Il G20 inconcludente e l’Europa precaria

 

di ANDREA FUMAGALLI

Solo poche parole sono necessarie per commentare il risultati del summit G20 che si è concluso il 13 novembre scorso a Seul: nulla di fatto. E non poteva essere altrimenti. Ancora una volta si conferma ciò che risulta oramai evidente a molti: l’impossibilità di una governance economica mondiale. La crisi economica finanziaria, iniziata nel 2008, ha messo a nudo quello che a tutti gli effetti è stato il bluff del “golpe  dell’Impero” (Negri-Hardt) da parte dell’Amministrazione Bush degli Usa. Il tentativo americano di mantenere una sorta di egemonia economica-finanziaria dopo la crisi della net-economy nel marzo del 2000 con l’aiuto dell’opzione militare al’indomani dell’attacco alle torri gemelle del settembre 2001 è miseramente fallito. Lo scoppio della “convenzione immobiliare” (la bolla dei subprime) ha trascinato anche la convenzione finanziaria fondata sull’effetto traino per i mercati finanziari della crescita economica cinese da quando la Cina è entrata a far parte del Wto (dicembre 2001) (convenzione Cina) A fronte dello sviluppo della potenza tecnologica e economica dell’area Bric (Brasile, Russia, India, Cina), l’egemonia Usa sul piano della finanza non poteva reggere.

Siamo così di fronte ad un impero acefalo. E’ il tramonto definito dell’imperialismo unilaterale, tipico della storia del secolo scorso. Ma non siamo ancora in grado di definire gli assetti di un nuovo ordine gerarchico mondiale, anche se lo immaginiamo caratterizzato da multipolarità. Ciò non significa che tale questione non sia oggi al centro proprio delle discussioni che si sono svolte al meeting di Seul.

Le strategie contrapposte

Ciò che è oggi impedisce l’emergere di una governance economica mondiale è in primo luogo l’esistenza di interessi contrapposti tra le diverse aree globali. Una divergenza di interessi che la crisi economico-finanziaria ha acuito e che trova in questi mesi la sua manifestazione nell’instabilità sui mercati valutari. Di fatto tre sono le strategie in corso che si contrappongono per favorire non tanto la crescita economica (che è diventato un obiettivo intermedio e, eventualmente, strumentale) ma soprattutto la ripresa stabile degli indici finanziari, oggi più che mai i motori della creazione di valore, profitto e rendita. Le definiamo velocemente:

  1. La prima strategia vede negli attivi della bilancia dei pagamenti e quindi nella crescita dell’export la leva per rigenerare i mercati finanziari e rimettere in sesto quella convenzione Cina che aveva ben funzionato e che solo per colpa della crisi della convenzione immobiliare non era stata in grado di continuare a manifestare i suoi effetti benefici sui mercati finanziari. E’ in quest’ottica che hanno interesse a muoversi oltre alla Cina e l’India anche alcuni paesi dell’America Latina, che sul volano di tassi di cambio favorevoli, possono contare su una crescita della domanda trainata dall’export (export led growth). Possiamo annoverare tra i paesi più interessati a questa dinamica anche la Germania. SI tratta di una prospettiva che non può più piacere agli Usa, ora che non detengono più come nel decennio scorso l’egemonia sui mercati finanziari.
  2. La seconda strategia è esattamente opposta e punta allo sviluppo di una nuova convenzione tecnologica (magari fondata sulla Green economy). Ma tale strategia ha bisogno di tempo, a differenza della prima e quindi diventa necessario che le strategie concorrenti non prendano troppo piede su scala globale.  Gli Usa, ma anche il Brasile in qualità di outsider, sono i paesi che negli ultimi anni hanno maggiormente investito nelle nuove fonti di energia ambientale e nella riconversione dell’agricoltura (mais e soia in particolare);
  3. La terza strategia si fonda invece sulle prospettive di estendere ulteriormente la base dei mercati finanziari tramite l’accelerazione dei processi di totale smantellamento e privatizzazione dei sistemi di welfare state, soprattutto laddove essi sono ancora presenti. E’ questo il caso dell’Europa.

Se il summit del G20 ha espresso una posizione concorde sulla terza strategia, auspicando un riordino dei conti pubblici dei principali paesi che sono stati soggetti alla crisi economica (vedi oltre), nulla invece è stato concordato per quanto riguarda la stabilizzazione dei mercati valutari e finanziari. Da un lato, al di là di un generico richiamo alla stabilità, le posizioni per definire una strategia valutaria globale e comune sono troppo differenti, dal’altro, la regolamentazione dei mercati finanziari non è all’ordine del giorno e gli accordi di Basilea che si limitano ad aumentare l’obbligo di riserve per le operazioni più rischiose vengono considerate più che sufficienti. Il Financial Stability Forum, coordinato da Draghi, è puro specchietto per le allodole.

Le tensioni valutarie

Il conflitto sui cambi, in particolare tra dollaro e Yuan non riguarda solo la scelta di quale convenzione finanziaria prediligere (se quella trainata alla Cina o quella desiderata dagli Stati Uniti fondata sulla green economy), ma rimanda ad un conflitto di più ampie proporzioni: la definizione di una nuova valuta internazionale che sostituisca o sia complementare al dollaro all’interno di un nuovo sistema di regolazione degli scambi internazionali. Già nel G20 di Pittsburgh, il ministro dell’economia cinese aveva presentato un piano per la detronizzazione del dollaro da valuta internazionale di riferimento a favore di un paniere di più monete. Proposta che ovviamene non aveva fatto piacere agli Usa, ma che conferma come il nodo di ridefinire gli assetti geopolitici internazionali sia centrale e neanche tanto sotterraneo nel processo di governance globale. Da un lato, la Cina tende a disinvestire nell’acquisto dei titoli di debito pubblico Usa come strumento di pressione nei confronti dell’economia Usa e al momento utilizza l’elevato surplus commerciale per penetrare con maggior forza all’interno degli assetti proprietari delle grandi imprese multinazionali, aumentare il controllo sugli assi logistici internazionali (vedi le strategie di controllo sui principali porti mediterranei, da Atene a Barcellona); all’altro, gli Usa sono costretti a dover accelerare la ripresa economica interna per mantenere un ruolo nell’economia globale soprattutto sul piano dell’innovazione tecnologica. La decisione della Federal Reserve di adottare una politica monetaria espansiva, con l’immissione di 600 miliardi di dollari di moneta ex-novo per l‘acquisto di titoli di stato ha il duplice scopo di allentare eventuali tensioni speculative sui tassi d’interessi sui titoli Usa una volta diminuito l’apporto cinese e di favorire una ripresa degli investimenti in presenza di una situazione congiunturale debole.

La convenzione welfare e la crisi europea

All’interno di questa contesa, l’Europa rischia di rimanere schiacciata, perché caratterizzata da una politica economica che rischia di uccidere il paziente. E’ un’Europa comunque a due velocità: la Germania e i paesi satelliti, da un lato, e la periferia mediterranea e l’Irlanda dall’altro; un’Europa incapace di definire una strategia comune e quindi più sensibile agli attacchi speculativi. E’ in questo quadro che è necessario analizzare il possibile sviluppo di una “convenzione welfare” nel medio periodo, i cui prodromi sono però già evidenti nel presente.

La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie. Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000, come già sottolineato, l’attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. E’ stata la recessione degli anni 2008-09 con la forte immissione di liquidità pubblica, più che l’eccesso di spesa pubblica, la causa principale dell’incremento del rapporto deficit/Pil. In un simile contesto, sono i paesi più dipendenti dalla dinamica economica internazionale a essere i più penalizzati, ovvero i paesi che svolgono il ruolo di subfornitori, senza poter influenzare le traiettorie tecnologiche dominanti. L’area del Mediterraneo è tra queste. La speculazione finanziaria cerca così di sviluppare una nuova convenzione, che potremmo definire “convenzione welfare”, dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Da convenzioni di tipo settoriale ad alta intensità cognitiva (Internet economy), passando a convenzioni legate allo sviluppo di aree territoriali globali, si giunge così, in attesa di una futura possibile (ma non certa) “convenzione ecologica”, a convenzioni che hanno come oggetto le condizioni di vita e lavoro degli esseri umani. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo, sempre più diretto e fuori controllo.

I mercati finanziari, con il supporto delle agenzie di rating, hanno prima colpito la Grecia, per poi mettere in discussione gli equilibri finanziari di Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. In tutti questi paesi nell’ultimo mese abbiamo assistito ad un incremento dei tassi d’interesse sui titoli di stato con possibili effetti positivi sull’onere del debito (spesa per interessi) e effetti negativi sul Pil a causa dell’adozione più o meno coatta di politiche fiscali recessive.

L’Europa non si è mossa subito. Gli interessi nazionalisti e corporativi, in particolare della Germania, hanno giocato un ruolo importante. La tentazione di approfittare della crisi greca per verificare la possibilità di un’Europa (e di un’Euro) a due velocità è stata fortissima. La costruzione di un’Europa ristretta, di serie A, fondata sull’asse franco-tedesco, rispetto all’Europa mediterranea di Serie B, non è mai definitivamente scomparsa dalla scena politica, soprattutto in un contesto dove l’Europa rischia di trovarsi schiacciata nella competizione tra Usa e Cina. É tale tentazione che giustifica la costruzione dell’Europa solo sul pilastro monetario e il mantenimento di politiche fiscali nazionali. La non esistenza di una politica comune di budget europeo, tuttavia, oggi si sta rilevando un boomerang. Il ritardo con cui l’Europa è intervenuta e solo dopo che il Fmi aveva imposto alla Grecia il controllo del suo bilancio pubblico e l’obbligo di adottare politiche lacrime e sangue, ha consentito alla speculazione internazionale di allargarsi anche al mercato delle valute, prendendo di mira l’Euro. La crisi greca, il tentativo oggi evidente di estenderla ad altri paesi di peso politico sicuramente maggiore, l’inesistenza di una strategia fiscale comune europea, il ritardo con cui la stessa Europa si è mossa per fronteggiare tale situazione di instabilità: sono tutti elementi che hanno preparato il terreno per l’attività speculativa e l’instabilità del tasso di cambio dell’Euro, sempre più ostaggio delle tensioni valutarie tra Cina e Usa.

Si vede che la storia non è foriera di buoni insegnamenti. Nel corso della crisi finanziaria del 2008-09, l’aver lasciato fallire la Lehman Brothers è oggi considerato uno degli errori più macroscopici, esattamente come il ritardo con cui la Grecia è stata abbandonata a se stessa di fronte agli attacchi speculativi della primavera scorsa può essere considerato un esempio di miopia e cinismo europeo.  Oggi la Bce (con un Fondo salva-Stati provvisorio) dichiara di voler intervenire di fronte alla situazione critica in cui versano i conti pubblici dell’Irlanda, ma solo dopo che la Germania ha imposto un nuovo patto di stabilità, che condanna le economie più deboli a rischiare di non attaccarsi al treno ancora debole della ripresa economica. Non è un caso, che le stime europee sull’andamento futuro del Pil vedono Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda come fanalino di coda e la Grecia addirittura con segno meno.

Insomma: un G20 povero di risultato (né più né meno dei precedenti di Pittsburgh e Londra) con un’Europa che trova l’unità nel rassicurare i mercati sulla situazione finanziaria in alcuni Paesi della zona euro, tramite l’adozione di politiche di rigore sulla spesa pubblica. Vi è poco da stare allegri.

 

 

 

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