inteso proprio come processo dinamico di costruzione comune di soggettività. La mobilità e la continua intersecazione reciproca delle soggettività (studentesche, operaie, di genere, di classe, migranti…) può apparire un dato di debolezza e di “desoggettivazione”, con relativo destino di incapacità politica, solo a chi si pone tristemente dal punto di vista delle identità statiche (e delle crisi cicliche). Ma chi vede nella crisi il momento permanente di crisi della misura e del valore, legge anche in quella mobilità la ricchezza di una produzione di soggettività capace di inedite trasformazioni e di nuova costruzione di autonomia. Nella crisi, la fluidità della figure della forza-lavoro si trasforma in eccedenza soggettiva, e il piano del conflitto si pone su un livello immediatamente costituente: la riappropriazione della ricchezza sociale non può essere pensato al di fuori della produzione e dell’organizzazione del comune. E viceversa. La soggettività delle figure contemporanee della composizione di classe si forma quindi nella tensione tra produzione e cattura del comune.

 

Composizione di classe e organizzazione. La lettura della crisi in termini di necessaria “implosione” delle soggettività finisce così per rilanciare un’idea astratta della ricomposizione politica. Si potrebbe dire: ad una concezione statica e passiva della composizione di classe, non può che corrispondere il rilancio a tempo scaduto di un’idea tradizionale di organizzazione “dall’alto”, di ricomposizione attorno alle figure tradizionali “date” nel panorama sindacale e partitico. A soggettività lette come bloccate dalla crisi, corrisponde un’idea di decisione politica (e di conseguente organizzazione)  astrattamente e completamente trascendente rispetto alle soggettività stesse. La lettura delle lotte, che nella crisi non solo non si arrestano, ma aumentano la loro capacità di attraversare e congiungere le linee dello sfruttamento di classe, della violenza razziale e della sottomissione di genere, dimostra invece che il campo della crisi, proprio perché non passaggio transitorio e/o ciclico, ma luogo aperto in cui si manifesta la condizione di fragilità permanente, di instabilità, e di riproduzione della violenza dell’appropriazione originaria, è allo stesso tempo il campo in cui singolarità di genere, di classe, di razza possono produrre concatenamenti che ne amplificano il potenziale di  costruzione di resistenza e di liberazione. L’estrema mobilità della composizione sociale, che si rivela nella forza-lavoro che la crisi tenta continuamente di controllare e sfruttare attraverso i dispositivi di precarizzazione e di “governo delle ineguaglianze”, parla di soggettività per nulla bloccate nella crisi, ma anzi dotate di un potenziale di trasformazione e di attraversamento reciproco. Certo, nessuno dei processi di composizione politica può darsi come spontaneamente: ma i processi di organizzazione e di autorganizzazione – che pure nella crisi non smettano di darsi, anzi accentuano il loro ritmo – sono profondamente incarnati all’interno dei movimenti di trasformazione delle soggettività, ne seguono la complessa mobilità degli attraversamenti delle linee di sfruttamento di classe, di subordinazione di genere, di gerarchizzazione razziale, ne ribadiscono l’irriducibilità alle figure partitiche e sindacali esistenti

Il punto dell’organizzazione resta il punto centrale, e punto tutto politico. Ma la sua politicità va ricercata nell’immanenza dei processi di costituzione che scandiscono la produzione di soggettività. In sintesi. Non vi è autonomia della rivolta dai processi di organizzazione politica, ma non c’è neppure autonomia della politica che, arrivando dopo la rivolta, la mette in forma e rappresenta. L’organizzazione è immanente alla composizione di classe, oppure semplicemente non è. Il comune diventa quindi l’elemento attraverso cui ripensare la composizione di classe, e il rapporto tra ciò che – solo per comodità, ossia assumendone la non riproponibilità – indichiamo come composizione tecnica e composizione politica. “Ritornare” al tema della composizione di classe, allora, significa costruire ciò che non c’è, mettere in fila i problemi e azzardare delle ipotesi in avanti, ripartendo da quel metodo politico che si chiama conricerca e che oggi – nell’intrecciarsi di intellettualità e militanza dentro le trasformazioni del lavoro e le sue figure – assume un carattere immediatamente costituente.

 

 

 

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