Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito

 

di RAFFAELE SCIORTINO

Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo.[1] Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.

 

Proviamo allora a mettere a fuoco – sotto forma di ipotesi in sequenza – il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.

 

1. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie! Con un debito così alto e diffuso niente ripresa, ma senza stimoli monetari, tassi sotto zero e dunque ulteriore indebitamento con l’estero i guai sarebbero ancora maggiori: ecco l’impasse che la Federal Reserve continua a spostare in avanti.[2] L’amministrazione Obama arriva dunque a quella che potrebbe essere una seconda recessione, il temuto double dip, o comunque una stagnazione di fatto, con munizioni in gran parte già sparate mentre il clima politico interno volge al peggio, come si è visto dallo scontro sull’innalzamento della soglia del debito federale e dalla decisa virata obamiana verso una politica di tagli alla spesa sociale (maldestramente camuffata dalla “minaccia” di far pagare un tantino di più anche i ricchi).

 

2. Questo quadro è l’antecedente immediato della precipitazione della crisi del debito sovrano in Europa, e non senza un risvolto geopolitico non secondario.

2.1. Partiamo da quest’ultimo. In Libia Washington ha ottenuto al momento due importanti risultati. Da un lato, ha sfruttato abilmente gli spazi apertisi con la primavera araba per accelerare il programma di regime change dei regimi “dittatoriali” (ma solo quelli scomodi) e bloccare la radicalizzazione dell’ondata di rivolte che ha saputo rovesciare dal basso e senza ambigui “aiuti umanitari” i propri despoti. Dall’altro, ha dato un sonoro schiaffo a Cina e Russia e diviso l’Europa entrando decisamente in un’area d’influenza fondamentale per la politica energetica. Lasciando l’avanscena al galletto Sarkozy nel ruolo di utile idiota – qualcuno ha già ribattezzato questa strategia leading from behind – Obama ha ribadito che sul terreno militare gli Stati Uniti non hanno rivali e per questo sono gli unici possibili garanti dell’”ordine” globale. Avrà qualcosa a che fare tutto ciò con la ripartizione dei costi dell’economia del debito?

2.2. Ma è con la crisi del debito sovrano dei paesi periferici dell’area euro e il rischio serio di cortocircuito con i bilanci delle banche europee che appare in tutta evidenza come sia in atto uno scontro a più livelli sui mercati finanziari e per mezzo di essi. Non è solo che il livello dei deficit di Stati Uniti e Gran Bretagna, per non parlare del Giappone, è di gran lunga più critico di quello della media e comunque dei paesi centrali della Ue, ragion per cui la “razionalità” della finanza e l’obiettività delle agenzie di rating appaiono alquanto recondite. Ma vengono sempre più allo scoperto anche manovre e strategie degli attori in gioco, e non può esservi dubbio sul fatto che ad avere l’iniziativa siano i grandi fondi speculativi e monetari anglosassoni che hanno iniziato a giocare pesantemente contro l’euro coadiuvati dalle autorità statunitensi. La pressione – oltre che sul sistema bancario europeo[3] – si è fatta particolarmente forte sul governo tedesco. Un monito significativo e quanto mai esplicito è venuto da Lawrence Summers che a luglio ha chiesto all’Europa un “deciso cambio di direzione” a rischio di doverle dettare le condizioni e a Berlino in particolare di garantire con le proprie risorse nuove emissioni di debito dei paesi a rischio.[4] Ci si è poi messo niente meno che Georg Soros a chiedere alla Germania di difendere l’euro… dai mercati finanziari (!) aumentando il fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e rassegnandosi alla prospettiva degli eurobond (ci torniamo sotto).[5] Da ultimo ha rincarato la dose il segretario del tesoro statunitense Geithner “autoinvitatosi” al vertice Ecofin in Polonia di metà settembre dove si è beccato i secchi rimbrotti del ministro delle finanze tedesco.[6]

 

3. Tensione se non proprio scontro aperto sul piano finanziario, linee divergenti di politica estera, dunque, principalmente tra Stati Uniti e Germania. Qual è la posta in palio? Per Washington, all’immediato, evitare default “disordinati” con perdite reali per i fondi finanziari – che finora hanno sempre potuto contare sui salvataggi pubblici ma d’ora in avanti rischiano anch’essi – e possibili reazioni a catena sull’intero sistema. A pagare il conto deve essere ora anche la finanza pubblica tedesca, ovvero: il “contribuente” e il percettore del welfare (in aggiunta, va da sé, al drastico peggioramento delle condizioni di vita nella periferia europea che è un assunto condiviso sia da Washington che da Berlino). Ne risulterebbe da qui a breve deteriorata la capacità di raccolta sui mercati del “blocco tedesco” e aumentata invece la forza di ricatto da parte dei centri del potere finanziario. In questo modo i buoni del tesoro statunitensi continuerebbero a rappresentare il “porto sicuro” per il risparmiatore globale impaurito, permettendo la raccolta di risorse finanziarie a tassi negativi o quasi con cui tenere in vita un sistema bancario in stato comatoso, mentre l’euro risulterebbe seriamente indebolito come moneta mondiale di riserva se non alternativa almeno concorrente rispetto al dollaro. Soprattutto ne uscirebbe compromessa in prospettiva ogni velleità tedesca (ed europea?) di politica economica più indipendente rispetto al partner atlantico e proiettata verso la direttrice Russia-Cina. La stessa Cina perderebbe di riflesso in contrattualità e vedrebbe rintuzzato il timido (finora) tentativo di diversificazione rispetto al double bind con il mercato statunitense. Tutto ciò nell’ipotesi che la Ue e l’euro reggano. Che se poi il contagio dell’Italia – un pezzo troppo grosso per poter essere salvato – o qualche altro evento nell’eurozona dovessero portare a un incasinamento generale, allora l’euro e l’Europa sarebbero messi definitivamente fuori gioco e Washington potrebbe a quel punto minacciare o ricorrere a misure più drastiche anche nei confronti di Pechino[7] (una monetizzazione del debito à la Nixon?) e/o attivare una qualche terapia shock di scarico secco dei costi della crisi sugli altri soggetti sfruttando la rendita di posizione dovuta al ruolo di “garante sistemico”.

 

4. Non si tratta qui di rievocare un presunto nuovo grande gioco tra potenze imperialistiche all’insegna di anglofilia e antitedeschismo o viceversa antiamericanismo e simpatie euroasiatiche e via sproloquiando. La questione è di ben altra consistenza, politica e teorica, attiene alla natura della crisi in corso e ai possibili passaggi che ci stanno davanti.

4.1. I continui tonfi delle borse e i segnali pessimi a livello produttivo intensificatisi in questi giorni indicano una cosa ben precisa. Ci si approssima velocemente, dopo tre anni di salvataggi che hanno caricato all’inverosimile i bilanci statali senza però ripulire in maniera risolutiva quelli privati, all’inevitabile presa d’atto che si deve ridurre seccamente l’indebitamento complessivo. È indispensabile per la borghesia globale una forte svalutazione di capitali rivelatisi “fittizi” (non solo “speculativi” ma anche di impresa, notare) che, oramai senza sottostanti adeguati a garantirne la valorizzazione, riducono al lumicino le prospettive di profittabilità. Solo combinando questa svalorizzazione di capitali con quella colossale svalorizzazione del lavoro e della cooperazione sociale che sta dentro i piani di austerity oramai all’ordine del giorno, sarà forse possibile riavviare la macchina del profitto ovvero della “crescita”. E qui i due grossi problemi. Non sarà più possibile, per lo meno nella misura vista nella fase ascendente della finanziarizzazione, compensare la caduta dei salari con un diffuso consumo (o anche solo speranza di consumo) a debito: sapranno i piani alti, e questa classe politica, affrontarne le conseguenze sociali? Ma soprattutto si pone con urgenza il problema di chi sarà costretto a bruciare più capitali degli altri, a cancellare crediti inesigibili, a perdere pezzi del proprio sistema bancario, a rinunciare con ciò al corrispondente prelievo sui flussi globali di valore, a mettere a disposizione di altri il risparmio della popolazione et cetera. A dimostrazione che pur nell’intreccio imperiale del capitalismo globalizzato i circuiti di credito e debito sono differenziati, si raggrumano intorno a nodi di potere (non solo statali) poco trasparenti ma effettivi e concorrenziali. Per dirla con una battuta: il debito estero Usa non equivale esattamente al corrispettivo credito cinese se è vero che Washington può rivalersi attraverso il dollaro e non viceversa…

4.2. Con tutto ciò, molto probabilmente, non verrà risolto il nodo di fondo dello sviluppo capitalistico che questa crisi ha messo allo scoperto: se è possibile tornare ad una “crescita” senza ricorso al debito “eccessivo” o il sistema non è piuttosto giunto a un punto di non ritorno, a un limite, di cui sono segno evidente l’estrema difficoltà per la borghesia a tornare indietro dall’orgia finanziaria agli investimenti produttivi, da un lato, e la resistenza delle classi lavoratrici contro lo sfondamento verso il basso della soglia “morale” del salario globale, dall’altro. Ma certo una distruzione consistente di capitali, probabilmente non prima di ulteriori ancorché inutili dosaggi di “keynesismo finanziario”, darebbe transitoriamente ossigeno al sistema salvo reazioni sociali incontrollabili.

La crisi dei debiti sovrani in Europa è un capitolo di questa guerra finanziaria che farà morti e feriti (lasciamo qui aperta la questione se si arriverà comunque in futuro ad una guerra guerreggiata tra grandi potenze, ma almeno a sinistra bisognerebbe maneggiare con molta cura gli appelli per un nuovo New Deal visti i trascorsi…).

 

5. La Germania si trova dunque al centro del ciclone ancor prima di essere investita da una probabile recessione di ritorno. L’eurocrisi ne mette a rischio la capacità di centralizzazione per sè della produzione industriale e dell’area di libero scambio europee, rafforza le spinte centrifughe nella Ue (vedi la vicenda libica) ma anche le insofferenze interne, la espone alle pressioni della finanza internazionale alla cui scala le sue banche, pur forti sul continente, figurano ancora da pedine più che da protagoniste.[8] Berlino si trova tra l’incudine di un apparato industriale senza pari che necessita però drammaticamente di mercati di sbocco esterni e il martelletto di una finanziarizzazione in salsa europea che sta clamorosamente fallendo. Il varo della moneta unica e la politica di bassi tassi di interesse portata avanti dalla Bce permettendo l’indebitamento facile dei paesi della periferia – proprio ciò che oggi viene rinfacciato agli “spendaccioni” – sembravano la quadratura del cerchio a vantaggio delle esportazioni tedesche che lo chiudevano (sbaglia quindi chi parla semplicemente e puramente di neomercantilismo tedesco fermandosi al solo livello dei flussi commerciali). Ma le bolle speculative così formatesi stanno scoppiando una ad una trascinando con sé il sovraesposto sistema bancario mitteleuropeo che rischia seriamente di ritrovarsi con il cerino acceso in mano.

5.1. Le contraddizioni si riversano sulle opzioni strategiche sul tavolo. Della miopia dell’attuale governo tedesco, pressato peraltro dai falchi di Francoforte, si è scritto molto al punto che il topos dell’”egoismo” tedesco fa oramai da contrappunto a quello sui “meridionali fannulloni”. Non che Berlino non persegua i suoi stretti interessi – innanzitutto salvare le proprie banche con i “salvataggi” onerosissimi imposti a Grecia, Portogallo ecc. – ma è anche vero che sa di avere tutto da perderci da un tracollo dell’euro. D’altro canto, l’alternativa proposta al governo tedesco dai Summers, Soros, Geithner, quella cioè di farsi garante senza condizioni dei deficit statali europei, se formalmente permetterebbe la tenuta dell’Europa unita di fatto la subordinerebbe ai movimenti della finanza statunitense e internazionale col serio rischio di andare incontro ad una fine alla giapponese. Al tempo stesso un riorientamento del modello di sviluppo[9] è complicato, comporterebbe almeno il configurarsi di un’alternativa insieme a Russia e Cina[10] (e dunque la disponibilità cinese a cambiare l’attuale rotta) ma soprattutto uno scontro aperto con gli Stati Uniti. Nessuno in Germania sembra disposto a tanto. Di qui il procedere con mezze misure alla ricerca, anch’essa non facile, del male minore: spaccare la Ue in due e tenersi l’euro? Abbandonare la moneta unica al suo destino? Spingere la Grecia fuori dalla Ue o continuare a centellinarle gli “aiuti” (!) per evitare che il default scateni una reazione a catena, pericolosa anche politicamente?

5.2. Quel che è certo è che il patto fondato sui circuiti di credito-debito tra i “virtuosi” della Ue e le borghesie periferiche sta saltando nel suo pilastro economico. Una tenuta della costruzione europea dal punto di vista delle èlites ne esigerebbe una riformulazione, ma in che direzione? Così come si frantuma il (fragile) patto sociale tra costruzione europea e classi lavoratrici. Con due derive immediate, e politicamente trasversali, che dobbiamo scontare: scarico delle responsabilità da nord a sud con spirito “leghista”; arroccamento nazionalista e sovranista nei paesi travolti dalla crisi fino a possibili decisi toni antieuropeisti. Ma la ricerca di capri espiatori esterni potrebbe non aver vita facile neanche in Germania quando la crisi arriverà anche lì a colpire duro e dietro il “salvataggio degli spendaccioni” diffuso dal discorso dominante farà finalmente capolino quello delle banche tedesche destinatarie effettive degli “aiuti” di Francoforte.

5.3. Questo quadro complesso e in continuo movimento è ciò che sta dietro alla questione degli eurobond come strumento possibile di soluzione ripartita della crisi del debito europeo, e in questo senso un po’ metafora della possibile tenuta e riconfigurazione dell’unità europea come unione anche politica. Semplificando abbiamo finora tre varianti “politiche” – non entriamo qui nei particolari “tecnici” –  di questa proposta, di soggetti e con finalità molto differenti. La prima, non stupisce, è quella dell’establishment politico-finanziario statunitense[11] e transnazionale[12] che, per i motivi visti sopra, con Soros arriva perfino a chiedere un cambiamento di maggioranza a Berlino per abbattere gli ostacoli alla creazione di un Tesoro europeo con i fondi tedeschi: in pratica una transfer union deputata a garantire il fluire delle risorse europee verso i grandi creditori internazionali.[13] Una seconda variante è quella, altrettanto reazionaria ma chiaramente più meschina perché disponibile a subordinarsi anche al diavolo, che si fa strada nelle disperate classe dirigenti della periferia europea (da noi Tremonti e ora anche Confindustria con il suo organo di stampa, e tutto il ceto della governance partitico-amministrativa a corto di crediti nonché il partito trasversale delle grandi opere, da nord a sud) al fine esclusivo di non dover pagare il conto economico e politico del disastro cui hanno contribuito con il loro magna magna finanziario privo di ogni strategia. Meriterebbero tanti calci in culo, altro che gli eurobond dalla Merkel. Infine, la versione più “seria” ed europeista alla Prodi (eurounionbond) che propone, in un quadro di piena continuità neoliberista con Maastricht, di garantire alla Germania in cambio del suo aiuto la partecipazione nelle utilities dell’energia di Italia, Spagna ecc. e financo l’oro delle banche centrali. L’obiettivo è qui di riformulare le basi del patto tra le borghesie europee esorcizzando la fuga tedesca e disciplinando un pochino le “esuberanze mediterranee”, mentre alle popolazioni resterebbe l’onere di ripagare i debiti con i propri sacrifici in cambio di un simulacro di unificazione europea e di una prospettiva di ripresa fondata… sulle grandi infrastrutture tipo alta velocità (!). Non è comunque affatto scontato che la Germania accetti le condizioni e i vincoli che si accompagnerebbero al varo degli eurobond. Nel caso, alle litanie oggi contro la miopia di Merkel subentrerebbe il livore contro il pugno di ferro tedesco (con una certa sinistra da noi a fare da battistrada?).

 

6. Certo non è in questa direzione che possiamo cercare un’uscita dalla crisi “dal basso, a sinistra”. Quale che sia la variante che dovesse passare l’austerity pro pagamento del debito è data per scontata (l’eurobond essendo appunto pensato come uno strumento di indebitamento e di vincolo più stretto sui bilanci pubblici) altrettanto che nel caso non si arrivi, come più probabile, ad una più stretta unione fiscale e politica europea. Del resto, se per i movimenti è fondamentale guadagnare una dimensione non nazionalista o localista questa è una prospettiva che a torto o a ragione non si raggiunge “a prescindere” dal contenuto effettivo del contenitore, l’Europa di Bruxelles e Francoforte. Il punto è piuttosto – nelle dinamiche sociali e di lotta che si apriranno con l’approfondirsi della crisi – se e come è possibile ricomporre una risposta su un terreno comune in grado di bloccare e invertire le tendenze alla guerra di tutti contro tutti. Per fare un esempio concreto, è assolutamente comprensibile e legittimo che i sentimenti che agitano le piazze greche non siano proprio… amorevoli verso Berlino. Al tempo stesso la resistenza della popolazione tedesca a pagare il conto erroneamente attribuito al buen vivir mediterraneo, è una resistenza a pagare i costi della crisi che può sì portare ad un arroccamento “leghista” ma anche diventare un prezioso e anzi indipensabile fattore della lotta contro il debito sulla dimensione di uno spazio di conflitto continentale esteso all’area riattivata dalla primavera araba.

6.1. La lotta al debito può costituire questo terreno comune a misura che diventerà chiaro come proprio il suo pagamento olia e alimenta i meccanismi della crisi prolungandola e peggiorandola. Ma non si può dare per scontato che sia già condiviso o anche solo individuato come tale – del resto ci sono tanti tipi di dipendenza da debito quanto di dipendenza salariale – negli strati profondi della società che entreranno in sommovimento. Tanto meno che si presenti da subito o necessariamente come rivendicazione di un diritto al default, sia per la connotazione negativa che questo ha nell’immaginario sociale sia soprattutto perché il fallimento può essere ed è storicamente stato piuttosto un’arma nelle mani di imprese e stati. Abbiamo a che fare con un terreno inedito e l’esigenza di un discorso-contro che va costruito organizzato indagato all’interno delle mobilitazioni, anche nelle sue criticità, sapendo che umori e reazioni dal basso non si muovono lungo una linea “diritta come la prospettiva Nevskij”. In quest’ottica, e a conclusione, solo alcuni spunti dentro un dibattito che è ancora agli inizi.

- Cruciale nel terreno di conflitto che si è aperto è la dinamica potenziale di separazione delle forme della riproduzione sociale dal ricatto finanziario (che in certa misura ha sussunto quello lavorativo). Questa dinamica può darsi nelle modalità più confuse, dove all’inizio probabilmente ci si porrà il problema di come non incrementare o diminuire il debito esistente piuttosto che rifiutarlo tout court, su un terreno “riformista dal basso” non a priori chiuso a un discorso di sacrifici. Il nodo conflittuale qui sarà: sacrifici per cosa e a spese di chi?

- Per questo la lotta al debito è immediatamente posta di fronte all’esigenza di farsi discorso costituente, di elaborare e saper proporre una prospettiva altra, sistemica, da contrapporre ai dettami della finanziarizzazione profondamente entrati dentro le vite di ciascuno. Come si può vivere senza un’economia del debito? Qui il keynesismo della old left in tutte le sue varianti è inservibile e dannoso non solo nel suo evocare soluzioni oggi impraticabili con soggetti scomparsi ma nell’ostinarsi a difendere la spesa statale come spesa “sociale” – quando i meccanismi della finanziarizzazione hanno abbondantemente rotto questo legame – e nel non voler mettere in discussione cosa significa “produrre” per la società e a spese di essa. Si tratta al contrario di spingere avanti gli spunti che guardano oltre una “crescita” capitalistica di cui sempre più verranno percepiti gli aspetti distruttivi. Non per arroccarsi su un programma di piccole opere o di politica industriale “green” che possono al limite essere dei momenti di passaggio, ma piuttosto in direzione di una contro-grande opera di de-accumulazione: forgiare forme di vita che per riprodursi non devono passare per il meccanismo del profitto e dell’accumulazione di capitale senza per questo perdere in innovazione e cooperazione sociale produttiva. Un bel problema…

- Ciò non si darà ovviamente a tavolino ma emergerà dalle pratiche sociali. La difficoltà estrema ma anche la grande scommessa è che tendenzialmente non è più possibile una lotta di difesa, ad esempio salariale, senza che ci si inizi a porre questi problemi sia per il merito che per la costruzione di alleanze sociali. Come difendi una fabbrica in via di chiusura, dentro una crisi generalizzata, senza pensare a forme di riappropriazione e “autogestione”, non di impresa ma immediatamente intrecciate con il tessuto sociale? Come difendi il posto di lavoro nel pubblico impiego, dentro un quadro di svendite e privatizzazioni, senza porre il problema di cosa è un “servizio pubblico”, scontrarti su questo con la governance amministrativa, iniziare a produrre con un’organizzazione diversa nuovi tipi di beni e farlo con i soggetti che finora ti sono stati contrapposti come “clienti” o “utenti”? Welfare e lavoro e loro difesa cambiano completamente così come ciò che si deve intendere per “sindacato”. Perchè sono cambiati radicalmente i soggetti sociali, le forme di organizzazione, i luoghi di discussione, e il rapporto con il potere…



[1] Vedi soprattutto gli interventi di Andrea Fumagalli, cui va il merito di aver sollevato la questione, e Guido Viale e, a livello di movimenti, il dibattito interno alla lotta NoTav dopo la giornata del tre luglio.

[2] Con una nuova iniezione di liquidità sui titoli statali ribattezzata Twist, anche se crescono i dissensi interni e per le borse l’entità dell’intervento pare insufficiente.

[3] Vedi la recente bordata del Wall Street Journal che ha messo in dubbio la capacità della banca d’investimenti francese Bnp di finanziarsi in dollari, causa l’esposizione ai titoli di stato europei a rischio, con conseguenti secche perdite in borsa. Questo episodio viene dopo la decisione della Federal Reserve di New York di aprire un’indagine sulla solvibilità delle filiali statunitensi delle banche europee. Intanto la direttrice del Fmi, conosciuta come l’”americana”, chiede insistentemente la loro ricapitalizzazione via Efsf o direttamente con l’intervento degli stati.

[4] La Stampa, 19 luglio 2011, p.3.

[5] Il Sole24ore, 12 agosto 2011.

[6] Loose lips sink the euro?, The Economist, edizione online, 16 settembre 2011.

[7] Vedi il discorso molto aggressivo nei confronti della Cina tenuto lo scorso agosto da Fred Bergsten, testa d’uovo del Peterson Institute, dal titolo The United States in the World Economy (disponibile in rete).

[8] A parte la Deutsche Bank che è però anche la più legata alla finanza statunitense nè pare essersi curata troppo delle ricadute disastrose per la tenuta europea di azioni come la vendita dei titoli di stato italiani.

[9] Globalizzazione con una finanza regolata? Deglobalizzazione relativa con formazione di aree economiche continentali autocentrate? Multipolarismo economico con ridimensionamento degli Stati Uniti?

[10] Un quarto circa delle attuali riserve cinesi di valuta estera è in euro, principalmente in titoli di stato tedeschi, francesi e olandesi. Nel caso Pechino dovesse impegnarsi di più sul fronte europeo  non sarà comunque con un assegno in bianco.

[11] Mentre una parte, per ora minoritaria, punta più decisamente allo sfascio dell’euro a breve: vedi l’articolo di M. Margiocco, Greenspan voce di una certa America che sogna il naufragio dell’euro, Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2011.

[12] Vedi le continue perorazioni dell’Economist per una unione fiscale: Fudge, the final frontier, edizione ondine, 10 settembre 2011.

[13] Un Tesoro Ue per salvarci, Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2011.

 

 

 

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