Cortina di fumo e segnali di fumo

 

di JASON READ

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É difficile guardare alle presidenziali americane del 2012, specialmente alle elezioni presidenziali, dalla prospettiva di Occupy. Se Occupy ha qualcosa che assomiglia a una prospettiva unitaria, e bisognerebbe già molto discutere su questo, dovrebbe includere almeno due caratteristiche che la definiscono: una critica della politica rappresentativa e del sistema bipartitico, e una critica dell’ineguaglianza massificata. La prima caratteristica rende indiretta la relazione tra Occupy e le elezioni, mentre la seconda la filtra in forme conflittuali.

Riguardo alla prima, il 2012 ha visto tra liberal e progressisti intensi dibattiti e discussioni sui vantaggi del voto. Una parte di questa frustrazione rispetto al voto deriva senza dubbio dalla frustrazione nei confronti di Barack Obama, che non solo non può più reclamare per sé il manto storico del cambiamento, ma ha deluso molti con un’agenda di politica interna che ha lasciato irrisolti i problemi strutturali di Wall Street, continuando al contempo le politiche di guerra al terrore che Bush aveva cominciato. Diversi di questi argomenti non sono nuovi, riproducendo le critiche alla posizione del “male minore” che hanno dominato le discussioni nella sinistra del Partito Democratico, ma hanno assunto una crescente intensità sullo sfondo della recente memoria di occupazioni, scioperi e altre forme di azione diretta. Mentre si può ipotizzare che queste discussioni abbiano qualcosa a che fare con la minore affluenza alle urne, calata dal 62% al 60% e attestatasi su circa 84 milioni di votanti, un recente sondaggio Pew suggerisce che i non votanti a queste elezioni tendono ad avere un orientamento a sinistra. L’uso dei social media e vari gruppi di discussione online possono deformare la prospettiva, mettendo conversazioni private sotto una luce pubblica, tuttavia queste elezioni appaiono essere quelle in cui il dibattito sul voto e sui limiti della democrazia rappresentativa non solo é cresciuto in intensità, ma si é anche esteso a più ampie porzioni della società.

Trattando la seconda questione, quella dell’ineguaglianza, le cose sono molto più complicate e forse più interessanti. I temi del 99% e dell’1%, così come il ruolo del capitale finanziario, sono apparsi perfino nelle primarie repubblicane. Le immense ricchezze del candidato repubblicano Mitt Romney e la sua posizione alla Bain Capital sono stati fatti oggetto di una sorta di critica populista dell’ala destra, che ha tentato di fare un distinguo tra gli eccessi della finanza e la fede nel libero mercato. Durante le elezioni tali questioni sono ritornate in forza dopo un video in cui Romney ha parlato del 47% degli americani che non pagano le tasse e che non avrebbero mai votato per lui. Questo numero, 47%, é una risposta di destra al 99% che si concentra sul 53% degli americani che pagano l’imposta federale sul reddito. Questo 47% é spesso presentato come interamente dipendente dal sostegno governativo, ma esso in realtà comprende quelli i cui salari sono troppo bassi per essere sottoposti all’imposta federale sul reddito (così come i pensionati e i militari). Romney non é riuscito a liberarsi dell’immagine di colui che é interessato solo al destino dei ricchi. É importante notare che questo é successo nonostante il fatto che Obama si sia solo retoricamente allineato all’idea del ceto medio e di una società più equa, non facendo in realtà nulla per sfidare l’ineguaglianza di massa. Obama non ha mai menzionato Occupy e ha chiaramente evitato eventi come lo sciopero degli insegnanti di Chicago o il tentativo di destituire il governatore del Wisconsin, azioni organizzate da una combinazione di sindacati e attivisti.

Le elezioni politiche si vincono e si perdono sulle apparenze e non sulla politica, e Obama é stato abile ad apparire più collegato a questi temi, benché l’ineguaglianza sia cresciuta durante la sua presidenza. Nonostante la sconnessione tra l’immagine e la realtà c’é qui anche una dimensione positiva. I repubblicani hanno provato ad associare vari democratici a Occupy, usando immagini di lotte di strada come un aggiornamento del pericolo rosso. Ciò é avvenuto soprattutto nella campagna per il senato di Elizabeth Warren in Massachusetts, il cui lavoro sul debito e sulla riforma della finanza ha permesso di etichettarne le origini intellettuali in Occupy. Il punto non é se tali accuse siano vere oppure no, la cosa più importante é che sono fallite. Il 2012 é l’anno in cui la decisione della Suprema Corte “Citizens United” ha definito restrizioni alla spesa per le elezioni. É anche l’anno in cui sono stati spesi sei miliardi di dollari nella propaganda politica, la maggior parte dei quali dovuti allo sforzo delle imprese per prevenire la possibilità di una sfida al loro potere. Il fatto che questa propaganda sia fallita, e siano fallite le varie affermazioni e accuse di socialismo e di atteggiamenti “anti-business” formulate nei confronti di molti democratici e di Obama, suggerisce l’emergere di un differente insieme di paure e ansie alla base della società americana. Le persone sono forse meno preoccupate dalle azioni nelle strade rispetto a ciò che viene detto nei consigli di amministrazione e nei costosi eventi di raccolta fondi.

Le elezioni presidenziali (e la politica elettorale in genere) sono una cortina di fumo, che passa sotto silenzio e oscura lo sfruttamento reale della vita di tutti i giorni. Quando le elezioni sono passate si vede che le azioni reali erano altrove, nel gruppo Occupy Sandy che ha mobilitato un mutuo aiuto di fronte alla tempesta e nella crescente organizzazione di scioperi contro Wal-Mart. Questa cortina di fumo é anche un segnale di fumo, un segnale che indica qualcosa sul cambiamento delle passioni sottostanti e sulle fantasie che covano sotto la cenere. É possibile vedere in questo fumo uno spostamento da una politica elettorale gonfiata e corrotta verso una sconnessione da essa che brucia lentamente. Forse il fuoco si riattizzerà ancora?

 

 

 

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