Per l’analisi del lavoro “nero”

 

di SANDRO CHIGNOLA

1/ Mi limito a porre alcune questioni. Occuparsi della logistica, in termini di inchiesta e conricerca significa davvero addentrarsi negli oscuri laboratori della produzione. Il poco che se ne sa, viene da quanto portano in luce le lotte. Nordest, tra verona e padova, piacenza, milano: picchetti operai, scontri feroci con crumiri e padroncini, con la polizia che certo non si preoccupa di tutelare il diritto di sciopero (ammesso lo faccia mai) quando il picchetto è fatto di migranti che usano i sindacati o da sindacati di base (adl, si.cobas), significative vittorie, circuiti enormi di autorganizzazione. Parlo di Verona e di Padova, le due situazioni che conosco meglio: sono migliaia i lavoratori della logistica che hanno preso la tessera dell’adl (a verona sindacato autogestito dai militanti dell’ex coordinamento migranti, che qualche anno fa ha compiuto il salto di scala dalle questioni di cittadinanza,ai diritti sociali, ai conflitti di lavoro). Gli ultimi due anni in particolare, sono stati scanditi da una conflittualità crescente e costante. Da scioperi e blocchi coordinati che hanno inseguito il traffico delle merci lungo la rete dei magazzini di volta in volta utilizzati da appaltatori e consorzi per aggirare le lotte. Con una certa ammirazione devo dire che più di una volta, questi blocchi sono costati davvero molto, in termini di danni quantificabili, a chi lavora sul just in time e valorizza le merci sulla linearità e sull’accelerazione dei flussi. “Noi non produciamo niente”, ha detto una volta un capetto ai lavoratori, cercando di blandirli. “la nostra ricchezza sono le vostre braccia”. Il che fa problema, quando le braccia si incrociano e gli operai si incatenano ai cancelli…  È questo miscuglio di gestione e di valorizzazione delle superfici di scorrimento delle merci comandate dai terminali informatici e pura fatica fordista di un lavoro comandato e organizzato dall’alto e fatto di ritmi, gesti, estrazione secca di plusvalore,  che mi interessa.

 

2/ La crisi non colpisce i settori della logistica, del quale io parlo solo per quanto attiene alle lotte delle cooperative. Altro terreno di inchiesta rilevante sarebbe quello dei porti e della cantieristica navale. Lo stesso vale per la componente decisiva della logistica su gomma. Gli autisti stanno subendo un drastico passaggio di ricontrattualizzazione. Dai padroncini all’impiego, sempre più accentuato, di lavoratori esteuropei o immigrati, messi al lavoro da ditte che concentrano gli appalti. Simile dinamica di concentrazione nel settore delle cooperative. Sul livello del comando – gli appaltatori – e sul livello del lavoro comandato – i consorzi di cooperative. Ridefinizione complessiva della mobile rete degli hubs: centralità strategica della pianura padana in chiave europea. I tedeschi di hangartner hanno di recente comprato l’interporto di verona dal quale passa tutto l’import/export di frutta e verdura tra medioriente, spagna, sud america e nordeuropa, ad es. Per quanto invece maggiormente ci interessa UBS ha rilevato TNT, che a sua volta si era annessa TRACO. Questi Processi di concentrazione permettono di abbassare i costi di produzione scaricandoli sul lavoro. Un committente principale, pochi appaltatori, che possono stringere i cordoni con le cooperative scatenando la concorrenza al ribasso. Il costo orario per persona nella movimentazione merci era sino a poco fa di 16 euro l’ora. È sceso adesso a 13 euro ed è di comprensivo di paga per operaio, dell’ammortizzazione costi – in una filiera che permane a bassa composizione tecnica: i magazzini sono dei capannoni con dei bancali, qualche palmare, qualche muletto – e del guadagno cooperativa) ( livello 5 almeno due anni di anzianità, 9,91 costo persona, da decurtare rispetto ai 16 o 13 con cui occorre pagare il capitale). Ora, una prima cosa mi interessa riguarda il mito della piccola impresa del nordest. Ciò che qui risulta chiaro è che l’esternalizzazione è stata organizzata, sin dalla fine degli anni sessanta, per comprimere i salari e rispondere all’antagonismo di classe. Non è il caso che ce lo diciamo tra di noi.. Quello che mi sento di dire, tuttavia, è che un processo simile, ed ad alta valorizzazione, riguarda le catene della logistica come forma incrementale di sussunzione reale capace di mettere al lavoro tutti i gradienti supplementari dello sfruttamento: razza, genere, differenziali contrattuali etc. Le cooperative, che vanno distinte dalle cooperative mutualistiche, sono di fatto piccole imprese, il cui valore aggiunto è dato dal particolare regime di fiscalità che le favorisce (un sistema, va detto, che il sindacalismo confederale ha molto favorito, con uno spesso evidente “conflitto di interessi) e da un regolazione giuridica altrettanto favorevole… Il positivo di bilancio, che dovrebbe essere distribuito ai soci lavoratori, può ad esempio essere lasciato al consorzio o alla cooperativa subentrante, una volta dichiarata chiusa la prima cooperativa… Cambiano il nome, licenziano o riassumono discrezionalmente un pò di lavoratori, cambiano l’appalto, spesso comprimendo i salari, e ricominciano. Se si aggiunge che le cooperative dei trasporti sono spesso in mano alla criminalità organizzata, nel nordest,  si capisce ancora meglio su quali dispositivi si regge l’accumulazione. Una seconda cosa mi interessa: che spazialità disegna l’incrocio tra circuiti della valorizzazione e circuiti delle lotte – circuiti che in questo caso riguardano le migrazioni e la mobilità, la circolazione delle esperienze di politicizzazione di qua e di la del mediterraneo (“dobbiamo fare come a piazza Tahir” dicevano gli operai egiziani e maghrebini nel veronese, politicizzando una petizione di diritti sul lavoro che altri potrebbe giudicare arretrata, l’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro di logistica trasporti e spedizione sezione cooperative, che nel caso dei migranti significa però anche trasparenza in busta paga, dato che dal CUD dipende il rinnovo dl permesso di soggiorno per loro e per tutta la famiglia…) – ? Non la spazialità liscia dell’economia dei flussi, ovviamente. La spazialità stereoscopica e striata dello sfruttamento e delle lotte, altrettanto ovviamente. Ma anche lo sconfinamento e la riarticolazione di ciò che chiamiamo territori… Una padania attraversata dal maghreb e proiettata sul nordeuropa, una territorialità permanentemente ridisegnata dalla ridislocazione dei magazzini a seconda delle esigenze della committenza e dei blocchi e delle strozzature determinate dalle lotte e dalla sindacalizzazione; una spazialità frammentata, infine, perchè le catene del lavoro comandato, tanto chiare da far sì che spesso siano direttamente gli appaltatori a gestire il lavoro attraverso cooperative scatola vuota, non sono affatto chiare, in termini di identificazione della controparte, da risalire al contrario… La conflittualità spesso è scatenata da questioni di ritmi e di turni, di erogazione di salario in meno e in nero, nella  singola cooperativa, ma la logica di questa organizzazione del lavoro dipende dai ritmi e dai costi imposti dal committente, che sempre più spesso – anche in virtù della legge – viene identificato come responsabile delle condizioni generali del lavoro nelle cooperative che impiega… Il che mi sembra interessante: attaccare la michelin nell’ultima delle cooperative che caricano e scaricano i suoi pneumatici in un magazzino periferico nella bassa padovana; far pagare a Mondadori  i ritmi schiavisti dell’ultima cooperativa di proprietà camorrista che ne diffonde i libri…

 

3/ Vi è poi un’altra cosa che mi interessa. Ed essa ci interroga sul piano costituzionale, dato che, come sapete, il tema della costituzione ci riguarda da vicino per i seminari che abbiamo organizzato e organizzeremo in autunno. Come è noto, il diritto di sciopero, definito come blocco della produzione e dei macchinari è un diritto riconosciuto dalla costituzione. Capita tuttavia sovente, per non dire sempre, che i lavoratori, ad altissima percentuale di immigrati, che organizzano i picchetti davanti ai magazzini, vengano minacciati non solo, come spesso accade, di essere privati del permesso di soggiorno perché starebbero compiendo un reato penale, ma anche e soprattuto, perché il reato che starebbero commettendo, bloccando camion e autisti, sarebbe quello di “sequestro di persona”. Le minacce precedono spesso le botte, ma questo fa parte del gioco… Ebbene, la questione che pongo è la seguente: che cosa significa scioperare laddove non c’è una catena di montaggio, ma uno spazio metropolitano disegnato dai flussi delle informazioni, delle merci e della valorizzazione? Come va ridefinito, e difeso, in termini giuridici, il diritto al sabotaggio della circolazione delle merci? Non è una questione di dottrina, ovviamente, quella che mi interessa, né una semplice grammatica per una petition of rights all’altezza del XXI secolo.. Ciò che mi interessa – ed è una questione che va inchiestata nel protagonismo dei lavoratori e nella “densa positività”,  come forse la chiamerebbe Benjamin, di una composizione di classe in cui soggetti che nei loro paesi d’origine non hanno talvolta affatto incrociato l’organizzazione fordista del lavoro e che si trovano ora inseriti nella sua decomposizione/ristrutturazione – è come possa essere materialmente praticato lo sciopero metropolitano come interruzione e blocco della valorizzazione per flussi.. Al di là della questione giuridica – la costituzionalizzazione di un diritto di sabotaggio, letteralmente… – una questione di pratiche e di soggettivazione, la possibilità, e il problema, della traducibilità, e della traduzione, delle rivendicazioni e degli obiettivi della composizione metropolitana del lavoro…

 

4/ Ultima questione. Come è composto il salario dei lavoratori delle cooperative? Beh, per prima cosa, e al di fuori della questione del salario, c’è ovviamente il costo di accesso alla cooperativa, che può variare dai venti ai duemila euro, a quel che ho sentito… Paghi per poter lavorare e spesso, per questo ti indebiti. Il debito, nel caso dei migranti di prima generazione è la soglia di iniziazione allo spazio europeo e spesso si riproduce tutte le volte che, per una famiglia, si debba anche soltanto procedere al rinnovo del permesso di soggiorno.. Inoltre, dalla cooperativa si può facilmente essere buttati fuori. Alle cooperative non si applica l’articolo 18 e basta una semplice procedura interna per allontanare il “socio lavoratore”. Poi c’è la quota in nero che eccede la paga conglobata e che lubrifica i rapporti di fidelizzazione e di gerarchizzazione interni alle cooperative.. I migranti spesso la rifiutano (serve appunto un CUD pesante per rinnovare il permesso di soggiorno..) gli indigeni no. Di qui una scissione interna che riproduce una gerarchia. Raramente gli italiani fanno causa comune on i migranti nelle lotte di cui sono a conoscenza, non fosse altro perché orari, ritmi, mansioni inseguono l’invisibile linea del nero e i meccanismi per mezzo dei quali si scinde il nucleo dei soci che permangono nei cambi di appalto e quelli che vengono espulsi. Tra l’altro, ed è questione interessante a mio modo i vedere, la microconflittualità , anche radicale, nel settore della logistica, tende a coinvolgere sempre di piú la flessibilità richiesta ai lavoratori (turni, ritmi, orari, reperibilità) che non le questioni di salario o contributive: è appunto la sussunzione reale della vita, quella stessa vita messa in gioco nel progetto migratorio, il motore delle lotte.

 

 

 

 

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