Chi ha paura del rating cattivo

 

di SANDRA DEE
 
-I-
 
I.1) Lo speculatore di borsa o speculatore differenziale è colui che specula sulle oscillazioni di prezzo dei titoli. Lo speculatore differenziale non intende affatto comperare o vendere titoli: non diventa mai proprietario né, tanto meno, ne consegue il possesso; non si interpone nella loro circolazione. Egli altro non fa se non scommesse sull’andamento dei prezzi (così, Tribunale di Milano, 19 settembre 1955).
Lo speculatore era nel diritto previgente al codice civile del 1942 sicuramente commerciante; la legge sulle borse stabiliva che le operazioni a termine sovra titoli di credito e valori sono reputate atti di commercio (art. 47 L. 272/1913), con la conseguenza, agli effetti del codice di commercio, che colui che compiva tali operazioni assumeva la qualità di commerciante.
L’art. 2082 c.c. negava allo speculatore differenziale la qualità di imprenditore, per la considerazione che egli non pone in essere atti di vera e propria intermediazione, non è un produttore, ossia non produce ricchezza. (Bigiavi, speculatore di borsa e fallimento, in Giur. It., 1956, I, 2, 30).
Soluzione, questa coerente nell’ambito del sistema instaurato dall’art. 2082 c.c. il quale esige, per l’assunzione della qualità di imprenditore il fine della produzione o dello scambio di beni e servizi.
Non singolare appare la coincidenza tra l’odio borghese per il rentier e l’invocazione socialista secondo cui chi non lavora non mangerà.
Tanto la Ford quanto le officine Putilov disdegnavano lo speculatore differenziale, colui che giocava sull’imprenditore che rischiava e sull’operaio che sudava.
 
I.2) Ci pensò il legislatore a ristabilire il ritorno all’antico, a sancire il superamento dell’economia (sempre meno) reale, suggellare il passaggio da profitto a rendita, da salario a merda.
L’art. 23 L.1/1991 (mercati per la negoziazione di contratti a termine) laddove al comma 1 stabiliva che la CONSOB può autorizzare, nell’ambito delle borse valori, le negoziazioni di contratti uniformi a termine su strumenti finanziari collegati a valori mobiliari quotati nei mercati regolamentati, tassi di interesse e valute, ivi compresi quelli aventi ad oggetto indici su tali valori mobiliari, tassi di interesse e valute, sanciva al successivo comma 4 che ai contratti indicati nel comma 1 non si applica l’art. 1933 del codice civile.
 
I.3) L’operatività speculativa perdeva così l’aspetto di “gioco”. Esplicita la giurisprudenza coeva.
Così si osservava: nella fattispecie, infatti, l’ordinamento eleva al rango di diritti soggettivi le ragioni nascenti da negozi che di regola danno luogo solamente alla soluti retentio, in quanto siano soggetti ad un controllo legislativo, che li rende idonei a soddisfare interessi fiscali, turistici, culturali o di beneficenza degni di tutela. Si dovrebbe, perciò, pensare che nello swap l’eccezione di gioco sia ammissibile solo quando il contratto persegua fini speculativi bilateralmente. Ma il ventaglio di opinioni è più ampio poiché vi è chi esclude che lo swap sia comunque assimilabile al giuoco o alla scommessa. Il contratto di scommessa, si dice, “verte” su un giuoco. In particolare, la scommessa è il negozio con cui le parti, assumendosi reciprocamente il rischio dell’esito di un gioco o dell’esattezza di un’opinione, si obbligano, l’una verso l’altra, a pagare la posta pattuita, nel caso in cui l’esito del gioco si verifichi in modo sfavorevole, oppure l’affermata opinione risulti sbagliata. Il contratto di scommessa comporta, attraverso un rapporto arbitrario tra prestazione ed evento dedotto in contratto (l’esito del gioco), un trasferimento di ricchezza inutile e socialmente neutro. Infatti tale trasferimento di ricchezza è determinato dal caso  o da elementi diversi da quelli di regola necessari a produrre, nell’ambito della collettività, la ricchezza trasferita. Nello swap, l’elemento ludico, necessario per poter parlare di scommessa, manca assolutamente. Il meccanismo aleatorio non viene creato al solo scopo di produrre un’incidenza nella situazione patrimoniale dei soggetti contraenti. Al contrario, l’alea trova la sua giustificazione nella funzione oggettiva dello strumento, che consiste nell’attuare uno scambio di “flussi finanziari” disomogenei, ossia uno scambio –che in sé costituisce una generale esigenza economica della vita di relazione- di diritti di credito aventi ad oggetto la dazione di somme di denaro diverse fra loro, in quanto parametrate a differenti meccanismi di indicizzazione. Ciò è spiegabile se si immagina una sorta di permuta finanziaria, dove il denaro scambiato non fungerebbe da prezzo, ma troverebbe la sua ragion d’essere proprio nella disomogeneità finanziaria delle reciproche prestazioni pecuniarie, in ragione della diversità delle valute e/o delle scadenze delle obbligazioni stesse e/o solo della diversità dei parametri applicati. Proprio l’utilità di tale funzione (lo scambio), al di là dei “motivi” concreti dei singoli contraenti, gestione dei rischi (copertura) o ricerca di guadagno (finalità speculativa), è di per sé sufficiente a collocare il contratto in generale al di fuori dell’area della scommessa. Può dirsi, anzi, che il contratto di swap, al contrario delle scommesse, produce ricchezza e rientra comunque, ossia a prescindere dai “motivi” che i singoli contraenti intendono perseguire, nell’area del “lavoro”, piuttosto che in quello del “passatempo” ed è, perciò, giusto che il legislatore gli accordi piena tutela.
 
I.4) La ricchezza muta anch’essa. Dall’arse fucine stridenti, dalla merce
espropriata al servo sudor essa corre sul filo della comunicazione in ragione di scambi tra denaro inesistente e, soprattutto, mai corrisposto.
Ma c’è qualcuno che del denaro, quello reale (anzi unica effettiva realtà) ha bisogno e che se obbligato deve rimetterlo (pena la dismissione della considerazione di soggetto di diritto).
Tutte le operazioni speculative passano per la singolarità precaria che pone la propria vita al servizio del comando capitalista, da un lato quale immediato ente creativo, dall’altro quale lavoratore indebitato che lavora per ingigantire il proprio debito.
In fondo, dopo la proprietà immobiliare, la rete, le operazioni su materie prime, …larghezza di banda delle telecomunicazioni, capacità di stoccaggio delle merci, variabile geologica, qualsiasi altra attività o diritto di natura fungibile (art. 39 regolamento CE 1287/06) ben si può “scommettere” meglio “produrre ricchezza” sull’essere umano.
 
-II-
II.1) il rating.
Che MOODY’S non fosse l’oracolo di Delfi né un’opera di beneficenza, lo si era sempre supposto.
Di solito però le lagnanze si rivolgevano agli “errori” di sovra valutazione del soggetto osservato.
La questione si è posta e si pone quando il rating, espresso in relazione a strumenti finanziari diffusi sul mercato si riveli in tutto o in parte infondato, inesatto o incompleto.
L’influenza che il giudizio di rating ha in concreto sulle scelte degli investitori va dimostrata caso per caso dal momento che alcuni studi hanno messo in luce che gli interventi delle agenzie di rating hanno generalmente un impatto informativo modesto sul mercato borsistico italiano (N. Linciano, l’impatto sui prezzi azionari delle revisioni dei giudizi delle agenzie di rating. Evidenza per il caso italiano). Uno studio a livello europeo condotto tra il 2002 e il 2007 ha dimostrato che la reazione alle modificazioni del giudizio di rating è asimmetrica: i downgrades influenzano il valore degli strumenti retati, viceversa gli upgrades non hanno un impatto significativo (Calderoni, Colla, Gatti, Do invectors react to rating changes: the european evidence, in www.carefin.unibocconi.eu).
Da qualche tempo, il giudizio delle agenzie tende ad offrire valutazioni restrittive (ancorchè non richieste) e volutamente punitive di sovranità nazionali.
Di colpo soggetti ritenuti scarsamente affidabili quanto ai propri giudizi di merito (e la valutazione “ottimistica” di Lehmann nei giorni del fallimento dovrà pur dire qualcosa) divengono soloni incontrovertibili e docili strumenti per speculazioni contro intere “nazioni”.
 
II.2) non c’è trippa per gatti.
-La “tragedia” dei subprime ha sfiduciato il mercato borsistico;
-Le banche sono alla frutta, con bilanci, spesso, truccati;
-Gli stati alle prese con mai digeriti piani di stabilità si contorcono tra inviti alla spesa privata (siamo un paese di vacanzieri, diceva il governo sino a qualche giorno fa) e tagli ai servizi essenziali.
-Il capitale non può più limitarsi a saccheggiare i “beni comuni” naturali e l’individuo (già) proprietario.
-L’uomo impresa è troppo povero (anche quando è “ricco”) perché la propria ricchezza possa essere captata dal capitale.
 
L’aggressione deve quindi colpire qualcosa che possa sempre pagare (forse perché può battere moneta, Craxi docet) e che abbia i mezzi coercitivi per esigere la provvista.
Di qui il cambio di strategia delle agenzie di rating: dall’incensamento allo sputtanamento.
Identico il fine, identico il mandante.
 
-III-
Berlinguer a Piazza Affari
Le prospettive che si aprono per il capitale sono ghiotte occasioni da non perdere.
In un colpo solo: -) privatizzazioni (vi siete chiesti perché il primo attacco all’Italia giunga a pochi giorni dal referendum sull’acqua che rappresenta un primo, parzialissimo, riconoscimento del “comune” e da quello sul nucleare che esclude l’attivabilità di un processo di welfare mafioso-keynesiano basato su investimenti per miliardi per molti anni?), -) tagli ai servizi (e quindi alla vita); unanimismo bonaccione e arcocostituzionalista (anzi, più esteso perché ci sono anche i fascisti).
 
Dopo il comunismo, il terrorismo rosso, al qaeda ora tocca al default.
Il nuovo nemico di popoli laboriosi, di industriali virtuosi giunge al loft democratico, e come sempre i ragazzi di Togliatti accorrono ebbri di solidarietà nazionale.
Ancora una volta toccherà a qualche untorello dire no ai sacrifici?
 
Dall’avvento del capitalismo cognitivo e finanziario le crisi si sono susseguite a ritmo incalzante e molti stati ne hanno fatto la spesa.
Diversi sono stati gli atteggiamenti, identiche le misure di ristrutturazione del debito che gli enti sovranazionali erogatori del credito hanno vivamente caldeggiato.
-) La prima osservazione, assorbente, è che non sempre la ristrutturazione ha comportato l’uscita dalla crisi.
-) La seconda, parimenti valida, è che gli stati che non hanno ristrutturato non si trovano in condizioni peggiori di quelli che hanno sottoposto il “popolo” a sacrifici feroci.
-) La terza è che, questa volta, la posta in palio è più grande della grandezza della nazione e della conservazione dell’industria nazionale (termine caro a Grandi e Mussolini nelle loro elaborazioni legislative).
 
L’attacco che viene portato da presidente della repubblica, governo, opposizione (?),  sindacati al comune è infame.
L’oggetto della “spedizione punitiva” è il comune, appena risorto nelle coscienze.
Non si tratta (o non si tratta solo) della volontà capitalistica di disporre delle risorse naturali, ma di disporre a piacimento della vita di ognuno.
Tagli alla sanità, alla scuola, alla giustizia -) precarizzano le istituzioni relative ma anche e soprattutto quell’insieme di relazioni che i soggetti che ruotano intorno a quelle realtà (malati, studenti, insegnanti, carcerati) hanno posto in essere intessendo una rete esorbitante la mera funzione delle attività, che travalica l’individuo e si pone in diretta costruzione del comune.
L’idra cui tagliare la testa sono i medici che si oppongono all’accanimento terapeutico, i corsi di autoformazione, il sorgere di idee alternative di diritto e di giustizia.
Tutto questo di qui a venerdì.
 
-IV-
il comune cattivo
 
Dire no al ricatto del default significa vivificare il comune, consentire che esso si istituisca nei centri laddove l’opposizione si spiegherà, significa opporsi a che ogni affetto, legame, pensiero comune, realizzato dalle singolarità nella tensione verso la vita sia espropriato in quanto “valorizzato”, significa cioè trattenere quelle qualità produttivo relazionali che il capitale intende sfruttare senza pagarle.
 
L’espansione dei derivati ha visto l’interesse verso qualsiasi attività o diritto fungibile. Ogni bene (materiale o immateriale) che possa essere oggetto di stima (giudizio, in termini di diritto) può essere “cartolarizzato” e posto in commercio.
Una parola sui sindacati, sempre supini nel loro ruolo di cinghia di trasmissione tra le istanze corporative dei padroni e quelle corporative dei sindacati stessi (e i lavoratori?).
Per non perdere il ritmo, immersi in un capitale che divora ogni cosa, anch’essi  procedono a cartolarizzare ciò che hanno conservato.
L’unica ricchezza dei sindacati è il “ricordo”, la memoria di un passato di rappresentatività di quello che fu il movimento operaio.
Questo “ricordo” è immesso sul mercato, e buttato sul piatto della concertazione. Il comune sentire del proletariato è fatto oggetto di scambio, scommessa. La Fiom che firma qui e non là, che vuole le autostrade del mare e un mare di auto, ma non le centrali nucleari perché inquinano (come se il cancro al cervello fosse più cancerogeno di quello ai polmoni, o la silicosi più nobile della cocaina) assume a rendita il prodotto del sentimento dei propri iscritti, lo pone quale credito che può essere securitizzato e posto sul mercato in cambio di denaro contante (o di un assessorato).
 
Il tempo della resistenza è finito; meglio la resistenza all’espropriazione del comune disvela natura di resistenza immediatamente produttiva, poiché libera il lavoro vivo e rigenera il lavoro morto. In tempi di magra che verranno non bisogna mai dimenticare le merci, quelle merci che producemmo e che riprese dalla moltitudine, deviate dal senso di morte che le pervade laddove in mano a un Nathan Falco qualsiasi, possono contribuire a rendere la CERTA repressione meno dura.
 
-V-
conclusione.
 
Look at me I’m Sandra Dee /Lousy with virginity /Won’t go to bed till I’m legally wed /I can’t I’m Sandra Dee

Watch it! Hey, I’m Doris Day /I was not brought up that way /Won’t come across even Rock Hudson lost /His heart to Doris Day

I don’t drink I swear /I don’t rat my hair /I get ill from one cigarette /Keep your filthy paws off my silky drawers/
Would you pull that crap with Annette?
 
(Olivia Newton John).
 

 

 

 

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